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5. Ott. 1821.

[1843,1]  Tutta l'Europa e tutte le colte lingue hanno riconosciuto la lingua greca per fonte comune alla quale attingere le parole necessarie per significare esattamente le nuove cose, per istabilire, formare, 1844 ed uniformare le nuove nomenclature d'ogni genere, o perfezionarle e completarle ec. Sola l'italia ricusa di conformarsi a questo costume; dico l'italia che non si sa in che consista, perchè i suoi figli vi si uniformano come gli altri; ma ciò ch'essi fanno in questo particolare, non si vuol riconoscere dall'universalità della nazione (o da' pedanti) come bene e convenientemente fatto in punto di lingua, {+all'opposto di ciò che accade nelle altre nazioni}. Convengo che quando in luogo di una parola greca ch'è sempre straniera per noi, si possa far uso di una parola italiana o nuova o nuovamente applicata, che perfettamente esprima la nuova cosa, questa si debba preferire a quella; (purchè la greca o altra qualunque non sia universalmente prevalsa in modo che sia immedesimata coll'idea, e non si possa toglier quella senza distruggere o confondere o alterar questa; giacchè in tal caso una diversa parola, per nazionale, espressiva, propria, esatta, precisa ch'ella fosse, non esprimerebbe mai la stessa idea, se non dopo un lungo uso ec. e fratanto non saremmo intesi.) Ma fuori di 1845 questo caso che di rarissimo si verifica, perchè l'italia sola vorrà rinunziare primo al costume generale di questo e d'altri secoli e dell'europa, che avrebbe diritto di farsi adottare quando anche non fosse necessario nè buono; secondo al benefizio universale di quella maravigliosa lingua, che benchè morta da tanti secoli, somministra perpetuamente il bisognevole a denominare e significare appuntino tutto ciò che vive, e tutto ciò che nasce o si scuopre o nuovamente si osserva nel mondo? (5. Ott. 1821.).

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