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19. Maggio 1821.

[1062,4]  Quanto giovi la riflessione alla vita; quanto il sistema di profondità, di ragione, di esame, sia conforme alla natura; quanto sia favorevole, anzi compatibile 1063 coll'azione vediamolo anche da questo. Considerando un poco, troveremo che l'abito di franchezza, disinvoltura, ec. che tanto si raccomanda nella società, che è indispensabile pel maneggio degli affari d'ogni genere, e che costituisce una gran parte dell'abilità degli individui a questo maneggio, non è altro che l'abito di non riflettere. Abito che il giovane alterato dall'educazione, non riesce a ricuperare se non appoco appoco, e spesso mai, specialmente s'egli ha grande ingegno, e di genere profondo e riflessivo (come quello di Goethe, il cui primo abordo dice Mad. di Staël, ch'è sempre un peu roide finch'egli non si mette à son aise.)

[1063,1]  Il fanciullo è sempre franco e disinvolto, e perciò pronto ed attissimo all'azione, quanto portano le forze naturali dell'età. Le quali egli adopera in tutta la loro estensione. Se però non è alterato dall'educazione, il che può succedere più presto o più tardi. E tutti notano che la timidità, la diffidenza di se stesso, la vergogna, la difficoltà insomma di operare, è segno di riflessione in un fanciullo. Ecco il bello effetto della riflessione: impedir l'azione; la confidenza; l'uso di se stesso, e delle sue forze; tanta parte di vita. Il giovanetto alterato 1064 dall'educazione è timido, legato, irresoluto, diffidentissimo di se stesso. Bisogna che col frequente e lungo uso del mondo, egli ricuperi quella stessa qualità che aveva già di natura, ed ebbe da fanciullo, cioè {l'abito di non riflettere, senza il quale è impossibile} la franchezza, e la facoltà di usar di se stesso, secondo tutta la misura del suo valore. E ciò si vede in tutti i casi della vita, e non già nelle sole occasioni che abbisognano di coraggio, e che spettano a pericoli corporali. Ma chi non ha ricuperato fino a un certo punto l'abito di non riflettere, non val nulla nelle conversazioni, non può nulla colle donne, nulla negli affari, e massime in quelle circostanze che portano, dirò così, un certo pericolo, non fisico, ma morale, e che abbisognano di franchezza e disinvoltura, e di una, dirò così, intrepidezza sociale. Qualità impossibile a chi per abito riflette, e non può deporre al bisogno la riflessione, e non può abbandonarsi, e lasciar fare a se stesso, che sono le cose e più ricercate e pregiate, e più necessarie a chi vive nella società, e generalmente in quasi ogni sorta e parte di vita. E v. gli altri miei pensieri [ pp.538-39] [ pp.595-97] sulla impossibilità delle stesse azioni fisiche senza l'abito di non riflettere, 1065 abito che rispetto a queste azioni, avendolo tutti da natura, pochi lo perdono, ma perduto, rende impossibili le operazioni più materiali, e giornaliere, e naturali. (19. Maggio 1821).