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29. Maggio-5. Giugno 1821.

[1104,1]  1104 Il verbo spagnuolo traher o traer che è manifestamente il trahere latino, si adopra alcune volte in significati somigliantissimi a quelli del latino tractare, e de' suoi composti attrectare, contrectare ec. Come traer con la mano, traer entre las manos e simili. Significati ed usi che non hanno niente che fare coi significati o usi noti del latino trahere, nè con quelli dell'italiano trarre o tirare (ch'è tutt'uno), nè del francese tirer. {+ Traher vale alle volte dimenare e muovere dice il Franciosini in traher. Ora per dimenare appunto {o in senso simile} si adopra spesso il verbo tractare, o l'italiano trattare, come in Dante ec. v. la Crusca in Trattare e specialmente §. 5.} Ora io penso che questi significati gli avesse antichissimamente il verbo trahere, perduti poi nell'uso dello scrivere, e conservati però nel volgare, sino a passare ad una lingua vivente, figlia d'esso volgare. Ecco com'io la discorro.

[1104,2]  Io dico che il verbo tractare al quale sono effettivamente rimasti i detti significati, deriva da trahere, e per conseguenza gli aveva da principio ancor questo verbo; e ne deriva così. I latini dal participio in tus {(o dal supino)} di molti e molti verbi, soleano, troncando la desinenza in us, e ponendo quella in are {(o in ari se deponente)} formare un nuovo verbo, che avea forza di esprimere una continuazione, una maggior durata di quell'azione ch'era espressa dal verbo primitivo. E in questo modo io dico che tractare deriva da tractus, participio di trahere, e significando fra le altre cose manu 1105 versare, significa (almeno nell'uso suo primitivo) un'azione più continuata di quella che significava, secondo me, il verbo trahere preso in questo medesimo senso. Veniamo alle prove.

[1105,1]  Prima di tutto, che tractare venga da trahere è indubitato, perchè, massime ne' più antichi scrittori, quel verbo ha la significazione nota di trahere, cioè trarre, tirare, strascinare. Così anche quella di distrahere, dilaniare. V. ( il Forcellini ). Dunque derivando da trahere, ed avendo le sue significazioni note, io dico che quelle altre che ha, e che non paiono appartenere al verbo trahere, furono significazioni primitive, ed oggi ignote, di questo verbo. Colla differenza che tractare propriamente significa sempre un'azione più continuata di quelle significate da trahere, come si può, volendo, osservare anche nei detti significati ch'esso ebbe di tirare ec.

[1105,2]  In secondo luogo che i latini avessero questo costume di formare nuovi verbi dai participi in tus di altri verbi primitivi, e questi nuovi verbi significassero la medesima azione che i primitivi, ma più continuata e durevole, lo farò chiaro con esempi.

[1105,3]  Da adspicere (verbo composto), participio, 1106 adspectus, i latini fecero adspectare. Ognuno può sentire la maggior durata dell'azione espressa da adspectare rispetto a quella di adspicere.
Cunctaeque profundum
Pontum adspectabant flentes
.

dice Virgilio (Aen. 5-614. seq.) delle donne Troiane solitarie sul lido Siciliano. Non avrebbe già in questo senso potuto dire adspiciebant. Così dal semplice di adspicere (cioè specere o spicere, verbo antico), participio spectus, fecero spectare. Azione evidentemente continuatissima perchè spectantur quelle cose che domandano lungo tempo ad essere o vedute o esaminate, come gli spettacoli ec., che non videntur, nè adspiciuntur (propriamente), ma spectantur {+(e notate che adspicere, e specere o spicere negli antichi, significano azione più lunga di intueri ec. ma adspectare e spectare anche più lunga di loro; e così respectare dal quale abbiamo rispettare che non è atto, ma abito, o azione abituale ec. e così gli altri composti di spectare). V. p. 2275. ed Aen. vi 186. adspectans, e osservane la forza, e nota che poteva egualmente dire adspiciens. } Così dico dei derivati e composti di spectare, come appunto spectaculum, come exspectare azione continuata per sua natura, e che deriva da spectare, ed esprime quasi il guardare lungamente e da lontano, che fa talvolta quegli che aspetta, nello stessissimo modo che lo spagnuolo aguardar, aspettare. {(v. se vuoi la p. 1388. fine.)}

[1106,1]  Da raptus participio di rapere viene raptare cioè strascinare, azione come ognuno vede, ben più continuata e lunga di rapere.

[1106,2]  Così da captus participio di capere, si fa 1107 captare, che non importa continuazione di capere o prendere, perchè l'azione del prendere non si può continuare, ma vale cercar di prendere, cioè in somma cercare, accattare e simili; azione continuata. V. il Forcellini { e p. 2348. } {+E da acceptus di accipere, acceptare, il cui significato continuativo si può vedere nel secondo e 3.o esempio del Forcellini, che significano, non il semplice ricevere, ma il costume continuato di ricevere, e dico continuato, e ben diverso dal frequente. V. p. 1148. V. Exceptare in Virg. Georg. 3.274. }

[1107,1]  Da saltus antico participio di salire {#(1) Intorno ai participii in tus de' verbi neutri o attivi latini, come essendodi desinenza passiva, avessero spesso la significazione attiva o neutra, v. le note del Burmanno al Velleio l. 2. c. 97, sect. 4. { Infatti il latino secondo l'opinione volgare mancherebbe di participi passati significanti azione, fuorchè deponenti.} } V. Forcellini, voc. Musso, fine, e v. Partus a um, e Pransus { e Coenatus ,} e p. 2277. 2340. (o dal supino saltum ch'è tutt'uno) viene saltare. E qui la forza (dirò così) continuativa di questa formazione di verbi, è manifestissima. Perchè salire propriamente vale saltum edere, e saltare, vale ballare ch'è una continuazione del salire, una serie di salti.

[1107,2]  Così da cantus antico participio di canere, abbiamo cantare, verbo che significava primitivamente un'azione ben più continuata che il canere.

[1107,3]  Da adventus antico participio di advenire procede adventare, che significa l'azione continuata di avvicinarsi, o stare per arrivare, laddove advenire significa l'atto del giungere o del sopravvenire.

[1108,1]  1108 Del verbo tentare dice il Forcellini che deriva a supino tentum verbi teneo. Est enim (notate) diu et multum tenere ac tractare, ut solent quippiam exploraturi. { V. {p. 2344.} e } p. 1992. principio.

[1108,2]  Così { rictare da rictus di ringi,} dictare da dictus participio del verbo dicere, e ductare da ductus del verbo ducere, e { nuptare da nuptus di nubere, e flexare del vecchio Catone da flexus ec.} adfectare da adfectus participio di adficere, {e adflictare da adflictus di adfligere; e volutare da volutus di volvere;} {+ e { consultare da consultus di consulere; commentari e commentare da commentus di comminisci e comminiscere } natare dall'antico natus o natum di nare; e reptare (di cui v. se vuoi, Forcellini) da reptus o reptum di repere; e offensare da offensus di offendere; e argutare ed argutari (v. Forcell. da argutus di arguere; e occultare da occultus di occulere; e pressare da pressus di premere (gl'ital. i franc. ec. e il glossar. hanno anche oppressare da oppressus); v. p. 2052. p. 2349 . } e vectare da vectus di vehere. V. nel Forcellini gli es. i quali dimostrano che subvectare e convectare denotano propriamente il costume e il mestiere di subvehere ec.).

[1108,3]  Sectari che importa (chi ben l'osserva) un'azione più continuata e durevole che il verbo sequi, deriva senza fallo da secutus, participio di questo verbo, contratto in sectus. O piuttosto da principio dissero secutari, e poi per contrazione sectari. E acciò che questa sincope non si stimi un mio supposto (un ritrovato, un'immaginazione), ecco il verbo francese exécuter, e lo spagnuolo executar, vale a dire in latino executari, composto di secutari. Anzi io credo che questa prima forma del verbo sectari abbia durato nel volgare latino fino all'ultimo; e lo credo tanto a cagione dei detti verbi francese e spagnuolo, quanto perchè il nostro seguitare non par che derivi da altro che da secutari o sequutari, come seguire da sequi. Giacchè da sectari non avremmo fatto seguitare, ma settare, come affettare da adfectare, 1109 e così altre infinite parole. {+ Del resto anche seguitare presso noi ha propriamente un senso più continuato che seguire. v. p. 2117. fine. }

[1109,1]  Sia poi che l'antico volgare latino, o che quello de' tempi bassi, o quelli finalmente che ne derivarono, li ponessero in uso; certo è che le nostre lingue figlie della latina abbondano di verbi formati dal participio di altri verbi simili latini antichi, laddove questi nuovi verbi non si trovano nella buona latinità; come { usare (Glossar. abusare ec. da usus di uti, ec.} inventare da inventus participio d'invenio, infettare da infectus participio d'inficio, {+ traslatare da translatus di transferre, benchè da questo verbo gl'italiani abbiano anche trasferire; (translatare è nel Glossario.)} { fissare e ficcare (fixer, fixar) da fixus ec. (Glossario fixare oculos.); disertare, déserter ec.; despertar da experrectus di expergiscere; v. p. 2194 } votare da votus di vovere; (Glossar.) da junctus di jungere lo spagnuolo juntar, (non è nel Glossar. bensì Juncta per Giunta, voce presa da scrittori spagnuoli latinobarbarici); invasare da invasus di invadere; (il Gloss. ha invasatus, cioè obsessus a daemone) confessare (Glossar.) da confessus di confiteri; e così mille altri. v. p. 1527. e p. 2023 . (I due primi verbi non si trovano nel Du Fresne). { V. p. 1142.} Parecchi de' quali stanno nelle lingue nostre in cambio de' loro primitivi latini, usciti d'uso, {e pare che nel formarli non si avesse più riguardo alla natura de' verbi continuativi}.

[1109,2]  A questo proposito tornerà bene di avvertire una svista del Monti (Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocab. della Crusca. vol. 1. par. 2. Milano 1818. alla v. allettare. p. 42. seg.), il quale dice e sostiene che il nostro Allettare (e per conseguenza il latino adlectare ch'è lo stesso che il nostro, come afferma lo stesso Monti p. 43.) viene da Letto, come da Latte Allattare, da Esca Adescare, da Lena Allenare ed altri a man piena; che significa Dar letto, e Perchè poi il letto è riposo, e il riposarsi è soavissima e giocondissima cosa, 1110 ne seguì che Allettare, ossia Apprestare il letto, divenne subito per metafora Invitar con lusinghe; e a poco a poco la prepotente forza dell'uso fe' sì che il senso traslato si mise in luogo del proprio e ne usurpò le funzioni. Questa etimologia, se per avventura non è tortamente dedotta, potrebbe di leggieri aprire la strada a trovare anche l'altra di Dilettare e Diletto con tutti i lor derivati, per conseguenza (dico io) del latino delectare, illectare, oblectare e simili. E nega che questi verbi abbiano niente che fare con allicere al quale dà tutt'altra etimologia. (p. 44.)

[1110,1]  Lascio stare che quel significato metaforico, e la successiva metamorfosi del significato di allettare, se a lui par naturale, a me pare del solito conio delle etimologie famosissime, e che tutto il filo de' suoi ragionamenti si romperebbe e troncherebbe facilmente per esser troppo sottile e debole in questo punto. Ma egli non ha veduto che adlectare (e quindi allettare) fu formato da adlectus participio di adlicio nello stessissimo modo che i tanti verbi soprammentovati, e i tanti altri che si potrebbero mentovare. Ora allettare è azione continuata, e così oblectare che significa trastullare ec. e così dilettare ec. Laddove adlicere è propriamente l'atto del tirare, prendere, 1111 indurre colle lusinghe. E il suo semplice lacio che significa ingannare, indurre in fraude è parimente significativo di azione non continuata. Laddove lactare formato da lacere (diverso da quello formato da lac) significa propriamente un'azione continuata, appresso a poco la stessa che adlectare o allettare. { V. p. 2078.} Giacchè anche nell'etimologia del verbo adlicere s'inganna il Monti (p. 44.) facendolo derivare dal licium o liccio degl' incantamenti amorosi. La sua etimologia, dic'egli, di cui non trovo chi sappia darmi un sol cenno, a tutto mio credere è questa. Ma avrebbe trovata la vera etimologia nel Forcellini v. allicio, e v. lacio. Adlicio dunque (come inlicio ec. ec.) è composto di ad e lacio (che deriva da lax, fraus) mutata per la composizione la a in i, come in adficio da facio, in adjicio da jacio ec. ec. Del resto sebben diciamo {volgarmente e comunemente} allettare per porre a letto, e allettarsi per mettersi a letto, questo è un verbo tanto differente dall'adlectare, sebbene uniforme nel suono, quanto è differente {nel significato e nell'origine,} e uniforme nel suono, letto participio di leggere, da letto nome sostantivo. {+ V. il passo di Cicerone addotto dal Monti, e provati di sostituirvi adlicere ad adlectare, se il puoi. In luogo che adlectare venga da lectus, ( Festo ) dubito che lectus (sustantivo) venga da adlicere. Forcell. in Lectus i . }

[1111,1]  Non bisogna confondere questo genere di verbi che io chiamo continuativi, e che significano continuazione o maggior durata dell'azione espressa da' loro verbi originari, con quello de' verbi frequentativi, 1112 che importano frequenza della medesima azione, e hanno al tempo stesso una certa forza diminutiva. Questi (lasciando i frequentativi coll'infinito in essere che non possono esser confusi co' nostri continuativi) si formano essi pure dal participio in us o dal supino in um, di altri verbi, troncandone la desinenza, ma sostituendo in sua vece non la semplice terminazione infinita are, o ari, bensì quella d'itare, o itari se il verbo da cui si formano è deponente (o passivo.) Così da lectus participio di legere, lectitare; così da victus o victum di vivere, victitare; da missus di mittere, missitare; da scriptus di scribere, scriptitare; {da esus di edere, esitare; da sessus o sessum di sedere, sessitare; da emptus di emere, emptitare } da factus di facio, factitare; da territus di terreo, territare; da ventus di venio, (o dal sup. ventum), ventitare; {da lusus di ludere, lusitare; da haesus {+o haesum } di haerere, haesitare;} {da sumptus di sumere, sumptitare; da risus di ridere, risitare di Nevio }. Eccetto però il caso che il participio o supino di quel verbo dal quale si doveva formare il frequentativo, cadesse in itus o itum, che allora sarebbe stato assai duro aggiungendo la terminazione itare, o itari, fare ititare, o ititari. In questo caso dunque troncata la desinenza us o um del participioo del supino aggiungevano la semplice desinenza are o ari, con che però il frequentativo veniva nè più nè meno a cadere in itare o itari. Così da venditus di vendere facevano venditare (non vendititare); {+da meritus di merere, meritare; (il quale par continuativo e talora denotante costume), da pavitus antico part. di pavere, pavitare; da solitus ec. solitare;} da latitus, antico participio, o da latitum antico sup. di latere, fecero 1113 latitare; {da monitus di monere, monitare; da domitus di domare, domitare; da dormitus o dormitum di dormire, dormitare; da licitus di liceri, licitari; da vomitus di vomere, vomitare; da territus, territare } da itus o itum del verbo ire, itare; da pollicitus di polliceri, pollicitari; da exercitus part. di exercere, exercitare; da citus part. di cieo, citare, e i suoi composti; {+da strepitus o strepitum antico supino o participio di strepere, e da crepitus o crepitum di crepare, strepitare e crepitare; da scitus di sciscere o di scire scitari, sciscitare e sciscitari; da noscitus o noscitum antico sup. o part. di noscere, noscitare; da agitus antico particip. di agere, contratto poscia in agtus, e finalmente mutato in actus, agitare.} La quale eccezione merita d'esser notata, giacchè in questi casi la formazione de' frequentativi non differisce da quella de' continuativi, e si potrebbero confonder tra loro. Ed anche qualche verbo terminato in itare o itari, ma formato da un participio o sup. in itus o itum, apparterrà o sempre o talvolta ai continuativi, {(come per esempio agitare, domitare ec. e v. Forcellini in tinnito) } vale a dire non cadrà in detta desinenza, se non per esser derivato da un tal participio o supino. { V. p. 1338. principio.} Minitari e minitare formati da minatus di minari e minare, sono così fatti o per contrazione, e troncamento non solo dell'us ma dell'atus del participio, affine di sfuggire il cattivo suono atitare; o per mutazione dell'a del participio in i, fatta allo stesso effetto. {+Similmente rogitare da rogatus di rogare, coenitare da coenatus di coenare. V. p. 1154. } { V. p. 1656. capoverso 1. }

[1113,1]  Mi sono allungato in questo discorso, ed ho voluto spiegare distintamente tutte queste cose, perchè non mi paiono osservate dai Gramatici nè da' vocabolaristi. Il Forcellini chiama indifferentemente frequentativi, tanto i verbi in itare o itari, come quelli che io chiamo continuativi. E s'inganna, perchè 1114 la differenza sì della formazione sì del significato, fa chiara la differenza di queste due sorte di verbi. P. e. raptare, ch'egli chiama frequentativo di rapere e che significa strascinare, ognun vede che quest'azione non è frequente ma continuata. E se i latini avessero voluto fare un frequentativo di rapere, dal participio raptus avrebbero fatto raptitare e non raptare, anzi Gellio fa menzione effettivamente di tal verbo raptitare, 9. 6. nel qual luogo puoi vedere molti esempi di tali frequentativi in itare formati (com'egli pur nota) da' participii de' verbi originarii. E i verbi { augere, salire, jacere, prehendere o prendere, currere, mergere, defendere, } capere, dicere, ducere, facere, vehere, venire, pendere, gerere e altri tali che hanno i loro continuativi, {auctare, saltare, iactare, prehensare o prensare, cursare, mersare, defensare,} captare, dictare, ductare {+(che i gramatici chiamano contrazione di ductitare e sbagliano), V. p. 2340. } factare, vectare, ventare, pensare, gestare, formati tutti dal loro participio o supino, secondo le leggi da noi osservate; hanno pure i frequentativi auctitare, saltitare, iactitare, prensitare, cursitare, mersitare, defensitare, captitare, dictitare, ductitare, factitare, vectitare, ventitare, pensitare, gestitare, distinti per forma e per significato proprio dai detti continuativi, e non derivati (certo ordinariamente) da questi, (come va dicendo qua e là il Forcellini ) ma immediatamente da' verbi originarii. { v. p. 1201.} Il verbo videre, da cui nasce il verbo continuativo anomalo visere (in luogo di visare), ha pure il suo frequentativo visitare, dal participio 1115 visus comune a videre col suo continuativo visere, e ciò per anomalia. Legere e scribere, che hanno i loro frequentativi ec. si crede ancora che abbiano i continuativi lectare e scriptare de' quali v. il Forcellini v. Lecto , che non sono frequentativi, nè lo stesso che lectitare e scriptitare, come dice esso Forcellini ib. e v. Scripto. {+Così pure del verbo vivere che ha il frequentativo victitare, credono alcuni di trovare in Plauto victare (Captiv. 1. 1. v. 15.) Da prandere che ha il frequentativo pransitare, noi abbiamo pransare che oggi si dice pranzare, ma pranso agg. o partic. e sost. si trova nel Caro e in Dante. (Alberti). V. i Diz. spagnuoli. v. p. 2194. } {Da mansus di manere si ha mantare (per mansare), e mansitare. V. p. 2149. fine.} V. p. 1140. { e 2021.}

[1115,1]  Anzi non solo i gramatici non distinguono ch'io sappia il frequentativo dal continuativo, ma neppur conoscono, per quello ch'io sappia, questo genere di verbi, che è pur così numeroso, e importante, e che io chiamo continuativo con voce nuova, perchè nuova è l'osservazione.

[1115,2]  Ben è tanto vero, quanto naturale e inevitabile che le significazioni e proprietà primitive de' verbi continuativi, frequentativi, originarii, furono molte volte confuse nell'uso, non solo della barbara latinità, o delle lingue figlie, ma degli stessi buoni ed ottimi scrittori, massime da' non antichissimi. E si adoperò p. e. il continuativo nel significato del suo primo verbo; o perduto il primo verbo restò solo il continuativo, e s'adoprò in vece di quello (come noi italiani, francesi ec. diciamo saltare ec. per quello che i buoni latini dicevano salire, verbo oggi perduto in questa significazione, e trasferito ad un'altra ec. ec. { v. p. 1162.} e per lo latino saltare, diciamo ballare, danzare ec.); o forse anche il continuativo talvolta prese la forza del 1116 frequentativo, o qualche volta viceversa; o finalmente il verbo positivo si adoprò in vece del continuativo disusato o no. Differenze menome, e quasi metafisiche, difficilissime o impossibili a conservarsi nelle lingue anche coltissime, e studiatissime; e gelosissime, anzi severissime della proprietà, come la latina; e che dileguandosi appoco appoco, danno luogo alla nascita de' sinonimi, de' quali vedi p. 1477. segg. {+E il Forcellini nota molte volte che il tale e tale frequentativo è spesso ed anche sempre usato nel senso medio del suo positivo, nè perciò veruno dubita o dell'esistenza di questo genere di verbi, o che quei tali non sieno frequentativi propriamente e originariamente. I verbi formati nuovamente da' participi nelle lingue figlie della latina, non hanno ordinariamente se non la forza del positivo latino. V. p. 2022. }

[1116,1]  Questa facoltà de' continuativi, è una delle bellissime facoltà, non ancora osservata, con cui la lingua latina diversificando regolarmente i suoi verbi e le sue parole, le adattava ad esprimere con precisione le minute differenze delle cose, e traeva dal suo fondo tutto il possibile partito, applicandolo con diverse e stabilite inflessioni e modificazioni a tutti i bisogni del linguaggio; e si serviva delle sue radici per cavarne molte e diverse significazioni, distintissime, chiare, certe, e senza confusione; e moltiplicava con sommo artifizio e poca spesa la sua ricchezza, e accresceva la sua potenza. Questa facoltà manca alla lingua italiana, la qual pure si è fatti i suoi nuovi verbi frequentativi e diminutivi, formandoli da' verbi originarii con modificazioni di desinenza. Verbi derivati, che ora hanno la sola forza frequentativa, come appunto spesseggiare; {+e pazzeggiare, passeggiare ec. punteggiare, da punto o da pungere ec. } ora la sola diminutiva, come {+ tagliuzzare, sminuzzolare,} albeggiare 1117 (formato però non da altro verbo, ma da nome, come altri pure de' precedenti; che così pure usa felicemente l'italiano), { V. in questo proposito p. 1240-42 e nota che i verbi in eggiare, par che almeno talvolta abbiano un valore effettivamente continuativo, come fronteggiare, scarseggiare e molti, ma molti altri, e in diversi sensi continui, ben distinguibili dal frequente e dal diminuitivo biancheggiare, rosseggiare, ec.} arsicciare (siccome in lat. ustulare, che anche i latini hanno i loro verbi puramente diminutivi); ora l'una e l'altra insieme al modo de' verbi latini in itare, come canticchiare, canterellare, { formicolare ec. (v. il Monti a questa voce, e alla v. frequentativo) }. E di altre tali formazioni di verbi e d'altre voci; formazioni arditissime, utilissime a significare le differenze delle cose, e moltiplicare l'uso delle radici, senza confondere i significati, abbonda la lingua italiana in modo singolare, e più (credo io) che la latina, {e la stessa greca}. Ma de' continuativi manca affatto, se alle volte non dà (come mi pare) questo o simile significato a qualche frequentativo, o vogliamo spesseggiativo. { V. p. 1155.} Manca pure, cred'io, la detta facoltà alla lingua greca, sì gran maestra nel diversificare e modificare le sue radici, e moltiplicare le significazioni; ma per affermarlo mi bisognerebbe più lunga considerazione. E nella stessa lingua latina, ch'ebbe questa bella facoltà da principio, sembra che poi andasse in disuso, e in dimenticanza, continuando forse talvolta ad usarsi, con formare nuovi verbi di tal fatta, ma con una nozione confusa e non precisa del valore di tal formazione, e con significato non ben distinto dagli altri verbi; come fecero pure de' continuativi già formati e introdotti. 1118 Giacchè negli stessi antichi gramatici o filologi latini de' migliori secoli, non trovo notizia nè osservazione positiva di questa proprietà della loro lingua. { V. p. 1160.}

[1118,1]  Vo anche più avanti e dico che, secondo me, quasi tutti i verbi latini terminati nell'infinito in tare o tari (dico tare, non itare) non sono altro che continuativi di un verbo positivo o noto o ignoto oggidì, e spesso andato anticamente in disuso, restando solo i suoi derivati, o il suo continuativo, adoperato quindi bene spesso in vece sua. E credo che l'infinito di detti verbi in tare o tari, indichino il participio del verbo positivo, o il supino, troncando la desinenza in are o ari, e ponendo quella in us o in um. Come optare, secondo me, dinota un participio optus di un verbo primitivo e sconosciuto, di cui optare sia il continuativo. E mi conferma in questa opinione il vedere in alcuni di questi verbi conservato per anomalia come abbiamo notato in visere, un participio che non pare appartenente se non ad un altro verbo primitivo, e dal qual participio medesimo io credo formato quel verbo che rimane. Per esempio il verbo potare, che, oltre potatus, ha il participio potus. Io credo che questo participio anomalo in detto 1119 verbo, non sia contrazione di potatus, come dicono i gramatici, ma participio regolare di un verbo che avesse il perfetto povi, come motus ha il perfetto movi, fotus ha fovi, votus vovi, notus novi da nosco, di cui notare è continuativo, e fa nel participio non già notus ma notatus. E la prima voce indicativa di detto verbo originario di potare, sarebbe stata poo, chè appunto da πόω verbo greco antico e disusato in questa e nella più parte delle sue voci, stimano i gramatici che derivi potare. ( Forcellini.) Ed osservo che la propria significazione di potare è infatti continuativa, e denota azione più lunga che il verbo bibere, come può sentire ogni orecchio avvezzo alla buona e vera latinità. Saepe est largius vino indulgere, poculis deditum esse, dice il Forcellini di esso verbo. Onde potatio non è propriamente il bere ma beveria ec. cioè un bere continuato, come si può vedere ne' due primi esempi del Forcellini, che sono di Plauto e Cicerone laddove nel terzo ch'è di Seneca, vale lo stesso che potio, cioè bevuta, per la improprietà di quello scrittore più moderno, e meno accurato. E vedete appunto che potio parola derivata da potus participio del verbo perduto ch'io dico, significa azione poco continuata, cioè una semplice bevuta: Cum ipse poculum dedisset, 1120 subito illa in media potione exclamavit, ( Cic. ) cioè nell'atto di bere. Laddove potatio formata da potatus di potare, significa beveria, come ho detto, e non si potrebbe propriamente e convenientemente esprimere con una voce formata dal verbo bibere. Osservazione, secondo me, assai forte, e che serve a dimostrare e confermare sì l'esistenza del detto verbo originario di potare, ed avente il participio potus, sì tutta la mia teoria de' verbi continuativi.

[1120,1]  Rechiamo un altro esempio di tali participi anomali dinotanti l'esistenza di un verbo primitivo, di cui quel verbo che resta ed ha detto participio, è, al mio credere, il continuativo. Auctare, {come vedemmo p. 1114 } è continuativo di augere dal suo participio auctus, ed ha il participio auctatus. Mactare è lo stesso che magis auctare, ma oltre mactatus, ha il participio mactus. E siccome mactatus è magis auctatus, così mactus (e lo dice espressamente Festo) è magis auctus. Ecco dunque evidente un antico {e disusato verbo magere } o maugere cioè magis augere, di cui mactus è il participio, e mactare il continuativo formato dal participio mactus che impropriamente se gli attribuisce. { V. p. 1938. capoverso 1. e p. 2136. e p. 2341.}

[1120,2]  Il verbo stare, secondo me, indubitatamente è continuativo del verbo esse formato da un antico participio o supino di questo verbo, come stus o stum, 1121 piuttosto da situs o situm, contratto in stus o stum. { V. anche il Forc. in Lito as, principio, e in Luo is, fine.} {+O forse da prima si disse sitare, come secutari, e solutare da cui soltar per solvere, come ho detto p. 1527. e voltare per volutare ec. L'analogia fra il verbo essere e stare si vede nel nostro particolare stato di essere, e nel franc. été, sebbene i francesi non hanno il verbo stare. } Del qual participio situs abbiamo un indizio manifesto nel sido spagnuolo, ch'è participio appunto di ser essere. E forse sussiste ancora il detto participio nel situs dei latini che significa collocato, ma che spesso è usurpato dagli scrittori in significato somigliantissimo a quello di un participio del verbo essere, e che il Vossio con pessima grazia fa derivare da sinere. È noto che presso Plauto (Curcul. 1.1.89.) alcuni leggono site in significato di este, dal che verrebbe situs, così naturalmente come auditus da audite; e che l'antica congiugazione del presente indicativo di esse, era, secondo Varrone, (de L. L. l.8. c.57.) esum, esis, esit; esumus, esitis, esunt. Del rimanente lo stesso Forcellini avvertendo che il verbo stare si trova adoperato più volte in luogo di esse, soggiunge, cum aliqua significatione diuturnitatis (v. sto), (e ne reca gli esempi), cioè, dico io, secondo la primitiva proprietà di esso verbo che è continuativo di esse. {+ Adsentari che il Forcell. dice esser lo stesso che adsentiri , forse non è altro che un suo continuativo o frequentativo anomalo o contratto da adsentitari o per adsensari. Nel Glossario Isidoriano (op. Isid. t. ult. p. 487.) si trova: Sentitare, in animo sensim diiudicare. V. p. 2200. } V. p. 1155. { e p. 2145. fine. e p. 2324. fine. }

[1121,1]  A me par di poter asserire, 1. che tutti o quasi tutti i verbi latini radicali (intendo non composti, non derivati, non formati da nomi, come populo da 1122 populus, o da altre voci), e regolari, cioè non soggetti ad anomalie, constano {+sempre di una sola sillaba radicale e perpetua, e la più parte} di tre sole lettere radicali (al modo appunto de' verbi ebraici); come parare, docere, legere, facere, dicere, dove le lettere radicali e costanti sono par, doc, leg, fac, dic. Talvolta di più lettere radicali, ma pure di una sola sillaba, come scribere (che anticamente facea scribsi e scribtum ec. e così gli altri verbi simili, mutato il b in p o viceversa ec. come puoi vedere nel Frontone), dove le lettere radicali sono cinque: scrib, e la sillaba è nondimeno una sola. Talvolta di una sillaba parimente, e di sole due lettere come amare le cui lettere radicali sono am, e così anche ponere, cedere e simili, dove le lettere perpetue sono solamente po e ce, facendo posui, positum, positus; cessi, cessum, cessus: ma questi tali anderebbero piuttosto fra' verbi anomali. Potranno dire che il g di legere non si conserva nel supino lectum e nel participio; che l'a di facere si perde nel perfetto feci, e il c di dicere in dixi. Ma dixi contiene evidentemente il c, essendo lo stesso che dicsi; e il g di legere si muta nel supino e participio in c per più dolcezza; non però si perde nè si trascura come l'o di lego, e come le altre lettere e sillabe che servono alla sola inflessione de' verbi. 1123 E così dite dell'a di facere, mutata nel perfetto in e, o per dolcezza, o per arbitrio, o per innovazioni introdotte dal tempo, e non primitive; ma in ogni modo, mutata e non omessa. Così texi e tectum di tegere, sono lo stesso che tegsi e tegtum. V. p. 1153. {Gli antichi latini scrivevano effettivamente dicsi, e legsi e legs, e coniugs ec. e la X dei latini ora valeva cs ora gs. V. il Forcellini, lit. X, e l'Encyclopédie, Grammaire, lettre X.}

[1123,1]  2. Dico che tutti i suddetti verbi radicali e regolari, avendo una sola sillaba radicale, hanno due sole sillabe nella prima persona presente singolare indicativa, due parimente nella terza persona, (come i verbi ebraici nella terza persona del perfetto ch'è la loro radice) e tre nell'infinito.

[1123,2]  3. Dico che tutti, o almeno quasi tutti i verbi latini regolari che hanno più di una sillaba radicale, più di due sillabe nella prima e terza persona presente singolare indicativa, più di tre sillabe nell'infinito; non sono radicali, ancorchè paiano, ma derivati, ancorchè non si trovi da che fonte.

[1123,3]  Bisogna eccettuare da queste regole i verbi regolari della quarta congiugazione che hanno due sillabe radicali e perpetue, come audi in audire. Bisogna, dico, eccettuarli quanto alla regola di una sola sillaba radicale, non quanto a quella di due sole 1124 sillabe nella prima e terza persona indicativa, e di tre sole nell'infinito. Nell'infinito, audire, sentire ec. è chiaro che hanno tre sole sillabe. Così nella terza persona indicativa è chiaro che ne hanno due sole, audit, sentit. Nella prima persona audio, sentio pare che n'abbiano tre. Ma io non dubito che anticamente non si contassero queste e siffatte voci per composte di due sole sillabe, considerando e pronunziando per esempio l'io di audio, come dittongo. Al modo stesso che queste vocali così congiunte sono effettivi dittonghi nella lingua italiana, tanto più somigliante nelle forme sì del discorso, sì delle parole, sì della pronunzia, alla lingua latina antica, di quello che somigli all'aurea latinità. {+Così l'antica pronunzia de' dittonghi greci che si pronunziavano sciolti, non impediva che si considerassero come formanti una sola sillaba. De' quali dittonghi parlerò poco appresso. V. p. 1151. fine . e p. 2247 . Queste considerazioni indeboliscono assai anche l'eccezione che abbiamo riconosciuta ne' verbi della 4. congiugazione e provano che se questi pare che abbiano 2. sillabe radicali, ella è piuttosto una differenza accidentale d'inflessione, che proprietà essenziale del verbo assolutamente considerato, e non influisce sul numero intiero delle sue sillabe radicali o no: numero che ne' luoghi specificati, è lo stesso in questi che negli altri verbi.}

[1124,1]  Lo stesso dico de' verbi della seconda congiugazione, dove doceo, secondo la prosodia latina conosciuta, è trisillabo. Lo stesso di facio, e simili. Lo stesso de' verbi suadere, suescere e simili, (verbi per altro anomali) i quali senza essere della quarta congiugazione, hanno oggi due sillabe radicali, sua e sue, che anticamente, secondo me, erano una sola sillaba.

[1124,2]  Secondo la quale opinione, io penso che si potrebbe anche notare come costante nella lingua latina antichissima, che la prima e terza persona singolare 1125 presente indicativa del perfetto, fossero parimente dissillabe in tutti i verbi radicali e regolari, {+al modo appunto che in ebraico la terza persona di detto tempo e numero. V. p. 1231. capoverso 2. } Dei verbi della terza congiugazione, questo è manifesto, come in legi e legit, feci e fecit, dixi e dixit. Dei verbi della seconda, non si può disputare, ammessa la suddetta opinione, ch'io credo certissima, (essendo naturale all'orecchio rozzo il considerare due vocali unite come una sillaba sola, e proprio di un certo raffinamento e delicatezza il distinguerla in due sillabe): perchè secondo essa opinione, docui e docuit anticamente furono dissillabi. Restano la prima e la quarta congiugazione, dove amavi ed amavit, audivi ed audivit sono trisillabi. Ora della quarta congiugazione io penso che il perfetto primitivo fosse in ii cioè audii e audiit, perfetto che ancora dura, ed è ancora comune a tutti o quasi tutti i verbi regolari d'essa congiugazione, a molti de' quali manca il perfetto in ivi, come a sentire { che fa sensi.} Audii ed audiit (che troverete spessissimo scritti all'antica audi ed audit, come altre tali i che ora si scrivono doppi) erano, secondo quello che ho detto, dissillabi. La lettera v, io penso che fosse frapposta posteriormente alle due i di detto perfetto, per più dolcezza. E 1126 tanto sono lungi dal credere che la desinenza in ivi di quel perfetto, fosse primitiva, che anzi stimo che anche la desinenza antichissima del perfetto indicativo della prima congiugazione, non fosse avi, ma ai, nè si dicesse amavi, ma amai, dissillabo secondo il sopraddetto. Nel che mi conferma per una parte l'esempio dell'italiano che dice appunto amai, (e richiamate in questo proposito quello che ho detto p. 1124. mezzo), (come anche udii), e del francese che dice j'aimai; per l'altra parte, e molto più, l'esser nota fra gli eruditi la non grande antichità della lettera v, consonne que l'ancien Orient n'a jamais connue. ( Villefroy, Lettres à ses Elèves pour servir d'introduction à l'intelligence des divines Ecritures. Lettre 6. à Paris 1751. t.1. p. 167.) { V. p. 2069. principio.} E lasciando gli argomenti che si adducono a dimostrare la maggiore antichità de' popoli Orientali rispetto agli Occidentali, e la derivazione di questi e delle loro lingue da quelli, osserverò solamente che la detta lettera manca alla lingua greca, colla quale la latina ha certo comune l'origine, o derivi dalla greca, o le sia, come credo, sorella. E di più dice Prisciano (l. I. p. 554. ap. Putsch.) (così lo cita il Forcell. init. litt. u nella mia ediz. del 400. sta p. 16. fine) che anticamente la lettera u multis italiae populis in usu non erat. E che il v consonante fosse da principio appo i latini una semplice 1127 aspirazione, e questa leggera, si conosce, secondo me dal vedere ch'esso sta nel principio di parecchie parole latine gemelle di altre greche, che in luogo d'essa lettera hanno lo spirito lene o tenue, come ὄϊς ovis, vinum οἶνος, video εἴδω, viscus o viscum ἰξός. {(Talora anche in luogo di spirito denso come υἱός, onde gli Eoli Ϝυιός, i latini filius.) V. Encyclop. Grammaire. in H. pag. 214. col. 2. sul principio, e in F. ec.} E ch'elle sieno parole gemelle, è consenso di tutti i gramatici. Laddove lo spirito denso dei greci solevano i latini cangiarlo in s (e così per un sigma lo scrivevano i greci anticamente), come in ὕπνος che presso i latini si disse prima sumnus (Gell.) e poi somnus ec. { V. p. 2196.} Anzi di questa cosa non resterà più dubbio nessuno se si leggerà quello che dice il Forcellini (v. Digamma. e vedilo), e Prisciano (p. 9. fine-11. e vedilo). Da' quali apparisce che il v consonante appresso gli antichi latini fu lo stessissimo che il digamma eolico (giacchè dagli eoli prese assai, com'è noto, la lingua lat.). Il qual digamma presso gli Eoli era un'aspirazione, o specie di aspirazione che si preponeva alle parole comincianti per vocale, in vece dello spirito, e (nota bene) si frapponeva alle vocali in mezzo alle parole per ischifare l'iato, come in amai, amplia Ϝit termina Ϝitque ha un'iscrizione presso il Grutero. { V. Encyclop. Grammaire, art. F. Cellario, Orthograph. Patav. Comin. 1739. p. 11-15.} E v. il luogo di Servio nel Forcellini circa il perfetto della quarta congiugazione. {+Dalle quali osservazioni essendo chiaro che l'antico v latino fu {(come oggi fra' tedeschi)} lo stesso che una f, non resta dubbio che non fosse aspirazione, giacchè la f non fu da principio lettera, ma aspirazione, e lieve. E così viceversa gli spagnuoli che da prima dicevano fazer, ferido, afogar, fuso, figo, fuìr, fierro, filo, furto, fumo, fondo, formiga, forno, forca, fender, ora dicono hazer, herido, ahogar, huso, higo, huìr, hierro, hilo, hurto, humo, hondo, hormiga, horno, horca, hender ec. V. p. 1139. e p. 1806. } In somma si vede chiaro che la primitiva e regolare uscita de' perfetti 1. e 4. congiug. era ai ed ii, trasmutata in avi ed 1128 ivi per capriccio, per dolcezza, per forza di dialetto, e pronunzia irregolare, corrotta e popolare, che suole sempre e continuamente cambiar faccia alle parole, col successo del tempo, e introdursi finalmente nelle scritture, e convertirsi in regola, come vediamo nella nostra e in tutte le lingue. { V. p. 1155. capoverso ult. e p. 2242. capov. 1. e 2327.}

[1128,1]  Queste osservazioni ci porterebbero anche più avanti non poco, ed avendo veduto che tutti i verbi radicali e regolari latini hanno una sola sillaba radicale, verremmo a dedurne che la lingua latina da principio fu tutta composta di monosillabi, come è probabile e naturale che fossero tutte le lingue primitive {+(balbettanti come fanno i fanciulli che da principio non pronunziano mai se non monosillabi; (come pa, ma, ta) poi due sole sillabe per parola, accorciando, e contraendo, o troncando quelle che sono più lunghe; e finalmente, ma solo per gradi, si avvezzano a pronunziar parole d'ogni misura, in forza per altro della imitazione, e dell'esempio che hanno di chi le pronunzia, il che non avevano i primi formatori delle lingue)} e come è tuttavia la cinese, meno forse discosta di qualunque altra lingua nota, dal suo primo stato, a causa della maravigliosa immutabilità di quel popolo. Ecco come bisogna discorrere.

[1128,2]  Ho detto che intendeva per verbi radicali, fra le altre cose, quelli non composti e non derivati da nomi. Ma voleva dire da nomi noti, e da nomi non primitivi, perchè tutti i metafisici moderni s'accordano, che tutte le lingue son cominciate e derivano da' nomi, e il vocabolario primitivo di tutti i popoli, fu sempre una semplice nomenclatura (Sulzer). È dunque indubitato che anche quei verbi latini che paiono radicali, derivano da nomi sconosciuti, giacchè le radici d'ogni lingua furono i nomi soli, e volendo esprimere azioni, 1129 non s'inventarono certo nuove radici, che non sarebbero state intese (giacchè gran tempo dovè passare prima che si pensasse a formare i verbi, e la lingua, cioè la nomenclatura era già stabilita); ma si derivarono dalle radici esistenti, cioè da' nomi. Ora vedendo che i verbi latini che chiamiamo radicali, ossia che non hanno veruna derivazione nota, nè composizione ec. hanno una sola sillaba radicale, si conchiude che le loro radici vere, che certo furono nomi, tutte furono monosillabe, e che il primitivo linguaggio latino, la fonte di tutta la lingua latina, fu tutto monosillabo. Osserviamo per esempio i verbi pacare, regere, vocare, ducere, lucere, necare. Questi cadono tutti, e perfettamente sotto le osservazioni che ho stabilite: hanno una sola sillaba e 3. sole lettere radicali, 3. sillabe all'infinito ec. E tuttavia non gli possiamo chiamare radicali perchè resta notizia de' nomi da cui sono formati, e son tutti monosillabi: pax, rex, vox, dux, lux, nex. E notate che di questi monosillabi, alcuni esprimono delle cose che debbono essere state fra le prime ad esprimersi in ogni linguaggio, come vox, lux, {+e similmente rex, e dux nella prima società}. Così l'antico precare e lacere, che cadrebbono sotto la stessa categoria, sappiamo che vengono da prex e lax monosillabi. Così sperare da spes. Così arcere da {+ arx che significa luogo alto, cima, altezza (idea certo primitiva nelle lingue) e quindi rocca, fortezza. V. p. 1204. Così quiescere da quies, partire e partiri da pars, tutte idee primitive. Lactare da lac. V. p. 2106. principio. } 1130 Se così discorressimo intorno agli altri verbi (dico latini propri ed antichi, e non presi poi manifestamente dal greco, o d'altronde) che hanno una sola sillaba radicale, e che non si vede da qual nome sieno derivate, potremmo forse più volte ritrovare di questi nomi perduti o mal noti, e tutti monosillabi. Legere lo fanno derivare da λέγω; e lex Cicerone e Varrone a legendo. Ma la natura delle cose porta che il nome sia prima del verbo. Oltre ch'è più facile, più conforme al meccanico dell'etimologia, ed al solito progresso delle parole il derivare legere da lex che viceversa. Io penso che lex sia la radice di legere ed avesse primitivamente un significato perduto, diverso da quello di legge, ed atto a produr quelli di legere. Fax vale face, e deriva, come pare, dal greco, ed è tutt'altra parola da quella ch'io voglio dire. Penso cioè che facere derivi da un antichissimo monosillabo fax di significato analogo, e ne trovo un vestigio, anzi lo trovo intero in artifex, pontifex, carnifex ed altri tali composti. La prima parola è composta di ars e fax, la seconda di pons e fax, la terza di caro e fax, cambiato in fex per forza della composizione, come factus diviene fectus ne' composti, adfectus, effectus, confectus ec. e facere 1131 nel perfetto ha feci, e così iacere ha ieci, e jactus fa adiectus, deiectus ec. Similmente che capere derivi da un antico monosillabo caps si può dedurre dai composti particeps, anceps, auceps ec. Fra' quali anceps, io credo assai più con Festo che sia derivato dall'antica preposizione amphi rispondente alla greca ἀμϕί, e troncata in am, e quindi in an dalla composizione (nel che tutti convengono), e da caps appartenente a capere, di quello che a caput, come piace ad altri, fra' quali il Forcellini. Giacchè mi pare che risponda letteralmente al greco ἀμϕιλαϕής composto appunto di ἀμϕί e di λαμβάνω capio, piuttosto che ad ἀμϕικαρηνός [ἀμφικάρηνος,] come lo spiega il Forcellini, sebbene sia stato poi adoperato in significazioni più conformi a questa seconda voce. Ma io credo poi che questo caps sia la radice tanto di capere quanto di caput (ne' di cui composti parimente si ravvisa, come biceps, triceps, praeceps). La qual parola Varrone fa derivare da capere (ap. Lact. de Opif. Dei c. 5.) ed io per lo contrario capere da caput, o dalla stessa radice; dalla quale però io credo derivato prima caput, e poi capere, o che essa radice, significasse da principio caput. Giacchè, lasciando che questo è nome, e quello è verbo, è ben più naturale, 1132 che prima sia stata nominata la parte principale del corpo umano, e poi l'azione del prendere. E non so se possa qui aver niente che fare il nostro cappare (volgarmente capare), che significa pigliare a scelta, e deriva da capo, quasi scegliere capo per capo, cioè cosa per cosa, o scegliere un capo, ossia una cosa, fra altri capi o cose. E così capere da principio avrebbe voluto dire pigliare pel capo, o pigliare un capo cioè una cosa, nominando la parte principale pel tutto, o prendendo la metafora dall'essere il capo la parte principale dell'uomo: onde i latini, (ed anche oggi gl'italiani testa, e i francesi tant par tête, cioè tant par chaque personne. Alberti) dicevano caput per uomo, o persona, o individuo umano. {+ V. ancora il §. 6. 7 e 10. della Crusca, voce Capo, e i vocabolari francese e spagnuolo ec. V. chef etc. e il lat. caput nelle significazioni di detti §§. della Crusca, e così anche i Lessici greci. V. p. 1691.}

[1132,1]  La radice monosillaba dell'antico specere o spicere si troverebbe similmente ne' composti auspex, haruspex, cioè spex o spax. Così di iungere in coniux o coniunx, cioè iux o iunx ec. { V. p. 1166. fine.} 2367. principio .

[1132,2]  E così si scoprirebbe come da pochi monosillabi radicali, o tutti nomi, o quasi tutti, che formavano da principio tutto il linguaggio, allungandoli diversamente, e differenziandoli con variazioni di significato, e con innumerabili inflessioni, composizioni, modificazioni di ogni sorta, giungessero i latini a cavare infinite parole, infinite significazioni, esprimerne le minime differenze delle cose che da principio si confondevano e accumulavano 1133 in ciascuna delle dette poche parole radicali, trarne tutto ciò che doveva servire tanto alla necessità quanto all'utilità ed alla bellezza e a tutti i pregi del discorso, e in somma da un piccolo vocabolario monosillabo (anzi nomenclatura) cavare tutta una lingua delle più ricche, varie, belle, e perfette che sieno state. E così denno essersi formate tutte le lingue colte del mondo ec. Così la Chinese ec. E sarebbe utile e curiosa cosa il formare un albero genealogico di tutte le parole latine derivate, composte ec. da uno di questi monosillabi, come p. e. dux, che somministrerebbe un'infinita figliuolanza, {+senza contare le tante inflessioni particolari di ciascuno de' verbi o nomi derivati o composti ec. ne' loro diversi casi, o persone e numeri e tempi e modi, e voci (attiva e passiva);} e si vedrebbe per l'una parte quanto le vere radici sien poche nella latina come in tutte le lingue, per la naturale difficoltà di porle in uso, e di far nascere la convenzione che sola le può fare intendere e servire; per l'altra parte quanta sia l'immensa fecondità di una sola radice, e le diversissime cose, e differenze loro, ch'ella si adatta ad esprimere mediante i suoi figli ec. in una lingua giudiziosa e ben coltivata.

[1133,1]  Raccogliendo il sin qui detto, io penso che se tali osservazioni si facessero in maggior numero e con più diligenza che non si è fatto finora, (della qual diligenza e profondità gl'inglesi e i tedeschi ci hanno già dato l'esempio anche in questi particolari, massime negli 1134 ultimi tempi, come Thiersch ec.) si semplificherebbe infinitamente la classificazione derivativa delle parole, ossia delle famiglie loro; l'analisi delle lingue si spingerebbe quasi sino agli ultimi loro elementi; si giungerebbe forse a conoscere gran parte delle lingue primitive; (V. Scelta di opusc. interess. Milano 1775. vol. 4. p. 61-64.) lo studio dell'etimologie diverrebbe infinitamente più filosofico, utile ec. e giungerebbe tanto più in là di quello che soglia arrestarsi; {+facendosi una strada illuminata e sicura per arrivare fin quasi ai primi principii delle parole, e le etimologie stesse particolari, sarebbero meno frivole;} si conoscerebbero assai meglio le origini remotissime, le vicende, le gradazioni, i progressi, le formazioni delle lingue e delle parole, e la loro primitiva {(e spesso la loro vera)} natura e proprietà; e si scoprirebbero moltissime bellissime ed utilissime verità, non solamente sterili e filologiche, ma fecondissime e filosofiche, atteso che la storia delle lingue è poco meno (per consenso di tutti i moderni e veri metafisici) che la storia della mente umana; e se mai fosse perfetta, darebbe anche infinita e vivissima luce alla storia delle nazioni. { V. p. 1263. capoverso 2.}

[1134,1]  Osservo che la lingua latina è più atta a queste speculazioni che la greca {, contro quello che può parere a prima giunta, per causa della sua minore antichità vera o supposta}.

[1134,2]  I. L'infinità e l'immensa varietà delle modificazioni che la lingua greca poteva dare alle sue radici, e continuò sempre nel lunghissimo spazio della sua letteratura, e nel grandissimo numero de' suoi scrittori, a poterlo ed a farlo, (principal causa della sua potenza e ricchezza), reca un grande impedimento a scoprire 1135 i primitivi elementi, e le vere ed ultime radici di essa lingua, in mezzo alla confusione alla selva delle innumerabili e differentissime diversificazioni di significato, di forma ec. che hanno continuamente ricevuto, e con cui ci rimangono. { Puoi vedere la p. 1242. marg. fine. }

[1135,1]  II. Le diversissime relazioni ch'ebbero i popoli greci con popoli stranieri d'ogni sorta, mediante il commercio, le guerre, le colonie, le spedizioni d'ogni genere ec. ec. relazioni antichissime ed anteriori a quei primi tempi che noi possiamo conoscere della lingua greca; relazioni che hanno certo influito assaissimo su detta lingua, e moltiplicate le sue ricchezze per l'una parte, per l'altra mandate molte sue {proprie ed antichissime} radici in disuso, ed altre svisatene ed alteratene (v. in questo proposito il luogo di Senofon. della lingua Attica); recano altro gravissimo impedimento al nostro fine. Trattandosi massimamente di relazioni con popoli le cui lingue sono quali del tutto sconosciute, quali malissimo note. I latini ebbero altrettante e forse maggiori relazioni con forse maggior numero di popoli, ma in tempi più moderni. Il che 1.o diminuisce la difficoltà delle ricerche: 2.o la lingua latina essendo già formata, anzi sul punto di essere la più colta del mondo dopo la greca, (dico quando incominciarono 1136 le grandi ed estese relazioni de' latini cogli stranieri) era meno soggetta ad esserne alterata, se non altro, nel suo fondo principale: 3° conoscendo noi bastantemente i tempi della lingua latina anteriori a dette relazioni, le alterazioni che poterono poi sopravvenire a essa lingua non pregiudicano alle nostre ricerche, le quali riguardano gli antichissimi elementi di quella lingua che si parlava quando Roma o non era ancor nata, o era fanciulla. Infatti gli eruditi inglesi che hanno cercato di provare l'affinità del sascrito colle lingue antiche Europee, sebben credono la greca derivata dall'origine stessa che la latina, hanno tuttavia scelto piuttosto questa per le loro osservazioni, dicendo che la penisola d'Italia vorrà probabilmente riputarsi più favorevole (della Grecia) alla pura trasmissione della lingua originale, potendo essa essersi tenuta più lontana dalla mescolanza di nazioni circonvicine, e di linguaggi diversi. (Edinburgh Review. Annali di Scienze e lett. Milano 1811. Gennaio. n. 13. p. 38. fine.) {+E si trova effettivamente maggiore analogia fra certe voci ec. latine e sascrite, che fra le stesse greche e sascrite, e pare che la lingua lat. ne abbia meglio conservate le prime forme. L'H derivata dall'Heth dell'alfabeto fenicio, samaritano ed Ebraico, il quale Heth era un'aspirazione densa o aspra (Encyclop. planches des caractères) simile all'j spagnuolo (Villefroy), ha conservata nel latino la sua qualità di carattere aspirativo, laddove è passata a dinotare una e lunga nel greco, dove antichissimamente era pur segno d'aspirazione o spirito. La f e il v mancanti all'alfabeto Fenicio (Encyclop. l.c.) mancarono pure come vedemmo all'antico alfabeto latino.} { V. p. 2004. p. 2329. (e la p. 2371. fine. }

[1136,1]  III. E questa che son per dire è la ragione principale. Tutti sanno, e dalle cose ancora che abbiamo dette, si può vedere, quanto le lingue si allontanino 1137 immensamente dalla loro prima e rozza forma mediante la coltura. Una lingua non colta, e parlata da un popolo poco in relazione cogli altri, può conservarsi lunghissimo tempo o qual era da principio, o poco diversa, tanto che il primitivo facilmente vi si possa ripescare. La lingua latina fu veramente formata e stabilita e perfezionata solo negli ultimi tempi dell'antichità. Giacchè l'epoca del suo perfezionamento è quella di Cicerone. Ed oltre parecchi monumenti rozzi, ed anteriori non poco a questa perfezione, vale a dire, totale trasformazione della lingua latina primitiva, ci restano ancora molti scrittori di lingua assai meno rozza della prima, e meno colta della Ciceroniana. Mediante le quali cose, come per gradi, possiamo risalire, se non altro, assai vicino ai principii della lingua latina.

[1137,1]  Ora per lo contrario la formazione e quasi perfezione della lingua greca appartiene non solo alla più lontana epoca dell'antichità che noi conosciamo distintamente, ma anzi ad un'epoca ancora tenebrosa e favolosa. E il più antico monumento della scrittura greca che ci rimanga, è forse anche (eccetto i libri sacri) la più antica scrittura 1138 che si conosca: dico Omero. E questo scrittore non solamente non è rozzo, ma tale che non ha pari di pregio in veruno de' secoli susseguenti. Nè tale avrebbe potuto essere senza una lingua o perfetta, o quasi. Bisogna dunque supporre (come tutti fanno) avanti Omero, una lunga serie di tempi e di scrittori ne' quali la lingua di rozza e impotente divenisse appoco appoco quale si vede in Omero. Ma i Catoni, i Plauti, i Lucrezi che precederono Omero, non ci restano, come quelli che precederono Cicerone e Virgilio, {+e neppure si ha certa memoria di nessuno di loro}. Anzi da Omero in su ci si spegne ogni lume intorno alla lingua greca. Vedi dunque la gran differenza degli ostacoli allo scoprimento della prima lingua greca, paragonati con quelli per la prima lingua latina. { Possiamo dire che nella lingua latina abbiamo la stessa antichità della greca, e contuttociò un'antichità meno antica e più vicina a noi.}

[1138,1]  Io credo però che la ricerca di questa, ci farà strada alla ricerca delle origini greche. Stante che la lingua latina è sorella della greca, ed arrivando alla fonte di quella, si giunge dunque alla fonte di questa. O se il latino è derivato dal greco, certo n'è derivato in antichissima età, e così verremo ad illuminare mediante le origini latine, quest'antichissima età della lingua greca. { V. p. 1295.}

[1138,2]  Se è vera l'opinione del Lanzi che la lingua 1139 Etrusca non sia fuori che un misto dell'antichissimo latino e dell'antichissimo greco, detta lingua, e il suo studio potrà molto giovare a queste nostre ricerche. E vicendevolmente le osservazioni che abbiam fatto, dovranno poter giovare notabilmente alla intelligenza e rischiaramento della lingua Etrusca ancora sì tenebrosa, e per l'altra parte altrettanto interessante. (29. Maggio-5. Giugno 1821)