Para

10. Giugno 1821.

[1151,1]  Alla p. 1124 marg. E chiunque porrà mente ai versi de' comici, e altresì di Fedro, e degli altri Giambici latini, o se n'abbiano opere intere (come Catullo, le tragedie di Seneca) o frammenti, ci troverà molte altre licenze proprie di quelle sorte di versi, e note agli eruditi; ma anche 1152 potrà di leggeri avvertire che dovunque s'incontrano due o più vocali alla fila, o nel principio o nel mezzo o nel fine delle parole, quelle vocali {per lo più e quasi regolarmente} stanno per una sillaba sola, come formassero un dittongo, quantunque non lo formino, secondo le leggi ordinarie della prosodia. Fuorchè se dette vocali si trovano appiè de' versi, dove bene spesso {(come ne' versi italiani)} stanno per due sillabe, ma spesso ancora per una sola, come in questo verso di Fedro:
Repente vocem sancta misit Religio.
(lib. 4. fab. 11 al. 10. vers. 4.)
Questo è un giambo trimetro acataletto, cioè di sei piedi puri, e la penultima breve, non è la sillaba gi di Religio, ma la sillaba li. Similmente in quel verso di Catullo, {sebbene in questo e nelle leggi metriche, più diligente assai degli altri,} (Carm. 18. al. 17. vers. 1.)

[1152,1]  O Colonia quae cupis ponte ludere ligneo
la penultima dovendo esser lunga, non è la sillaba gne di ligneo, ma la sillaba li, s'è vera questa lezione di ligneo per longo come altri leggono. Oltre che questo verso trocaico stesicoreo, dovendo essere di quindici sillabe, sarebbe di sedici, se ligneo fosse trisillabo. (La parola ligneo è qui un trocheo, piede di una lunga e una breve, detto anche coreo). E quello che dico de' latini, dico anche dei greci. Nel primo verso della Ricchezza di Aristofane,
῾ Ως αργαλέον πρᾶγμ᾽ ἐστώ ὦ Zεῦ χαὶ ϑεοί
1153 la parola ἀργαλέον è trisillaba. E notate che scrivendo
῾Ως αργαλέον πρᾶγμ᾽ ἐστ᾽, ὦ Zεῦ χαὶ ϑεοί,
senza nessuna fatica questo verso riusciva giambo trimetro o senario puro, secondo le regole della prosodia greca. Dal che si vede che quei poeti i quali scrivevano, come dice Tullio dei Comici, a somiglianza del discorso, (Oratoris cap. 55.) adoperavano quasi regolarmente siffatte vocali doppie ec. come dittonghi, e conseguentemente che l'uso quotidiano della favella (tenace dell'antichità molto più che la scrittura) le stimava e pronunziava per dittonghi, o sillabe uniche, sì nella Grecia come nel Lazio. Puoi vedere la nota del Faber al 2. verso del prologo di Fedro, lib.1. e quella pure del Desbillons nelle Addenda ad notas, p. LI. fine. (10. Giugno, dì di Pentecoste. 1821). { V. p. 2330. }