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31. Agos.-1. Sett. 1821.

[1597,1]  1597 Tutto nella natura è armonia, ma soprattutto niente in essa è contraddizione. Non è possibile che, massime in un medesimo individuo, in un medesimo genere di esseri, e degli esseri più elevati nell'ordine naturale, siccom'è l'uomo, la perfezione di una parte principale e importantissima di esso, voluta e ordinata dalla natura, noccia a quella di un'altra parte similmente principalissima. Ora se quella che noi chiamiamo perfezione del nostro spirito, se la civiltà presente fosse stata voluta e ordinata dalla natura, e se ella fosse insomma veramente la nostra perfezione, allora la contraddizione assurda che ho detto, si verificherebbe; giacchè è incontrastabile che questa pretesa perfezione dell'animo nuoce al corpo.

[1597,2]  Primieramente ricordatevi di ciò che ho spiegato altrove [ p.96] [ p.115], che la debolezza corporale giova, e il vigore nuoce all'esercizio e allo sviluppo delle facoltà mentali massime appartenenti alla ragione. E viceversa l'esercizio e lo sviluppo di queste facoltà nuoce estremamente al vigore e al ben essere del corpo. Onde Celso fa derivare l'indebolimento degli 1598 uomini e le malattie dagli studi, e ciascun pensatore o studioso ne fa l'esperienza in se, quanto al deterioramento individuale del suo corpo. Nè solamente per le fatiche, ma in centomila altri modi lo sviluppo della ragione nuoce al corpo, colle pene che cagiona, coi mali che ci scuopre, e che ignoti non sarebbero stati mali, coll'inattività corporale a cui ci spinge anche per massima, e coi tanti begli effetti che costituiscono la natura della civiltà, e dello stato presente del mondo, derivato quasi tutto dallo sviluppo della ragione. Se dunque l'infinito sviluppo della ragione costituisce la perfezione propria dell'uomo, la natura, torno a dire, è in contraddizione, perchè la perfezione di una parte nuoce a quella dell'altra, e fino arriva a distruggere questa parte, tanto a poco a poco, quanto in un punto mediante il suicidio. Anzi non solo la perfezione di una parte nuoce a quella dell'altra, ma una perfezione di una stessa parte o del tutto nuoce ad un'altra perfezione manifestamente voluta dalla natura.

[1598,1]  Lo sviluppo della ragione e la civiltà che ne deriva a noi sembra perfezione propria non solo dell'animo umano, ma anche 1599 del corpo, cioè insomma di tutto l'uomo. Ora domando io: le malattie, la debolezza, l'impotenza, la fragilità e suscettibilità somma, sono elleno perfezioni del corpo umano e dell'uomo? Non è egli evidente che la natura ha voluto che noi fossimo ben sani e robusti? Tutto potrà mettersi in dubbio fuori che la natura abbia sempre mirato al ben essere materiale delle sue creature. Quest'è una verità che si sente senza bisogno di provarla. La natura ha posto mille ostacoli allo sviluppo della ragione ec. ma ha per tutti i versi favorito il pieno sviluppo delle facoltà corporali, e il vigore del corpo ec. ec. Gli uomini hanno avuto bisogno di moltissimi secoli per arrivare a questo sviluppo della ragione: ma lo sviluppo del corpo umano è stato perfetto da principio, ed è andato anzi deteriorando col progresso del tempo e della civiltà. La natura o per disposizioni ingenite, o per disposizioni accidentali ma inevitabili e ordinarie, ha negato alla maggior parte degl'intelletti la possibilità o di svilupparsi, o di giungere in qualunque modo alla pretesa perfezione; ma a nessuno, se non per inconvenienti casuali e imprevedibili, ha negato la facoltà di 1600 conseguire il ben essere del corpo; anzi questo, tolti i detti inconvenienti casuali e fuor d'ordine, si porta naturalmente con se nascendo. Egli è dunque evidente che la natura ha stabilita al corpo umano la perfezione del vigore ec. ec.; che il pieno ben essere e floridezza del corpo, è perfezione, non mica accidentale, ma essenziale e propria dell'uomo, e ordinata dalla natura, come in ordine a tutti gli altri esseri. Egli è anzi evidente che il corpo fu considerato dalla natura nell'uomo siccome negli altri viventi, più che l'animo, e per conseguenza che la sua perfezione è assolutamente voluta dalla natura, e per conseguenza non può essere perfezione dell'uomo quella che si oppone alla sopraddetta, giacchè contrasta colla sua propria e naturale essenza, e ripugna a una qualità {non accidentale, ma} ordinata dalla natura. Del resto chi può negare che gl'incomodi {corporali e sensibili,} una certa impotenza che ben si sente non esser naturale, opporsi ed essere sproporzionata alle nostre inclinazioni, ed alle forze stesse di quell'animo che noi abbiamo coltivato, e coltiviamo, la debolezza, le malattie abituali o attuali, e la facilità somma che abbiamo di cadervi ec. ec. non sieno imperfezioni nell'uomo?

[1601,1]  1601 Ora che la civiltà abbia realmente e grandemente pregiudicato, e continuamente pregiudichi al corpo umano, e ne attenui il valore, ve ne hanno mille altre prove, ma considereremo solamente questa. Non può negarsi quello che tanti antichi degnissimi di fede, e anche testimoni oculari raccontano delle straordinarie corporature de' Galli e de' Germani prima che fossero civilizzati. Ora mediante la civiltà essi son ridotti alla forma ordinaria, e si può ben credere che così sia avvenuto agli altri popoli la cui civilizzazione è più antica. Lascio gli atleti greci e romani, delle cui forze v. Celso. Delle forze ordinarie de' soldati romani v. Montesquieu, Grandeur ec. ch. 2. p. 15. nota, p. 16. segg. Che la nosologia degli antichi fosse più scarsa di quella de' moderni, è visibile. Ma essi eran già molto civilizzati, massime a' tempi p. e. di Celso. La nosologia de' popoli selvaggi è di ben poche pagine, e il loro stato ordinario di salute e di robustezza, è cosa manifesta a chiunque li visita, e ciò anche ne' più difficili climi. Insomma egli è più che evidente che la nosologia cresce di volume, 1602 e la salute umana decresce, in proporzione della civiltà. Questo si vede anche nelle razze de' cavalli, de' tori ec. che passati dalle selve alle nostre stalle, e ad una vita meno incivile, indeboliscono e degenerano appoco appoco. Lo stesso dico delle piante coltivate con cura ec. Esse acquisteranno in delicatezza ec. ec. ma perderanno sempre in forza, e se per quella delicatezza saranno meglio adattate a' nostri usi (massime nel nostro stato presente, sì diverso dal naturale), ciò non prova che non sieno degenerate. Effettivamente la principal qualità naturale, la principal perfezione materiale voluta e ordinata dalla natura in tutto che vive o vegeta, {+non è la delicatezza ec. ma} il vigore { relativo a ciascun genere di esseri}. Il vigore è salute {+ v. p. 1624.} il vigore è potenza, è facoltà di eseguire completamente tutte le convenienti operazioni ec. ec. è facilità di vivere; il vigore insomma è tutto in natura: e la natura non è principalmente e caratteristicamente delicata, ma forte rispettivamente e proporzionatamente alla capacità ec. di ciascuna sua parte. (31. Agos.-1. Sett. 1821.). { v. p. 1606. fine.}