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11. Sett. 1821.

[1669,2]  Il vedere che altri prova in nostra presenza un gusto vivo, ci è sempre grave, e ci rende odiosa quella persona. E perciò è prudenza e creanza il non dimostrare in presenza 1670 altrui di provare un piacere, o il portarsi con una disinvoltura che mostri di non curarsene ec. Similmente dico di un vantaggio. E v. un mio pensiero sul far carezze alla moglie in presenza altrui, e il costume degl'inglesi che ho notato in questo proposito [ p.206] [ p.233]. Cosa spiacevolissima anche tra noi, e che m'è avvenuto di sentir condannare come insopportabile in due sposi che si facevano grandi carezze in presenza d'altri. Tanto è vero che l'uomo odia naturalmente l'uomo. Eccetto se quel gusto che ho detto è stato procacciato a quella persona da noi stessi volontariamente, nel qual caso egli ridonda in certo modo su di noi, e serve alla nostra ambizione, ec. insomma ne partecipiamo. Questo effetto si prova massimamente cogli eguali e co' superiori (meno cogl'inferiori, co' fanciulli ec.); ma cogli eguali soprattutto, e cogli amici e stretti conoscenti più che mai, perocchè con questi si esercita principalmente l'invidia, e si sente al vivo l'inferiorità nostra ec. in qualsivoglia genere. I superiori sono il soggetto di un odio più generale, che si stende su tutta la loro persona, 1671 condizione ec. e discende meno, o è meno sensibile alle cose particolari, tanto più che non si può entrare con essi in competenza di desiderii ec. Parimente riguardo agl'inferiori, bisogna che i loro vantaggi o piaceri siano d'un alto grado (nel qual caso l'odio è maggiore verso loro che verso qualunque altro) perchè arrivino a pungere il nostro amor proprio, e la nostra gelosia ec. Nondimeno è vero che sempre se ne prova qualche disgusto. (11. Sett. 1821.)