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13. Sett. 1821.

[1685,1]  La perfezione del Cristianesimo mette in pregio la solitudine e il tenersi lontano dagli affari del mondo per fuggire le tentazioni. - Vale a dire per non far male a' suoi simili. - Bel mezzo di non far male, quello di non fare alcun bene. Che utile può seguire da ciò? - Ma non si tratta solo di evitare il danno de' suoi simili. Il Cristiano fugge il mondo per non peccare in se stesso o contro se stesso, cioè contro Dio. - Ecco quello ch'io dico, che il Cristianesimo surrogando un altro mondo al presente, 1686 ed ai nostri simili, ed a noi stessi un terzo ente, cioè Dio, viene nella sua perfezione, cioè nel suo vero spirito a distruggere il mondo, la vita stessa individuale, (giacchè neppur l'individuo è lo scopo di se stesso) e soprattutto la società, di cui a prima vista egli sembra il maggior legame e garante. Che vantaggio può venire alla società, e come può ella sussistere, se l'individuo perfetto non deve far altro che fuggir le cose per non peccare? impiegar la vita in preservarsi dalla vita? Altrettanto varrebbe il non vivere. La vita viene ad essere come un male, come una colpa, come una cosa dannosa, di cui bisogna usare il meno che si possa, compiangendo la necessità di usarne, e desiderando esserne presto sgravato. Non è questa una specie di egoismo? simile a quello di quei filosofi (e son molti) che disperando di poter far bene al mondo, si contentano del ritiro, e di praticare la virtù verso se stessi. Da che la perfezione del Cristiano è relativa a se stesso, (e tale ella è nel vero ed intero spirito del Cristianesimo), da che l'esser perfetto include la 1687 fuga delle tentazioni, vale a dire del mondo, da che per conseguenza il ritiro è il più perfetto stato dell'uomo, il Cristianesimo è distruttivo della società. Non può infatti essere relativa al bene della società la perfezion di una religione, che loda il celibato, il che dimostra ch'ella ripone la perfezion dell'uomo in una cosa affatto indipendente dalla società (anche de' più cari), e fuori al tutto di essa; in un tipo astratto che non ha niente affare col diriggere le mire dell'individuo al vantaggio comune. Una tal religione doveva anche necessariamente lodare la solitudine, e l'uomo secondo essa, doveva (com'è infatti) esser tanto più perfetto quanto meno partecipasse delle cose umane e colle opere e co' pensieri: giacchè il perfetto Cristiano non è perfetto che in se stesso. Si vede da ciò, che il Cristianesimo non ha trovato altro mezzo di corregger la vita che distruggerla, facendola riguardar come un nulla anzi un male, e indirizzando la mira dell'uomo perfetto, fuori di essa, ad un tipo di perfezione indipendente da lei, a cose 1688 di natura affatto diversa da quella delle cose nostre e dell'uomo. (13. Sett. 1821.)