Para

27. Nov. 1821.

[2178,1]  A quello che ho detto dell'essenza di Dio [ pp.2073-74]. Lasciando in piedi tutto ciò che la fede insegna su questo punto, io non fo che spaziarmi in ciò ch'è permesso al filosofo, cioè nelle speculazioni sull'arcana essenza di Dio, speculazioni non men lecite al filosofo che al teologo, giacchè anche questi dopo che ha lasciato intatta la rivelazione, e che scorre col pensiero a quelle cose a cui la rivelazione non giunge, senza però escluderle nè contraddirle, allora, dico, il teologo si confonde col filosofo. Di più le mie osservazioni combinano cogli insegnamenti cristiani, non solo affermando, ma rendendo quasi palpabile, e sminuzzando, e quasi materializzando quella verità, che l'essenza di Dio non può esser concepita dall'uomo. Anzi dimostrando ancora che l'uomo s'inganna 2179 in quelle medesime confuse immagini ch'egli se ne forma, e rintuzzando in ciò le pretensioni dell'umano intelletto. Del resto la religione affermando dell'essenza di Dio quel ch'ella sa, e insegnando ch'ella non può esser conosciuta, lascia {con ciò stesso} libero il campo a quelle speculazioni razionali e metafisiche su questo punto, che possono arrivare più o meno avanti nell'infinito spazio di questo arcano, spazio ch'essendo infinito, nessun avanzamento di speculazione correrà mai pericolo di toccarne il termine. Ed è per ciò, e consentaneamente a ciò, che molti Padri, e Dottori, si sono ingegnati di spiegare o dilucidare quale in un modo, quale in un altro, il mistero della trinità, dell'incarnazione ec. non già coi lumi rivelati, e già noti a tutti, ma col discorso umano e ragionato; ed hanno pertanto (senza biasimo) applicato il discorso umano alla speculazione dell'essenza di Dio, al di là 2180 o fuori de' termini della rivelazione senza lederli, e perciò senza essere ripresi. (27. Nov. 1821.)