Para

3. Dic. 1821.

[2217,1]  Didone, Aen. 4.659. seg.
Moriemur inultae,
Sed moriamur, ait. Sic sic iuvat ire sub umbras.

Virgilio volle qui esprimere (fino e profondo sentimento, e degno di un uomo conoscitore de' cuori, ed esperto delle passioni e delle sventure, come lui) quel piacere che l'animo prova nel considerare e rappresentarsi non solo vivamente, ma minutamente, intimamente, e pienamente la sua disgrazia, i suoi mali; nell'esagerarli, anche, a se stesso, 2218 se può (che se può, certo lo fa), nel riconoscere, o nel figurarsi, ma certo persuadersi e proccurare con ogni sforzo di persuadersi fermamente, ch'essi sono eccessivi, senza fine, senza limiti, senza rimedio nè impedimento nè compenso nè consolazione veruna possibile, senza alcuna circostanza che gli alleggerisca; nel vedere insomma e sentire vivacemente che la sua sventura è propriamente immensa e perfetta e quanta può essere per tutte le parti, e precluso e ben serrato ogni adito o alla speranza o alla consolazione qualunque, in maniera che l'uomo resti propriamente solo colla sua intera sventura. Questi sentimenti si provano negli accessi di disperazione, nel gustare il passeggero conforto del pianto, (dove l'uomo si piglia piacere a immaginarsi più infelice che può), talvolta anche nel primo punto e sentimento o novella ec. del suo male ec.

[2219,1]  2219 L'uomo in tali pensieri ammira, anzi stupisce di se stesso, riguardandosi {+(o proccurando di riguardarsi, con fare anche forza alla sua ragione, e imponendole espressamente silenzio (nella sua) coll'immaginazione)} come per assolutamente straordinario, straordinario o come costante in sì gran calamità, o semplicemente come capace di tanta sventura, di tanto dolore, e tanto straordinariamente oppresso dal destino; o come abbastanza forte da potere pur vedere chiaramente pienamente vivamente e sentire profondamente tutta quanta la sua disgrazia.

[2219,2]  E questo è ciò che ci proccura il detto piacere, il quale non è in somma che una pura straordinaria soddisfazione dell'amor proprio. E questa soddisfazione dove la prova egli l'amor proprio? nell'estrema e piena disperazione. E donde gli viene, in che si fonda, che soggetto ha? l'eccesso, l'irremediabilità del proprio male.

[2219,3]  La disperazione è molto ma molto più piacevole della noia. La natura ha 2220 provveduto, ha medicato tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche la morte (di cui v. i miei pensieri relativi [ pp.281-83] [ pp.290-93] [ pp.2182-84)], a tutti ha misto del bene, anzi ne l'ha fatto risultare, l'ha congiunto all'essenza loro; a tutti i mali, dico, fuorchè alla noia. Perchè questa è la passione la più contraria e lontana alla natura, quella a cui non aveva non solo destinato l'uomo, ma neppur sospettato nè preveduto che vi potesse cadere, e destinatolo e incamminatolo dirittamente a tutt'altro possibile che a questa. Tutti i nostri mali infatti possono forse trovare i loro analoghi negli animali: fuorchè la noia. Tanto ell'è stata proscritta dalla natura, ed ignota a lei. Come no infatti? la morte nella vita? la morte sensibile, il nulla nell'esistenza? {+e il sentimento di esso, e della nullità di ciò che è, e di quegli stesso che la concepisce e sente, e in cui sussiste?} e morte e nulla vero, perchè le morti e distruzioni corporali, non sono altro che trasformazioni di sostanze e di qualità, e il fine di esse non è la morte, 2221 ma la vita perpetua della gran macchina naturale, e perciò esse furono volute e ordinate dalla natura.

[2221,1]  Osserviamo le bestie. Fanno bene spesso pochissimo o stanno ne' loro covili ec. ec. ec. senza far nulla. Quanto di più fa l'uomo. L'attività dell'uomo il più inerte, vince quella della bestia più attiva (sia attività interna o esterna). Eppur le bestie non sanno che sia noia, nè desiderano attività maggiore ec. L'uomo si annoia, e sente il suo nulla ogni momento. Ma questo fa {e pensa} cose non volute dalla natura. Quelle viceversa. (3. Dic. 1821.)