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2. Maggio 1822.

[2410,1]  Dalla mia teoria del piacere segue che per essenza naturale e immutabile delle cose, quanto è maggiore e più viva la forza, il sentimento, e l'azione e attività interna dell'amor proprio, tanto è necessariamente maggiore l'infelicità del vivente, o tanto più difficile il conseguimento d'una tal quale felicità. Ora la forza e il sentimento dell'amor proprio è tanto maggiore quanto è maggiore la vita, o il 2411 sentimento vitale in ciascun essere; e specialmente quanto è maggiore la vita interna, ossia l'attività dell'anima, cioè della sostanza sensitiva, e concettiva. Giacchè amor proprio e vita son quasi una cosa, non potendosi nè scompagnare il sentimento dell'esistenza propria (ch'è ciò che s'intende per vita) dall'amore dell'esistente, nè questo esser minore di quello, ma l'uno si può sempre esattamente misurare coll'altro. E tanto uno vive, quanto si ama, e tutti i sentimenti di chi vive sono compresi o riferiti o prodotti ec. dall'amor proprio: il quale è il sentimento universale che abbraccia tutta l'esistenza; e gli altri sentimenti del vivente (se pur ve n'ha che sieno veramente altri) non sono che modificazioni, o divisioni, o produzioni di questo, ch'è tutt'uno col sentimento dell'essere, o una parte essenziale del medesimo.

[2411,1]  Dal che segue che l'uomo avendo per la sua natura ed organizzazione esteriore ed interiore maggior vita, maggior capacità di più vasta e più numerosa concezione, maggior sentimento insomma, o maggior sensibilità di tutti gli 2412 altri viventi, dee necessariamente avere maggiore intensità, attività, ed estensione o quantità o sentimento d'amor proprio, che non ne ha verun altro genere di viventi. Quindi l'uomo per essenza propria e inseparabile, è, e nasce più infelice, o meno capace di felicità che verun altro genere di viventi, o di esseri.

[2412,1]  Questo si deve intendere dell'uomo naturale. Ma siccome questa capacità ed intensità e forza ed attività di sentimento della quale egli è naturalmente provveduto sopra ogni altro animale, rende il suo spirito più conformabile, più suscettibile di sempre maggior sentimento, più raffinabile, vale a dire più capace di sempre più vivamente e più variamente sentire; anzi siccome essa capacità non è altro che conformabilità, e suscettività di nuovo sentimento, e di nuove modificazioni dell'animo; così l'uomo, perfezionandosi, come dicono, cioè crescendo la forza e la varietà e l'intimità del suo sentimento, e perciò prevalendo in lui sempre più lo spirito, cioè la parte sensitiva, 2413 al corpo, cioè alla parte torpida e grave; acquista egli e viene di secolo in secolo necessariamente accrescendo la forza e il sentimento dell'amor proprio, e quindi di secolo in secolo divien più, e più inevitabilmente infelice. Dal che segue che l'uomo, come dicono, perfezionato, è, per essenza umana, e per ordine generale della natura, più infelice del naturale, e tanto più quanto è più perfezionato. E così l'infelicità dell'uomo è sempre in ragion diretta degli avanzamenti del suo spirito, cioè della civiltà, consistendo essa negli avanzamenti dello spirito, e non potendo dire alcuno che il corpo dell'uomo si sia perfezionato mediante di essa. Anzi è manifestamente scaduto da quel ch'era nell'uomo naturale, in cui la preponderanza del corpo o della materia tenea più basso, e men vivo il sentimento, e quindi l'amor proprio e quindi l'infelicità.

[2413,1]  In uno stesso secolo, essendo altri più raffinato, colto ec. di spirito, altri meno, segue 2414 dalle predette cose che quegli debba necessariamente esser più infelice, questi meno, in proporzione; e l'ignorante e il rozzo e il villano manco infelice del dotto, del polito, del cittadino ec.

[2414,1]  Indipendentemente dalla coltura, nascendo gli uomini quali con maggior sensibilità, o vivezza di spirito, o conformabilità, o sentimento d'uomo (dice il Casa, Galat., cap. 26. princip.), quali con minore, dalle predette cose resta spiegato il perchè gli uomini quanto più sensibili, tanto più sieno irreparabilmente infelici, e il perchè la natura dica agli uomini grandi, Soyez grand et malheureux (D'Alembert). Giacchè questo maggior sentimento non è altro che maggior vivezza e profondità e senso ed attività d'amor proprio, o non può star senza queste cose, abbracciando l'amor proprio ogni possibile sentimento animale, e producendolo, o essendo sostanzialmente legato con essolui, e in proporzion diretta con esso. (2. Maggio 1822.). V. p. 2488.