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5. Maggio. 1822.

[2415,3]  Una lingua non è bella se non è ardita, e in ultima analisi troverete che in fatto di lingue, bellezza è lo stesso che ardire. E che altro sarebb'ella? L'armonia ec. del suono delle parole? Quest'è una bellezza affatto esterna, e della quale poco o nulla si può convenire, essendo diversissime in questo genere le opinioni e i gusti, secondo le nazioni e i secoli. Per noi è bruttissimo il suono delle parole orientali, e per gli orientali altrettanto sarà delle nostre. E parlando esattamente che cosa intendiamo noi dell'armonia della lingua greca che pur chiamiamo bellissima? Che sentimento, che gusto 2416 ne proviamo noi, se non, per dir poco, incertissimo, confusissimo, e superficialissimo? Certo è che l'armonia della lingua nostra, qualunque ella sia, ed ancorchè asprissima, ci diletta, ed è sentita da noi molto più che quella della lingua greca, e quindi non avremmo alcuna ragione di preferir questa lingua per la bellezza, neppure alla tedesca, o alla russa. Forse la bellezza consisterà nella ricchezza? Ricchezza di frasi e di modi non si dà se non in una lingua ardita, perchè, di forme esatte e matematiche, tutte le lingue ne sono o ne possono essere egualmente ricche nè più nè meno: e questa ricchezza non può molto stendersi, essendo limitatissima per natura sua: giacchè la dialettica poco può variare, anzi derivando da principii uniformi e semplicissimi, tende e produce naturalmente somma uniformità e semplicità di dicitura. La ricchezza poi di parole puramente, giova alla bellezza, ma non basta di gran lunga; ed anch'essa è una qualità quasi estrinseca, e senza quasi accidentale alla lingua, la quale senza punto punto alterarsi, o scomporsi in niun 2417 modo può essere ed è, oggi più abbondante di parole, domani meno, secondo le circostanze nazionali, commerciali, politiche, scientifiche ec. Infatti la lingua francese è in verità ricchissima di parole, massime in filosofia, scienze, conversazione, manifatture, e in ogni uso e materia di società, di commercio ec. ec. e non per questo è bella, nè più bella dell'italiana, e neanche della spagnuola. La vera e non accidentale, ma essenziale bellezza di una lingua, quella che non si può perdere, se la lingua non si corrompe formalmente, è una bellezza intrinseca, e spetta all'indole della lingua; e questa non può consistere in altro che nell'ardire. Or questo ardire che cos'è, fuorchè la libertà di non essere esatta e matematica? Giacchè quanto all'esattezza, torno a dire, tutte le lingue ne sono egualmente capaci, e tutte per mezzo suo posson divenire, e diverrebbero uniformi affatto nell'indole, essendo la ragione, una; e non trovandosi varietà se non se nella natura. Quindi se lingua bella è lingua ardita e libera, ella è parimente lingua non esatta, e non obbligata 2418 alle regole dialettiche delle frasi, delle forme, e generalmente del discorso. Osservate tutte le lingue chiamate belle, antiche e moderne, greca, latina, italiana, spagnuola: in tutte troverete non altra bellezza propriamente che ardire, e questo ardire non posto in altro che nelle cose sopraddette. Osservate anche gli scrittori chiamati belli ed eleganti in ciascuna di tali lingue, e paragonateli con quelli che non lo sono. Osservate per se, ciascuna frase, forma ec. chiamata bella ed elegante, e paragonatela ec. Non v'è lingua bella che non sia lingua poetica, cioè non solo capace, anzi posseditrice d'una lingua distintamente poetica (come l'hanno tutte le suddette, e come non l'ha la francese), ma poetiche, generalmente parlando, eziandio nella prosa, benchè senza affettazione; vale a dir poetiche in quanto lingue, e non quanto allo stile, come sono sconciamente, e discordantissimamente poetiche tutte le prose francesi. Or lingua poetica, è lingua non matematica, 2419 anzi contraria per indole allo spirito matematico. (La sascrita, riputata bellissima fra le orientali, è notatamente arditissima e poeticissima.)

[2419,1]  Quelli pertanto che essendo gelosissimi della purità e conservazione della lingua italiana, si scontorcono, come dice il Bartoli (Torto ec. c. 11.), ad ogni maniera di dire che non sia stampata sulla forma della grammatica universale, non sanno che cosa sia nè la natura della lingua italiana che presumono di proteggere, nè quella di tutte le lingue possibili. Ciascuna bellezza, sì di una lingua in genere (eccetto l'armonia e la ricchezza delle parole, o delle loro inflessioni), sì di un modo di dire in ispecie, è un dispetto alla grammatica universale, e una espressa (benchè or più grave or più leggera) infrazione delle sue leggi. (5. Maggio. 1822.). V. p. 2425.