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30. Giugno - 2. Luglio. 1822.

[2529,1]  Alla p. 2521. La conchiusione e la somma del discorso si è che in qualunque tempo e in qualunque letteratura è piaciuta una lingua diversa dalla presente {nazionale} parlata, per bonissima, utilissima e bellissima che questa fosse: e non s'è mai giudicata elegante la scrittura composta delle voci e de' modi ordinari in quel tempo e correnti 2530 effettivamente nella nazione, per purissimi che questi fossero. E questa (bench'altre ancora ve n'abbia) è l'una delle principali cagioni per cui non piace, e si disapprova e si biasima e riesce inelegante nelle scritture la presente lingua della nostra nazione, e si richiama la nostra lingua antica. Con ragione, benchè non sia molto ragionevole il richiamarla come pura, chè nè essa era pura, nè la purità è un pregio necessario ed appartenente all'essenza dello scriver bene, e molte volte non è possibile, e in fine è piuttosto un nome che una cosa, non potendosi mai definir questa purità, nè trovar precisamente quel che sia la purità di una tal lingua individua, anzi non esistendo essa mai, perchè tutte le lingue sono composte di voci, modi ec. presi più o meno ab antico da molte e varie altre lingue. E non potendosi neppur circoscrivere la così detta 2531 purità dentro i termini dell'uso nazionale, perchè se ciò fosse, tutte le nazioni in tutti i tempi parlerebbero puramente, e tutti gli scrittori seguendo la lingua del tempo loro, scriverebbero puramente, massime conformandosi alla parlata, e non esisterebbe il contrario della purità, cioè l'impurità, perchè nessuna lingua in nessun tempo sarebbe mai impura, benchè tutta composta da capo a piedi di barbarismi. Sicchè resta che per lingua pura s'intenda come suo preciso sinonimo la lingua antica di una nazione, cioè quella lingua composta per la più parte di voci e modi venuti di fuori, che dagli antichi fu parlata e scritta. E in particolare quella che fu contemporanea della miglior letteratura e coltura nazionale, e in somma quella che fu il risultato, non già dell'abbozzo (ch'ebbe la lingua italiana da' 300isti) ma del perfezionamento dato alla lingua 2532 nazionale, e massime alla scritta, dagli scrittori e letterati nazionali nel tempo in cui maggiormente e precisamente fiorì la letteratura e coltura nazionale {, che fu per noi il 500}.

[2532,1]  Richiamare questa tal lingua, non pura, {propriamente parlando,} ma antica, e non come pura, ma come antica, richiamarla, dico, nella letteratura, è, {come ho detto,} ragionevole, ed autorizzato dall'esempio dell'altre nazioni antiche e moderne. Ed è ragionevole sì per li suoi pregi intrinseci e indipendenti dalle circostanze, e per la miseria e bruttezza propria {assoluta} e indipendente della nostra lingua moderna; sì per quello che ho dedotto dal precedente discorso, cioè che una lingua nazionale usitata e parlata presentemente non può mai riuscire elegante nelle scritture, quando anche, in se, fosse ottima e bellissima.

[2532,2]  Potranno oppore a quest'ultima proposizione, e al mio precedente discorso, che gli 2533 scrittori classici del 500 ebbero gran fama ed onore, e piacquero anche al tempo loro, quando anche scrivessero appunto nella lingua nazionale usitata e parlata a quel tempo. Rispondo.

[2533,1]  1. La maggior fama degli scrittori del 500 fu a que' tempi, come verseggiatori, e specialmente lirici, e questi ognun sa ch'erano servili imitatori del Petrarca, e quindi del 300, e si veda nell'Apologia del Caro, la misera presunzione ch'avevano di scrivere come il Petrarca, e che non s'avessero a usar parole o modi non usati da lui, come anche nelle prose volevano restringer la lingua a quella sola del Boccaccio, e siamo pur lì. Certo è, nè per chiunque è pratico dello spirito che governava la repubblica nostra letteraria nel 500, è bisogno di molte parole a dimostrargli, che l'apice della letteratura, e quello a cui nondimeno aspiravano 2534 tanto gl'infimi quanto i sommi, era la lirica Petrarchesca, cioè 300istica, e non 500istica. E gli scrittori più grandi in ogni altro genere o prosaico o poetico, divenivano famosi principalmente pe' loro sonetti e canzoni petrarchesche che si divulgavano come un lampo per l'Italia, si trascrivevano subito, si domandavano, erano il trattenimento delle Dame, e queste ne chiedevano ai letterati, e i letterati se ne chiedevano scambievolmente, e ne ricevevano e restituivano con proposte e risposte ec. E senza questi versi difficilmente s'arrivava alla riputazion di letterato. Osservate, per non allontanarmi dall'esempio più volte addotto, il Caro, le cui rime sono la sola cosa che di lui non si legga più. Aveva il Caro grandissima fama, ma dalle sue lettere vedrete che questa riposava essenzialmente e soprattutto nell'opinion ch'egli avea di poeta (che nol fu mai), e 2535 tutto il restante suo merito letterario, s'aveva in lui, come in tutti gli altri, per mero accessorio. E fu stimato gran poeta, non già per l'Eneide, {+ch'oggi s'ammira, e si ristampa,} ch'è scritta in istile e lingua propria del suo tempo, benchè abbellita al suo modo, e arricchita di latinismi. Questa fu opera postuma e non levò molto grido nel 500. Il Caro fu creduto un sommo letterato perchè sapeva rimare alla Petrarchesca, e giudicar di tali pretese poesie. E la sua famosa Canzone fu strabocchevolmente ammirata (ed oggi non s'arriva a poterla legger tutta) perchè si disse che il Petrarca non l'avrebbe scritta altrimenti. ( Caro, Apolog. p. 18.). E chi non sa l'inferno che cagionò in Italia, e come nella disputa di quell'impiccio petrarchesco ci prese parte tutta la nazion letterata, considerandola come affar di tutta la letteratura? Fatto sta che le maravigliose prose del Caro, benchè stimate, 2536 non furono già ammirate nel 500 (quanto alla lingua). Ed è certo che la lingua del Caro, come l'immaginazione e l'ingegno di Dante, son venute principalmente in onore, e riposte nel sommo luogo che meritano, in questo e sulla fine del passato secolo. Il che, di Dante, si vede anche fra gli stranieri. E quanto a lui, ciò si deve al perfezionamento de' lumi, e del gusto, e della filosofia, e della teoria dell'arti, e del sentimento del vero bello. Quanto al Caro, ciò viene in gran parte da circostanze materiali.

[2536,1]  2. Le prose italiane ch'ebbero fama nel 500, l'ebbero per l'una di queste cagioni. 1° Per essere scritte alla Boccaccevole (e quindi fuor dell'uso di quel secolo), come sono l'Arcadia del Sannazzaro nelle prose, le prose del Bembo, e tutte quelle del Casa, tolte le lettere. E notate che questi prosatori e i loro simili furono appunto i 2537 più stimati in quel secolo (al contrario del nostro), e dati per modello. Il che dimostra ad evidenza che il gusto del cinquecento nella lingua era quello ch'io dico, che s'apprezzava come elegante una lingua diversa dalla loro, e che sempre si disprezza la lingua attualmente corrente nella nazione, per bellissima ed ottima ch'ella sia.

[2537,1]  2° Per lo stile, per la imitazione de' classici latini o greci indipendentemente dalla lingua. Questo studio era comune ai buoni prosatori (come anche poeti) del 500. Ed avendosi allora gran gusto e inclinazione per il classico, si stimavano e ricercavano le prose scritte nello stile e ad imitazione e colle forme degli antichi classici, benchè la lingua non piacesse gran fatto. E questa è una delle ragioni per cui si faceva conto anche delle lettere più familiari, {e d'ogni bagattella, e schediasma,} anche degli scrittori non celebri, con tutto che fossero scritte nella lingua del 2538 secolo, e si raccoglievano con diligenza che ora sarebbe ridicola, e si stampavano ec. benchè di niunissima importanza nelle cose. Perocchè quasi tutti, o certo moltissimi scrivevano allora in buono stile, essendo divulgatissimo lo studio de' veri classici. Di più questo medesimo, benchè spettasse allo stile, pur essendo così strettamente uniti lo stile e la lingua, dava alle prose (come anche alle poesie) del 500. un sapor d'eleganza indipendente dalla lingua in se.

[2538,1]  3° Perchè molti (e questo fu vero e principal pregio del cinquecento, ed a cui fu dovuto il perfezionamento della nostra lingua) si studiavano anche di accostare e di modellare non solo lo stile, ma anche la lingua italiana, sulla latina e greca, in quanto lo potea comportare la sua natura. Questo fu comune alla massima parte de' veri buoni scrittori del cinquecento {, massime prosatori}. E questo li rendeva eleganti anche presso i contemporanei. 2539 Ma questa eleganza veniva non da altro che dal pellegrino, {+(cioè dal latino e dal greco)} benchè quegli scrittori volessero piuttosto perfezionare, accostare al latino o al greco, render classica la lingua del loro secolo, che quella del 300, parlassero, come facevano, e bene, più da 500isti, che da 300isti, più da moderni che da antichi italiani; usassero la lingua viva e non la morta, le parole moderne più che le antiche, e insomma innestassero il latino e il greco nella lingua del 500, e non del 300, e però l'eleganza loro non venisse dall'uso dell'antico italiano, nè dalla così detta purità, quantunque oggi per noi sieno purissimi. Ma tali non erano allora per li pedanti, i quali chiamavano corrotto e barbaro quel che non era del 300, proibivano il latinismo anche più di quello che facciano i pedanti oggidì, poichè s'ardivano di chiamar barbara ogni voce latina che non fosse stata usata 2540 dagli antichi, anzi dal Boccaccio o dal Petrarca, per convenientissima che fosse all'italiano, e anche nello stile, e nella composizione della dicitura, volevano piuttosto o quella del Boccaccio o del Petrarca o quella degl'ignoranti non iscrittori ma scrivani del 300, che quella de' classici latini e greci. (V. le opposizioni del Castelvetro alla canzone del Caro, e l'Apol. del Caro ).

[2540,1]  4° Si stimavano le prose (o le poesie) del 500, per le cose, per l'immaginazione, invenzione, concetti, sentenze, scoperte o dottrine scientifiche, ec. erudizione ec. ec. benchè la lingua non piacesse, essendo pur la pura {e vera} lingua corrente di quel secolo. Onde per noi tali scrittori riescono purissimi ed elegantissimi perchè antichi. Ma corrotti si stimavano allora, e negletti, e di niun conto in somma nella lingua. E la pura lingua del 500, quella che si dimostra pienamente nelle lettere familiari di 2541 quel secolo, scritte a penna corrente, e ch'è ricchissima potentissima ec. e per noi purissima ed elegantissima e {spesso} tanto più pura e graziosa quanto è più propria del secolo, e più naturale, si chiamava allora decisamente corrotta, e si deplorava, anche da' veri letterati la degenerazione della lingua italiana, non per altro se non perchè non era più quella propriamente del 300, benchè dopo la corruzione del 400, fosse risorta più bella e potente di prima, il che affermo a chiunque ne conosca le intime qualità, e le {vaste e riposte} ricchezze e facoltà della propria lingua del 500. Lascio star che questa è regolata, e quella del 300 va dove e come vuole, e non se ne cava il costrutto, e per lo più bisogna indovinarne il senso. Del resto questi tali scrittori di lingua stimata allora cattiva {e impura,} e dispregiata, e condannata, s'apprezzavano anche allora per le cose, 2542 se in queste avevano merito, come accade {proporzionatamente} ai nostri moderni, indipendentemente dalla lingua, {dalla purità e} dall'eleganza.

[2542,1]  5° Ognuno de' dialetti nazionali, fuori del suo distretto, è forestiero nella stessa nazione. Gran parte de' cinquecentisti, toscani o no, {prosatori o poeti,} scrivevano, com'è noto, nel dialetto toscano, o se non altro n'infioravano i loro scritti. Con ciò erano stimati eleganti. Ma benchè scrivessero nel dialetto toscano del tempo loro, quest'eleganza, presso tutti i lettori non toscani, veniva anch'essa dal pellegrino. Ed anche presso i toscani veniva dal pellegrino, a causa che trasportandosi nelle scritture voci e modi popolari e perciò insoliti ad essere scritti, questi riuscivano straordinarii anche per li toscani, non in se ma nelle scritture. Ed ho spiegato altrove [ pp.1806-12] come anche la familiarità nello scrivere, e le voci e modi ordinari, riescano eleganti, 2543 non come ordinarii, anzi come straordinarii e pellegrini nella scrittura ordinata, {studiata, civile (πολιτική),} e colta. E ciò massimamente nella poesia, dove molti adoperavano il volgare toscano, anche in poesia non burlesca, come fa il Firenzuola ec. In somma lo stesso linguaggio popolare molte volte dà eleganza agli scritti, perciò appunto ch'essendo popolare, non è domestico collo scriver de' letterati, e vi riesce pellegrino. Aggiungi che a gran parte degli stessi lettori toscani {+(naturalmente non plebei)} riuscivano e riescono nuove o poco familiari molte voci de' loro o d'altri scrittori, tolte dalla lingua del loro popolo. Del resto l'eleganza derivante dall'uso del dialetto toscano nel colto scrivere, talvolta è minore per li toscani come poco pellegrina, {+o come triviale;} talvolta maggiore, come non troppo pellegrina, nè tanto straordinaria che degeneri in disconveniente, {affettato ec.} siccome spesso fa per gli altri italiani. {I toscani accusano il Botta fiorentinizzante nella sua storia, come troppo triviale e pedestre, e insomma inelegante.} E in genere l'eleganza ch'essi ne sentono, e 2544 quella che deriva dal familiare, dal popolare ec. nel colto scrivere, è d'un altro sapore e d'un'altra qualità dall'eleganza ch'è prodotta dall'assoluto pellegrino: non essendo pellegrino per chi legge, il familiare e il popolare, se non relativamente, cioè rispetto alla colta scrittura. (30. Giugno - 2. Luglio. 1822.)