Para

9. Luglio. 1823.

[2923,3]  Il verbo avere in senso di essere, usato impersonalmente dagl'italiani da' francesi dagli spagnuoli, talora eziandio personalmente dagl'italiani (v. il Corticelli), non è altro che il latino se habere (il qual parimente vale essere) omesso il pronome. Il volgo latino dovette dire p. e. nihil hic se habet, qui non si ha nulla, cioè non v'è; poi lasciato il pronome, nihil hic habet, qui non v'ha nulla. Cicerone: Attica belle se habet col pronome, e altrove: Terentia minus belle habet: ecco lasciato figuratamente il pronome nella stessa frase. (Forcell. in Belle). Bene habeo, bene habemus, bene habent tibi principia sono 2924 tutte locuzioni ellittiche per l'omissione del pronome se, nos, me. Bene habet, optime habet, sic habet; ecco oltre l'omission del pronome se, anche quella del nome res. Onde avviene che in queste locuzioni, che intere sarebbono bene se res habet, sic se res habet, il verbo habere per le dette ellissi venga a trovarsi impersonale. Ed ecco nel latino il verbo habere in significato di essere, neutro assoluto, cioè senza pronome, e impersonale. Quis hic habet? chi è qui? In questo e negli altri luoghi dove il verbo habere sta per abitare in significato neutro, esso verbo non vale propriamente altro che essere; e habitare altresì, ch'è un frequentativo o continuativo di habere, sempre che ha senso neutro, sta per essere. E questa forma è tutta greca; giacchè presso i greci ἔχειν, la metà delle volte non è altro che un sinonimo di essere, e s'usa in questo senso anche impersonalmente, come in italiano, francese e spagnuolo, tutto dì. { V. p. 3907.} Così anche nel greco moderno a ogni tratto. 2925 Δὲν ἔχει, non ci è, non ci ha. (9. Luglio. 1823.)