Para

26. Luglio. 1823. di' di Sant'Anna.

[3047,1]  La forza, l'originalità, l'abbondanza, la sublimità, ed anche la nobiltà dello stile possono, certo in gran parte, venire dalla natura, dall'ingegno dall'educazione, o col favore di queste acquistarsene in breve l'abito, ed acquistato, senza grandissima fatica metterlo in opera. La chiarezza e (massime a' dì nostri) la semplicità (intendo quella ch'è quasi uno colla naturalezza {e il contrario dell'affettazione sensibile,} di qualunque genere ella sia, ed in qualsivoglia materia e stile e composizione, come ho spiegato altrove [ pp.1411.sgg.], la chiarezza e la semplicità (e quindi eziandio la grazia che senza di queste non può stare, e che in esse per gran parte e ben sovente consiste), la chiarezza, dico, e la semplicità, quei pregi fondamentali d'ogni qualunque scrittura, quelle qualità indispensabili anzi di primissima necessità, senza cui gli altri pregi a nulla valgono, e colle quali niuna scrittura, benchè niun'altra dote abbia, è mai dispregevole, sono tutta e per tutto opera dono ed effetto dell'arte. 3048 Le qualità dove l'arte dee meno apparire, che paiono le più naturali, che debbono infatti parere le più spontanee, che paiono le più facili, che debbono altresì parer conseguite con somma facilità, l'una delle quali si può dir che appunto consista nel nascondere intieramente l'arte, e nella niuna apparenza d'artifizioso e di travagliato; esse sono appunto le figlie dell'arte sola, quelle che non si conseguono mai se non collo studio, le più difficili ad acquistarne l'abito, le ultime che si conseguiscano, e tali che acquistatone l'abito, non si può tuttavia mai senza grandissima fatica metterlo in atto. Ogni minima negligenza dello scrittore nel comporre, toglie al suo scrivere, in quanto ella si estende, la semplicità e la chiarezza, perchè queste non sono mai altro che il frutto dell'arte, siccome abituale, così ancora attuale; perchè la natura non le insegna mai, non le dona ad alcuno; perchè non è possibile ch'elle vengano mai da se, chi non le cerca, nè che veruna parte 3049 di veruna scrittura riesca mai chiara nè semplice per altro che per espresso artifizio e diligenza posta dallo scrittore a farla riuscir tale. E togliendo immancabilmente la chiarezza e la semplicità, ogni minima negligenza dello scrittore inevitabilmente danneggia, e in quella tal parte distrugge sì la bellezza sì la bontà di qualsivoglia scrittura. Perocchè la semplicità e la chiarezza sono parti così fondamentali ed essenziali della bellezza e bontà degli scritti, ch'elle debbono esser continue, nè mai per niuna ragione (se non per ischerzo o cosa tale) elle non debbono essere intermesse, nè mancare a veruna, benchè piccola, parte del componimento. La forza, la sublimità, l'abbondanza o la brevità e rapidità, lo splendore, la nobiltà medesima, si possono, anzi ben sovente si debbono intermettere nella scrittura; elle possono, anzi debbono avere quando il più quando il meno, sì dentro una medesima, come in diverse composizioni e generi; elle possono esser differenti da se medesime, secondo le scritture, e le parti e circostanze 3050 e occasioni di queste, anzi elle {nè deggiono nè} possono altrimenti. Ma la chiarezza e la semplicità non denno aver mai nè il più nè il meno; in qualsivoglia genere di scrittura, in qualsivoglia stile, in qualsivoglia parte di qualsiasi componimento, elle, non solo non hanno a mancar mai pur un attimo, ma denno sempre e dovunque e appresso ogni scrittore esser le medesime in quanto a se (benchè con diversi mezzi si possono proccurare, e dar loro diversi aspetti e diverse circostanze), sempre della medesima quantità, per così dire, e sempre uguali a se stesse nell'esser di chiarezza e semplicità, e nell'intensione di questo essere. (26. Luglio. 1823. dì di Sant'Anna.)