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6. Settem. 1823.

[3372,2]  Dialetti della lingua latina. Vedi Cic. pro Archia poeta, c.10. fine, dove parla de' poeti di Cordova pingue quiddam sonantibus atque peregrinum. Non avevano certamente questi poeti scritto nella lingua indigena di Spagna, che i romani mai non intesero, siccome niun'altro idioma forestiero, eccetto il greco; ma in un latino che sentiva di Spagnolismo, come quel di Livio parve 3373 sapere di Patavinità. E le parole di Cicerone, chi ben le consideri anche in se stesse, non possono significare altro. Perocchè era fuor di luogo la nota di peregrino se si fosse trattato di una lingua forestiera, che non in parte, o per qualche qualità, ma tutta è peregrina; nè questo in lei sarebbe stato difetto, e volendolo considerar come tale, soverchiamente leggiera e sproporzionata sarebbe stata quella semplice espressione che la lingua e lo stile di quei poeti sapeva di forestiero. Oltrechè l'una e l'altro sarebbero stati barbari, e per le orecchie romane affatto strani, rozzi, insolenti, insopportabili, non così solamente macchiati d'un non so che di pingue e di peregrino. Era in Cordova introdotta già (siccome in altre parti della Spagna già soggiogate, perchè quella provincia non fu sottomessa che appoco appoco, e con grandissimo intervallo una parte dopo l'altra, e, come osserva Velleio, { Vell. II. 90. 2. 3. Flor. II. 17. 5. Liv. 28. 12.} fu di tutte la più renitente, e tra le romane conquiste la più lunga e difficile e per lungo tempo incertissima); era, dico, introdotta già in Cordova la lingua e la letteratura latina, siccome 3374 dimostra l'aver essa poi potuto produrre i Seneca e Lucano, l'esempio dello stile de' quali, può (quanto allo stile) servire pur troppo di copioso commento alle parole di Cicerone, che, s'io non m'inganno, della lingua non meno che dello stile si debbono intendere. (6. Settem. 1823.)