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12. Settembre 1823.

[3420,2]  Alla p. 3404. Quanto nel cit. pensiero ho detto dello stile di Floro, si può, e meglio, applicare a quello di Platone, riputato, sì quanto allo stile e a' concetti, sì quanto alla dizione, {+ Puoi vedere la pag. 3429.} esser 3421 quasi un poema (v. Fabric. B. G. in Plat. §. 2. edit. vet. vol. 2. p. 5.); e nondimeno sommo e perfetto esempio di bellissima prosa, elegantissima bensì e soavissima (non meno che gravissima: suavitate et gravitate princeps Plato : Cic. in Oratore), amenissima ec., ma pur verissima prosa, e tale che la meno poetica delle moderne prose francesi (e mi contento di parlare delle sole riconosciute per buone), è molto più poetica di quella di Platone che tra le greche classiche è di tutte la più poetica. Non altrimenti che molto più poetiche della prosa platonica sono assaissime prose sacre e profane de' posteriori sofisti e de' padri greci ec. la cui moltitudine avanza forse {+e senza forse} quella che ci rimane delle prose classiche antiche. Ma per vero dire, nè quelle son prose, nè le moderne francesi lo sono, ma sofistumi l'une e l'altre, quelle in ogni cosa, queste in quanto allo stile. (12. Sett. 1823.) Che i miracoli della musica, la sua natural forza sui nostri affetti, il piacere ch'ella 3422 naturalmente ci reca, la sua virtù di svegliar l'entusiasmo e l'immaginazione, ec. consista e sia propria principalmente del suono o della voce, in quanto suono o voce grata, e dell'armonia de' suoni e delle voci, in quanto mescolanza di suoni e voci naturalmente grata agli orecchi; e non già della melodia; e che conseguentemente il principale della musica e la considerazione de' suoi effetti non appartenga alla teoria del bello proprio, più di quello che v'appartenga la considerazione degli odori, sapori, colori assoluti ec., perocchè il diletto della musica, quanto alla principale e più essenziale sua parte, non risulta dalla convenienza; veggasi in questo, che non v'ha così misera melodia che perfettamente eseguita da un istrumento o da una voce gratissima non diletti assaissimo; nè v'ha per lo contrario così bella melodia ch'eseguita p. e. con bacchette su d'una tavola, {+o su di più tavole che rispondano a' diversi tuoni,} o in qualsivoglia istrumento o voce ingratissima o niente grata, rechi quasi diletto alcuno, e ciò quando anche ella sia eseguita perfettamente rispetto a 3423 se stessa. E ben gli uomini si sono potuti accorgere delle suenunciate verità in questi ultimi tempi, ne' quali, per quello che se n'è detto, la sorprendente voce della Catalani ha rinnovato quasi negli uditori i miracolosi effetti della musica antica. Certo questi effetti non nascevano nè principalmente nè essenzialmente nè quasi in parte alcuna dalle melodie. Le quali, oltre che da mille altri potevano esser cantate, si sa poi ch'erano delle più triviali ed insipide. Tutto il diletto era dunque originato dalla voce della cantante, cioè dalle qualità d'essa voce che piacciono naturalmente agli orecchi umani, tutte indipendenti dalla convenienza: straordinaria dolcezza, flessibilità, rapidità, estensione ec. {+voce canora, sonora, chiara, pura, penetrante, oscillante, tintinnante, simile alle corde o ad altro istrumento musicale artefatto ec. ec.} Con queste osservazioni non farà maraviglia che i barbari e anche gli animali sieno tanto dilettati dalla nostra musica, benchè non assuefatti alle nostre melodie, e quindi non capaci di conoscere nè di sentire quello che noi chiamiamo il bello musicale. Non sono le melodie in se, nè la loro novità, che producono in essi il 3424 diletto: sono gl'istrumenti e le voci, che presso noi sono raffinate e perfette, queste coll'esercizio, coll'arte ec. quelli colle tante invenzioni e perfezionamenti ec. Alla perfetta qualità di questi organi unita l'arte di adoperarli perfettamente cioè di trarne de' suoni più grati ec. che non ne trarrebbe chi non avesse alcun'arte; unitavi di più l'arte di accordare insieme questi organi nel modo ch'è naturalmente il più grato agli orecchi (come l'arte di mescolare e temperare i sapori); ne risulta una dolcezza ec. che a' barbari riesce affatto nuova, e che perciò produce in essi un piacer sommo ed effetti mirabili; piacere ed effetti che niente hanno da far col bello, perchè niente colla convenienza, se non con quella ch'è relativa alla naturale disposizione degli orecchi, e che tanto appartiene al bello, quanto la grata mescolanza de' sapori, ch'è una convenienza dello stessissimo genere dell'armonia musicale. Con queste osservazioni si spiegheranno ancor bene, e meglio che in alcun altro modo, moltissimi 3425 de' miracoli della musica antica, massime quelli che si raccontano delle nazioni o de' tempi più rozzi, come di Saule e Davidde ec. Essi miracoli non nascevano dalle qualità delle melodie, come si crede, ma dalle qualità naturali o artifiziali degl'istrumenti o delle voci, e del modo di toccarli o adoperarle, in quanto da tali qualità nascevano suoni, o armonie di suoni, straordinariamente grate per se stesse all'orecchio; straordinariamente, dico, rispetto a quelle nazioni o a quei tempi. L'esser da lungo intervallo dissuefatto dall'udir musiche, produceva anch'esso e produce tuttavia molti mirabili effetti, i quali s'attribuiscono alle melodie, ma non nascono infatti principalmente che dalla sensazione di suoni grati ec. per se stessa, tornata ad essere molto efficace per la dissuefazione. Se Alessandro tutto il dì occupato nelle cose militari, era a tavola mirabilmente affetto e dominato dalla musica (se non erro) di Timoteo, ciò si rechi alla suddetta cagione, oltre al vino che 3426 naturalmente esalta l'animo, in un corpo stanco massimamente; e dispone a provar vivissime sensazioni per menome cause ancora.

[3426,1]  Osservisi che generalmente fa negli uomini molto maggiore effetto la musica vocale che l'istrumentale, la voce di una donna in un uomo che quella di un uomo, e nella donna viceversa; la voce di basso fa forse nella donna maggior effetto che quella di tenore o contralto, e nell'uomo al contrario ec. Così de' diversi istrumenti, quello fa in generale maggior effetto, produce maggior piacere ec.; questo meno. Tutto ciò in parità di circostanze, e trattandosi p. e. d'una medesima melodia ec. Or tali differenze non hanno a far nulla colla convenienza, nulla, col bello proprio, sono indipendenti dalla qualità delle melodie, che sole spettano nella musica al discorso del bello; appartengono alle qualità sole de' suoni ec.; sono della stessa categoria che le differenze degli odori e sapori ec. che niuno s'avvisò di chiamar belli nè brutti, bensì più o meno piacevoli o dispiacevoli: 3427 e ciò {non per altro se non} perchè in essi non ha luogo, come non l'ha nel nostro caso, il discorso della convenienza ec. (12. Sett. 1823.)