Para

26-27. Sett. 1823.

[3526,1]  Sopravvenendo il pericolo, ridere, diventare allegro fuor dell'uso, o più che il momento prima non si era, o di malinconico farsi giulivo; divenir loquace essendo taciturno {di natura,} o rompere il silenzio fino allora per qualunque ragione tenuto; scherzare, saltare, cantare, e simili cose, non sono già segni di coraggio, come si stimano, ma per lo contrario son segni di timore. Perciocchè dimostrano che l'uomo ha bisogno di distrarsi dall'idea del pericolo, e particolarmente di scacciarla col darsi ad intendere ch'e' non sia pericolo, o non sia grave. E questo è ciò 3527 che l'uomo proccura di fare dando segni straordinarii d'allegrezza in tali occasioni; ingannar se stesso dimostrandosi di non aver nulla a temere, perocch'ei fa cose contrarie a quelle che il timore propriamente e immediatamente suol cagionare. Affine di non temere, l'uomo proccura di persuadersi ch'ei non teme, ond'ei possa dedurre che non v'è ragion sufficiente o necessaria di timore. Egli è un effetto molto ordinario di questa passione il muover l'uomo a cose contrarie a quelle a che immediatamente ella il moverebbe, ma e quelle e queste sono ugualmente effetti di vero timore. E quelle sono in gran parte, o sotto un certo aspetto, finte; queste veraci. Il timore muove l'uomo a far quasi una pantomima appresso se stesso. Per questo nelle solitudini e fra le tenebre e in luoghi, cammini, occasioni pericolose o che tali paiono, è uso naturale dell'uomo il cantare, non tanto ad effetto di figurarsi e fingersi una compagnia, o di farsi compagnia (come si dice) da se stesso; quanto perchè il cantare par proprio onninamente di chi non teme: appunto perciò chi teme, canta. (Vedi a tal 3528 proposito un luogo molto opportuno del Magalotti segnato da me nelle prime carte di questi pensieri, sul principio, se non erro, del 1819 [ p.43)]. Dai medesimi principii (più che dal bisogno di distrazione) nasce che in un pericolo comune o creduto tale, e vero o immaginario assolutamente, piace, conforta, rallegra l'udire il canto degli altri, il vedergli intenti alle lor solite operazioni, l'accorgersi o il credere ch'essi o non istimino che vi sia pericolo, o nulla per sua cagione tralascino o mutino del loro ordinario, e di quello che infino allora facevano o che, senza il pericolo, avrebbero fatto; o che non lo temano, e sieno intrepidi ec. Il coraggio veduto o creduto negli altri, o l'opinione che non vi sia pericolo, veduta o creduta in essi, incoraggisce l'individuo che teme. Nello stesso modo il mostrar di non temere a se stesso è un farsi coraggio, o col persuadersi che non vi sia pericolo, o col dare a se stesso in se stesso un esempio di coraggio e di non temere questo pericolo, ancorchè vi sia. Or chi ha bisogno che gli sia fatto coraggio e di aver nello stesso pericolo esempi di coraggio, e altrimenti teme, non 3529 è certamente coraggioso, o in tale occasione non ha coraggio. E chi ha bisogno per non temere, di credere che non vi sia pericolo, cioè ragion di temere, o di sminuirsi l'opinion del pericolo, e di credere che questo pericolo, questa ragione sia piccola, o minore e più leggera ch'ella non è, ed altrimenti teme; non è coraggioso, perchè niun teme quello ch'ei non crede da temersi, e niun teme fuori dell'opinion del pericolo, vera o falsa, o ancor menoma ch'ella sia, {+o non ragionata, ma quasi istinto e passione} (come quella di cui vedi la p. 3518-20. e massime 3519. marg.)

[3529,1]  Anche il dolore degli uomini si consola o si scema col persuadersi che il danno, la sventura ec. o non sia tale, o sia minore ch'ella non è, o ch'ella non apparisce, o ch'ella non fu stimata a principio; e forse (eccetto quella medicina che reca la lunghezza del tempo) il dolore si consola o mitiga più spesso così che altrimenti. Per questo nelle pubbliche calamità, quando importa che il popolo sia lieto, o non abbattuto, o men tristo che non sarebbe di ragione, si proibiscono e tolgono i segni di lutto, e si ordinano e introducono feste e segni (anche straordinarii) di allegria. 3530 E ciò bene spesso non tanto come cagioni, quanto appunto come segni di allegria; non tanto a produrla dirittamente, quanto a dimostrarla; non tanto a divertir gli animi dal dolore e dalla mestizia, quanto a persuaderli che non ve ne sia ragione, o che questa sia minore che non è. Nelle pesti o contagi si vieta il sonar le campane a morto. Nelle sconfitte si cela al popolo il successo, si proibisce ogni segno di lutto pubblico, si accrescono le feste, si fingono e spargono ancora delle novelle tutte contrarie al vero e piene di felicità. È proprio del buon capitano il mostrarsi lieto o indifferente a' suoi soldati dopo un rovescio ricevuto, dopo la nuova di un disastro ec. (Queste cose appartengono ancora al discorso del timore). Così negl'individui. L'afflitto si consola bene spesso o si rallegra, non tanto colla distrazione, quanto col dar segni a se stesso d'esser lieto o consolato, col canto, con altri atti ed operazioni d'uomo allegro o indifferente. Alla prima nuova, o al primo avvedersi in qualunque modo di un danno, di una sciagura ec., l'animo fa sovente ogni sforzo prima per non creder il fatto, {#ancorchè veduto cogli occhi propri, o con altri sensi ec.} o per non 3531 credere che sia sciagura, poi per crederla molto minore ch'ei non è, poi alquanto minore, passando così più o meno rapidamente di mano in mano e di grado in grado per questi vani tentativi fino all'intera cognizione e forzata persuasione della vera grandezza del male, o fino a quell'ultimo tentativo che riesce, restando l'animo in una persuasione più o manco inferiore al vero.

[3531,1]  Tornando al discorso del coraggio, il vero e perfetto coraggio (quando si tratti di un pericolo dove l'individuo non abbia nulla a fare per ischivarlo o mandarlo a vuoto) dee tanto esser lontano dal muover l'uomo ad allegria o dimostrazione d'allegria straordinaria o diversa dalla disposizione in che egli era il momento prima dell'apprensione del pericolo, quanto dal muoverlo a palpitare, a impallidire, a tremare, a dolersi, a perdersi d'animo, a cadere in tristezza, a divenir taciturno o serio contro il suo solito o contro quel ch'egli era il momento prima, a piangere, e a provar gli altri effetti immediati, e dar gli altri segni espressi e formali del timore. {Chiunque nel pericolo in cui non v'è nulla a fare, comparisce diverso da quel ch'ei suole, qualunque ei soglia essere, e qual ch'ei divenga, e quanta che sia questa diversità, non è coraggioso, o in quel caso non ha vero coraggio.} Com'ei non può produrre gli effetti {nè i segni propri} del timore, e deve impedirli, 3532 così ed altrettanto ei non può produrre e deve impedire gli effetti e i segni che paiono più contrarii a quelli del timore: dico, in quanto questi effetti e questi segni abbiano relazione al presente pericolo, e da esso, in quanto proprio pericolo, sieno occasionati, e non vengano da altre cagioni indifferenti. Ad essere perfettamente e veramente coraggioso, o a fare una prova particolare di vero e perfetto coraggio (il quale può essere ed atto ed abito, e quello talora senza questo), si richiede da una parte conoscere pienamente tutta la vera qualità e la vera grandezza del pericolo, o esserne pienamente persuaso, vero o creduto ch'ei sia; dall'altra parte non mutarsi per tale cognizione ovvero opinione e per tal pericolo, non mutarsi, dico, in nessunissimo conto nè nell'animo, nè nell'esterno, ma conservare esattamente e veramente lo stato del momento prima, allegro o malinconico ch'ei fosse, e seguitare, quanto è materialmente possibile, le stesse operazioni ec. nello stesso modo, in quanto e come si sarebbero seguitate, se il pericolo o l'opinione 3533 o la cognizione di esso non fosse sopravvenuta; insomma perseverare e conservarsi, o essere o divenir {per ogni parte} tale nel pericolo o nell'opinione o cognizione di esso, come appunto sarebbe avvenuto se tal pericolo, opinione o cognizione non fosse in alcun modo sopraggiunta (eccetto solamente quello che le circostanze d'esso pericolo impediscono materialmente di fare, o in qualunque modo, o per non accrescerlo: come se in una tempesta di mare lo strepito dell'onde m'impedisce di dormire; o se in una battaglia navale, io a quell'ora in cui sarei certamente andato a passeggiare sulla coperta, me ne sto, non toccando a me il combattere, chiuso nella mia camera, per non espormi inutilmente alle palle). Tutto ciò dev'essere senz'alcuno sforzo, come è manifesto dagli stessi termini, perchè altrimenti lo stato dell'individuo non sarebbe onninamente lo stesso allora che prima, ma ben diverso. E dev'esser naturale e vero (che torna a dir lo stesso che senza sforzo), sì perchè lo stato non sia cangiato, sì perchè è proprio sovente del timore, come il muovere all'allegria ec., così ancora il portar l'individuo a fingersi 3534 a se stesso indifferente, e nulla mutato nè di fuori nè di dentro da quel di prima; a perseverare con sembianza di tranquillità nelle stesse azioni, nello stesso stato, e fino nella malinconia, o nell'apparenza esteriore di essa, nella taciturnità, ed in altre condizioni spesso occasionate dal timore, se in queste egli si trovava prima del pericolo. Ciò per farsi coraggio, per persuadersi che non vi sia che temere ec. nè più nè meno che chi dimostra allegria ec. Questa indifferenza o dimostrazione d'indifferenza, lungi da essere effetto o segno di coraggio, lo è anzi di timore. Forse la similitudine può parer vile, ma io non trovo più naturale immagine di un uomo veramente e perfettamente coraggioso nell'ora del pericolo, di quella che Pirrone navigando mostrò a' suoi compagni spaventati nel tempo di una burrasca; e ciò fu un porco che in un cantone della nave attendea tranquillamente a mangiar le sue ghiande, mostrando bene all'esterno che anche il suo stato interiore si era appunto tale quale se la burrasca non fosse stata. Ma una gran differenza che v'ha tra questa similitudine e il nostro caso, si è che quell'animale 3535 non conosceva punto il suo pericolo, dovechè l'uomo coraggioso dee pienamente comprenderlo e giustissimamente stimarlo, senza però curarsene più di quanto facesse quell'animale.

[3535,1]  Un coraggio perfettamente corrispondente a quella idea che fin qui s'è descritta, com'è il solo che possa chiamarsi perfetto, anzi vero; così anche, senza fallo, è rarissimo, e forse in verità non se ne trova nè trovò mai nessun esempio reale fra gli uomini, che fosse con tutte le debite circostanze ec. da noi supposte ec. Onde si rileva che il vero coraggio tra gli uomini (e gli altri animali non ne sono capaci) o non esiste, come però si crede, o è di grandissima lunga più raro che non è creduto.

[3535,2]  Quando poi si tratti di pericolo dove l'uomo ha qualcosa a fare per ischivarlo, per impedirlo, o per mandarlo a vuoto, per tornarlo in bene, come il nocchiero e i marinai nella tempesta, il capitano e i soldati nella battaglia; allora la indifferenza esteriore e l'operar non altrimenti che se il pericolo non fosse, non è debito del coraggio, anzi all'opposto; ma è bensì debito del coraggio la perfettissima calma interiore, la quale lasci le facoltà dell'anima pienamente 3536 libere di attendere a quello che fa bisogno contra il pericolo, senza che alla cura che si dee porre in combatterlo, si mesca neppure il menomo turbamento per la dubbiosa aspettativa del successo. E le operazioni esteriori debbono esser così riposatamente fatte come quelle che si fanno a qualunque altro fine. E in esse operazioni una certa avventatezza, un ardir temerario, un affrontare il pericolo più che non bisogna, un prenderne maggior parte che non è duopo, un accrescere irragionevolmente esso pericolo, un gittarsi via fuor di proposito e simili azioni, che paiono segni ed effetti di sommo coraggio, sono assai sovente tutto l'opposto, cioè segni ed effetti del timore, come quell'allegria di cui s'è parlato di sopra. Perocchè tali atti vengono da un'impazienza, da una fretta di veder l'esito, cioè d'uscir del pericolo col passargli, per così dire, per lo mezzo; da una confusione dell'anima, dal non poter tollerare la calma della riflessione a causa del turbamento che si prova, e ch'essa riflessione accrescerebbe; dal non essere in istato di considerare come si dovrebbe, per aver l'animo sossopra; insomma dal 3537 non trovarsi in pieno riposo di spirito, e libero da ogni passione, come vuole il perfetto coraggio, ma per lo contrario sentire una passione, la quale preferisce e trova più facile e tollerabile uno sforzo ancorchè difficile e pericoloso, che una riposatezza, che le riesce intollerabile e troppo penosa, e non solo difficile ma impossibile (come ogni passione per natura è incapace di riposatezza e l'esclude per la sua propria nazione, e spinge all'energico, allo sforzo ec.). E questa tal passione qual è? e qual può essere? non altro che il timore. Un tal animo è turbato: dunque non fa prova di perfetto coraggio. Come colui che nel pericolo, essendo assalito, o dubitando di esserlo, si diffonde in minacce e in bravare il nemico. Le parole e gli atti di costui dimostrano il coraggio e il non aver timore alcuno. Ma la sostanza è ch'egli teme assai, e che cerca d'allontanare o di scemare il pericolo col mostrare di non temerlo. E così il timore produce in lui le apparenze del coraggio. Or non altrimenti accade nel caso suddetto, dove il timore produce una specie di disperazione 3538 (segno ed effetto di timore eccessivo, quand'ella non è giusta, e quelli che più facilmente e grandemente si disperano nel pericolo, e che perciò, dovendo necessariamente combatterlo, fanno opere di maggior ardire, sono appunto i più timidi: il timore è per essi, come per tutti gli uomini, più insopportabile e penoso del pericolo e del danno: essi non si precipitano in questo se non perchè hanno moltissimo di quello, e per fuggir esso timore) di disperazione, dico, che ha sembianza di straordinario coraggio, e non è che temerità e cecità di mente prodotta dalla paura; e così nel caso di chi dimostra allegria ec

[3538,1]  Il perfetto coraggio ne' pericoli ch'esigono operazione, ha molti più esempi reali che l'altro sopra descritto, e non è certamente una pura idea come forse l'altro lo è. L'uomo che pensa a combattere il pericolo, e che in effetto è occupato esteriormente a combatterlo, si può dir che non pensa al pericolo, bench'ei perfettamente l'intenda. Quella cura ed attività esteriore ed interiore è una specie di potentissima, efficacissima e total distrazione che diverte l'immaginativa 3539 e l'intelletto dal pensiero, dalla considerazione, dalla contemplazione, per così dire, e dalla vista di quel pericolo medesimo, a cui ella è tutta intenta di riparare, ed al qual solo ella è rivolta. Essa occupa tutto l'animo, essa è cura di provvedere al pericolo; ed occupando tutto l'animo non gli lascia luogo a considerare il pericolo per se stesso semplicemente. Egli è quasi impossibile a un uomo o ad un vivente il trovarsi in un gran pericolo, conosciuto e considerato come tale, e affissandosi in esso col pensiero senza distrazione alcuna, e pienamente e semplicemente comprendendolo per se stesso, e considerandone e rappresentandosene sia colla fantasia o anche col solo intendimento e ragione, tutta la qualità e la grandezza, e il danno che seguirebbe dal suo tristo esito, {+e riguardando questo come gran danno realmente;} contuttociò non temere, e restare in perfettissima indifferenza e calma interiore ed esteriore.

[3539,1]  Quel che ho detto sin qui del coraggio e del timore nel pericolo, cioè nel dubbio del danno futuro, si applichi proporzionatamente al coraggio e al timore che hanno luogo nella certezza del danno futuro imminente, o più o men prossimo. E intendo 3540 di quel danno ch'è subbietto di ciò che propriamente si chiama timore, e timidità, viltà ec. non di quello ch'è materia solamente di afflizione, dispiacere, cordoglio, ec. o dubbiosamente o certamente aspettato ch'ei sia (nel qual caso questo dispiacere suole altresì chiamarsi timore), o ricevuto o presente ec. Il passato discorso spetta ai pericoli (o danni ec.) inevitabili e non dipendenti dalla volontà de' rispettivi individui. Il coraggio d'affrontare o cercare i pericoli volontariamente e potendo a meno, procede per lo più, e principalmente da natura o abito d'irriflessione o di non riflettere profondamente; ovvero dal non curare il pericolo, cioè non considerar come male, {o come assai piccolo e spregevol male,} il danno che ne potrebbe seguire, (ancorchè tenuto generalmente grandissimo o sommo dagli uomini), il che viene a esser quanto non riguardare il pericolo come pericolo {+o dal non credere che questo danno ne possa o debba facilmente o in niun modo seguire, il che torna il medesimo}. Questo coraggio non ha che far colla idea del perfetto coraggio da noi proposta, il quale impedisce di temere il pericolo o il danno 1° riguardato com'effettivo danno e pericolo, 2° perfettamente conosciuto, compreso e considerato. Queste condizioni sono essenziali al perfetto, anzi al vero e proprio coraggio; e quel che n'è senza, o non è propriamente coraggio, o imperfetto ec. (26-27. Sett. 1823)