Sequence

p1545_1,p1546_1,p1546_2,p1547_1

[1545,1]  L'uomo senza la speranza non può assolutamente vivere, come senza amor proprio. La disperazione medesima contiene la speranza, non solo perchè resta sempre nel fondo dell'anima una speranza, un'opinione direttamente o quasi direttamente, ovvero obbliquamente contraria a quella ch'è l'oggetto della disperazione; ma perchè questa medesima nasce ed è mantenuta dalla speranza o di soffrir meno col non isperare nè desiderare più nulla; e forse anche con questo mezzo, di goder qualche cosa; o di esser più libero e sciolto e padrone di se, e disposto ad agire a suo talento, non avendo più nulla da perdere, {+più sicuro, anzi totalmente (se è possibile e v. la p. 1477) sicuro in mezzo a qualunque futuro caso della vita ec.;} o di qualche altro vantaggio simile; o finalmente, se la disperazione è estrema {ed intera cioè su tutta la vita,} di vendicarsi della fortuna e di se stesso, di goder della stessa disperazione, della stessa agitazione, vita interiore, sentimenti gagliardi ch'ella suscita ec. Il piacere della disperazione è ben conosciuto, e quando si rinunzi alla speranza e al desiderio di tutti gli altri, non si lascia mai di sperare 1546 e desiderar questo. Insomma la disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l'uomo non dispererebbe se non isperasse. Infatti la disperazione più debole e meno energica è quella dell'uomo vecchio, lungamente disgraziato, sperimentato ec. che spera veramente meno. La più forte, intera, sensibile, e formidabile, è quella del giovane ardente {e inesperto,} ch'è pieno di speranze, e che gode perciò sommamente {benchè barbaramente} della stessa disperazione ec. (22. Agos. 1821.)

[1546,1]  Quelli che meno sperano, meno godono della loro disperazione, e meno anche disperano, e conservano più facilmente una speranza benchè languida, pur distinta e visibile in mezzo alla disperazione. Tale è il caso degli uomini lungamente sventurati, e soliti ed assuefatti a soffrire e a disperare. Viceversa dico degli altri. La disperazione poi dell'uomo ordinariamente felice, è spaventevole. (22. Agos. 1821.)

[1546,2]  Siccome non v'è infelicità che non possa crescere (p. 1477), così non v'è uomo tanto perfettamente disperato che sopraggiungendolo 1547 una nuova, impreveduta e grande sciaura non provi nuovo dolore. Anzi bene spesso quando anche sia preveduta, quando anche sia quella medesima per cui si disperava. Dunque la speranza gli restava ancora. E nessuno è mai tanto disperato che, se bene si dia a credere di non esser più suscettibile di maggior dolore, e di star sicuro nella sua piena disperazione, non sia realmente soggetto a sentire l'accrescimento del male. {+ Non v'è infermo così ragionevole e capace di conoscer da se di avere necessariamente a morir del suo male (come sarebbe un medico ec.), che al ricever l'avviso di dover morire non si turbi fuor di modo. Dunque sperava ancora di non morire. Questa osservazione è del Buffon. } E come non v'è tanto gran male che non possa esser maggiore, così non v'è disperazione umana che non possa crescere. Dunqu'ella non è mai perfetta per grande ch'ella sia, dunque non esclude mai pienamente la speranza. (22. Agos. 1821)

[1547,1]  Osservate quell'uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d'ogni illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credete voi ch'egli pensi? pensa che la sua morte sarà o compianta, o ammirata, o desterà spavento, o farà conoscere il suo coraggio, a' parenti, agli amici, a' conoscenti, a' cittadini; che si discorrerà di lui, se non altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno almeno di un grado sul di lui 1548 conto; che la sua morte farà detestare i suoi nemici, l'amante infedele ec. o li deluderà ec. ec. Credete voi ch'egli non tema? egli teme, (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto. Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze e questi timori, più o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in qualche modo. {+E s'egli è mai vissuto nella società ec. morendo anche nel deserto, e quivi anche di sua mano, spera (sia pur lontanissimamente) che la sua morte quando che sia verrà conosciuta ec. V. p. 1551.} Tanto è lungi dal vero che la speranza o il desiderio possano mai abbandonare un essere che non esiste se non per amarsi, e proccurare il suo bene, e se non quanto si ama. (22. Agos. 1821.)