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[2660,1]  Cic. de rep. l.3. c.8-20. p. 230-48. sotto la persona di L. Furio Filo disputa contro la giustizia, e dimostra la non esistenza della legge naturale, e reca in mezzo le varietà e discordanze de' costumi e delle leggi presso i diversi popoli, e de' giudizi degli uomini e de' vari secoli intorno al retto e al giusto, e a' loro contrarii. Degna d'esser letta è questa disputazione, massime per ciò che riguarda i vari e ripugnanti giudizi delle antiche nazioni circa il così detto diritto naturale e universale, o idea innata del giusto e del bene. E cita il Mai (nella 3. nota della p. 232.) sopra questo proposito S. Girolamo in Iovin. II. 7. sqq. Sesto Empirico III. 24. et contra eth. 190. seqq. ed Erodoto III. 38. quos auctores haud paenitendo cum fructu ii legent qui naturali civilique historiae student. (22. Dic. 1822.)

[2660,2]  Nella sopraddetta disputazione è notabile un frammento (c.15. p. 243.), dove Cicerone in persona di Filo ricorda quella favolosa opinione che avevano gli Arcadi 2661 e gli Ateniesi d'essere αὐτοχϑόνες [αὐτόχθονες,] cioè terrae filii, perlochè stimandosi di diversa origine e natura dagli altri uomini, niente stimavano di dovere alle altre nazioni, benchè riconoscessero leggi e diritti che obbligassero ciascuno individuo della propria nazione verso gli altri individui della medesima. E v. quivi la nota 1. del Mai. (22. Dic. 1822.). { V. p. 2665. }