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Celtica (lingua ec.).

Celtic (language etc.)
994-95   29. Aprile. 1821.

[993,1]  In secondo luogo risulta dalle sopraddette cose, che i mezzi usati dai romani per far prevalere la loro lingua, come nelle altre nazioni, così in Grecia, e ne' moltissimi paesi dove il greco era usato, (v. p. 982-83.) laddove riuscirono in tutti gli altri luoghi, non riuscirono e furon vani in questi. Ed osservo che la lingua latina non prevalse mai alla greca in nessun paese dov'ella fosse stabilita, sia come lingua parlata, sia come lingua scritta: laddove la greca avea prevaluto a tutte le altre in questi tali (vastissimi e numerosissimi) paesi, e in quasi mezzo mondo; e quello che 994 non potè mai la lingua nè la potenza nè la letteratura latina, lo potè, a quel che pare, in poco spazio, l'arabo, e le altre lingue o dialetti maomettani, (come il turco ec.) e così perfettamente, come vediamo anche oggidì. Ma la lingua latina, (eccetto nella Magna Grecia e in Sicilia) non solo non estirpò, ma non prevalse mai in nessun modo e in nessun luogo alla lingua e letteratura greca, se non come pura lingua della diplomazia: quella lingua latina, dico, la quale nelle Gallie aveva, se non distrutta, certo superata quell'antichissima lingua Celtica così varia, così dolce, così armoniosa, così maestosa, così pieghevole, ( Annali 1811. n. 18. p. 386. Notiz. letterar. di Cesena 1792. p. 142.) e che al Cav. Angiolini che se la fece parlare da alcuni montanari Scozzesi, parve somigliante ne' suoni alla greca: ( Lettere sopra l'Inghilterra, Scozia, ed Olanda. vol. 2do. Firenze 1790. Allegrini. 8.vo anonime, ma del Cav. Angiolini; Notizie ec. l. c.) lingua della cui purità erano depositarii e custodi gelosissimi quei famosi Bardi che avevano e conservarono per sì lungo tempo, ancor dopo la conquista fatta da' Romani, tanta influenza sulla nazione, e massime poi la letteratura: ( Annali ec. l. c. p. 385. 386. principio.) quella lingua così ricca, e ogni giorno più ricca di tanti poemi, parte de' quali anche 995 oggi si ammirano. Questa lingua e letteratura cedette alla romana; v. p. 1012. capoverso 1. la greca non mai; neppur quando Roma e l'Italia spiantata dalle sue sedi, si trasportò nella stessa Grecia. Perocchè sebbene allora la lingua greca fu corrotta finalmente di latinismi, ed altre barbarie, (scolastiche ec.) imbarbarì è vero, ma non si cangiò; e in ultimo, piuttosto i latini {vincitori e signori} si ridussero a parlare quotidianamente e scrivere il greco, e divenir greci, di quello che la Grecia {vinta e suddita} a divenir latina e parlare o scrivere altra lingua che la sua. Ed ora la lingua latina non si parla in veruna parte del mondo, la greca, sebbene svisata, pur vive ancora in quell'antica e prima sua patria. Tanta è l'influenza di una letteratura estesissima in ispazio di tempo, e in quantità di cultori e di monumenti; sebbene ella già fosse cadente a' tempi romani, e a' tempi di Costantino, possiamo dire, spenta. Ma i greci se ne ricordavano sempre, e non da altri imparavano a scrivere che da' loro sommi e numerosissimi scrittori passati, siccome non da altri a parlare, che dalle loro madri. { v. p. 996. capoverso 1.} Certo è che la letteratura influisce sommamente sulla lingua. (v. p. 766. segg.) Una lingua senza letteratura, o poca, non difficilmente si spegne, o si travisa in maniera non riconoscibile, {non potendo ella esser formata, nè per conseguenza troppo radicata e confermata, siccome immatura e imperfetta}. E questo accadde alla lingua Celtica, forse perch'ella scarseggiava sommamente di scritture, sebbene abbondasse di componimenti, che per lo più passavano solo di bocca in bocca. Non così una lingua abbondante di scritti. Testimonio ne sia la Sascrita, 996 la quale essendo ricca di scritture d'ogni genere, e di molto pregio secondo il gusto orientale, e della nazione, vive ancora (comunque corrotta) dopo lunghissima serie di secoli, in vastissimi tratti dell'India, malgrado le tante e diversissime vicende di quelle contrade, in sì lungo spazio di tempo. E sebbene anche i latini ebbero una letteratura, e grande, e che sommamente contribuì a formare la loro lingua, tuttavia si vede ch'essa letteratura, venuta, per così dire, a lotta colla greca, in questo particolare, dovè cedere, giacchè non solamente non potè snidare la lingua e letteratura greca, da nessun paese ch'ella avesse occupato, ma neanche introdursi nè essa nè la sua lingua in veruno di questi tanti paesi. (29. Aprile. 1821). { V. p. 999. capoverso 1.}

1010   4. Maggio 1821

[1010,1]  Della lingua volgare latina antica v. Andrès, Dell'Orig. d'ogni letteratura ec. Parte 1. c. 11. Ediz. Veneta del Vitto. t. 2. p. 256 -257. nota. {+La qual nota è del Loschi. Che però egli s'inganni, lo mostrano le mie osservazioni [ pp.32-36] sopra la lingua di Celso, scrittore non dell'antica e mal formata, ma della perfetta ed aurea latinità.} (4. Maggio 1821).

1014,2   5. Maggio 1821

[1014,2]  Alla p. 991. Così Beda inglese, nonostante che la sua lingua nazionale (cioè l'anglo-sassone: ( Andrès, loc. cit., p. 1010, p. 255. fine) diversa dalla Celtica, stabilita nella Scozia e nel paese di Galles) fosse adoperata anche in usi letterarii, come si rileva da quello ch'egli stesso riferisce di un Cedmone monaco Benedettino, illustre poeta improvvisatore nella sua lingua. ( Andrès, p. 254.) Cosa la quale, se non altro, dimostra ch'ella era una lingua già ridotta a una certa forma (lo riferirà forse il Beda nella Storia Ecclesiastica degli Angli.) (5. Maggio 1821).

1015   6. Maggio 1821.

[1015,1]  Dalle quali osservazioni si potrebbe anche dedurre che le parole francesi derivate dal greco, e che non si trovano negli scrittori latini, e che io in parecchi pensieri, ho supposto [ p.109] che fossero nel volgare latino, come planer ec. fossero venute nella lingua francese immediatamente dalle antiche communicazioni avute colla lingua e letteratura greca. Questo però non mi par molto probabile, trattandosi che la lingua greca fu spenta nelle Gallie lunghissimo tempo innanzi la nascita della francese: che la latina vi prevalse interamente; e che della celtica ch'era pur la nazionale, appena si trova vestigio nella francese (v. p. 1012. capoverso 1.). Quanto meno dunque si dovrebbero trovar della greca! Laddove se ne trovano tanti che han fatto un dizionario apposta, delle parole francesi derivate dal greco. Inoltre questo argomento non può valer di più di quello che vaglia 1016 per le parole italiane dello stesso genere, le quali si potrebbero suppor derivate dalla magnagrecia, e dalla Sicilia, piuttosto che dal latino: mentre però la lingua greca si spense in quei paesi tanto innanzi al sorgere della lingua italiana, e vi si stabilì la latina: che per conseguenza vi è tanto più vicina alla nostra, in ordine di tempo: anzi immediatamente vicina. { V. p. 1040. fine.} Del resto anche in Sicilia durò la letteratura greca (se non anche la lingua) lungo tempo dopo il dominio romano. Diodoro fu siciliano, e così altri scrittori greci. E vedi Porfir. Vit. Plotin. cap. 11. donde par che apparisca che in Sicilia a quel tempo vi fossero cattedre o scuole greche di sofisti, come si può dire, in tutte le parti dell'imperio romano, in Roma, nelle Gallie a tempo di Luciano ec. Cecilio Siculo, benchè romano di nome, e vissuto in Roma ec. scrisse in greco. V. Costantino Lascaris nel Fabricio, B. Gr. t.14. p. 22-35. edit. vet. (6. Maggio 1821). {+Ma nel terzo secolo T. Giulio Calpurnio Siciliano, poeta Bucolico, contemporaneo di Nemesiano, scrisse in latino. E così altri Siciliani ec.}

1024,1   9. Maggio 1821

[1024,1]  1024 Sebbene la lingua Celtica fosse così bella ed atta alla letteratura, {e per conseguenza, formata, e stabilita e ferma (espressioni del Buommattei in simil senso),} come si vede oggidì ne' monumenti che ne avanzano, e come ho detto p. 994. fine sebben fosse così antica e radicata ec. nondimeno laddove i greci ancorchè sudditi romani, e vivendo in Roma o in Italia, scrivevano sempre in greco {e non mai in latino;} nessuno scrittor gallo, nelle medesime circostanze, scrisse mai {che si sappia} in lingua celtica, ma in latino. (9. Maggio 1821).

1163,3   13. Giugno 1821

[1163,3]  Altra prova dell'antico odio nazionale. Presso gli antichi latini o romani, forestiero e nemico si denotavano colla stessa parola hostis. V. Giordani nella lettera al Monti, in fine, (Proposta ec. vol. 1. par. 2. p. 265. fine. alle voci Effemeride. Endica. Epidemia.) il Forcellini, e il mio pensiero su questa voce, { p. 205. fin. } dove si porta anche l'esempio simile, della lingua Celtica. (13. Giugno 1821).

3366,1   6. Sett. 1823.

[3366,1]  La lingua latina s'introdusse, si piantò e rimase in quelle parti d'Europa nelle quali entrò anticamente e si stabilì la civilizzazione. Ciò non fu che nella Spagna e nelle Gallie. Quella fino dagli antichi tempi produsse i Seneca, Quintiliano, Columella, Marziale ec. poi Merobaude, S. Isidoro ec. e altri moltissimi di mano in mano, i quali divennero letterati e scrittori latini, senza neppure uscire, come quei primi, dal loro paese, o quantunque in esso educati, e non, come quei primi, in Roma. Le Gallie produssero Petronio Arbitro, Favorino ec. poi Sidonio, S. Ireneo ec. La civiltà v'era già innanzi i romani stata introdotta da coloni greci. Di più la corte latina v'ebbe sede per alcun tempo. La Germania benchè soggiogata anch'essa da' Romani, e parte dell'impero latino, non diede mai adito a civiltà nè a lettere, nè a' buoni nè a' mediocri nè a' cattivi tempi di quell'impero. Ella fu sempre barbara. Non si conta fra gli scrittori latini di veruna latinità 3367 (se non dell'infimissima) niuno che avesse origine germanica o fosse nato in Germania, come si conta pur quasi di tutte l'altre provincie e parti dell'impero romano. Quindi è che la Germania benchè suddita latina, benchè vicina all'Italia, anzi confinante, come la Francia, e più vicina assai che la Spagna, non ammise l'uso della lingua latina, e non parla latino {(cioè una lingua dal latino derivata),} ma conserva il suo antico idioma. (Forse anche fu cagione di ciò e delle cose sopraddette, che la Germania non fu mai intieramente soggiogata, nè suddita pacifica, come la Spagna e le Gallie, sì per la naturale ferocia della nazione, sì per esser ella sui confini delle romane conquiste, e prossima ai popoli d'Europa non conquistati, e nemici de' romani, e sempre inquieti e ribellanti, onde ad essa ancora nasceva e la facilità, e lo stimolo, e l'occasione, e l'aiuto e il comodo di ribellare). Senza ciò la lingua latina avrebbe indubitatamente spento la teutonica, nè di essa resterebbe maggior notizia o vestigio che della celtica e dell'altre che la lingua latina spense affatto in Ispagna e in 3368 Francia. Delle quali la teutonica non doveva mica esser più dura nè più difficile a spegnere. Anzi la celtica doveva anticamente essere molto più colta e perfetta o formata che la teutonica, il che si rileva sì dalle notizie che s'hanno de' popoli che la parlarono, e delle loro istituzioni (come de' Druidi, de' Bardi, cioè poeti ec.), e della loro religione, costumi, cognizioni ec. sì da quello che avanza pur d'essa lingua celtica, e de' canti bardici in essa composti ec. L'Inghilterra par che ricevesse fino a un certo segno l'uso della lingua latina, certo, se non altro, come lingua letterata e da scrivere. {Il latino si stabilì in Inghilterra a un di presso come il greco nell'alta Asia, e l'italiano in Dalmazia, nell'isole greche e siffatti dominii de' Veneziani: cioè come lingua di qualunque persona colta e della scrittura, ma non parlata dal popolo, benchè fosse intesa. Così il turco in Grecia ec.} Ella ha pure scrittori non solo dell'infima, ma anche della media latinità, come Beda ec. Ma era già troppo tardi, sì perchè la lingua latina era già corrotta e moribonda per tutto, anche in Italia sua prima sede, sì perchè l'impero latino era nel caso stesso. Quindi i Sassoni facilmente distrussero la lingua latina in Inghilterra, ancora inferma e mal piantata, propria solo dei dotti (com'io credo), e le sostituirono la 3369 teutonica, trionfando allo stesso tempo (almeno in molta parte dell'isola) anche dell'idioma nazionale, indigeno, ἐπιχώριος e volgare, cioè del celtico ec., al qual trionfo doveva pure aver già contribuito la lingua latina, soggiogata poi anch'essa, e più presto ed interamente dell'indigena, da quella de' conquistatori. Laddove nelle Gallie i Franchi non poterono mica introdurre la lingua loro, benchè conquistatori, nè estirpar la latina, ben radicata, e per lunghezza di tempo, e perchè insieme con essa erano penetrati e stabiliti nelle Gallie, i costumi, la civiltà, le lettere, la religione latina, e perchè quivi detta lingua non era già propria ai soli dotti, ma comune al volgo, ond'essi conquistatori l'appresero, e parlata ec. Così dicasi de' Goti, Longobardi ec. in Italia; de' Vandali ec. in Ispagna. Che se la lingua latina in Italia, in Francia, in Ispagna, trionfò delle lingue germaniche benchè parlate da' conquistatori, può esser segno ch'ella ne avrebbe pur trionfato nella Germania ov'elle parlavansi da' conquistati, se non l'avessero impedito le cagioni dette di sopra. Perocchè si vede che la lingua latina trionfava 3370 dell'altre, non tanto come lingua di conquistatori e padroni, superante quella de' conquistati e de' servi, nè come lingua indigena o naturalizzata, superante le forestiere, avventizie e nuove; quanto come lingua colta e formata, superante le barbare, incolte, informi, incerte, imperfette, povere, insufficienti, indeterminate. Altrimenti non sarebbe stato, come fu, impossibile ai successivi conquistatori d'Italia, Francia, Spagna, il far quello che i latini ne' medesimi paesi, conquistandoli, avevano fatto; cioè l'introdurre le proprie lingue in luogo di quelle de' vinti. Nel mentre che i Sassoni in Inghilterra, certo nè più civili nè più potenti de' Franchi, de' Goti, de' mori, ec. i Sassoni, dico, in Inghilterra, e poscia i Normanni, trionfavano pur senza pena delle lingue indigene di quell'isola, perchè mal formate ancor esse, benchè non affatto barbare, ed anzi (p. e. la celtica) più colte ec. delle loro. Ma queste vittorie della lingua latina sì nell'introdursi fra' conquistati, e forestiera scacciare le lingue indigene; sì nel mantenersi malgrado i conquistatori, e in luogo di cedere, divenir propria anche di questi, si dovettero, come ho detto, in grandissima parte, alla civiltà dei 3371 costumi latini e alle lettere latine con essa lingua introdotte o conservate: di modo che detta lingua non riportò tali vittorie, solamente come colta e perfetta per se, ma come congiunta ed appartenente ai colti e civili costumi, opinioni e lettere latine. Perocchè, come ho detto, sempre ch'ella ne fu disgiunta, cioè dovunque la civiltà e letteratura latina, e l'uso del viver latino, o non s'introdusse, o non si mantenne, o scarsamente s'introdusse o si conservò; nè anche s'introdusse la lingua latina, come in Germania, o non si mantenne, come accadde in Inghilterra. E ciò si vede non solo in queste parti d'Europa, che non ammisero la civiltà latina per eccesso di barbarie, o che non ammettendola, restarono barbare; ma eziandio in quelle dove una civiltà ed una letteratura indigena escluse la forestiera, in quelle che non ammettendo i costumi nè le lettere latine, restarono però, quali erano, civili e letterate, cioè nelle nazioni greche. Le quali non ricevendo l'uso del viver latino, non ricevettero neppur la lingua, benchè la sede dell'impero 3372 romano, e Roma e il Lazio, per così dire, fossero trasportate e lunghissimi secoli dimorassero nel loro seno. Ma la Grecia contuttociò non parlò mai nè scrisse latino, ed ora non parla nè scrive che greco. Ed essa era pur la parte più civile d'Europa, non esclusa la stessa Roma, al contrario appunto della Germania. Sicchè da opposte, ma analoghe e corrispondenti e ragguagliate e proporzionate, cagioni, nacque lo stesso effetto.