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Composti. Voci composte.

Compounds. Compound words.
735,1   8-14. Marzo 1821.

[735,1]  La lingua greca da' suoi principii fino alla fine, non lasciò mai di arricchirsi, e acquistar sempre, massimamente nuovi vocaboli. Non è quasi scrittor greco {di qualsivoglia secolo,} che venga nuovamente in luce, il quale non possa servire ad impinguare il vocabolario greco di qualche novità. 736 Non è secolo della buona lingua greca (la quale si stende molto innanzi, cioè almeno a Costantino, giacchè credo che S. Basilio e S. Crisostomo si citino nel Glossario sebbene anche nel Vocabolario) ne' cui scrittori la lingua non si trovi arricchita di nuove voci e anche modi, che non si osservano ne' più antichi. E questi incrementi erano tutti della propria sostanza e del proprio fondo, giacchè la lingua greca fu oltremodo schiva d'ogni cosa forestiera, ma trovava nelle sue radici e nella immensa facilità e copia de' suoi composti, la facoltà di dir tutto quello che bisognava, e di conformare la novità delle parole alla novità delle cose, senza ricorrere ad aiuti stranieri. Insomma il tesoro e la natura, e non solamente ricchezza, ma fertilità naturale e propria della lingua greca, era tale da bastare da per se sola, a tutte le novità che occorresse di esprimere, come un paese così fertile che fosse sufficiente ad alimentare 737 qualunque numero di nuovi abitatori o di forestieri. E questo si può vedere manifestamente anche per quello che interviene oggidì. Giacchè in tanta diversità di tempi e di costumi e di opinioni, in tanta novità di conoscenze e di ritrovati, e fino d'intere scienze e dottrine, qualunque novità massimamente scientifica occorra di significare e denominare, si ha ricorso alla lingua greca. Nessuna lingua viva, ancorchè pure le lingue vive sieno contemporanee alle nostre cognizioni e scoperte, si stima in grado di bastare a questo effetto, e s'invoca una lingua morta e antichissima per servire alla significazione ed enunziazione di quelle cose a cui le lingue viventi e fiorenti non arrivano. La rivoluzione francese, richiedendosi alla novità delle cose, la novità delle parole, ha popolato il vocabolario francese ed anche europeo, di nuove voci greche. La fisica, la Chimica, la storia naturale, le matematiche, 738 l'arte militare, la nautica, {la medicina, la metafisica} la politica ogni sorta di scienze o discipline, ancorchè rinnovellate e diversissime da quelle che si usavano o conoscevano dagli antichi greci, ancorchè nuove di pianta, hanno trovato in quella lingua il capitale sufficiente ai bisogni delle loro nomenclature. Ogni scienza o disciplina nuova, comincia subito dal trarre il suo nome dal greco. E questa lingua ancorchè da tanti secoli spenta, resta sempre inesauribile, e provvede a tutto, e si può dire che prima mancherà all'uomo la facoltà di sapere di conoscere e di scoprire, prima saranno esaurite tutte le fonti dello scibile, di quello che manchi alla lingua greca la facoltà di esprimerlo, e sia inaridita la fonte delle sue denominazioni e parole. Il qual uso, ancorchè io lo biasimi e condanni per le ragioni che ho dette altrove [ p.48] [ p.50], non è però che non renda evidente e palpabile l'onnipotenza immortale di quella lingua.

928,2   11. Aprile 1821

[928,2]  La lingua Sascrita, quell'antichissima lingua indiana, che quantunque {diversamente} alterata e corrotta, e distinta in moltissimi dialetti, vive ancora e si parla in tutto l' 929 Indostan, (Annali di Scienze e Lettere Milano. 1811. Gennaio. vol. 5. N. 13. Vilkins, Gramatica della lingua Sanskrita: articolo tradotto da quello di un cospicuo letterato nell'Edimburgh Review. p. 28. 29. 31. fine - 32. principio. e 32. mezzo. 35. fine - 36. principio) e altre parti dell'India, (ivi, 28. fine) e segnatamente sotto nome di lingua Pali in tutte le nazioni poste all'oriente della medesima India (ivi 36.); quella lingua che Sir William (Guglielmo) Jones famosissimo per la cognizione sì delle cose orientali, sì delle lingue orientali e occidentali (ivi 37. princip. e fine), non dubitò di dichiarare essere più perfetta della greca, più copiosa della Latina, e dell'una e dell'altra più sapientemente raffinata (ivi 52.); quella lingua dalla quale è opinione di alcuni dotti inglesi del nostro secolo, {non senza appoggio di notabili argomenti e confronti,} che sieno derivate, o abbiano avuto origine comune con lei, le lingue Greca, Latina, Gotica, e l'antica Egiziana o Etiopica {(come pure i culti popolari {primitivi} di tutte queste nazioni)} (ivi. 37. 38. princip. e fine); questa lingua, dico, antichissima, ricchissima, perfettissima, avendo otto casi, non si serve delle preposizioni coi nomi ( i suoi otto casi rendono superfluo l'uso delle preposizioni. ivi 52. fine), ma le adopera esclusivamente da prefiggersi ai verbi, come {si fa} in greco, laddove, sole, rimangonsi prive affatto d'ogni significato. (ivi.) Così che tutte le sue preposizioni sono destinate espressamente ed unicamente alla composizione, e a variare e moltiplicare col mezzo di questa, i significati 930 dei verbi. (Altre particolarità di quella lingua, analoghe affatto alle particolarità e pregi delle nostre lingue antiche, come formalmente l'osserva l'Estensore dell'articolo, puoi vederle, se ti piacesse, nel fine d'esso articolo, cioè dalla metà della p. 52. a tutta la p. 53.) (11. Aprile 1821.).

943,1   14. Aprile 1821

[943,1]  La lingua chinese è tutta {architettata e} fabbricata sopra un sistema di composti, non solo quanto ai caratteri, {de' quali v. il pensiero precedente } ma parimente alla pronunzia, ossia a' vocaboli. Giacchè i loro vocaboli radicali esprimenti i caratteri non sono più di 352. secondo il Bayer, e 383 secondo il Fourmont. {+Ed eccetto che il valore di {alcuni di} questi vocaboli si diversifica {talvolta} per via di quattro toni, dell'uno dei quali si appone loro il segno (Annali ec. p. 317.- 318. e 320. lin. 7.), tutti gli altri vocaboli Chinesi} sono composti; come si vede anche nella maniera in cui si scrivono quando si trasportano originalmente nelle nostre lingue. Annali ec. l. cit. nel pensiero anteced. Rèmusat ec. p. 319. mezzo - 320 mezzo. (14. Aprile 1821.). { V. p. 944. capoverso 1.}

984,1   25. Aprile 1821

[984,1]  Delle qualità e pregi della lingua Sascrita, v. alcune cose estratte da un articolo di Jones nelle Notizie letterarie di Cesena 1791. 24. Nov. p. 365. colonna 1. Dell'abuso ch'ella fa talvolta de' composti v. ib. p. 363. colonna 2. fine. {+Abuso simile a quello che ne facevano talvolta gli antichi scrittori, e massime poeti, latini, ma assai maggiore, secondo la natura de' popoli orientali che sogliono sempre e in ogni genere spingersi fino all'ultimo e intollerabile eccesso delle cose.} (25. Aprile 1821.).

1292,1   8. Luglio 1821.

[1292,1]  Alla p. 1242. Non è dunque da maravigliarsi che la lingua italiana fra le moderne sia tenuta la più ricca. (Monti.) Ho già mostrato come la vera fonte della ricchezza delle lingue antiche, consistesse nella gran facoltà dei derivati e de' composti, e come questa sia la principal fonte della ricchezza di qualsivoglia lingua, e quella che ne manca o ne scarseggia, non possa esser mai ricca. La lingua italiana la quale cede alla greca e latina nella facoltà de' composti (colpa più nostra che sua), abbiamo veduto 1293 e si potrebbe dimostrare con mille considerazioni, che nella facoltà dei derivati, e nell'uso che finora ha saputo fare di tal facoltà, piuttosto vince dette lingue, di quello che ne sia vinta. Sarà dunque vero che la lingua italiana sia la più ricca delle moderne, e questa superiorità sua, che una volta fu effettiva (e per le dette ragioni), non passerà come parecchie altre, se noi non la spoglieremo di quelle facoltà che la producono, e sole la possono principalmente produrre; e che per l'altra parte sono proprie della sua indole. Cioè se non la spoglieremo della facoltà di crear nuovi composti e derivati, disfacendo quello che fecero i nostri antichi. Giacchè l'impedire alla lingua {+(e ciò per legge costante) che non segua ad} esercitare le facoltà generative datele da quelli che la formarono, {è lo stesso che spogliarnela, e quindi} si chiama disfare e non conservare l'opera dei nostri maggiori.

2005,1   28. Ott. 1821.

[2005,1]  L'ebraico manca si può dire affatto di composti, e scarseggia assaissimo di derivati in proporzione delle sue radici e dell'immenso numero di derivati che nello stesso ragguaglio di radici, hanno le altre lingue. Ciò vuol dire, ed è effetto e segno che la lingua ebraica è se non altro l'una delle più antiche. L'uso dei composti (de' quali mancano pure, cred'io, tutte le lingue orientali affini all'Ebraica, l'arabica ec.) non è infatti de' più naturali 2006 nè facili ad inventarsi, e non sembra che sia stato proprio delle lingue primitive, nè l'uno di quei mezzi, co' quali esse da principio si accrebbero. Infatti lo spirito umano trova per ultimi i mezzi più semplici, qual è questo di comporre con pochi elementi un vasto vocabolario, diversissimamente combinandoli. Siccome appunto accadde nella scrittura, dove da principio parvero necessari tanti diversi segni quante sono le cose o le idee. Così dunque nelle radici ec. Bensì naturalissimo e primitivo, e l'uno de' primi mezzi d'incremento che adoperò il linguaggio umano, è l'uso della metafora, o applicazione di una stessa parola a molte significazioni, cioè di cose in qualche modo somiglianti, o fra cui l'uomo trovasse qualche analogia più o meno vicina o lontana. E di metafore infatti abbonda il vocabolario ebraico, e gli altri orientali, cioè quasi ciascuna parola ha una selva di significati, e sovente 2007 disparatissimi e lontanissimi, fra' quali è ben difficile il discernere il senso proprio e primitivo della parola. Così portava la vivezza dell'immaginazione orientale, che ravvicinava cose lontanissime, e trovava rapporti astrusissimi, e vedeva somiglianze e analogie fra le cose più disparate. Del resto senza quest'abbondanza di significazioni traslate, e questo cumulo di sensi per ciascuna parola, la lingua Ebraica e le sue affini, non avrebbero abbastanza da esprimersi, e da fare un discorso ec. (28. Ott. 1821.)

2277,3   23. Dic. 1821.

[2277,3]  Alla p. 2079 principio. I verbi latini semplici derivarono certo, almeno per la massima parte, dai nomi: antichissimamente 2278 però, ed in modo che grandissima parte delle loro radici nominative è ignota, e passano essi per radici. In altri verbi si trova la radice nominativa, ed alcuni, anzi non pochi di questi si veggono formati dai latini di mano in mano, anche in tempi recenti, cioè a' secoli di Cicerone, degli Antonini, ec. Ma da poi che la lingua formandosi e ordinandosi, adottò il costume de' verbi composti, essa inclinò sempre a formarli da' verbi semplici, unendoli alle opportune preposizioni avverbi, particelle, {nomi,} ec. Pochissimo si compiacque di trar fuori di netto un verbo nuovo, composto di preposizioni ec. e di un nome nuovamente e appostatamente ridotto a conjugazione (Bella facoltà del greco italiano spagnolo) Se ne trovano alcuni di questi, ma pochissimi (massime fatti da nomi sustantivi) in confronto specialmente della immensa quantità degli altri verbi composti da verbi semplici. Dealbare (per altro la radice è aggettiva) è fra questi 2279 pochi. (23. Dic. 1821.)

2443,1   30. Maggio 1822.

[2443,1]  Di ciò che ho notato altrove [ p.741.sgg.] [ pp.805.sgg.] [ pp.1076-77] che l'uso di fabbricar nuovi composti, e di supplir così al bisogno di esprimer nuove idee, o nuove parti d'idee (ch'è tutt'uno, secondo le osservazioni della moderna ideologia), essendo stato così comune alle lingue antiche, e alle stesse moderne ne' loro principii, s'è poi quasi dimenticato, per utilissimo che sia; se ne possono dar, fra l'altre, le seguenti ragioni.

2595,1   6. Agosto 1822.

[2595,1]  A ciò che ho detto altrove [ pp.2455-56] di quel verso dell'Alfieri, Disinventore od inventor del nulla, soggiungi. Quest'appunto è la mirabile facoltà della lingua greca, ch'ella esprime facilmente, senza sforzo, senza affettazione, pienamente e chiarissimamente, in una sola parola, idee che l'altre lingue talvolta non possono propriamente e interamente esprimere in nessun modo, non solo in una parola, ma nè anche in più d'una. E questo non lo conseguisce la detta lingua per altro mezzo che della immensa facoltà de' composti.

2630,2   5. Ottobre. 1822.

[2630,2]  Ho detto [ p.244] che gli scrittori greci hanno ciascuno un vocabolarietto a parte 2631 non escono mai o quasi mai, e nella totalità del quale ciascun d'essi si distingue benissimo da ciascun altro, e ch'esso vocabolario, massime ne' più antichi è molto ristretto, e che la lingua greca ricchissima in genere, non è più che tanto ricca in veruno scrittore individuo; e tanto meno è ricca quanto lo scrittore è più antico e classico, e quindi i più antichi e classici si distinguono fra loro nelle parole e frasi più di quel che facciano parimente fra loro i più moderni, che son più ricchi assai, ed abbracciano ciascuno una maggior parte della lingua, onde debbono aver fra loro più di comune che gli antichi non hanno fra loro medesimi, come che le parole e frasi di ciascuno generalmente prese, sieno tutte ugualmente proprie della lingua.

2633,1   8. Ottobre. 1822.

[2633,1]  2633 Dalle suddette cose si può conoscere che l'immensa ricchezza della lingua greca, non pregiudicava alla facilità di scriverla, e quindi non s'opponeva alla sua universalità, non essendo necessaria più che tanta ricchezza (o usata o conosciuta e posseduta) non solo per iscrivere e parlar greco, ma eziandio per iscriverlo e parlarlo egregiamente; e bastando poche radici per questo; poichè restavano liberi i composti all'arbitrio dello scrittore, o quando anche non restassero liberi, infiniti composti e derivati portava seco ciascuna radice, onde lo scrittore pratico di poche radici veniva subito ad avere una lingua molto sufficiente a tutti i suoi bisogni. Il che scemava infinitamente la difficoltà che si prova nelle lingue, perchè un vocabolario sufficientissimo 2634 allo scrittore o parlatore si riduceva sotto pochi elementi, e procedeva da pochi principii ossia radici, e quindi era molto più facile ad impararlo ed impratichirsene, che se esso senza essere niente maggiore, avesse contenuto tutta la lingua, ma fosse proceduto da più numerose e diverse radici. Tutte queste circostanze siccome quelle notate nel pensiero precedente non si trovavano nella lingua latina, che meno ricca della greca, era però per la sua ricchezza più difficile a scrivere e a parlare che la greca non fu, perchè la ricchezza (ancorchè minore) della latina, bisognava averla tutta in contanti, a volere scrivere e parlar latino, e massimamente a farlo bene. E l'orecchie latine erano delicatissime come le francesi, circa il vero e 2635 proprio andamento (e la purità) della loro lingua, che rispetto alla greca era liberissimo, cioè sommamente vario, ed in gran parte ad arbitrio. (8. Ottobre. 1822.)

2756   5. Giugno. ottava del Corpus Domini. 1823.

[2755,1]  Alla p. 2717. Dico che la lingua francese è più ricca dell'italiana quanto alle parole non sinonime. Intendo de' nomi e de' verbi. Nelle altre parti dell'orazione la ricchezza nostra è incomparabile non solo colla lingua francese, ma pur colla latina, e forse con ogni lingua viva. Questa ricchezza è utile, e reca alla nostra lingua un'immensa ed inesauribile fecondità di frasi 2756 e di forme, e allo scrittore italiano la facoltà di poterne sempre foggiar delle nuove, non solo conformi all'indole e proprietà della lingua, ma che non paiano neppur nuove (forse neanche allo stesso scrittore), perchè nascono come da se, dal fondo della lingua, chi ben lo conosce, e lo sa coltivare e scaturiscono dalla natura di essa. Da ciò deriva una incredibile varietà. Ma la sostanziale e necessaria ricchezza di una lingua non può consistere nelle particelle ec. bensì ne potrebbe nascere, se queste si applicassero alla composizione delle parole, come fa la lingua greca, la quale è ricchissima di nomi e di verbi (che sono la sostanza e la principal ricchezza di una favella) non per altra cagione principalmente, se non per la estrema abbondanza di preposizioni e particelle d'ogni sorta, e per l'uso larghissimo ch'ella ne fa nella composizione d'ogni maniera di vocaboli. (5. Giugno. ottava del Corpus Domini. 1823.).

2876,2   2. Luglio 1823.

[2876,2]  Dico altrove [ pp.740.sgg.] che l'uso di crear giudiziosamente e parcamente nuovi composti, fu mantenuto dagli autori latini, e massime da' poeti, non solo fino alla intera formazione della lingua e della letteratura, ma nello stesso secolo d'oro della latinità, e nel tempo che immediatamente gli succedette. Di quest'uso parla Macrobio 2877 Saturn. VI. 5. mostrando che alcuni epiteti composti che si credevano fatti da Virgilio sono di fabbrica più antica. Segno qui alcuni composti latini de' quali ch'io sappia non si trova esempio negli autori anteriori al secolo aureo. E saranno tutti composti di due nomi, l'uno sostantivo e l'altro addiettivo, o tutti e due sostantivi ec. {+o d'un nome e d'un verbo o participio o verbale, ec.} {che sono i composti più rari}; lasciando stare i nomi o verbi ec. composti con preposizioni o particelle, de' quali si potrebbero addurre al caso nostro esempi in troppa abbondanza. Alipes, aliger, armifer, armipotens, armisonus, aeripes, aerisonus, aerifer, aerifodina, aequaevus, aequidistans presso Frontino ed altri, algificus presso Gellio, aequilatatio presso Vitruvio, aequilateralis presso Censorino, aequilaterus presso Marziano Capella, aequilibris ec., aequinoctium, della qual voce vedi Festo appo il Forcellini in aequidiale, aequipedus ed aequipollens presso Apuleio; aequipondium presso Vitruvio, aequicrurius presso Marziano Capella, alticinctus, altitonans, altitonus, altivolus presso Plinio il vecchio, {+ anguitenens, aegisonus,} auricornus, aurifer, aurifex, aurifodina presso Plinio il vecchio, aurigena, auriger, auripigmentum presso Plinio e Vitruvio, 2878 auriscalpium presso Marziale e Scribonio, bijugus e bijugis (ma qui c'entra un avverbio) e altri tali composti con bis, equiferus ed equisetum presso Plinio il vecchio, {+ fontigenae di Marziano, ignigena, ignipotens, ignipes, gemellipara,} mellifer, mellificium, mellificus presso Columella, mellifico e melligenus presso Plinio il vecchio, nidifico presso il medesimo e Columella, nidificium presso Apuleio, nidificus presso Seneca tragico, noctifer e simili, nubifer, {+ nubifugus di Columella, floriparus d'Ausonio, securifer, securiger,} nubivagus presso Silio, nubigena (in proposito del quale è da notare che Macrobio nel citato luogo, che merita d'esser veduto, volendo provare come molti epiteti creduti fatti da Virgilio sono più antichi, recita quel dell'Eneide, 8. 293. Tu nubigenas, invicte, bimembres, e mostra che bimembris è di Cornificio, ma di nubigena non dice niente, sicchè pare che lo conceda per moderno, e veramente nel Forcellini non se ne trova esempio se non d'autori posteriori a Virgilio, il quale appresso il medesimo Forcell. in questa voce non è citato), {+ penatiger d'Ovidio, } solivagus presso il Forcellini, i cui esempi son tolti da Cicerone, e presso il med. Cic., de republ. 1. 25. p. 70. ed. Rom. 1822.; ed altri tali moltissimi. (2. Luglio 1823.).

3017,1   23. Luglio 1823.

[3017,1]  Come la lingua sascrita prodigiosamente ricca, tragga e formi la sua ricchezza da sole pochissime radici, col mezzo del grand'uso ch'ella fa della composizione e derivazione de' vocaboli, vedi l'Encyclop. méthodique, Grammaire et littérature, article Samskret, particolarmente il passo 3018 di M. Dow.

3902,4   24. Nov. 1823.

[3902,4]  Dico altrove [ p.806] [ pp.2005-2007] che la lingua ebraica non ha voci composte. Si eccettuino molti nomi propri, come Ab-raham, Beniamin, Mi-cha-el, Ierusalem (non è dell'antico ebraico) ec. e forse anche {alcuni} nomi, non propri, ma appellativi o cosa simile. (24. Nov. 1823.)

4022,2   25. Gen. 1824. Domenica.

[4022,2]  Composti spagnuoli. Cariredondo (facciatonda). D. Quij. par.2. cap. 3. principio. (25. Gen. Domenica. 1824.)

4088,5   15. Maggio. 1824.

[4088,5]  Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato, che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come mollipes), gran parte de' quali, se non la massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva. (15. Maggio. 1824.)