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Concorso delle vocali.

Concurrence of vowels.
1157,1   12. Giugno 1821.

[1157,1]  Il concorso delle vocali suol essere accetto generalmente alle lingue (se non altro de' popoli meridionali d'occidente) tanto più, quanto elle sono più vicine ai loro principii, ovvero ancora quanto sono più antiche, e quanto più la loro formazione si dovè a tempi vicini alla naturalezza de' costumi e de' gusti. Per lo più vanno perdendo questa inclinazione col tempo, e col ripulimento, e si considera come duro e sgradevole il concorso delle vocali che da principio s'aveva per fonte di dolcezza e di leggiadria. La lingua latina che noi conosciamo, cioè la lingua polita e formata e scritta non ama il concorso delle vocali, perch'ella fu polita e formata e scritta in tempi appunto politi e civili, e i più lontani forse dell'antichità dalla prima naturalezza; nell'ultima epoca dell'antichità; presso una nazione già molto civile ec. Per lo contrario la lingua greca stabilita e formata, e ridotta a perfette scritture in tempi antichissimi, gradì nelle scritture il concorso delle vocali, lo considerò come dolcezza e dilicatezza; e perciò la lingua greca che noi conosciamo e possiamo conoscere, cioè la scritta, 1158 ama il concorso delle vocali, specialmente quella lingua che appartiene agli scrittori più antichi, e nel tempo stesso più grandi, più classici, più puri, e più veramente greci.

1151,1   10. Giugno 1821.

[1151,1]  Alla p. 1124 marg. E chiunque porrà mente ai versi de' comici, e altresì di Fedro, e degli altri Giambici latini, o se n'abbiano opere intere (come Catullo, le tragedie di Seneca) o frammenti, ci troverà molte altre licenze proprie di quelle sorte di versi, e note agli eruditi; ma anche 1152 potrà di leggeri avvertire che dovunque s'incontrano due o più vocali alla fila, o nel principio o nel mezzo o nel fine delle parole, quelle vocali {per lo più e quasi regolarmente} stanno per una sillaba sola, come formassero un dittongo, quantunque non lo formino, secondo le leggi ordinarie della prosodia. Fuorchè se dette vocali si trovano appiè de' versi, dove bene spesso {(come ne' versi italiani)} stanno per due sillabe, ma spesso ancora per una sola, come in questo verso di Fedro:
Repente vocem sancta misit Religio.
(lib. 4. fab. 11 al. 10. vers. 4.)
Questo è un giambo trimetro acataletto, cioè di sei piedi puri, e la penultima breve, non è la sillaba gi di Religio, ma la sillaba li. Similmente in quel verso di Catullo, {sebbene in questo e nelle leggi metriche, più diligente assai degli altri,} (Carm. 18. al. 17. vers. 1.)

2316,1 [2316,2]   1. Gen. 1822.

[2316,2]  Alla p. 2250. marg. Nihil, vehemens ec. sono adoperati più volte da' poeti, quello come monosillabo, questo come dissillabo ec. V. il Forcellini. Così Nihilum dove appunto devi vedere il Forcell. in fine della voce. E quel fare di nihil nil, di vehemens vemens (v. il Forc. Vehemens fine), di prehendo prendo ec. cose usitate nelle buone scritture latine anche in prosa, che altro significa se 2317 non che quelle vocali successive, benchè secondo le regole della prosodia si considerassero per altrettante sillabe, nondimeno nella pronunzia quotidiana equivalevano o sempre o bene spesso a una sola? Altrimenti queste tali contrazioni sarebbero state sconvenientissime: e come poi sarebbero elle venute in uso generale, anche presso chi non ne aveva bisogno (quali erano i prosatori), come nil detto indifferentemente per nihil? Ed osservate che qui v'è anche di mezzo l'aspirazione ch'è quasi una consonante, ed oggi la pronunziano per tale. E nondimeno le dette vocali si tenevano per componenti una sola sillaba, e così si pronunziavano. (Come appunto ne' nostri antichi poeti, anche, se non erro, nel Petrarca, noja, gioia ec. monosillabi, Pistoia dissillabo ec. e così mostra che si pronunziassero.) Mihi parimente si contraeva nelle scritture, e massime ne' poeti, in mi. {+E non è apocope, come dice il Forcell. ma contrazione, come nil ec.} Che dirò di eburnus per eburneus e di tante altre simili contrazioni di più vocali; mediante le quali contrazioni 2318 (autorizzate dall'uso) il considerar quelle vocali come formanti una sola sillaba diveniva alla fine affatto regolare (in ogni genere di scrittori) e conforme alle stesse regole della prosodia? Non dimostra ciò quello ch'io dico? {+ Queis monosillabo, o così scritto o contratto in quis, non è posto fra i dittonghi latini. V. il Forcell. e la Regia Parn. / L'i terminativo dei nominat. plur. 2. declinazione ch'è sempre lungo dovette esser da prima un dittongo, come l'οι greco nei corrispondenti nominativi plurali della 3za.} Lascio stare i nomi greci, dove quelli che in greco sono dittonghi, a talento del poeta latino ora diventano dissillabi ec. ora monosillabi come Theseus , Orphea, Orphei dativo, ec. Nè solo i nomi, ma ogni sorta di parole.

3706   16. Ott. 1823.

[3704,1]  Alla p. 3702. Queste osservazioni, e i confronti di fletum, netum e tali altri supini tutti della seconda, confermano che suetum, exoletum, e simili, non sono di sinesco, exolesco ec. verbi della terza, alla quale punto non conviene questa desinenza, ma di altri della seconda da cui essi derivano. Cretum da cerno {+e suoi composti} è corrottissimo, {per cernitum, ch'è il vero,} e la desinenza in etum v'è accidentale ec. (15. Ott. 1823.). {+ V. p. 3731.} Altresì quel che s'è detto de' perfetti della seconda, e il confronto di nevi, flevi ec. mostra che suevi, crevi, adolevi ec. non sono di suesco ec. verbi della terza. (15. Ott. 1823.). {+ V. p. 3827.} La desinenza de' perfetti in evi o 3705 in vi, propria della prima coniugazione e, come abbiamo mostrato [ pp.3698-99], della seconda, che ora ha più sovente ui, ch'è il medesimo, e finalmente eziandio della quarta che conserva però anche quella in ii, è al tutto aliena da' verbi della terza, se non se per qualche rara anomalia, come in crevi da cerno, {+e suoi composti} perfetto irregolarissimo, per cerni, e in sevi da sero, {+e suoi composti} verbo d'altronde ancora irregolarissimo, come si vede nel suo supino satum, {+ne' composti situm, solita mutazione in virtù della composizione ec. v. p. 3848. ec.} Ovvero per qualche altra ragione come dal verbo no (di cui p. 3688.) che dovette essere della terza, il perfetto novi per evitare la voce poco graziosa ni, che sarebbe stata il suo perfetto regolare, e che d'altronde concorreva colla particella ni: oltre che niun perfetto latino, se ben mi ricordo, è monosillabo, ancorchè fatto da tema monosillabo: eccetto ii da eo, e da fuo, fui, i quali furono monosillabi, {+e forse ancora lo sono talvolta presso i poeti latini del buon tempo ec.} secondo il mio discorso altrove fatto [ pp.1151-53] [ pp.2266-68] della antica monosillabia di tali dittonghi ec. Da' monosillabi do, sto ec. si fece il perfetto dissillabo per duplicazione: dedi, steti, ec. Onde avrebbe da no potuto anche farsi neni. O forse il verbo da cui viene nosco, non fu no, ma noo (νοῶ), onde il perfetto 3706 novi invece del regolare noi sarà stato fatto (come que' della 1. in avi per ai, della 2. in evi per ei, della 4. in ivi per ii) per evitare l'iato; il quale iato però {+non può essere che} affatto accidentale ne' perfetti di questa coniugazione. { V. p. 3756.} Così per fui, regolare perfetto dell'antico fuo, verbo della terza, il qual perfetto anche oggidì si conserva, e solo esso, e tutto regolare, Ennio disse fuvi, non metri causa, come crede il Forcellini, (in fuam), ma secondo me, per evitare l'iato {# V. p. 3885.}. { Suo is ha sui, e non ha che questo. Abluo-Diluo ec. lui. Veggasi la p. 3732. Assuo assui ec. e gli altri composti di suo.} L'evitazion del quale stette a cuore principalmente agli scrittori (come anche in altre lingue), e ad essi, cred'io, si deve attribuire l'esser passate in regola le desinenze avi ed evi (poi ui) della 1. e 2. ne' perfetti e lor dipendenze, ed in parte la desinenza ivi nella quarta, in vece delle primitive ai, ei, ii. E quelle in avi, evi, ivi, secondo me, non furon proprie che della scrittura, o certo del linguaggio illustre, o di esso principalmente, e nulla o poco le adottò il plebeo, perocch'esso conservò le primitive ai, ei, ii, come lo dimostra l'italiano (e anche il franc. 3707 aimai, onde lo spagn. amè, come ho detto nella mia teoria de' continuativi). Tornando a proposito la desinenza in vi, fuori de' detti casi, anomalie ec. non è propria punto, anzi impropria, de' perfetti della terza, se non per puro accidente, come in solvi, volvi e simili. Ne' quali casi il v non è di tal desinenza, nè del perfetto, {+nè dell'inflessione ordinaria de' verbi della 3.a nel perfetto ec.} ma del tema (solvo, volvo), ed è lettera radicale di tutto il verbo ec. Trovansi però molti verbi della 3a che (per anomalia) fanno il perfetto in ui (come il più di quelli della seconda): e questi sono in molto maggior numero che quelli della 3a che facciano il perfetto in vi (siccome anche nella 2.a oggi son più quelli in ui che quelli in vi). Per esempio l'altro sero (diverso dal sopraddetto a p. 3705.) che ha il supino sertum, nel perfetto fa serui, e così i suoi composti. Così colo is ui. Ed altri molti. {+Ma questa desinenza è pure affatto impropria della 3. e vi è sempre anomala, come quella in vi o in evi ec. che originalmente son tutt'una con quella in ui.}

3731,4   19. Ott. 1823.

[3731,4]  Alla p. 3708 marg. Lavitum è dimostrato dal verbo lavito. Così fautum è contrazione di favitum dimostrato (se bisognasse) da favitor ec. Ma il detto 3732 scambio tra il v e l'u è dimostrato piucchè mai chiaramente da tutti o quasi tutti i verbi (ec.) composti di lavo, in cui lavo diventa luo. Contrazione la qual conferma mirabilmente e pienamente quella ch'io ho supposta [ pp.3698.sgg.] ne' perfetti in ui della seconda e massime della prima. P. e. domui è da domavi nello stessissimo modo che abluo per ablavo, soppressa la a e volto il v in u. Del resto pluit ebat ha il perfetto pluit ed anche pluvit per evitar l'iato, come a p. 3706. Exuo is ui utum. Ruo is ui utum contrazione di ruitum, che anche esiste: {prova delle mie asserzioni.} V. Forc. in Ruo e composti. {+ Fruor, itus e ctus sum, ma fruitus è più usato, e così fruiturus ec.} Luo is ui luitum dimostrato da luiturus. Anche si disse o scrisse luvi. V. Forc. in luo, verso il fine. Fluo is fluxi, fluctum, fluxum e fluitum dimostrato da fluito e da fluitans. {Così i composti di fluo ec.} {+ Tribuo, Minuo, Statuo, Induo, Arduo, Acuo, Annuo, Innuo ec., Imbuo ec. ui utum, co' loro composti, e così con quelli di Sino ec. In tutti questi supino l'i è stato mangiato per evitar l'iato, o come in docitum ec. Notisi che laddove l'u in tutti gli altri tempi di questi verbi, compreso il perfetto, è sempre breve. V. p. 3735.}. (19. Ott. 1823.).

4028   9. Feb. 1824.

[4026,7]  Dico altrove {+ p. 2827.} che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne' secoli inferiori, alterandone l'armonia, alterarne la costruzione l'ordine e l'indole ec. perchè da un medesimo periodo o costrutto diversamente 4027 pronunziato, non risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de' secoli inferiori (come pure i latini, gl'italiani, e tutti gli altri ne' tempi di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un'armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec. Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli, anche de' migliori, ed anch'essi atticisti, formati sugli antichi, imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall'antico e della qualità predetta, che quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de' principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere gl'imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli antichi, da' classici originali e de' buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso gusto nell'armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l'ordine della lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino, perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch'è fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì non è antico. (Così dicasi dell'alterazione cagionata ne' costrutti ec. dalla mutata pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono universalmente l'alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e diverso da quello de' loro antichi. Si 4028 conosce a prima vista, {e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato)} per la differenza e per la detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de' migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o apparente, come dico altrove [ pp.4026-4028)] del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile, diverso principalmente per questo (quanto all'estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano) da' nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che di Cesare, e de' più antichi e semplici, che Cicerone nell'Oratore dice mancar tutti del numero {+s'intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p. seg.}. Che dirò di Lucano, dell'autore del Moretum, Stazio ec. rispetto a Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell'alterazione della lingua sì greca, sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l'ordine, e quindi alla frase e frasi, e quindi all'indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le {semplici} parole per servire al numero, {+e grattar l'orecchio avido di nuovi e spiccati suoni,} o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in greco, o troncandole come tra noi (l'uso de' troncamenti è singolarmente proprio del Pallavicini, e de' secentisti e de' più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb. 1824.). Veggasi il detto altrove [ pp.848-49] su d'alcuni sforzati costrutti d'Isocrate per evitare il concorso {(conflitto)} delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove [ pp.1157-60] sul vario gusto de' greci, lat. e ital. in diversi tempi, circa il concorso, l'abbondanza ec. delle vocali.) Ora se questo accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto 4029 migliaia d'altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne' secoli bassi ne' quali ec. fra gl'imitatori ec. la più parte, com'era allora non greci di patria, ma dell'Asia, e questa anche alta, non la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e tanti altri ec. ec.? (10. Feb. 1824.)