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Delicatezza delle forme.

Delicateness of shapes.
1603,1   1 Sett. 1821.

[1603,1]  1603 Dalle sopraddette osservazioni risulta un'altra gran prova del come l'idea del bello sia relativa e mutabile, e dipendente non da modello alcuno invariabile, ma dalle assuefazioni che cambiano secondo le circostanze. Oggi l'idea del bello, racchiude quasi essenzialmente un'idea di delicatezza. Un robusto villano o villana, non paiono certamente belli alle persone di città. Il bello nelle nostre idee, esclude affatto il grossolano. Dovunque esso si trova, (se ciò non è in una certa misura che mediante lo straordinario e lo stesso sconveniente, produca la grazia) non si trova il bello per noi, almeno il bello perfetto. Ora egli è certo che gli uomini primitivi la pensavano ben altrimenti, perchè tutti gli uomini primitivi eran grossolani. Non esisteva allora una di quelle forme che noi chiamiamo belle, (ciò si può vedere fra' selvaggi i quali non sentono la bellezza meno di noi, benchè non sentano la nostra): e se avesse esistito, sarebbe stata e chiamata brutta. La delicatezza dunque non entra nell'idea che l'uomo naturale concepisce del bello. Quindi la 1604 presente idea del bello non è punto naturale, anzi l'opposto. E pur ci pare naturalissima, confondendo il naturale collo spontaneo: giacch'ella è spontanea, perchè derivata senza influenza della volontà dalle assuefazioni ec.

1881   9. Ott. 1821.

[1880,4]  Ho detto [ p.200] che il piccolo (già s'intende che anche il piccolo è relativo) suol esser grazioso. 1881 Ciò si può vedere anche nelle parti. Le Cinesi si restringono i piedi. Nè uomini nè donne non cercano co' loro vestiarii d'ingrossarsi la vita, e la persona, ma d'impiccolirla; anche oltre il naturale, e spesso eccessivamente. Il grosso (relativo) non piace mai (almeno fra le nazioni {e gli individui,} e ne' tempi detti di buon gusto) nè nelle forme umane, nè in qualunque genere di bello. Il delicato, lo svelto delle forme ec. in che cosa consistono fuorchè in una rispettiva e proporzionata e corrispondente piccolezza? (9. Ott. 1821.)

1921,1   15. Ott. 1821.

[1921,1]  Si può dire che il dilicato in ordine alle forme ec. non consiste in altro che in una proporzionata e rispettiva piccolezza del tutto o delle parti. E viceversa il grossolano, o ciò ch'è di mezzo fra il grossolano e il dilicato. La qual proporzione, la qual piccolezza è determinata dall'assuefazione. La piccolezza del piede delle Chinesi a noi parrebbe sproporzionata. La natura non entra qui (come non entra altrove) o non basta a tali determinazioni. La più lunga vita della donna più grande nei nostri vestiarii d'oggidì è più corta della più corta vita dell'uomo il più piccolo, o almeno il più mediocre ec. ec.

1990,1   26. Ott. 1821.

[1990,1]  Ho detto [ p.1387] che la grazia ec. deriva dai contrasti, e perciò spesso l'uomo, e l'amore inclina al suo contrario. Osserviamo infatti che alla donna debole per natura, piace la fortezza dell'uomo, e all'uomo viceversa. Il che sebbene deriva immediatamente dalla naturale inclinazione d'ambo i sessi, contuttociò viene in parte dalla 1991 forza del contrasto, giacchè si vede che ad una donna straordinariamente forte piace talvolta un uomo piuttosto debole più che a qualunque altra, e forse più che qualunque altro; e viceversa all'uomo debole una donna forte. ec. Così dico della delicatezza opposta alla nervosità, e delle altre rispettivamente contrarie qualità de' due sessi. In tutto questo però influisce l'abitudine de' diversi individui. (26. Ott. 1821.)

3084,1   4. Agosto 1823.

[3084,1]  La delicatezza, p. e. la delicatezza delle forme del corpo umano, è per noi una parte o qualità essenziale e indispensabile del bello ideale rispetto all'uomo, {Puoi vedere la pag. 3248-50.} sì quanto al vivo, sì quanto alla imitazione che ne fa qualsivoglia 3085 arte, la poesia ec. Ora egli è tutto il contrario in natura. Perciocchè la delicatezza, non solo relativamente, cioè quella tal delicatezza che la nostra imaginazione e il nostro concetto del bello esige nelle forme umane, e quel tal grado e misura ch'esso concetto n'esige, ma la delicatezza assolutamente, è per natura, brutta nelle forme umane, cioè sconveniente a esse forme. Giacchè l'uomo per natura doveva essere, e l'uomo naturale è tutto il contrario che delicato di forme. Anzi rozzissimo e robustissimo, come quello che dalla necessità di provvedere a' suoi bisogni giornalmente, è costretto alla continua fatica, e dal sole e dalle intemperie degli elementi è abbronzato e irruvidito. E la delicatezza gli nuocerebbe; onde s'egli pur accidentalmente sortisce una persona delicata dalla nascita, questo è un male e un difetto fisico per lui, e quindi una sconvenienza e bruttezza fisica, 3086 come lo sono tanti altri difetti corporali che sì l'uomo naturale come il civile (e così gli altri animali e vegetabili) si porta dalla nascita, non per legge e per regola generale della natura umana, ma per circostanze irregolari e per accidente individuale o familiare o nazionale ec. Per le quali cose è certissimo che nell'idea che l'uomo naturale si forma della bellezza fisica della sua specie, non entra per nulla la delicatezza, la quale per tutte le nazioni civili in tutti i secoli fu ed è indispensabile parte di tale idea. Anzi per lo contrario è certissimo che la delicatezza per l'uomo naturale entra nell'idea della bruttezza umana fisica. Che se l'uomo naturale non esigerà nelle forme feminili tanta rozzezza quanta nelle maschili, non sarà già ch'egli vi esiga la delicatezza, nè anche ch'egli concepisca per niun modo la delicatezza come bella nel sesso femminile; anzi per lo contrario egli esigerà 3087 nelle forme donnesche tanta robustezza quanta è compatibile colla natura di quel sesso, e tanto più belle stimerà quelle forme quanto più mostreranno di robustezza senza uscir della proporzione del sesso. E se la robustezza uscirà di tal proporzione, ei la condannerà, non come opposta alla delicatezza, quasi che la delicatezza fosse parte del bello, ma senza niuna relazione alla delicatezza, la condannerà come sproporzionata e fuor dell'ordinario in quel sesso. Laddove per lo contrario le nazioni civili esigono nelle forme donnesche tanta delicatezza quanta possa non uscir della proporzione, e piuttosto ne lodano l'eccesso che il difetto. E quando ne condannano l'eccesso, lo condannano solo in quanto eccesso, non in quanto di delicatezza, {+nè in quanto opposto alla grossezza e rozzezza}; laddove l'uomo naturale condannando la soverchia robustezza non la condanna come robustezza, ma come soverchia secondo le proporzioni ch'egli osserva nel generale.

3249-50   23. Agos. 1823.

[3247,1]  3247 È cosa nota che le favelle degli uomini variano secondo i climi. Cosa osservata dev'essere altresì che le differenze de' caratteri delle favelle corrispondono alle differenze de' caratteri delle pronunzie ossia del suono di ciascuna favella generalmente considerato: onde una lingua di suono aspro ha un carattere e un genio austero, una lingua di suono dolce ha un carattere e un genio molle e delicato; una lingua ancora rozza ha e pronunzia ed andamento rozzo, e civilizzandosi, raddolcendosi e ripulendosi il carattere della lingua e della dicitura, raffinandosi, divenendo regolare, e perfezionandosi essa lingua, se ne dirozza e raddolcisce e mitigasi e si ammollisce eziandio la generale pronunzia ed il suono. Dev'esser parimente osservato, che siccome il carattere della lingua al carattere della pronunzia, così i caratteri delle pronunzie corrispondono alle nature dei climi, e quindi alle qualità fisiche degli uomini che vivono in essi climi, e alle lor qualità morali che dalle fisiche procedono e lor corrispondono. Onde ne' climi settentrionali, dove gli uomini indurati dal freddo, da' patimenti, e dalle fatiche di provvedere a' propri bisogni in terre 3248 naturalmente sterili e sotto un cielo iniquo, e fortificati ancora dalla fredda temperatura dell'aria, sono più che altrove robusti di corpo, e coraggiosi d'animo, e pronti di mano, le pronunzie sono più che altrove forti ed energiche, e richiedono un grande spirito, siccome è quella della lingua tedesca piena d'aspirazioni, e che a pronunziarla par che richiegga tanto fiato quant'altri può avere in petto, onde a noi italiani, udendola da' nazionali, par ch'e' facciano grande fatica a parlarla, o gran forza di petto ci adoprino. Per lo contrario accade nelle lingue de' climi meridionali, dove gli uomini sono per natura molli e inchinati alla pigrizia e all'oziosità, e d'animo dolce, e vago de' piaceri, e di corpo men vigoroso che mobile e vivido. Ond'egli è proprio carattere della pronunzia non meno che della lingua p. e. tedesca, la forza, e dell'italiana la dolcezza e delicatezza. E poste nelle lingue queste proprietà rispettive dell'una lingua all'altra, ne segue che anche assolutamente, e considerando ciascuna lingua da se, nella lingua p. e. italiana, sia pregio la delicatezza e dolcezza, 3249 onde lo scrittore {o il parlatore} italiano appo cui la lingua {+(sia nello stile, sia nella combinazione delle voci, sia nella pronunzia)} è più delicata e più dolce che appo gli altri italiani (salvo che queste qualità non passino i confini che in tutte le cose dividono il giusto dal troppo, sia per rispetto alla stessa lingua in genere, sia in ordine alla materia trattata), più si loda che gli altri italiani, appunto perocchè la lingua italiana nella dolcezza e delicatezza avanza l'altre lingue. Ma per lo contrario fra' tedeschi dovrà maggiormente lodarsi lo scrittore o il parlatore appo cui la lingua riesca più forte che appo gli altri tedeschi, perocchè la lingua tedesca supera l'altre nella forza, e suo carattere è la forza, non la dolcezza: nè la dolcezza è pregio per se, neppur nella lingua italiana, ma in essa, considerandola rispetto alle altre lingue, è qualità non pregio, e nello scrittore o parlatore italiano è pregio, non in quanto dolcezza, ma in quanto propria e caratteristica della lingua italiana. Così civilizzandosi le nazioni, e divenendo, rispetto alle primitive, delicate di corpo, divenne altresì pregio negl'individui umani la maggior 3250 delicatezza delle forme, non perchè la delicatezza sia pregio per se; che anzi la rispettiva delicatezza delle forme era certamente biasimo, e tenuto per difetto, o per causa di minor pregio d'esse forme, appo gli uomini primitivi; ma solo perchè la delicatezza fisica oggidì, contro le leggi della natura, e contro il vero ben essere e il destino dell'umana vita, è fatta propria e caratteristica delle nazioni e persone civili. {#Puoi vedere le pagg. 3084-90.} Laonde ben s'ingannarono quei tedeschi (ripresi da Mad. di Staël nell'Alemagna) che cercarono di raddolcire la loro lingua, credendo farsi tanto più pregevoli degli altri tedeschi quanto più dolcemente di loro la parlassero e scrivessero, e che la dolcezza, proccurandola alla lingua tedesca, le avesse ad esser pregio, contro la natura, e contro il carattere della lingua, il quale è la forza, e tanta forza richiede nello scrittore e nel parlatore, quanta possa non varcare i confini prescritti dalla qualità d'essa lingua, e da quella delle particolari materie in essa trattate; ed esclude, colle medesime condizioni, la dolcezza, come vizio nella lingua tedesca e non pregio, perchè opposta alla sua natura.

3427,1   12. Sett. 1823.

[3427,1]  Delicatezza considerata presso le nazioni civili come parte assolutamente del bello. Statue greche umane. L'Apollo, il Mercurio (già Antinoo), il Meleagro ec. - In tutte queste le forme hanno della donna. - Tale si è il carattere delle statue greche, {+quanto alle forme umane,} e delle sculture e scuole di là provenute antiche e moderne. - Tra le statue di Roma, tu ravvisi subito una fattura greca al donnesco delle forme. - {+Così Canova -} Il bello delle forme umane consiste dunque nell'inclinare e partecipare al donnesco - Possiamo noi credere che le forme umane, secondo natura, le più perfette, fossero o sieno di questa sorta? che di questa sorta sia il bello umano concepito da' primitivi selvaggi ec.? e non anzi l'opposto? che l'intenzione della natura sia tale riguardo all'uomo, cioè ch'essendo perfetto, (e ciò vuol dire quale ei dev'essere), abbia del donnesco, e non ne sia anzi remotissimo? - Chi s'è mai avvisato tra' civili di pigliar le forme d'Ercole per modello di bellezza d'uomo? ma nol sarebbero esse veramente 3428 in natura? e tuttavia l'idea e la statua d'Ercole non è il preciso contrario dell'idea e della statua d'Apollo? certo che sì, quanto alla forma virile e matura ec. (12. Sett. 1823.)

3553,1 [3553,2]   29-30. Sett. 1823.

[3553,2]  Ho notato altrove [ p.108] che la debolezza per se stessa è cosa amabile, quando non ripugni alla natura del subbietto in ch'ella si trova, o piuttosto al modo in che noi siamo soliti di vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti; o ripugnando, non distrugga però la sostanza d'essa natura, e non ripugni più che tanto: 3554 insomma quando o convenga al subbietto, secondo l'idea che noi della perfezione di questo ci formiamo, e concordi colle {altre} qualità d'esso subbietto, secondo la stessa idea {+(come ne' fanciulli e nelle donne);} o non convenendo, nè concordando, non distrugga però l'aspetto della convenienza nella nostra idea, ma resti dentro i termini di quella sconvenienza che si chiama grazia (secondo la mia teoria della grazia), come può esser negli uomini, o nelle donne in caso ch'ecceda la proporzione ordinaria, ec. Ora l'esser la debolezza per se stessa, e s'altro fuor di lei non si oppone, naturalmente amabile, è una squisita provvidenza della natura, la quale avendo posto in ciascuna creatura l'amor proprio in cima d'ogni altra disposizione, ed essendo, come altrove ho mostrato [ pp.872.sgg.], una necessaria e propria conseguenza dell'amor proprio in ciascuna creatura l'odio delle altre, ne seguirebbe che le creature deboli fossero troppo sovente la vittima delle forti. Ma la debolezza essendo naturalmente amabile e dilettevole altrui per se stessa, fa che altri ami il subbietto in ch'ella si trova, e l'ami per amor proprio, cioè perchè da esso riceve diletto. {La debolezza ordinariamente piace ed è amabile e bella nel bello. Nondimeno può piacere ed esser bella ed amabile anche nel brutto, non in quanto nel brutto, ma in quanto debolezza, (e talor lo è) purch'essa medesima non sia la cagione della bruttezza nè in tutto nè in parte.} Senza ciò i fanciulli, 3555 massime dove non vi fossero leggi sociali che tenessero a freno il naturale egoismo degl'individui, sarebbero tuttogiorno écrasés dagli adulti, le donne dagli uomini, e così discorrendo. Laddove anche il selvaggio mirando un fanciullo prova un certo piacere, e quindi un certo amore; e così l'uomo civile non ha bisogno delle leggi per contenersi di por le mani addosso a un fanciullo, benchè i fanciulli sieno per natura esigenti ed incomodi, ed in quanto sono (altresì per natura) apertissimamente egoisti, offendano l'egoismo degli altri più che non fanno gli adulti, e quindi siano per questa parte naturalmente odiosissimi (sì a coetanei, sì agli altri). Ma il fanciullo è difeso {per se stesso} dall'aspetto della sua debolezza, che reca un certo piacere a mirarla, e quindi ispira naturalmente (parlando in genere) un certo amore verso di lui, perchè l'amor proprio degli altri trova in lui del piacere. E ciò, non ostante che la stessa sua debolezza, rendendolo assai bisognoso degli altri, sia cagione essa medesima di noia e di pena agli altri, che debbono provvedere in qualche modo a' suoi bisogni, e lo renda per natura molto esigente ec. Similmente discorrasi 3556 delle donne, nelle quali indipendentemente dall'altre qualità, la stessa debolezza è amabile perchè reca piacere ec. Così di certi animaletti o animali (come la pecora, {i cagnuolini, gli agnelli,} gli uccellini ec. ec.) in cui l'aspetto della lor debolezza rispettivamente a noi, in luogo d'invitarci ad opprimerli, ci porta a risparmiarli, a curarli, ad amarli, perchè ci riesce piacevole ec. E si può osservare che tale ella riesce anche ad altri animali di specie diversa, che perciò gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e di amarli ec. Così i piccoli degli animali non deboli quando son maturi, sono risparmiati ec. dagli animali maturi della stessa specie (ancorchè non sieno lor genitori), ed eziandio d'altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale, o se per natura non sono portati a farsene cibo ec.); ed apparisce in essi animali una certa o amorevolezza o compiacenza verso questi piccoli. Similmente negli uomini verso i piccoli degli animali che cresciuti non son deboli. E di questa compiacenza non n'è solamente cagione la piccolezza per se (ch'è sorgente di grazia, come ho detto altrove [ p.200] [ pp.1880-81] nè la sola sveltezza che in questi piccoli suole apparire (siccome ancora nelle specie piccole di animali) e che è cagion di piacere per la vitalità che manifesta e la vivacità ec. secondo il detto altrove [ p.221] [ pp.1716-17] [ p.1999] [ pp.2336-37] {+da me sull'amor della vita, onde segue quello del vivo ec.,} ma v'ha la 3557 sua parte eziandio la debolezza. (29-30. Sett. 1823.). { v. p. 3765. }