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Dittonghi greci e latini.

Diphthongs, Greek and Latin.
1159,1   12. Giugno 1821.

[1159,1]  E così stimo che accada a tutte le lingue in ragione del tempo, dell'indole sua, e del ripulimento di esse lingue. E accadde, io penso, anche alla lingua greca. Giacchè, lasciando quello che si può notare negli scrittori greci più recenti, i dittonghi che da principio, e lungo tempo nel seguito si pronunziavano sciolti, si cominciarono a pronunziar chiusi, e questo costume, come osservò il Visconti, risale fino al tempo di Callimaco, se è veramente di Callimaco un epigramma che porta il suo nome, dove alle parole ναιχὶ [ναίχι] καλός si fa che l'eco risponda ἄλλος ἔχει (epig. 30), la qual cosa dimostra che lo scrittore dell'epigramma pronunziava nechi ed echi come i greci moderni, per naichi ed echei. E come io non 1160 dubito che i latini anticamente non pronunziassero i loro dittonghi sciolti siccome i greci, così mi persuado facilmente che a' tempi di Cic. e di Virg. li pronunziassero chiusi come oggi si pronunziano. (12. Giugno 1821).

1968,2   22. Ott. 1821.

[1968,2]  Quanto alla vera ed antica pronunzia dei segni isolati nell'alfabeto latino ce n'istruiscono espressamente qua e là gli scrittori latini, e ci dimostrano ch'essa non era certo inglese nè tedesca ec. Gli stessi dittonghi 1969 latini, la cui pronunzia non risponde oggi al valor di quei segni nell'alfabeto latino, si pronunziavano anticamente com'erano scritti, cioè ae si pronunziava, come insegna la santacroce, a ed e non e, e non come au o ai si pronunziano in francese o ed e, in luogo che il loro alfabeto vorrebbe a ed u, a ed i. (22. Ott. 1821.)

2247,2   13. Dic. 1821.

[2247,2]  Alla p. 1124 marg. Tutto quello che ho detto [ pp.1151-53] della monosillabìa di tali vocali successive, quantunque non connumerate fra' dittonghi, cresce di forza, se queste vocali doppie, triple ec. sieno le stesse, cioè due e, due i ec. e massimamente se sono due i (l'esilissima lettera dell'alfabeto). Giacchè non solo i poeti giambici, comici ec. ma gli epici, i lirici ec. consideravano spessissimo il 2248 doppio i come una sola sillaba, secondochè si può vedere in Dii Diis; anzi più spesso, cred'io, per una sola sillaba che per due. Anzi lo scrivevano ancora con una sola lettera, e questo fu proprio degli antichi, e seguitato poi da' poeti. (V. il Forcell. il Cellar. l'Encyclop. Grammaire, in I, o J.) Ora appunto il caso nostro ne' preteriti della 4ta. è di un doppio i, il quale pure cred'io che spesso troveremo e nelle antiche scritture latine e ne' poeti, e scritto e computato per vocale semplice, ovvero per sillaba unica; e forse più spesso così che altrimenti, cioè più spesso audi che audii ec. Osservate che anche i nostri antichi solevano scrivere udì, partì per udii partii ec. {+ I latini facevano similmente ed anche scrivevano semplice il doppio i di ii, iidem, iisdem, ec. V. fra gli altri infiniti, Virg. En. 2.654. 3.158. E quante volte troverete ne' poeti o negli antichi prosatori audisse audissem ec. ec. Ovvero p. e. petiisse trisillabo ec. Forse più spesso che quadrisillabo.}

2239,1 [2339,1]   9. Gen. 1822.

[2339,1]  La cagione poi per cui dalle voci della quarta congiugazione si facevano i verbi in uare (o uere ec.) e non in are semplicemente come da quelli della seconda, io credo che fosse questa, che le dette voci anticamente e propriamente terminassero in uus, giacchè anche oggi, almeno nel genitivo singolare, o ne' nominativi e accusativi plurali, si suole scrivere metûs, fluctûs, actûs ec. col circonflesso. V. i gramatici, e gli eruditi. {+Infatti contro il costume della lettera u, nella prosodia latina, essa lettera è lunga nella desinenza del genitivo e ablativo singolare, nominativo e accusativo plurale della quarta declinazione. Dove appunto io credo che l'u anticamente fosse doppio, e quindi poi lungo, come l'a dell'ablativo singolare 1. declinazione per la stessa causa. V. la p. 2360. p. 2365.} (Ed osserva che questa è un'altra prova dell'essersi dagli antichi pronunziate le vocali doppie come sillabe semplici, giacchè metus ec. presso tutti i poeti è dissillabo, e metum seguito da vocale, resta monosillabo ec.) Laonde togliendo ad esse voci la terminazione in us come nè più nè meno a quelle della seconda, restava un altro u, ed aggiungendo la desinenza in are, conveniva dire fluctu-are, e non fluct-are ec. Come appunto da continuus, ch'essendo della seconda, pur finisce in uus, si fa (togliendo la desinenza in us) continu-are, da perpetuus pertu-are, da cernuus cernu-are, ec. {+da vacu-us evacu-are, da Febru-us o da Febru-a, orum, februare ec. da obliquus obliquare ec. da viduus viduare ec.,} {da Fatua fatuari, da fatuus infatuare.} (9. Gen. 1822.)

2889,3   4. Luglio. 1823.

[2889,3]  Dico altrove [ pp.1124-25] [ pp.1151-53] [ pp.2266-68] delle sillabe latine che non sono dittonghi, e pur sono composte di più vocali. Tra queste è notabile la seconda sillaba di eheu, la qual voce non è trisillaba, ma dissillaba, benchè composta di tre vocali, e benchè eu non si conti fra' dittonghi latini. { Eburneus-eburnus.} 2890 Ed è dissillaba non per licenza o figura poetica, ma per regola, e trisillaba non potrebb'essere o non senza licenza. Così dite di hei, heu, euge, eugepae, euganeus ec. ec. (4. Luglio. 1823.).

3684,6   14. Ott. 1823.

[3684,6]  Nomi in uosus, verbi in uare ec. ec. come altrove in più luoghi [ p.2019] [ p.2324] [ p.2339] [ p.2889] [ p.3617]. {Casuale. Exercitualis. Casuiste, franc. Luctuosus. Fructuosus. Fatuité. fortuitus. mortualia, mortuarius, mortuosus. manualis. manuarius.} Aggiungi amanuensis. Questi nomi o verbi o avverbi ec. ch'essendo fatti da nomi della quarta declinazione (come da manus) conservano sempre l'u, mentre quelli fatti da' nomi della 3685 seconda, sempre (o regolarmente) lo perdono, mostrano chiaramente che il genitivo ec. de' nomi della quarta, ch'ora è in us lungo ec. o in u lungo ne' neutri, anticamente fu in uus o in uu ec. {+ V. p. 3752.} {Giacchè si vede che i derivati da' nomi della quarta si formano al modo istesso che i derivati delle voci nelle quali il doppio u ancor si conserva ed è manifesto e fuori di controversia, come dire i derivati de' nomi in uus ec.} I quali due u valsero per una sola sillaba, come il doppio a degli ablativi singolari della prima. Sia che questo, e il doppio u, si pronunziassero doppi, o pur semplici, strascinando in certo modo la voce ec. In tutti i modi quest'osservazione si riferisca al mio discorso sui dittonghi latini [ pp.1151-53] [ pp.1158-60] [ pp.2266-68] non considerati da' grammatici, o ch'essi nella pronunzia fossero monottonghi, o dittonghi veramente, o trittonghi ec. che tutto fa egualmente a quello ch'io voglio dimostrare in detto discorso. Perocchè s'anche e' divennero col tempo monottonghi, e ciò fino nella migliore età della lingua latina (come i comuni ae oe ec.), ciò tuttavolta, anzi più che mai, dimostra che gli antichi latini (de' quali nel detto discorso si parla) pronunziavano sì rapidamente le vocali successive e concorrenti, ch'e' le tenevano tutte insieme (o due o più che fossero) per una sillaba sola, e tale le facevano essere nella pronunzia, e sovente nella scrittura 3686 e ne' versi più o men regolari, più o men rozzi e informi, e massime ne' ritmici, {+che certo furono propri de' più antichi, come poi de' più moderni, invece de' metrici, o più di questi ec. ma eziandio ne' metrici, ec.} ec. (14. Ott. 1823.)

3735,1   20. Ott. 1823.

[3735,1]  3735 Alla p. 3732 marg. - (fuorchè ne' perfetti di luo ec. V. Forc. luo: fui da fuo è breve), ne' supini in utum è sempre lungo (dico l'u radicale), fuorchè ne' composti di ruo; dico ne' composti, ma in ruo no. (V. Forc. in Ruo fin. e in Ruta caesa). Il che par che dimostri che quell'u radicale in utum tien luogo di due vocali (ui); altrimenti non avrebbe alcuna ragione di esser lungo quivi, e in tutto il resto del verbo, breve. E infatti se il supino si conserva primitivo e non contratto, cioè desinente in uitus, l'u è breve non men che l'i, come in ruitus (Aeg. Parnas.) e in fluito, fluitans ec. (20. Ott. 1823.) {Anche l'antico futum di fuo (per fuitum) dovette aver la prima breve, come l'ha futurus che da esso viene, e che sta per fuiturus. Vedi la pag. 3742.}

4103,3   21. Giugno. 1824. Festa di S. Luigi Gonzaga.

[4103,3]  Ficulneus - ficulnus appo Orazio, e nóta che l'us vi è breve. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

4285,1   Firenze. 1. luglio. 1827.

[4285,1]  Le contrazioni greche (sì quelle in uso ne' vari dialetti, e sì quelle attiche, e passate nel greco comune) non sono che modi di pronunziare certi dittonghi {o trittonghi ec.:} come appunto in francese au, ai ec. che si pronunziano o, e ec.; in inglese ea, ee ec. che si pronunziano i, e ec. ec. Così in greco εα si contrae, cioè si pronunzia η; εο si pronunzia ου; οο, ου; αει, ᾳ; εω, ω ec. ec. Ma non per questo i greci pronunziando (cioè contraendo) η, scrivevano εα ec., benchè questa seconda fosse la pronunzia e la scrittura regolare; ma scrivevano η come pronunziavano. E non solo il greco comune, ma ciascun dialetto con tutte le irregolarità e idiotismi di pronunzia, si scriveva come si pronunziava. Perchè in francese, in inglese ec. (i quali anticamente e regolarmente pronunziarono certo au, ai, ea, ee ec. come ora scrivono) non si scrivono i dittonghi ec. come si pronunziano? (Firenze. 1. luglio. 1827.)