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Doveri morali.

Moral duties.
118,3   10. Giugno 1820.

[118,3]  Una gran differenza tra la legge di natura e le leggi civili, è questa che la legge civile o umana si può dimenticare o per 119 distrazione o per altro, e infrangerla senza leder la coscienza, (come s'io mangio carne non ricordandomi che sia giorno di magro, o anche ricordandomene, ma per distrazione) laddove la legge naturale non ammette distrazione, e non può accadere che uno la infranga non credendo, perch'ella ci sta sempre nel cuore come un istinto che ci avverte continuamente, e il quale non è soggetto a dimenticanze.

208,3   14. Agosto 1820.

[208,3]  In somma dal detto qui sopra e da mille altre 209 cose che si potrebbero dire, si deduce quanto giustamente i moderni ideologisti abbiano abolite le idee innate. Archelao diceva secondo Diogene Laerzio che τὸ δίκαιον καὶ τὸ αἰσχρὸν non è determinato dalla natura ma dalla legge. E così la legge naturale ancora potrà esser considerata come un sogno. Abbiamo si può dire innata l'idea astratta della convenienza, ma quali cose si convengano in morale, appartiene alle idee relative. Considerate la morale dei diversi popoli, massimamente barbari. E mettetevi nello stato primitivo dell'uomo. Vedrete che il far male agli altri per vostro bene non vi ripugna. Il vostro simile in natura non è una cosa così inviolabile, come credete. L'uomo solitario e selvaggio fa mondo da se, e il suo simile è come un'altra fiera del bosco. Bensì l'uomo è naturalmente più inclinato al suo simile, come rispettivamente le altre bestie. Ma anche il leone combatte col leone, e il toro col toro per li suoi diletti e vantaggi. Ho detto p. 178. che la natura ha poste negli esseri diverse qualità che si sviluppano o no, secondo le circostanze. P. e. la facoltà di compatire. In natura è molto meno operosa. Ma non è già propria del solo uomo. In casa mia v'era un cane che da un balcone gittava del pane a un altro cane sulla strada. V. quello che racconta il Magalotti di una cagna nelle Lettere sull'Ateismo. In natura si ristringe a quegli esseri che ci toccano più da vicino. Così gli uccelli coi loro figliuolini{, vedendoseli rapire ec}. Se vedranno un 210 altro uccello della specie {loro,} travagliato o moribondo, non se ne daranno pensiero. Secondo lo sviluppo delle diverse qualità per le diverse circostanze, è nata la legge detta naturale. Il rubare l'altrui non ripugna assolutamente alla natura. Costume degli Spartani. Differenze dalle leggi antiche alle moderne. La società non è già propria del solo uomo. Le formiche la fanno per trasportar pesi. Le api hanno anche un governo. In somma considerando la natura dell'uomo e delle cose, si vedrà che tolte alcune idee astratte e indeterminate, ossia non applicate, ma da applicarsi, tutto il resto è relativo, e dipende dalle circostanze, e che negli altri esseri come nell'uomo ci sono diverse qualità ingenite che sviluppandosi o no, ci fanno poi giudicare vanamente della somiglianza assoluta della nostra razza colle altre. (14. Agosto 1820.).

223,2   24. Agosto 1820.

[223,2]  Μηδέν τε εἶναι ϕύσει δίκαιον ἢ καλὸν ἢ αἰσχρὸν, ἀλλὰ νόμῳ καὶ ἔϑει. Insegnamento della stessa setta. Ivi segm. 93. (24. Agosto 1820.).

249,2   19. settembre 1820.

[249,2]  La natura in quanto natura assoluta e primitiva non ci ha dato idea di altri doveri che verso noi stessi, ed ha limitato le norme del giusto ai rapporti che l'animale ha con se stesso. Già verso gli animali d'altra specie non è dubbio che la natura non ha dettato nessuna regola di onestà e di rettitudine, perchè l'uomo non prova nessuna ripugnanza nel far male agli altri animali anche senza suo vantaggio e per mero diletto, come a uccidere una formica ec. E gli altri animali si pascono bene spesso di animali di altra specie. Ma eziandio nella propria specie, l'uomo assolutamente primitivo, non sente ingenitamente nessuna colpa a far male a' suoi simili per suo vantaggio, come non la sentono gli altri animali, che maltrattano, combattono, e alle volte anche si cibano dei loro simili, ed anche (sento dire) dei propri figli. In quanto però alla figliuolanza è certo che la natura ha dettato alcune leggi, o siano di semplice amore e inclinazione libera, o sieno anche sentimenti di dovere; ma non perpetui; solo fino a un certo tempo, come vediamo negli animali, 250 che dopo alcun tempo è verisimile che non riconoscano affatto i propri figli, massime quegli animali che ogni anno ne producono più d'uno. E così avverrebbe all'uomo se il figlio arrivato all'età di provvedersi da se, si separasse dai genitori, e questi l'uno dall'altro, come fanno gli animali. Giacchè la necessità del concubitu prohihere vago, non prova nulla in favore della società, perchè anche gli uccelli si fabbricano il talamo espressamente e convivono con legge di matrimonio finchè bisogna all'educazione sufficiente dei prodotti di quel tal matrimonio, e nulla più; e non per questo hanno società. Nè la detta necessità, riguardo all'uomo, si estende più oltre di questo naturalmente, ma artifizialmente, e a posteriori, cioè posta la società, la quale necessita la perpetuità de' matrimoni, e la distinzione delle famiglie e delle possidenze. (19. 7.bre 1820.).

342,2   21. Novembre 1820.

[342,2]  Quanto sia vero che i doveri e la morale determinata, non provengano da legge naturale nè sieno fondate [fondati] sopra idee innate e comuni a tutti gli uomini, si può anche vedere per questo esempio. Il rispetto e l'immunità degli araldi, considerati antichissimamente come persone sacre e inviolabili, e da Omero chiamati cari a Giove, entra nel diritto così detto universale delle genti, e l'abitudine ce la fa riguardare come un dover naturale. Ora mettiamoci coll'immaginazione nello stato di natura, e vedremo che l'uomo non ha nessuna ripugnanza di far male al suo nemico, sotto qualunque aspetto se gli presenti, come non l'hanno gli altri animali, perchè il nemico è sempre nemico, e l'uomo inclina a nuocergli quanto e come e quando e dove mai possa. Così che l'inviolabilità degli araldi non è fondata sull'istinto, non è insegnata dalla natura, ma è legge 343 di pura convenzione, cagionata dall'utilità e necessità sua, utilità e necessità riconosciuta dalla ragione e per via d'argomento, non istillata e ingenita negli animi dalla natura senza bisogno di riflessione. E così il diritto delle genti, che si crede naturale, vediamo per questo esempio, che contiene una legge di pura convenzione, la quale prima ch'esistesse, non era colpa il contravvenirle, come si sarà mille volte fatto. In questo proposito ecco alcune parole dell' Essai sur l'indifférence en matière de religion, alquanto dopo la metà del Capo 4. Diciamolo pure, giacchè non v'ha verità più sconosciuta e più importante: la Religione dei popoli è tutta la loro morale. Questo (per notarlo di passaggio) dopo aver nei capi precedenti voluto provar la religione colla morale, come fondamento di essa morale, e deriso Hobbes che toglie la coscienza, e dice che in natura non ci sono doveri. E qui viene a dire che la morale non si può provare se non colla religione. In ogni modo puoi veder gli esempi ch'egli adduce prima e dopo il detto luogo, per dimostrare la varietà delle coscienze, secondo la varietà delle religioni. (21. Nov. 1820.). { V. p. 356. fine.}

356,1   27. Novembre 1820.

[356,1]  Alla p. 343. Vedilo ancora sulla fine del Capo 5. da quel passo abbastanza lungo di Rousseau, Tutto ciò che sento esser bene, 357 è bene, in poi. Dove l'autore insomma viene a concludere che non esiste legge naturale, o secondo i Deisti che combatte, o anche, come pare, secondo la propria persuasione, giacch'egli ne vuol dedurre che non esiste regola di condotta, esclusa la religione, solo canone dei doveri morali. E nel principio propriamente del Capo 6. dice, l'uomo ha riconosciuto dovunque ed in qualunque tempo la distinzione essenziale del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto; e malgrado i vari errori nella estimazione degli atti liberi considerati come virtuosi o viziosi, non v'ebbe mai alcun popolo che confondesse le nozioni opposte del delitto e della virtù. Siamo d'accordo. Così nel bello, tutti hanno la nozione della convenienza, e nessuno ne ha il tipo. Ma stando così la cosa, le diverse opinioni non si possono chiamare errori, come voi fate; perchè non esiste il tipo del buono morale; e perchè non erra quell'etiope che crede la figura della sua nazione, la più perfetta e la sola bella nel genere umano.

  360,1.2

[360,1]  Non eadem omnibus esse honesta atque turpia, sed omnia maiorum institutis iudicari. Corn. Nep. praef.

[360,2]  Alla p. 329 fine. {Nulla Lacedaemoni tam est nobilis vidua quae non ad scenam eat mercede conducta.} Magnis in laudibus totâ fuit Graeciâ, victorem Olympiae citari. In scenam vero prodire, et populo esse spectaculo, nemini in eisdem gentibus fuit turpitudini. Quae omnia apud nos partim infamia, partim humilia, atque ab honestate remota ponuntur. Corn. Nep. praef. (27. Nov. 1820.).

363,1   1. Dicembre 1820.

[363,1]  I doveri dipendono dalle credenze; quanti saranno dunque i simboli, tante saranno le morali... Chi non comprende che dal momento che si rigetta ogni autorità vivente (dunque la morale determinata deriva dall'autorità 364 non dalla natura), la regola de' costumi addiviene tanto variabile e tanto incerta quanto la regola della fede? Essai ec. poco sotto al luogo citato nel pensiero precedente.

452,1   22. Dicembre 1820.

[452,1]  In proposito della pretesa legge naturale, come in natura non esista idea nè legge di contratto, e come non ci possa assolutamente esser contratto obbligatorio in natura, ancorchè fatto realmente, e con tutta la possibile perfezione, vedilo nell' Essai sur l'indifférence en matière de Religion, una ventina di pagg. dopo il principio del Capo X. (22. Dic. 1820.).

581   29-31 Gen. 1821.

[579,2]  Da tutto il sopraddetto deducete questo corollario. L'uomo è naturalmente, primitivamente, 580 ed essenzialmente libero, indipendente, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente all'idea della natura e dell'essenza costitutiva dell'uomo, come degli altri animali. La società è nello stesso modo primitivamente ed essenzialmente dipendente e disuguale, e senza queste qualità la società non è perfetta, anzi non è vera società. Pertanto l'uomo in società bisogna che necessariamente si spogli e perda delle qualità essenziali, naturali, ingenite, costitutive, e inseparabili da se stesso. Le quali egli può ben perdere in fatto, ma non in ragione, perchè come si può considerare un essere spoglio di una sua qualità intrinseca, costitutiva, e indipendente affatto dalle circostanze e dalle forze, o esterne o accidentali, perch'essendo primitiva e naturale, è necessaria, e durevole in ragione, quanto dura quell'essere che la contiene, e ne è composto? Sarebbe lo stesso che voler considerare un uomo senza la facoltà del pensiero, la quale è parimente indipendente dagli accidenti. In questa ipotesi, sarà un altro 581 essere, ma non un uomo. Dunque un uomo privo della libertà e della uguaglianza in ragione, sarebbe privo dell'essenza umana, e non sarebbe un uomo, ch'è impossibile. Nè egli si può condannare a perdere realmente e radicalmente questa qualità, neppure spontaneamente: e nessuna promessa, contratto, volontà propria e libera, lo può mai spogliare in minima parte del diritto di seguire in tutto e per tutto la sua volontà, oggi in un modo, domani in un altro: e come egli ha potuto adesso volontariamente ubbidire, e promettere di ubbidire per sempre; così l'istante appresso egli può disubbidire in diritto, e non può non poterlo fare. V. p. 452. capoverso 1. Dunque la società, spogliando l'uomo in fatto, di alcune sue qualità essenziali e naturali, è uno stato che non conviene all'uomo, non corrisponde alla sua natura; quindi essenzialmente e primitivamente imperfetto, ed alieno per conseguenza dalla sua felicità: e contraddittorio nell'ordine delle cose.

661,1   14. Febbraio 1821.

[661,1]  661 Delle diverse opinioni intorno alla pretesa legge naturale, v. alcuni sentimenti e dommi di Diogene ap. Laert. in Diog. Cyn. VI. 72-73. e quivi il Menagio, il quale riporta in proposito alcune parole di Sesto Empirico, la cui opera Pyrronianarum Hypotyposeon , e l'altra Adversus Mathematicos, ossia adversus cuiusvis generis dogmaticos, è tutta relativa a questo argomento, ed a quello ch'io sostengo, che non c'è verità nessuna assoluta. (14. Feb. 1821.).

1183,2 [1083,2]   24. Maggio 1821

[1083,2]  Stante l'antico sistema di odio nazionale, non esistevano, massime ne' tempi antichissimi, le virtù verso il nemico, e la crudeltà verso il nemico vinto, l'abuso della vittoria ec. erano virtù, cioè forza di amor patrio. Da ciò si vede quanto profondi filosofi e conoscitori della storia dell'uomo, sieno quelli che riprendono Omero d'aver fatto i suoi Eroi troppo spietati e accaniti col nemico vinto. Egli gli ha fatti grandissimi e virtuosissimi nel senso di quei tempi, dove il nemico della nazione era lo stesso, che oggi è per li Cristiani il Demonio, il peccato ec. Nondimeno Omero che pel suo gran genio ed anima sublime e poetica, concepiva anche in que' suoi tempi antichissimi la bellezza della misericordia verso il nemico, della generosità verso il vinto ec. considerava però questo bello come figlio della sua immaginazione, e fece che Achille con grandissima difficoltà si piegasse ad usar misericordia a Priamo supplichevole nella sua tenda, e al corpo di Ettore. Difficoltà che a noi pare assurda. (E quindi incidentemente inferite l'autenticità 1084 di quell'Episodio, tanto controverso ec.) Ma a lui, ed a' suoi tempi pareva nobile, naturale e necessaria. E notate in questo proposito la differenza fra Omero e Virgilio. (24. Maggio 1821).

1458,1   6. Agos. 1821.

[1458,1]  Che in natura occorrano molti accidenti contrari al di lei sistema, senza guastarlo ec. è vero. Ma l'amor proprio non è accidente, anzi primissimo ed essenziale principio e perno di tutta quanta la macchina naturale. Ora è certissimo che l'amor proprio impedisce all'uomo sì nello stato naturale, sì molto più in qualunque altro, di poter mai essere perfettamente buono, cioè di pensieri e di opere perfettamente {e perpetuamente} consentaneo alla legge che chiamano naturale. E l'impedisce non in cose leggere, ma principalissime, non di rado, ma tutto giorno. Non dico niente delle passioni naturalissime ec. ec. ec. Come dunque la natura ha fatto l'uomo ripugnante a se stessa, cioè a se stesso? E che cos'è questa legge naturale, che gli altri animali (perfetti sudditi della natura) non seguono, nè ponno seguire, impediti dallo stesso amor proprio, nè conoscono 1459 in verun modo? Non hanno ragione. Hanno però istinto, secondo voi altri, e la legge naturale, secondo voi altri, e la forza stessa del termine, è istinto innato ec. indipendente dalla riflessione, e quindi dalla ragione. {+Dunque la legge naturale sarebbe tanto più conveniente agli animali che non hanno ragione da supplirvi; siccome sarebbe quasi una qualità animalesca nell'uomo libero e ragionevole.} Secondo me hanno anche il principio di raziocinio, hanno libertà intera, e se la legge naturale è utile anzi necessaria all'uomo, perchè non dunque agli animali, o liberi, o no che sieno? Ora essi, che pur non sono corrotti, e non hanno spento, come voi dite di noi, l'impulso, la voce interna ec. agiscono quotidianamente, e in ogni loro bisogno, in senso contrario a detta legge. (6. Agos. 1821.)

1461,1   7. Agos. 1821.

[1461,1]  Noi stessi nelle nostre riflessioni giornaliere le meno profonde, conosciamo e sentiamo che la virtù (p. e.) è un fantasma, e che non c'è ragione per cui la tal cosa sia virtù, se non giova, nè vizio se non nuoce; e siccome una cosa ora giova, ora nuoce; a questo giova, a quello no; ad un genere di esseri sì, ad un altro no, ec. ec. così veniamo a confessare che la virtù, il vizio, il cattivo, il buono è relativo. Noi 1462 non troviamo nell'ordine di questo mondo alcuna ragione perchè una cosa che giova a me (anche grandemente) e nuoce ad altri (anche leggermente), non si possa fare, e sia colpa; perchè un atto segreto che non giova nè a me nè ad altri, e non nuoce a veruno, e non ha spettatori, possa essere virtuoso o vizioso; perchè p. e. una bugia che non nuoce ad alcuno, e neppur dà mal esempio, perchè non è conosciuta, una bugia che giovi sommamente ad altri o a me stesso, senza nuocere ad alcuno, sia male e colpa. Le ragioni di tutto ciò noi siamo costretti a riporle in un Essere dove personifichiamo il bene, la virtù, la verità, la giustizia ec. facendolo assolutamente, e per assoluta necessità, buono: che se così non facessimo, neppure in lui avremmo trovato il confine delle cose, e la ragione per cui questo o quello sia assolutamente buono o cattivo. Noi consideriamo dunque detto Essere come un tipo, a norma del quale convenga giudicare della bontà o bellezza ec. della bruttezza o malvagità delle cose (ed ecco le ἰδέαι di Platone). Quello che 1463 somiglia o piace a lui, è dunque assolutamente, primordialmente, universalmente e necessariamente buono, e viceversa. Benissimo: altra ragione infatti che questa non vi può essere del buono ec. assoluto; e, come ho detto altrove [ pp.1340-42] tolte le idee di Platone, l'assoluto si perde. Ma qual ragione ha questo tipo di esser tale quale noi ce lo figuriamo, e non diverso? Come sappiamo noi che gli appartengono quelle qualità che noi gli ascriviamo? - Elle son buone, e la necessità è la ragione per cui gli appartengono, e per cui egli esiste in quel tal modo e non altrimenti. - Ma son elle buone necessariamente? son elle buone assolutamente? primordialmente? universalmente? Che ragione abbiamo per crederlo, quando, come vengo dal dire, non ne troviamo nessuna in questo mondo, vale a dire in quanto possiamo conoscere; anzi quando la osservazione depone in contrario quaggiù stesso, benchè dentro un medesimo ordine di cose? - La ragione che abbiamo è Dio. - Dunque noi proviamo l'idea dell'assoluto coll'idea di Dio, e l'idea di Dio coll'idea dell'assoluto. {+Iddio è l'unica prova delle nostre idee, e le nostre idee l'unica prova di Dio.}

1623,3   4. Sett. 1821.

[1623,3]  Si sfuggono le buone opere comandate dal dovere, e si fanno di buona voglia quelle che si fanno per propria volontà. I contadini contrastano al padrone ciò che possono, danno però volentieri agli amici, e spesso rubano a quello per donare a questi, senza nessun profitto proprio. (4. Sett. 1821.)

1624,1   4. Sett. 1821.

[1624,1]  La legge naturale varia secondo le nature. Un cavallo che non è carnivoro, giudicherà forse ingiusto un lupo che assalga e uccida una pecora, l'odierà come sanguinario, e proverà un senso di ribrezzo, e d'indignazione abbattendosi a vedere qualche sua carnificina. Non così un lione. Il bene e il male morale non ha dunque nulla di assoluto. Non v'è altra azione malvagia, se non quelle che ripugnano alle inclinazioni di ciascun genere di esseri operanti: nè sono malvage quelle che nocciono ad altri esseri, mentre non ripugnino alla natura di chi le eseguisce. (4. Sett. 1821.)

1637,1   5-7 Sett. 1821.

[1637,1]  1637 Dal detto in altri pensieri [ pp.1619-23] risulta che Dio poteva manifestarsi a noi in quel modo e sotto quell'aspetto che giudicava più conveniente. Non manifestarsi, come ai Gentili; manifestarsi meno, e in forma alquanto diversa, come agli Ebrei; più, come a' Cristiani: dal che non bisogna concludere ch'egli ci si è manifestato tutto intero, come noi crediamo. Errore non insegnato dalla Religione, ma da' pregiudizi che ci fanno credere assoluto ogni vero relativo. La rivelazione poteva esserci e non esserci. Ella non è necessaria primordialmente, ma stante le convenienze relative, originate dal semplice voler di Dio. Egli si nascose a' Gentili, rivelossi alquanto agli Ebrei, manifestò al mondo una maggior parte di se, nella pienezza de' tempi, cioè quando gli uomini furono in istato di meglio comprenderlo. Egli si è rivelato perchè ha voluto e l'ha stimato conveniente, e quanto e come e sotto la forma che ha stimato conveniente, secondo le diverse circostanze delle sue creature: forma sempre vera, perch'egli esiste in tutti i modi possibili.

1709,1   15. Sett. 1821.

[1709,1]  Dice il Rocca che gli spagnuoli nell'ultima guerra, non si facevano scrupolo, anzi dovere di mancar {pubblicamente o privatamente} di parola a' francesi, tradirli comunque, pagare i lor benefizi individuali con cercar di uccidere il benefattore. ec. ec. {+Così tutti i popoli naturali. Ed egli lo racconta specialmente dei contadini.} Quindi deducete 1. che cosa sia la pretesa legge naturale, doveri universali dell'uomo verso i suoi simili, diritti delle genti ancor che nemiche (e notate che l'uomo naturale è nemico di ciascun uomo). 2. qual sia la natura {e il sistema} dell'odio nazionale proprio di tutti i popoli non raffinati, e quindi degli antichi. Osservate ancora la somma religione degli spagnuoli, la quale pur non bastava a storcere le loro inclinazioni naturali, e i dettami di colei che si considera come autrice ec. della morale; quantunque la religion cristiana sia una specie di civilizzazione, com'è figlia di lei. (15. Sett. 1821.)

1710,1   16. Sett. 1821.

[1710,1]  1710 L'amore universale, anche degl'inimici, che noi stimiamo legge naturale (ed è infatti la base della nostra morale, siccome della legge evangelica in quanto spetta a' doveri dell'uomo verso l'uomo, ch'è quanto dire a' doveri di questo mondo) non solo non era noto agli antichi, ma contrario alle loro opinioni, come pure di tutti i popoli non inciviliti, o mezzo inciviliti. Ma noi avvezzi a considerarlo come dovere sin da fanciulli, a causa della civilizzazione e della religione che ci alleva in questo parere sin dalla prima infanzia, e prima ancora dell'uso di ragione, lo consideriamo come innato. Così quello che deriva dall'assuefazione e dall'insegnamento, ci sembra congenito, spontaneo, ec. Questa non era la base di nessuna delle antiche legislazioni, di nessun'altra legislazione moderna, se non fra' popoli inciviliti. Gesù Cristo diceva agli stessi Ebrei, che dava loro un precetto nuovo ec. Lo spirito della legge Giudaica non solo non conteneva l'amore, ma l'odio verso chiunque non era Giudeo. Il Gentile, 1711 cioè lo straniero, era nemico di quella nazione; essa non aveva neppure nè l'obbligo nè il consiglio di tirar gli stranieri alla propria religione, d'illuminarli ec. ec. Il solo obbligo, era di respingerli quando fossero assaliti, di attaccarli pur bene spesso, di non aver seco loro nessun commercio. Il precetto diliges proximum tuum sicut te ipsum, s'intendeva non già i tuoi simili, ma i tuoi connazionali. Tutti i doveri sociali degli Ebrei si restringevano nella loro nazione.

1740,1   19. Sett. 1821.

[1740,1]  Considerate indipendentemente e in se stessa, la lode di se medesimo. Anche dopo formata una società (giacchè prima non esisteva l'amor di lode), qual cosa più conforme alla natura, più dolce a chi la pronunzia, qual cosa a cui lo spirito sia più spontaneamente e potentemente inclinato, qual cosa meno dannosa a' nostri simili, qual piacere insomma più innocente, e qual premio più conveniente alla virtù, o all'opinione di lei? Eppur l'assuefazione ce la fa riguardare come un vizio da cui l'animo ben fatto naturalmente rifugga, come un desiderio di cui bisogni arrossire (e qual cosa ha ella in se stessa e per natura, che sia vergognosa?), come contrario al dovere della modestia, che si suppone innato, e non lo è punto (consideriamo i fanciulli, i quali tuttavia non appena cominciano a desiderar la lode, che già sono avvertiti a non darsela da se stessi), 1741 come ripugnante insomma a un dettame interno, e proibita dalla legge naturale.

1794,1   26. Sett. 1821.

[1794,1]  ᾽Εγὼ μέντοι, (io però) καίπερ ὑπερχαίρω [ὑπερχαίρων] ὅταν ἐχϑρὸν τιμωρῶμαι πολὺ μᾶλλόν μοι δοκῶ ἥδεσϑαι ὅταν τι τοῖς ϕίλοις ἀγαϑὸν ἐξευρίσκω. Parole di Agesilao (modello di virtù, secondo Senofonte, dovunque egli ne parla) a Coti re de' Paflagoni, messegli in bocca da Senofonte, l'uno de' primi maestri di morale a' suoi tempi. (῾Eλληνικῶν ἱστοριῶν β. δ΄, κ. α΄, § ε΄). Oggi chi volesse dire una sentenza notabile, direbbe tutto il rovescio. Così cambia la morale. (26. Sett. 1821.)

1840,1   4. Ott. 1821.

[1840,1]  Non sarebbe fischiato oggidì, non dico in Francia, ma in qualunque parte del mondo civile, un poeta, un romanziere ec. che togliesse per argomento la pederastia, o l'introducesse in qualunque modo; anzi chiunque in una scrittura alquanto nobile s'ardisse di pur nominarla senza perifrasi? Ora la più polita nazione del mondo, la Grecia, l'introduceva nella sua mitologia (Ganimede), scriveva elegantissime poesie su questo soggetto, donna a donna (Saffo), uomo a giovane (Anacreonte) ec. ec. ne faceva argomento di dispute o trattati rettorici o filosofici (I. ep. greca di Frontone), ne parlava nelle più nobili storie colla stessissima disinvoltura, con cui si parla degli amori tra uomo e donna ec. {+ Anzi si può dir che tutta la poesia, la filosofia e la filologia erotica greca versasse principalmente sulla pederastia, essendo presso i greci troppo volgare e creduto troppo sensuale, basso, triviale, indegno della poesia ec. l'amor delle donne, appunto perchè naturale. V. il Fedro, il Convito di Platone gli Amori di Luciano ec. Il vantato amor platonico (sì sublimemente espresso nel Fedro) non è che pederastia. Tutti i sentimenti nobili che l'amore inspirava ai greci, tutto il sentimentale loro in amore, sia nel fatto sia negli scritti, non appartiene ad altro che alla pederastia, e negli scritti di donne (come nella famosa ode o frammento di Saffo ϕαίνεται ec.) all'amor di donna verso donna. Basta conoscere un sol tantino la letteratura greca da Anacr. ai romanzieri, per non dubitar di questo, come alcuni hanno fatto. (epist. di Filostrato, Aristeneto ec.) } E Virgilio il più circospetto non solo degli antichi poeti, ma di tutti i poeti, e forse scrittori; certo il più polito ed elegante di quanti mai scrissero; intendente, gelosissimo, e 1841 modello di finezza, e d'ogni squisitezza di coltura, in un tempo ec. ec. ridusse ed applicò all'infame pederastia il sentimento, e ne fece il soggetto di una storietta sentimentale nel suo Niso ed Eurialo. (4. Ott. 1821.)

1879,2   9. Ott. 1821.

[1879,2]  Presso qualunque popolo naturale o poco civilizzato, il governo militare non fu mai distinto dal civile, e i governatori {+delle provincie o di ciascuna provincia,} non erano se non se i capitani degli eserciti o di ciascun esercito. Così presso i greci omerici, così presso tutti i popoli {chiamati} selvaggi, {+così presso i Germani, poi i Goti, Franchi, Longobardi ec.} così anche presso i romani, dove il console, il proconsole, il pretore, era al tempo stesso il capo politico della repubblica o delle province, e il capitano dell'esercito, o degli eserciti provinciali. In tutti i popoli poco civilizzati, accadendo una conquista, quegli medesimo rendeva la giustizia a' conquistati, e amministrava le cose loro, quegli medesimo, dico, che li aveva domati o li domava colle armi. Così anche 1880 oggi. Ciò vuol dire che in natura non si è mai creduto che vi fosse altra legge, o altro diritto dell'uomo sull'uomo, che quello della forza. (9. Ott. 1821.). { v. p. 1911. fine. }

1932,2   17. Ott. 1821.

[1932,2]  La lode di se stesso la quale ho detto [ pp.1740-41] non esser altro che naturalissima all'uomo, e in tanto solo condannata nella società, e divenuta oggetto di una certa ripugnanza all'individuo (che par naturale e non è) in quanto l'uomo odia l'altro uomo; è sempre tanto più o meno in uso ec. quanto la società è più o meno stretta, e la civiltà più 1933 o meno avanzata. Presso gli antichi ella non fu mai così deforme, nè soggetta al ridicolo come oggi. Esempio di Cicerone. Oggi la modestia è tanto più minuziosa e scrupolosa nelle sue leggi quanto la nazione è più civile e socievole. Quindi in Francia queste leggi sono nell'apice del rigore, e in Francia riescono intollerabili gli antichi quando si lodano da se come Cicerone e Orazio (v. l'apologia che fa Thomas di Cicerone in tal proposito, nell' Essai sur les Éloges ), ed è proibito sotto pena del più gran ridicolo, a chi scrive e a chi parla il mostrare di far conto di se o delle cose sue, il parlar di se senza grand'arte, il non affettar disprezzo di se e delle proprie cose. ec. Questi effetti nelle altre nazioni sono proporzionati al più o meno di francese che si trova ne' loro costumi, o in quelli de' loro individui. (La Francia non ha differenza d'individui, essendo tutta un individuo). I tedeschi 1934 che certo non sono incivili, pur si vede ne' loro scrittori, che parlano volentieri di se, e danno a se stessi, alle loro azioni, famiglie, casi, scritti ec. un certo peso, e in un certo modo che riuscirebbe ridicolo in Francia ec. (17. Ott. 1821.). Similmente possiamo discorrere degl'italiani.

2028,2   1. Nov. 1821.

[2028,2]  Ho detto altrove [ pp.516-19] che la natura par che abbia confidato a ciascun individuo la conservazione e la cura dell'ordine, della ragione, 2029 della giustizia, {dell'esistenza} ec. per ciò che spetta agli altri individui, o alle altre cose esistenti; insomma la conservazione di tutta la natura, e di tutte le sue leggi, anche dove o quando punto non ci appartengono par che sia incaricata a ciascun individuo. Da questo nasce l'ira che noi proviamo nell'udire un misfatto, per es. un omicidio, di persona a noi affatto ignota, e posta fuori d'ogni nostra minima relazione, partito ec. e quando anche l'omicida si trovi nello stesso caso. Noi, e tanto più quanto la nostra immaginazione è più viva, e il nostro sentimento più caldo, e quanto meno siamo corrotti e snaturati dalla fredda ragione, proviamo subito un vivo senso di odio verso il delinquente, un desiderio di vendetta, quasi che l'offesa fosse fatta a noi, un vivo piacere se intendiamo che è caduto nelle mani della 2030 giustizia, e dispiacere s'egli è fuggito. Massime quando il racconto del misfatto, per qualunque circostanza ci riesca vivo ec. e molto più se il misfatto accade in nostra presenza ec. Un eccesso di energia pone anche l'uomo in desiderio di vendicare il misfatto da se, quando anche non gli appartenga nè l'interessi in nessunissima parte. Da ciò nasce che il popolo, spargendosi la fama di qualche notabile delitto, è sempre decisamente contento della cattura del reo, la desidera, l'applaude, e stando egli sotto processo, discorre della sua condanna come di una soddisfazione e un piacere ch'egli aspetti e desideri, accusa la lentezza dei giudici, e se il reo è assoluto, se ne duole, come di un torto fatto a se stesso. Se è condannato ne gode, finchè all'ira verso la colpa non succede la compassione verso la pena.

2252,1   15. Dic. 1821.

[2252,1]  Che il privato verso il privato straniero, e massimamente nemico, sia tenuto nè più nè meno a quei medesimi doveri sociali, morali, di commercio ec. a' quali è tenuto verso il compatriota o concittadino, e verso quelli che sono sottoposti ad una legislazione comune con lui; che esista insomma una legge, un corpo di diritto universale che abbracci tutte le nazioni, ed obblighi l'individuo nè più nè meno verso lo straniero che verso il nazionale; questa è un'opinione che non ha mai esistito prima del Cristianesimo; ignota ai filosofi antichi i più filantropi, ignota non solo, ma evidentemente e positivamente esclusa da tutti gli antichi legislatori i più severi, e pii, e religiosi, da tutti i più puri moralisti (come Platone) da tutte le più sante religioni e legislazioni, 2253 compresa quella degli Ebrei. Se in qualche nazione antica, o moderna selvaggia, la legge o l'uso vieta il rubare, ciò s'intende a' proprii compatrioti, (secondo quanto si estende questa qualità; perciocchè ora si stringe a una sola città, ora ad una nazione benchè divisa, come in Grecia ec.) e non mica al forestiere che capita, o se vi trovate in paese forestiere. {+ V. il Feith, Antiquitates homericae, nel Gronovio, sopra la pirateria ec. λῃστεία, usata dagli antichissimi legalmente e onoratamente cogli stranieri.} Così dico dell'ingannare, mentire ec. ec. Infatti osservate che fra popoli selvaggi, ordinariamente virtuosissimi al loro modo, e pieni de' principii di onore e di coscienza verso i loro paesani ec. i viaggiatori hanno sempre o assai spesso trovato molta inclinazione a derubarli, ingannarli ec. eppure i loro costumi non erano certamente corrotti. V. le storie della conquista del Messico circa l'usanza menzognera di quei popoli i meno civilizzati. Parimente trovandosi gli antichi o i selvaggi in terra forestiera, non 2254 hanno mai creduto di mancare alla legge, danneggiando gli abitatori in qualunque modo.

2263,2   20. Dic. 1821.

[2263,2]  Soglion dire i teologi, {i Padri,} e gl'interpreti in proposito di molte parti dell'antica divina legislazione ebraica, che il legislatore 2264 si adattava alla rozzezza, materialità, incapacità, e spesso (così pur dicono) alla durezza, indocilità, sensualità, tendenza, ostinazione, caparbietà ec. del popolo ebraico. Or questo medesimo non dimostra dunque evidentemente la non esistenza di una morale eterna, assoluta, antecedente (il cui dettato non avrebbe il divino legislatore potuto mai preterire d'un apice); e che essa, come ha bisogno di adattarsi alle diverse circostanze e delle nazioni e de' tempi (e delle specie, se diverse specie di esseri avessero morale, e legislazione), così per conseguenza da esse dipende, e da esse sole deriva? (20. Dic. 1821.)

2386,2   4. Feb. 1822.

[2386,2]  Stimabile è la menzogna quando giova a chi la dice e a chi l'ode non fa nocumento. Parole in persona di Cariclea fanciulla greca, presso Eliodoro Delle cose Etiopiche Libro Primo tradotto dal Gozzi, Opere, Venez. Occhi. 1758. t.6. p. 92. (4. Feb. 1822.)

2395,1   17. Marzo 1822.

[2395,1]  Πάντα γὰρ ἀγαϑὰ μὲν καὶ καλά ἐστι πρὸς ἃ ἂν εὖ ἔχῃ, κακὰ δὲ καὶ αἰσχρὰ πρὸς ἃ ἂν κακῶς. Quippe omnia bona sunt ac pulcra, ad quae bene se habent; mala vero ac turpia, ad quae male. Leuncla v. Parole di Socrate ad Aristippo appresso Senofonte ᾽Aπομνημονευμάτων βιβλ. γ΄. κεϕ. 8. §. 7. (17. Marzo 1822.)

2625,1   25. Settembre 1822.

[2625,1]  Ho detto altrove [ p.1037] che le antiche nazioni si stimavano {ciascuna} di natura diversa dalle altre, 2626 non consideravano queste come loro simili, e quindi non attribuivano loro nessun diritto, nè si stimavano obbligate ad esercitar cogli esteri la giustizia distributiva ec. se non in certi casi, convenuti generalmente per necessità, come dire l'osservazion de' trattati, l'inviolabilità degli araldi ec. cose tutte, la ragion delle quali appoggiavano favolosamente alla religione, come quelle che da una parte erano necessarie volendo vivere in società, dall'altra non avevano alcun fondamento nella pretesa legge naturale. Quindi gli araldi amici e diletti di Giove presso Omero ec. quindi il violare i trattati era farsi nemici gli Dei (v. Senof. in Agesilao ) ec. Ho citato [ p.1037] l'Epitafios attribuito a Demostene per provare che questa falsa, ma naturale idea della superiorità loro ec. ec. sulle altre nazioni, le confermavano 2627 le nazioni antiche, e poi le fondavano sulle favole, e sulle storie da loro inventate, tradizioni ec. dando così a questo inganno una ragione, e una forza di massima e di principio. Anche più notabile in questo proposito è quel che si legge nel Panegirico d'Isocrate verso il principio, dove fa gli Ateniesi superiori per natura ed origine a tutti gli uomini. V. anche l'orazione della Pace, dove paragona gli Ateniesi coi Τριβαλλοι [Τριβαλλοί,] e coi Λευκανοι [Λευκανοί]. Similmente il popolo Ebreo chiamavasi il popolo eletto, e quindi si poneva senza paragone alcuno al di sopra di tutti gli altri popoli sì per nobiltà, sì per merito, sì per diritti ec. ec. e spogliava gli altri del loro ec. ec. (25. Settembre 1822.)

2644,1   2. Nov. di' dei Morti. 1822.

[2644,1]  L'uomo odia l'altro uomo per natura, e necessariamente, e quindi per natura esso, sì come gli altri animali è disposto contro il sistema sociale. E siccome la natura non si può mai vincere, perciò veggiamo che niuna repubblica, niuno istituto e forma di governo, niuna legislazione, {niun ordine,} niun mezzo morale, politico, filosofico, d'opinione, di forza, di circostanza qualunque, di clima ec. è mai bastato nè basta nè mai basterà a fare che la società cammini come si vorrebbe, e che le relazioni scambievoli degli uomini fra loro, vadano secondo le regole di quelli che si chiamano diritti sociali, e doveri dell'uomo verso l'uomo. (2. Nov. dì de' Morti. 1822.)

  2660,1.2

[2660,1]  Cic. de rep. l.3. c.8-20. p. 230-48. sotto la persona di L. Furio Filo disputa contro la giustizia, e dimostra la non esistenza della legge naturale, e reca in mezzo le varietà e discordanze de' costumi e delle leggi presso i diversi popoli, e de' giudizi degli uomini e de' vari secoli intorno al retto e al giusto, e a' loro contrarii. Degna d'esser letta è questa disputazione, massime per ciò che riguarda i vari e ripugnanti giudizi delle antiche nazioni circa il così detto diritto naturale e universale, o idea innata del giusto e del bene. E cita il Mai (nella 3. nota della p. 232.) sopra questo proposito S. Girolamo in Iovin. II. 7. sqq. Sesto Empirico III. 24. et contra eth. 190. seqq. ed Erodoto III. 38. quos auctores haud paenitendo cum fructu ii legent qui naturali civilique historiae student. (22. Dic. 1822.)

[2660,2]  Nella sopraddetta disputazione è notabile un frammento (c.15. p. 243.), dove Cicerone in persona di Filo ricorda quella favolosa opinione che avevano gli Arcadi 2661 e gli Ateniesi d'essere αὐτοχϑόνες [αὐτόχθονες,] cioè terrae filii, perlochè stimandosi di diversa origine e natura dagli altri uomini, niente stimavano di dovere alle altre nazioni, benchè riconoscessero leggi e diritti che obbligassero ciascuno individuo della propria nazione verso gli altri individui della medesima. E v. quivi la nota 1. del Mai. (22. Dic. 1822.). { V. p. 2665. }

2672,3   12. Feb. 1823. Roma

[2672,3]  Μὴ προϑυμεῖσϑαι εἰς τὴν ἀκρίβειαν ϕιλοσοϕεῖν, ἀλλ' εὐλαβεῖσϑαι ὅπως μὴ πέρα τοῦ δέοντος σοϕώτεροι γενόμενοι, λήσετε διαϕϑαρέντες. Plato in Gorgia ed. Frider. Astii. Lips. 1819... t.1. p. 362-4. Ne enitamini ut diligenter philosophemini, sed cavete ne, supra quam oportet, sapientiores facti ipsi inscientes corrumpamini. Φιλοσοϕία γάρ τοί ἐστιν, ὦ Σώκρατες, χαρίεν, ἄν τις αὐτοῦ μετρίως ἅψηται∙ ἐὰν δὲ περαιτέρω τοῦ δέοντος ἐνδιατρίψῃ, διαϕϑορὰ τῶν ἀνϑρώπων. ib. p. 356. Philosophia enim, o Socrate, est illa quidem lepida, si quis eam modice attingit, sin ultra quam opus est ei studet, corruptela est hominum. Tutta la vituperazione della filosofia che Platone in quel Dial. mette in bocca di Callicle, dalla p. 352. alla p. 362. è degna d'esser veduta. V'è anche insegnata (sebben Platone lo fa per poi negarla e confutarla) la vera legge naturale, che ciascun uomo o vivente faccia tutto per se, e il più forte sovrasti il più debole, e si goda quel di costui. (Roma 12. Feb. 2673 1823. primo dì di Quaresima.)

2759,2   11. Giugno. 1823.

[2759,2]  Chi vuol manifestamente vedere la differenza de' tempi d'Omero da quelli di Virgilio, quanto ai costumi, e alla civilizzazione, e alle opinioni che 2760 s'avevano intorno alla virtù e all'eroismo, {+siccome anche quanto ai rapporti scambievoli delle nazioni, ai diritti e al modo della guerra, alle relazioni del nimico col nimico;} e chi vuol notare la totale diversità che passa tra il carattere e l'idea della virtù eroica che si formarono questi due poeti, e che l'uno espresse in Achille e l'altro in Enea, consideri quel luogo dell'Eneide (X. 521-36.) dov'Enea fattosi sopra Magone che gittandosi in terra e abbracciandogli le ginocchia, lo supplica miserabilmente di lasciarlo in vita e di farlo cattivo, risponde, che morto Pallante, non ha più luogo co' Rutuli alcuna misericordia nè alcun commercio di guerra, e spietatamente pigliandolo per la celata, gl'immerge la spada dietro al collo per insino all'elsa. Questa scena e questo pensiero è tolto di peso da Omero, il quale introduce Menelao sul punto di lasciarsi commuovere da simili prieghi, ripreso da Agamennone, che senza alcuna pietà uccide il troiano già vinto e supplichevole.

3073,1   1. Agosto. di' del Perdono. 1823.

[3073,1]  Alessandro Magno schifò quel (consiglio) d'Aristotile, che volea ch'egli trattasse i Greci da parenti, e i Barbari da bestie, e sterpi. Id. ib. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.)

3115,1   5-11. Agosto. 1823.

[3115,1]  E qui si deve considerare il maraviglioso artifizio di Omero. Non solevasi a' tempi eroici, cioè quasi selvaggi, stimar gran fatto il nemico. L'odio che gli portava la parte contraria, quell'odio il quale faceva che ciascun soldato considerasse l'esercito o la nazione opposta come nemici suoi personali, e con questo sentimento combattesse, non lasciava luogo alla stima. E quando anche s'avesse cagione di stimare il nemico, ciascuno, come si fa de' nemici personali, cercava a tutto potere di deprimerlo sì nella propria immaginazione che presso gli altri, e ricusava di riconoscere in lui alcuna virtù. Non prevaleva nè si conosceva allora quella sentenza che la gloria di chi fortemente combatte e di chi vince è tanto maggiore quanto più forte e stimabile è il nemico e il vinto. Ma sebbene allora 3116 ciascuno amasse e cercasse la gloria sopra ogni altra cosa ed assai più che al presente, niuno si curava di accrescerla a costo del proprio odio verso il nimico, niuno sosteneva di aggrandire a' propri occhi o agli altrui il pregio della propria vittoria col considerare e render giustizia al valore della resistenza; ognuno preferiva di tenere anzi l'inimico per vile e codardo e tale rappresentarlo agli altri, perchè l'odio e la vendetta più si soddisfa e gode disprezzando il nimico e privandolo d'ogni qualsivoglia stima, che sforzandolo e vincendolo, e quasi piuttosto eleggerebbe di soccombergli che di lodarlo. Una tal disposizione offriva poche risorse, poca varietà, poco campo di passioni al poema epico. Omero ebbe l'arte di fare che i greci si contentassero di stimare il nemico che avevano vinto; e fece loro provare il piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo, di vantarsi e compiacersi 3117 di una vittoria riportata sopra un nemico nobile e valoroso. Questo piacere fu veramente Omero che lo concepì, Omero che lo produsse; ei non era proprio de' tempi, non nasceva dalla maniera di pensare e dalle disposizioni di quegli uomini, ma nacque dalla poesia d'Omero; Omero per dir così ne fu l'inventore. Questo gli diede campo di moltiplicare e intrecciar gl'interessi, di variar le passioni e gli effetti cagionati dal suo poema nell'animo de' lettori.

3349,2   4. Sett. 1823.

[3349,2]  Se l'idea del giusto e dell'ingiusto, del buono e del cattivo morale, non esiste o non nasce per se nell'intelletto degli uomini, niuna legge di niun legislatore può far che un'azione {o un'ommissione} sia giusta nè ingiusta, buona nè cattiva. Perocchè non vi può esser niuna ragione per la quale sia giusto nè ingiusto, buono nè cattivo, l'ubbidire a qualsivoglia legge; e niun principio 3350 vi può avere sul quale si fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che sia, se l'idea del giusto, del dovere e del diritto, non è innata o ispirata (come vuole Voltaire, cioè naturalmente {+e per innata disposizione} nascente nelle menti degli uomini, com'ei son giunti all'età di ragione) negl'intelletti umani. (4. Sett. 1813.)

3365,1   6. Sett. 1823.

[3365,1]  J'ai vu quatre sauvages de la Louisiane qu'on amena en France, en 1723. Il y avait parmi eux une femme d'une humeur fort douce. Je lui demandai, par interprète, si elle avait mangé quelquefois de la chair de ses ennemis, et si elle y avait pris goût; elle me répondit qu'oui; je lui demandai si elle aurait volontiers tué ou fait tuer un de ses compatriotes pour le manger; elle me répondit en frémissant, et avec une horreur visible pour ce crime. Voltaire. Correspondance du Prince Royal de Prusse (depuis Frédéric II.) et de M. de Voltaire. Lettre 31. Octobre, 3366 à Cirey. 1737. tome 1.r de la Correspondance de Frédéric II, Roi de Prusse, 10e de la collection des Oeuvres Complettes de Frédéric II, Roi de Prusse, 1790. p. 142.(6. Sett. 1823.)

3420,1   12. Settembre 1823.

[3420,1]  3420 Opinione de' greci, anche filosofi, e principali filosofi, sul giusto e l'ingiusto creduto altro verso i greci, altro verso i barbari, non accidentalmente, ma naturalmente; sulla supposta inferiorità di natura di questi a quelli; sul supposto naturale diritto ne' greci di comandare a tutte l'altre nazioni, come per natura incapaci di governarsi da se nè d'acquistare le facoltà a ciò convenienti; sulla supposta servilità non di circostanza ma di natura ne' barbari (cioè nei non greci), servilità creduta in essi così universale, che l'esser molti di essi nella propria nazione servi, era creduto irragionevole, perchè niuno nella loro nazione era stimato aver dritto di comandarli, essendo tutta la nazione composta di soli servi per natura. Vedi la Rep. d'Aristot. ediz. del Vettori, Firenze Giunti 1586. libro 1. p. 7.31.32. libro 3. p. 257. e le note del Vettori ai rispettivi luoghi. {+ E Plutarco t. 2. p. 329. B. ec.} (12. Settembre 1823.). {Opinione rinnovatasi presso gli spagnuoli ec. quanto agli americani indigeni, ai negri ec. ec.}

3430,2   15. Sett. 1823.

[3430,2]  Natura insegna il curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci furon cari o conoscenti per sangue o per circostanze ec. e l'onorar quelli di chi fu in vita onorato ec. { Veggasi a questo proposito la Parte de la Chronica del Peru di Pedro de Cieça de Leon. en Anvers 1554. 8.vo piccolo. cap. 53. fine. a car. 146. p. 2. cap. 62. 63. 100. 101. principio.} Ma ella non insegna di seppellirli nè di abbruciarli, nè di torceli in altro modo davanti agli occhi. Anzi a questo la natura ripugna, perchè il separarci perpetuamente da' cadaveri de' nostri è, naturalmente parlando, separazione più dolorosa che la morte loro, la qual non facciam noi, ma questa è volontaria ed opera nostra, e quella è quasi insensibile a chi si trova presente, e accade bene spesso a poco a poco; questa è manifestissima e si fa in un punto. E separarsi da' cadaveri tanto è quasi in natura quanto separarsi dalle persone di chi essi furono, perchè degli uomini non si vede che il corpo, il quale, ancor morto, rimane, ed è, naturalmente, tenuto per la persona stessa, benchè mutata (piuttosto che in luogo di 3431 quella), e per tutto ciò ch'avanza di lei. Ma d'altra parte il lasciare i cadaveri imputridire sopra terra e nelle proprie abitazioni, volendoseli conservare dappresso e presenti, è mortifero, e dannoso ai privati e alla repubblica. I poeti, oltre all'avere insegnato che nella morte sopravvive una parte dell'uomo, anzi la principale e quella che costituisce la persona, e che questa parte va in luogo a' vivi non accessibile e a lei destinato, onde vennero a persuadere che i cadaveri de' morti, non fossero i morti stessi, nè il solo nè il più che di loro avanzava; oltre, dico, di questo, insegnarono che l'anime degl'insepolti erano in istato di pena, non potendo niuno, mentre i loro corpi non fossero coperti di terra, passare al luogo destinatogli nell'altro mondo. Così vennero a fare che il seppellire i morti o le loro ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com'era utile e necessario ai vivi, così stimato utile e dovuto ai morti, e desiderato da loro; che paresse opera d'amore verso i morti quello che per se sarebbe stato segno di disamore, e opera d'egoismo; che l'amore 3432 così consigliato e persuaso imponesse quello ch'esso medesimo naturalmente vietava; {+che venisse ad esser secondo natura e suggerito dall'amor naturale, quello che per se aveva al tutto dello snaturato;} e che fosse inumanità e spietatezza il trascurar quello che senza ciò sarebbesi tenuto per inumano e spietato. Così gli antichi e primi poeti e sapienti facevano servire l'immaginazione de' popoli, e le invenzioni e favole proprie a' bisogni e comodi della società, conformando quelle a questi, e si verifica il detto di Orazio nella Poetica ch'essi furono gl'istitutori e i fondatori del viver cittadinesco e sociale, onde Orfeo ed Anfione furono eziandio tenuti per fondatori di città. E così gli antichi dirigevano la religione al ben pubblico e temporale, e secondo che questo richiedeva la modellavano, e di questo facevano la ragione e il principio e l'origine de' dogmi di essa: opponendola alla natura dove questa si opponeva alle convenienze della vita sociale; e vincendo la natura fortissima, coll'opinione ancor più forte, massime l'opinion religiosa. (15. Settembre. 1823.). {+Chi riguarda come legge naturale il seppellire o abbruciare ec. i cadaveri, troverà forse in queste osservazioni di che mutar sentenza.}

3773,1   25-30. Ottobre. 1823.

[3773,1]  3773 Vogliono che l'uomo per natura sia più sociale di tutti gli altri viventi. Io dico che lo è men di tutti, perchè avendo più vitalità, ha più amor proprio, e quindi necessariamente ciascun individuo umano ha più odio verso gli altri individui sì della sua specie sì dell'altre, secondo i principii da me in più luoghi sviluppati [ p.55] [ pp.872.sgg.] [ pp.1078-79] [ pp.1083-84] [ pp.2204-206] [ p.2644] [ pp.2736.sgg.] [ p.3291]. Or qual altra qualità è più antisociale, più esclusiva per sua natura dello spirito di società, che l'amore estremo verso se stesso, l'appetito estremo di tirar tutto a se, e l'odio estremo verso gli altri tutti? Questi estremi si trovano tutti nell'uomo. Queste qualità sono naturalmente nell'uomo in assai maggior grado che in alcun'altra specie di viventi. Egli occupa nella natura terrestre il sommo grado per queste parti, siccome generalmente egli tiene la sommità fra gli esseri terrestri.

  3915-3920

[3915,1]  Quanto poi l'immaginazione, l'opinione, la preoccupazione e cento cause affatto e per lor natura e principio aliene ed estrinseche ai soggetti medesimi, influiscano e possano sull'amore e sui sentimenti dell'un sesso verso l'altro ne' casi particolari, mi basti considerarne fra gl'infiniti, un esempio. Suppongansi un fratello e una sorella, ambo giovanissimi, bellissimi, sensibilissimi, e per ogni parte dispostissimi, ed espertissimi eziandio, dell'amore verso gl'individui d'altro sesso. Supponghiamo che dopo lunga assenza, si riveggano l'un l'altro, e ponghiamo che ciò sia in tempi o in circostanze che il lor cuore, la loro sensibilità, la loro facoltà di passione non sieno state per niun modo blasées, usées, istupidite, {indebolite} ec. o dal commercio del mondo o da checchè sia. Certo è ch'essi proveranno l'un verso l'altro de' sentimenti vivissimi, tenerissimi, amorosissimi, piangeranno di affetto ec. Ma in questa passione o momentanea o durevole che proveranno l'uno verso l'altro, benchè certamente v'avrà molto di corporale, perchè gli ho supposti bellissimi e giovanissimi, oltre sensibilissimi, non v'avrà però nulla di sensuale, e quel corporale prenderà forma della più spiritual cosa del mondo; e non per tanto la detta passione, come dall'amor sensuale di qualsivoglia specie, così sarà di genere e di natura sensibilissimamente diverso da qualunque di quegli amori verso un altro sesso, che si chiamano sentimentali, incominciando 3916 dal più imperfetto, fino al più puro, spirituale, platonico, ed apparentemente più casto ed angelico, insomma il più veramente e semplicemente sentimentale che si possa trovare o pensare. Ed essi medesimi o espressamente o implicitamente si accorgeranno di questa differenza in modo che non sarà loro possibile di confondere neanche per un momento quella passione che allor proveranno con nessuna di quelle altre, le quali pur saranno capacissimi di provare, come ho supposto, e quindi ben le concepiranno, e di più le avranno effettivamente provate, come ho anche supposto. Anzi voglio anche supporre che ambedue si trovino attualmente in una di queste altre passioni, e che sia delle vivissime dall'un lato, e dall'altro delle più pure e sentimentali possibili. Nè questa nocerà a quella, nè essi lasceranno di sentire, in modo da non poter dubitarne, una decisa ed intera differenza di specie dall'una all'altra. Certo è che tutte queste supposizioni non sono chimeriche, e che generalmente parlando, si son date e si danno effettivamente nelle nazioni civili delle passioni di amore vivissime, tenerissime, purissime costantissime, tra fratello e sorella, belli e giovani; di un padre verso una figlia bellissima, di una madre ec. e così discorrendo; e che queste passioni possono essere e furono e sono distintissime da qualunque altra di quelle che si provano o possono provare verso gl'individui d'altro sesso. Certo è insomma che si dà un amor fraterno, un amor paterno ec. più o men vivo, ma anche vivissimo e tenerissimo 3917 tra persone diverse di sesso, il quale è sensibilissimamente e totalmente distinto da qualunque altro di quegli amori più propriamente detti, che si provano verso gl'individui d'altro sesso verso i quali essi non sono vietati da certe leggi, pretese naturali, cioè dall'opinione ec. Si dà, dico, il detto amore nelle persone civili, {o semicivili ec.} cioè in quegli uomini in cui possono le leggi e quindi le opinioni relative ec. E si dà or più or meno durevole; più frequentemente però poco durevole (nel suo stato di così vivo e tenero, e di così distinto nel tempo stesso da quegli altri amori): ma basta al nostro argomento ch'esso sia e possibile e sovente (e foss'anche stato una sola volta) reale, eziandio per un solo istante. (Del resto, tutto ciò non toglie che non si dieno e si sien dati {+forse anche più spesso} amori o sensuali o sentimentali, ma d'altro genere, tra fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli ec. eziandio civilissimi.)

[3917,1]  Or da queste osservazioni si deduce 1° parlando dell'amore {tra l'un sesso e l'altro} generalmente, come esso dipenda e sia modificato, senza alcuna influenza della natura propria, dall'immaginazione e dall'opinione. Poichè quel fratello che alla vista di quella tal persona, se non fosse stata sua sorella, anzi pur solamente s'esso non lo avesse saputo, avrebbe certo provata tutt'altra specie di amore, o se non altro, si sarebbe sentito spinto o capace di tutt'altra specie di sentimenti verso lei; solo per sapere e pensare quella essere sua sorella, prova un amore e una sorta di sentimenti di diversissima e distintissima specie. Giacchè che questa {+differenza e il provar questi sentimenti e il non provar quelli,} sia effetto dell'opinione e prevenzione ec., e non di un secreto istinto 3918 naturale, come dicono, per modo che quel fratello, anche non sapendo quella essere sua sorella, dovesse provare affetto {+(ancorchè menomo)} verso lei, e questo fraterno, e non provare affetto d'altra sorta, e così un padre verso una figlia ignota, o verso un figlio del medesimo sesso, e cose simili, sono tutte stoltezze, e dimostrate per falsissime, oltre dalla ragione, da mille esperimenti.

[3918,1]  2. Le dette osservazioni servono d'altro esempio confermante la prima mia proposizione, cioè quante {passioni} sentimenti ec. {anche tenerissimi ec.} che paiono assolutamente naturali, {+anzi pure quante specie di passioni assolutamente e per origine e principio} sieno puri effetti di circostanze, opinioni ec. e di accidenti che in natura non avrebbero avuto luogo. Infatti questo amor fraterno o paterno ec. verso individui d'altro sesso, così vivo per una parte, e per l'altra così distinto dagli altri amori verso il sesso differente, anche da' più puri, sembra bensì la più natural cosa del mondo, eppure è mero effetto delle circostanze, delle opinioni, delle leggi, le quali sono le vere madri di questa sorta di amore, che non par poter essere altro che opera e figlia della natura, e questa averla messa negli animi di propria mano, laddove senza le opinioni, costumi e leggi essa sorta di amore non avrebbe esistito, almeno in quel tal grado ec., e il genere umano ne sarebbe al tutto inesperto, e non saprebbe che cosa ella si fosse. Siccome accade veramente ne' selvaggi ec. che non abbiano leggi o costumi relativi ec. i quali non faranno mai difficoltà di usare colle sorelle, e amandole vivamente ciò non 3919 sarà in altra guisa che carnalmente (poichè essi non sono capaci nemmeno degli altri amori sentimentali), altrimenti non le ameranno, o solo leggermente e senza trasporto, e come e in quanto compagne abituate fin dalla nascita a convivere seco loro, come accade anche agli altri animali verso i loro abituali compagni, senza alcuna relazione alla conformità del sangue, e senza che questa abbia alcuna parte nel produrre quell'affezione, eccetto in quanto ella può esser causa di somiglianza ec. che serve all'amicizia, e in quanto ad altre circostanze estrinseche, e in somma diverse dalla semplice e propria consanguineità per se stessa, benchè sieno anche suoi effetti. E tale non calda amicizia avrà luogo, come tra gli animali, così tra' selvaggi (ed anche tra noi), più tra' compagni abituati a vivere insieme, che tra' fratelli, o tra padri e figli, posto il caso che questi non abbiano avuto o non abbiano tale abitudine, ed altri ed alieni sì. Perocchè essa amicizia è tra loro in quanto compagni abituati (accidente, e cosa i cui effetti appartengono all'assuefazione), non in quanto consanguinei, o in quanto simili di naturale, di carattere, inclinazioni, età ec., non in quanto consanguinei ec. ec. Del resto quel che ho detto dell'amor fraterno o paterno ec. tra individui di sesso diverso si stenda ancora a quello tra fratello e fratello, padre e figlio ec., chè anch'esso in grandissima parte è opera ed assoluta creatura, o delle leggi, costumi, opinioni ec. o dell'assuefazioni, del convitto, della somiglianza, e di cose diverse insomma dalla consanguineità per se stessa. Massime un amor vivo, {sentimentale, tenero, fervido} ec. Il quale parimente non suol 3920 aver luogo che ne' civili ec. Tra' selvaggi, come tra gli animali, l'amore, o almeno l'amor vivo tra' genitori e' figliuoli, anzi de' genitori verso i figliuoli, non dura se non quanto è bisogno alla conservazione di questi ec. In quel tempo egli è veramente naturale e d'istinto ec. Ma i selvaggi per barbarie non lasciano di avere talora anche in costume di abbandonare i figli appena nati, {o poco appresso ec.} di esporli ec. ec., come anche usavano molti antichi civili, e come pur troppo s'usa anche oggi tra noi in mille casi ec. ec.; e Rousseau espose o tutti o non pochi de' figli che ricevette dalla sua Teresa Levasseur ec., cose tutte ignote in qualunqu'altra specie di animali, e contro natura se altra mai, e di cui non è capace se non l'uomo ridotto comunque in società, cioè corrotto, e perniciose di lor natura alla specie ec. ec. { Puoi vedere a questo proposito le pagg. 3797-802. e sopra alcune anche più orribili barbarie, uno o due de' luoghi del Cieça citati a p. 3796.} Puoi vedere Aristot. Polit. Florent. 1576. lib.7. p. 638-40. dove si dà per legge conveniente e necessaria alle repubbliche l'esposizione dei figli, non solo imperfetti, come in Lacedemone, ma eziandio generati dopo una certa età ec., e di più dove l'esposizione per legge non sia permessa, si consiglia e prescrive da quel filosofo l'ἄμβλωσις {+artificiale e volontaria,} ec. E vedi anche i commentari del Vettori ai detti luoghi. (26. Nov. 1823.)

4247,1   4. Feb. Domenica. 1827.

[4247,1]  Magistrato {#Ministro, funzionario qualunq.} da bene. Magistrato malvagio. Qual è il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra. Rigoroso, severo: se tu lo lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamerà vendicativo, crudele, ministro della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici, nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libertà, del progresso della civilizzazione. Clemente: sarà freddo, debole, protettore dei vizi e dei malvagi, complice dei perturbatori della società, fautore delle male opere. Se vi sono partiti, ed egli ne favorisce uno, l'altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli è un insensato, un vile, almeno un furbo. Così dell'ambizione; ec. ec. Ma quanto all'astinenza o all'appetenza dell'altrui o del pubblico, voi non troverete due persone che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche nell'interpretarlo. E questo è quasi il solo capo dal quale in verità suol dipendere il nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo. Da bene è sinonimo di disinteressato, malvagio di cupido; integrità di disinteresse ec. Da ciò parrebbe che gli uomini non fossero d'accordo se non nel concetto della roba, e che l'ufficiale pubblico potesse a suo modo dispor della vita, dell'onore, della libertà, di tutti gli altri beni dei cittadini, purchè rispettasse i danari e le possessioni. (4. Feb. Domenica. 1827.)

4290,1   Firenze. 19. Sett. 1827.

[4290,1]  C'est en conséquence de ces cruelles opinions, que l'on a vu enseigner publiquement, à la honte du Christianisme, que l'on ne devoit pas garder la foi aux hérétiques; sentiment que Clément VIII, qui d'ailleurs étoit assez honnête homme pour un Pape, approuvoit, ainsi que s'en plaint amèrement le Cardinal d'Ossat. L'inhumaine décision du concile de Constance, sur le mépris des saufs-conduits, est aussi le fruit de cette pernicieuse doctrine. (Hist. du concile de Constance, préface de Lenfant. P. 47.) Examen critique des Apologistes de la religion chrétienne, par M. Fréret, chap. 10. édit. de 1766. p. 188-9. (Firenze, 19. Sett. 1827.)