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Filologia. Passi d'autori, spiegati, corretti ec. ec.

Philology. Passages from authors, explained, corrected, etc.
465,1   2. Gennaio 1821

[465,1]  Velleio II. 76. sect. 3. Adventus deinde in Italiam Antonii praeparatusque (cioè apparatusque substantive) Caesaris contra eum, habuit belli metum: sed pax contra Brundisium composita. Che vuol dire contra Brundisium ? Gl'interpreti si storcono, e chi legge circa, chi difende la volgata. Leggete: sed pax contra Brundisii composita. Contra è avverbio. Si temeva la guerra, ma all'incontro fu fatta la pace a Brindisi. V. però gl'istorici, e le edizioni di Velleio posteriori a quella del Burmanno seconda e postuma, Lugd. Bat. 1744. ap. Sam. Luchtmans . (2. Gen. 1821.). { Post Brundisinam pacem . Vel. II. 87. sect. 3.}

466,2   2. Gennaio 1821.

[466,2]  È cosa notata e famosa presso gli antichi (non credo però gli antichissimi, ma più secoli dopo Senofonte) che Senofonte non premise nessun preambolo alla Κύρου ἀναβάσει, sebbene dal secondo libro in poi, premetta libro per libro, il Laerzio dice un proemio, ma veramente un epilogo o riassunto brevissimo delle cose dette prima. V. il Laerz. in Xenoph. Luciano, de scribenda histor. ec. E Luciano dice che molti per imitarlo non ponevano alcun proemio alle loro istorie. Ed aggiunge: {οὐκ εἰδότες ὡς} δυνάμει (potentiâ) τινὰ προοίμιά ἐστι λεληϑότα τοὺς πολλούς. Io qui non vedo maraviglia nessuna. Esaminate bene quell'opera: non è una storia, ma un Diario o Giornale {(si può dire, e per la massima parte militare)} di quella Spedizione. Infatti procede giorno per giorno, segnando le marce, contando le parasanghe ec. ec. infatti l'opera si chiude con una lista effettiva {o somma} dei giorni, spazi percorsi, nazioni ec. lista indipendente dal resto, per la sintassi. E di queste enumerazioni ne 467 sono sparse per tutta l'opera. Non doveva dunque avere un proemio, non essendo propriamente in forma d'opera, ma di Commentario o Memoriale, ossiano ricordi, e materiali. Chi si vuol far maraviglia di Senofonte, perchè non se la fa di Cesare? Il quale comincia i suoi Commentari de bello G. [Gallico] e C. [Civili] ex abrupto, appunto come Senofonte. E questo perchè non erano Storia ma commentari. Nè pone alcun preambolo a nessuno de' libri in cui sono divisi. Così Irzio. Eccetto {una specie di} avvertimento indirizzato a Balbo e premesso al lib. 8. de b. G. (il quale era necessario non per l'opera in se, ma per la circostanza, ch'egli n'era il continuatore) nè quel libro, nè quello de b. Alexandrino , nè quello de b. Africano , nè quello d'autore incerto de b. Hispaniensi non hanno alcun preambolo, ed entrano subito in materia.

467,1   2. Gennaio 1821.

[467,1]  Da queste osservazioni deducete 1. un'altra prova che Senofonte è il vero autore della K. A. [Κύρου ἀναβάσει] non Temistogene ec. trattandosi di un giornale, che non poteva essere scritto {o almeno abbozzato} se non in pręsentia, e dallo stesso Generale (come i commentarii di Cesare), o almeno da qualche suo intimo confidente. Questa proprietà, di essere cioè scritta da un testimonio di 468 vista, anzi dal principale attore e centro degli avvenimenti non è comune a nessun'altra {opera} storica greca, che ci rimanga, anzi a nessun'antica, fuorchè ai commentarii di Cesare. Perciò ella {è} singolarmente preziosa anche per questo capo, e propria più delle altre a darci la vera idea de' costumi, pensieri, natura degli antichi, e de' loro fatti; come le lettere di Cicerone in altro genere di scrittura, sono la più recondita e intima sorgente della storia di quei tempi. { V. p. 519. capoverso 2.}

470,1   3. Gennaio 1821.

[470,1]  Quello che si è detto di sopra [ p.466] intorno ai proemi particolari di ciascun libro Κ. Ας. eccetto il primo, non è vero nel 6.to il quale non ha proemio nessuno. Se non che il capo 3. cominciando con un breve epilogo, ho creduto lungo tempo che i due capi precedenti appartenessero al 5 libro, e il sesto cominciasse col 3zo capo. E però vero che il detto epilogo non rinchiude se non le cose dette ne' due capi antecedenti, e non tutto il detto nella parte superiore dell'opera, come ciascun altro proemio premesso ai diversi libri. (3. Gen. 1821.)

472,1   4. Gennaio 1821.

[472,1]  Velleio II. 98. sect. 2. Quippe legatus Caesaris triennio cum his bellavit; gentesque ferocissimas, plurimo cum earum excidio, nunc acie, nunc expugnationibus, in pristinum pacis redegit modum; ejusque patratione, Asiae securitatem, Macedoniae pacem reddidit. Eiusque patratione a che si riporta? Spiegano eiusque pacis patratione (così l'indice Velleiano). Ottimamente: fatta la pace, o con quella pace, rendè la pace alla Macedonia . Leggo: eiusque belli patratione, (4. Gen. 1821.), {ovvero eiusque patratione belli. V. p. 477. capoverso 2.}

  473,1.2

[473,1]  Velleio II. 90. sect.4. ut quae maximis bellis numquam vacaverant, eae sub C. Antistio, ac deinde P. Silio legato, ceterisque, postea etiam latrociniis vacarent. Leggo, ceterisque postea, etiam etc. Parla delle Spagne.

[473,2]  Velleio II. 102. sect. 2. Mox in conloquium (cui se temere crediderat) circa Artageram graviter a quodam, nomine Adduo vulneratus. Come non si ha da correggere: in conloquio?

477,3   8. Gennaio 1821.

[477,3]  Velleio I. 2. sect. 2. di Codro: Immixtusque castris hostium, de industria, imprudenter, rixam ciens, 478 interemptus est. È vero che, secondo la storia o la favola, Codro fu ucciso imprudenter, cioè senza sapere ch'egli fosse il Re degli Ateniesi e v. il passo di Val. Mas. citato nelle note a questo luogo. Ma che razza di costruzione è questa? De industria si riferisce al rixam ciens che vien dopo l'imprudenter; l'imprudenter all'interemptus est che vien dopo il rixam ciens. Chi traspone e legge, de ind. rix. ciens, impr. inter. est. Chi emenda oltracciò, de ind., ab imprudente, {rix. ciens}, inter. est. A me pare che il luogo sia chiarissimo, la costruzione piana e facile, togliendo la virgola dopo de industria e dopo imprudenter, e trasportandola dopo hostium. Giacchè il de industria, non ha nè deve aver niente che fare coll'immixtusq. castris host. il che già s'intende ch'era fatto de industria; ma solo col rixam ciens. Ma ille imprudenter? grida il Lipsio. Signor sì, de industria imprudenter, con istudiata imprudenza, pensatamente incauto. Ed è una delle solite antitesi e giuocherelli Velleiani. Imprudenter per imprudentemente, incaute, improvide si usa benissimo da ottimi scrittori. (come imprudens, imprudentia, e così prudenter ec.) Il Forcellini cita Terenzio, 479 Nepote, Cesare. (8. Gen. 1821.).

489,2   11. Gennaio 1821.

[489,2]  Floro I. 12. Veientium {quanta} res fuerit, indicat decennis obsidio. Tunc primum hiematum sub pellibus: taxata stipendio hiberna: adactus miles sua sponte iureiurando, "nisi capta urbe remeare". Spolia de Larte Tolumnio rege ad Feretrium reportata. Denique non scalis, nec irruptione, sed cuniculo, et subterraneis dolis peractum urbis excidium. 490 Tutto questo fa un periodo solo, e non va distinto se non colle minori interpunzioni. L'hiematum sub pellibus, il taxata hiberna, l'adactus miles, lo spolia reportata, il peractum excidium, non istanno da se, ma dipendono dal Veientium quanta res fuerit, indicat; come apparisce sì dalle cose stesse, come quello che Floro soggiunge immediatamente: Ea denique visa est praedae magnitudo, cuius decimae Apollini Pythio mitterentur: universusque populus Romanus ad direptionem urbis vocaretur. Hoc tunc Veii fuere . Le quali parole chiudono la dimostrazione dell'{antica} grandezza e forza di Veio. V. però le ult. edizioni di Floro. (11. Gen. 1821.).

494,2   12. Gennaio 1821.

[494,2]  { Floro I. 13. {ed. Manhem.} } Adeo tum quoque in ultimis religio publica privatis adfectibus antecellebat. Perchè tum quoque? Forse ne' tempi seguenti, e massime in quelli di Floro, cioè di Traiano, la religione pubblica fu più a cuor de' Romani, che ne' primi tempi di Roma? O non più tosto ella venne indebolendo a proporzione del tempo, e all'età di Floro, era, si può dire, estinta nel fatto? 495 E non solo ai Romani, ma a tutti i popoli è sempre avvenuto e avviene lo stesso. Questa era cosa confessata da tutti anche allora, e la somma religiosità dell'antica Roma era notissima e famosissima. Leggi: Adeo tum in ultimis quoque: allora anche nell'infima plebe la religione pubblica prevaleva alle affezioni private, laddove in seguito fu tutto l'opposto. Io credo però che in ultimis l'abbiano inteso per in ultimis rebus o casibus, negli estremi frangenti, e così abbiano spiegato: Tanto anche in quel tempo, cioè nell'ultima calamità. Male. In ultimis vuol dire negl'infimi, come apparisce dalle parole di Floro che precedono. V. il Forcellini, e le ult. ediz. di Floro. { V. p. 510. capoverso 2.}

495,1   12. Gennaio 1821.

[495,1]  Floro I. 13. {avendo detto} che i Romani distrussero la gente dei Galli Senoni in maniera che hodie nulla Senonum vestigia supersint, soggiunge con breve intervallo: ne quis exstaret in ea gente, quae incensam a se Romam urbem gloriaretur. Che vada letto qui per quae non par da dubitare, e sarà già osservato. Ma e così, 496 e in ogni modo, come avea da restare alcuno in quella gente, se questa era tutta distrutta? Leggo: ex ea gente: acciò non restasse nessuno di quella gente. Chiunque ha senso o di latinità o solamente di ragione, conoscerà che la preposizione in qui non ha luogo. (12. Gen. 1821.).

502,2   14. Gennaio 1821.

[502,2]  Floro II. 15. Sed huius caussa belli (tertii Punici) (scil. fuit), quod contra foederis legem {(Carthago)} adversus Numidas quidem semel parasset classem et exercitum, frequens autem Masinissae fines territabat. Sed huic bono socioque regi favebatur. Questa enallage o transizione da parasset a territabat qui non conviene. Trovo però in altre edizioni territaret. Ma di più quel quidem e quell'autem sono particelle avversative{, o disgiuntive}. Ma come ora si legge, queste particelle non possono servire, ed effettivamente non servono ad altro, che a distinguere i Numidi da Massinissa. 503 Laddove erano la stessa cosa, e contro Massinissa era stato quel preparativo di Cartagine che Floro dice contro i Numidi. V. gli storici. Leggo: Masinissa {(v. però gli Storici, se ciò è vero di lui)} e volentieri ancora trasferirei il quidem dopo semel. La cagione di questa guerra fu che contro i patti Cartagine aveva una volta preparato esercito e flotta contro i Numidi. Massinissa però frequentemente (vedete il frequens autem opposto al semel quidem, e così mi pare che debba essere in qualunque modo si voglia intendere questo luogo, perchè l'adversus Numidas quidem che opposizione {o forza} disgiuntiva ha con frequens autem?) infestava i di lei confini. Ma (notate quel ma, che intendendo il luogo in altro senso, non ista [istà] convenientemente) i Romani favorivano questo buono e alleato principe. (14. Gen. 1821.).

509,1   15. Gennaio 1821.

[509,1]  Il Petrarca nella canzone Italia mia .

Ed è questo del seme,
Per più dolor, del popol senza legge
Al qual, come si legge,
Mario aperse sì 'l fianco,
Che memoria de l'opra anco non langue,
Quando assetato e stanco,
Non più bevve del fiume acqua che sangue.

  510,1.2

[510,1]  510 Floro III. 3. Iam diem pugnae a nostro Imperatore petierunt, et sic proximum dedit. In patentissimo, quem Raudium vocant, campo concurrere. Leggerei: et hic p. d. (15. Gen. 1821).

[510,2]  Alla p. 495. Così II. 14. vir ultimae sortis Andriscus. Così Velleio I. 11. sect. 1. qui se Philippum, regiaeque stirpis ferebat, cum esset ultimae. Del resto o sia sbaglio dei Codd. o proprietà di Floro, e figura grammaticale a lui familiare, io trovo anche altre volte il quoque messo da lui piuttosto prima che dopo quello a cui pare che si dovrebbe effettivamente riferire, considerando il sentimento. Così II. 14. fine. Sebbene quivi si potrà forse spiegare e tollerare. Ma III. 6. dove dice di Pompeo destinato alla guerra Piratica, Sic ille quoque ante felix, dignus nunc victoria Pompeius visus est. Il quoque non par che si possa riportare se non all'ante e non all'ille (quantunque i pirati fossero stati già combattuti e vinti da P. Servilio l'Isaurico) perchè la forza di questo luogo par che consista nella contrapposizione dell'ante felix, col dignus nunc victoria. Onde pare che il luogo vada corretto. V. il Forcellini dove parla del quoque congiunto coll'et 511 o etiam. V. pure le ult. ediz. di Floro.

511,2   16. Gennaio 1821.

[511,2]  In questi luoghi di Floro: Postquam rogationis dies aderat, ingenti stipatus agmine (Tib. Gracchus) rostra conscendit: nec deerat obvia manu tota inde (e non ha detto, nè anche accennato da che luogo) nobilitas, et tribuni in partibus (III. 14.): e: Quum se in Aventinum recepisset {(C. Gracchus)}, inde quoque obvia Senatus manu, ab Opimio consule oppressus est (III. 15.) l'inde non par che si possa intendere se non per ibi {o illuc, eo, ec.} E in questo senso si può paragonare l'uso di questa particella fatto da Floro, a quello che i nostri antichi fecero dell'onde, quinci, quindi V. la Crusca. {e allo spagnuolo donde che val sempre dove.} E bisogna notare che in questo senso Floro congiunge la particella inde col nome obvius. E non perciò pare che significhi, o possa significare moto da luogo, ma stato, o moto a luogo. (come gli antichi italiani, onde vai, per dove vai) Quo loco inter 512 se obvii fuissent. Sallust. Cui mater media se se tulit obvia silvâ. Virgil. Questi esempi recati dal Forcellini fanno per l'uso di obvius in luogo. Esempi di obvius unito a particelle o casi che indichino moto da luogo, non ne ha nè il Forcellini, l'Appendice , e in ogni modo qui non par che farebbero al caso. Neanche ne hanno di obvius con particelle o casi indicãti [indicanti] moto a luogo, come illuc obvius, ovvero eo obvius, ovvero ad eum obvius o simili. Solamente questo di Virgilio: Audeo Tyrrhenos equites ire obvia contra. Del resto obvius negli esempi del Forcellini è assoluto, o unito al solito col dativo: obvius illi, mihi, ec. Nè alla voce inde nè alla voce unde, il Forcellini o l'Appendice non hanno questi luoghi di Floro, nè altro esempio o cenno veruno nè pur lontano di questo significato. (16. Gen. 1821.). {+V. pur nella Crusca altronde per altrove, ed aggiungi questo esempio di Bernardino Baldi egloga 10. Melibea, verso il fine, (Versi e prose di Mons. Bern. Baldi. Venetia 1590. p 204.) Fuggiam fuggiamo altronde, Ch'a noi sen vien a volo Di vespe horrido stuolo, E sotto aurato manto il ferro asconde. V. nel Forc. aliunde in un esempio per alibi. V. pure il Dufresne in inde, unde, aliunde, alicunde ec. se ha nulla al caso. V. p. 1421. }

523,2   18 Gennaio 1821

[523,2]  Molto acutamente Floro dice di Antonio il triumviro: Desciscit in regem: nam aliter salvus esse non potuit, nisi confugisset ad servitutem. (IV. 3.) Ottimamente di un uomo corrotto e depravato come Antonio: non poteva essere se non signore o servo: libero e uguale agli 524 altri, non poteva. E così quasi tutti i Romani di quello e de' seguenti tempi: così la massima parte degli uomini d'oggidì. Non c'è altro stato che non convenga loro, fuorchè l'uguaglianza e la libertà. Non saprebbero se non regnare, o come fanno, servire. Ma servendo, sarebbero più adattati al regno che alla libertà. E tale è la natura degli uomini servi per carattere, e corrotti dall'incivilimento, spogli di virtù, di magnanimità, di entusiasmo, di sentimenti e passioni grandi {forti} e nobili, d'integrità, di coraggio, d'ingegno, {di eroismo, capacità di sacrifizi,} ec. ec. Tutte cose necessarie a mantenersi individualmente, e a mantenere relativamente e generalmente lo stato uguale e libero di un popolo. In chi domina l'egoismo, non può che servire o regnare. Così i nostri principi. Regnano, e saprebbero servire. {(Così i nostri magistrati, ministri, grandi. Regnano e servono. Sanno riunir l'una cosa all'altra. Le mettono effettivamente in opera ambedue.)} Ma come sarebbero capacissimi di servitù (e perciò appunto che regnano come fanno, e che son tali signori), così sarebbero incapaci di libertà e di uguaglianza. Questa non può nè convenire particolarmente, nè conservarsi in una nazione, senza le qualità e le forze della natura. Un uomo o una nazione snaturata, non può esser libera, nè 525 molto meno uguale: non può se non regnare o servire. La libertà richiede homines non mancipia, ἄνδρας καὶ οὐκ ἀνδράποδα, e chi è schiavo o dei padroni servendo, o di se stesso, dell'egoismo, e delle basse inclinazioni regnando, non può comportare lo stato libero, nè uguale. L'amor di se stesso è inseparabile dall'uomo. Questo lo porta ad innalzarsi. Dove l'innalzamento ec. in somma la soddisfazione dell'amor proprio è impossibile, quivi l'uomo non può vivere. Ora nello stato di perfetta libertà ed uguaglianza, l'individuo non fa progressi senza virtù e pregi veri, perchè la sua fortuna, gli onori, le ricchezze, i vantaggi ec. dipendono dalla moltitudine, la quale non potendo giudicare secondo gli affetti e inclinazioni particolari, perchè queste son varie e infinite, e non si accordano insieme, bisogna che giudichi secondo le regole e le opinioni universali, cioè le vere. Chi dunque manca di virtù e pregi veri (e tali sono gli uomini corrotti), non può sopportare la libertà e l'uguaglianza, nè trovar vita in questo stato. (18 Gen. 1821).

525,1   18. Gennaio 1821.

[525,1]  Sane quod Poematis delectari se ait, id 526 non abhorret ab huius compendii scriptore, quando stylus eius est in historia declamatorius, ac Poetico propior, adeo ut etiam hemistichia Virgilii profundat: dice G. G. Vossio di Floro. (de Historic. latt. l. 1.) Nel lib. 4. c. 11. dove Floro dice di Antonio il triumviro: patriae, nominis, togae, fascium oblitus, pare che questa sia un'imitazione di Orazio: (Od. 5. l. 3. v. 10.)

Anciliorum, nominis et togae
oblitus aeternaeque Vestae. (18. Gen. 1821). { v. p. 723. fine.}

  592,2.3

[592,2]  Cic. Lael. sive de Amicit. c. 11. Quod si rectum statuerimus, vel concedere amicis, quidquid velint, vel impetrare ab iis, quidquid velimus, perfecta quidem sapientia simus, si nihil habeat res vitii; sed loquimur de iis amicis, qui ante oculos sunt, quos videmus, aut de quibus memoriam accepimus, aut quos novit vita communis. Leggi si perfecta q. s. simus, nihil h. r. v., come richiede evidentemente il senso, che altrimenti zoppica, e sibi non constat. (31. Gen. 1821.).

[592,3]  Communicare per particeps fieri, essere, o venire a parte, del qual significato il Forcellini 593 non reca esempi, se non tre di cattiva lega, e di bassa latinità ed autorità (l'Appendice nulla) si trova presso Cicerone: (Lael. sive de Amicit. c. 7.) Itaque, si quando aliquod officium exstitit amici in periculis aut adeundis, aut communicandis, (cioè nel prender parte ai pericoli dell'amico) quis est, qui id non maximis efferat laudibus? {V. un non so che di simile nella Crusca }.

597,1   1. Febbraio 1821.

[597,1]  Stupeo, o stupesco, stupefacio, stupefio, stupidus, ec. coi composti, non solo si sono conservati materialmente nel verbo stupire, stupefare, stupidire ec. ec. ma se ben questi sono restati nella nostra lingua seccamente e nudamente, e senza il significato etimologico (che vuol dire, diventar di stoppa), come infinite altre parole delle quali resta {quasi} il corpo e non l'anima, tuttavia la nostra lingua conserva ancora per altra parte quella prima metafora, diventar di stoppa, e l'usa familiarmente per istupire ec. sebbene non sia registrata nella Crusca. (1. Feb. 1821.).

601,2   4. Febbraio 1821.

[601,2]  Cic. Cato mai. seu de Senect. c. 23. Et ex vita ita discedo, tanquam ex hospitio, non tanquam ex domo. Il contesto vuol che si legga: At ex vita.

683,2   23. Febbraio 1821

[683,2]  Nardi ec. l. cit. qui sopra p. 83. di quelle doti e di quelle virtù che o per natura o per instituto e lezione tutte furono sue. Che ha da far qui la lezione? oltre che lo stesso Nardi p. 102. dice ch'egli non aveva dato opera alle scienze. Leggi ed elezione, opposto a natura. Ma v. l'altra ediz. del 1597. Firenze, Sermartelli. in 4o. (23. Feb. 1821.).

684,1   23. Febbraio 1821

[684,1]  684 Lorenzo de' Medici, Apologia ec. nel fine: non mi sarebbe tanta fatica. Leggi stata. L'errore è nell'ediz. di Lucca per Francesco Bertini dietro il Nardi, Vita del Giacomini, p. ult. 136. Non so delle altre stampe.

Δι. {#Δίκαιος. Dabbene, uomo probo} ᾽Εκεῖνο δ᾽ οὐ βούλοι᾽ ἄν, ἡσυχίαν ἔχων
Ζῇν [ζῆν] ἀργός;
Συ. {+Συκοϕάντης. Calunniatore, delatore, spione. Non sono nomi propri.} ᾽Αλλὰ προβατίου βίον λέγεις, Εί μὴ ϕανεῖται διαριβή τις τῷ βιῳ.
Aristofane, Pluto, o la Ricchezza, Atto 4. Scena 3. (23. Feb. 1821.).

  702,1.2

[702,1]  Camillo Porzio, La congiura de' Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I. ediz. terza, cioè Lucca 1816. per Franc. Bertini, p. 23. E vedeva ciascuno che indugiava più l'occasione che il lor animo, ad offendersi, e che con ogni picciola scintilla di fuoco infra di loro si poteva eccitare grandissimo incendio. Che vuol dire, l'occasione indugiava ad offendersi? oltre che il lor animo era già offeso, e gravissimamente, come viene dal dire. Leggi ad accendersi, lezione confermata ancora dal seguito del surriferito passo.

[702,2]  Ivi, p. 24. Affermando il Re essergli stato rimesso da' suoi predecessori (il tributo alla Chiesa) 703 e che si doveva per il regno di Napoli e di Sicilia; ma che egli allora solo quello di Napoli possedeva. Rimesso potrebbe valer condonato, e predecessori riferirsi al Papa: potrebbe valer mandato, e predecessori riferirsi al Re. Senso sempre oscurissimo. Io leggerei: { predecessori } che e' o ch'e'. { V. p. 708. capoverso 2 .}

703,1   27. Febbraio 1821

[703,1]  Ivi, p. 37. Suavissima riputo e verissima la sentenza che c'insegna li costumi de' soggetti andar sempre dietro all'usanze de' dominatori. Leggi savissima. (27. Feb. 1821.).

  708,1.2

[708,1]  Camillo Porzio l. cit. (p. 702.) p. 80. in un tratto di ciascuno il sacco, il fuoco e la morte si temeva. Leggi da ciascuno. (1. Marzo 1821.).

[708,2]  { Alla p. 703.} Che se rimesso in questo senso (di traditum che in latino viene e metaforicamente, e quasi anche propriamente a dire la stessa cosa) paresse strano, questo non avverrà se non a coloro che non conosceranno l'usanza 709 e lo stile di questo scrittore. (2. Marzo 1821.).

  717,1.2

[717,1]  Porzio l. cit. (p. 702.) p. 126. E se egli ec. a cui fa dubbio che ec. non l'abbia ad osservare? Leggi a cui fia.

[717,2]  Ivi p. 134. ed i Principi allora affermano di aver perdonato i falli quando han potere di castigargli; ma se sopraffatti da' pericoli maggiori differiscono la vendetta, non perciò la cancellano. Non c'è senso. Leggi quando non han potere. (4. Marzo 1821.)

  722,2.3

[722,2]  Porzio l. cit. (p. 702.) p. 145. principio. ciascun vedeva che quella prima dell'altre gli anderebbe ad oppugnare. Leggi egli anderebbe, altrimenti non regge il senso.

[722,3]  Ivi p. 155. Che se nell'altre rocche 723 de' Baroni fusse stata la metà di provvisione ec. Manca una qualche parola, come di detta, di questa, di tale provvisione, conforme apparisce dagli antecedenti, dove riferisce le provvisioni che si trovarono nel castello di Sarno, quando fu avuto dal Re. (6. Marzo 1821.).

1165,3   14. Giugno 1821.

[1165,3]  Quante controversie sul significato di quelle parole di Orazio intorno a Cleopatra vinta nella battaglia Aziaca: (Od. 37. lib. 1. v. 23. seq.)
Nec latentes
Classe cita reparavit oras!

1166 V. il Forcellini e i comentatori. E nessuno l'ha bene inteso. Acrone: Nec latentes classe cita reparavit oras: fines regni latentes: id est non colligit denuo exercitum ex intimis regni partibus. Porfirione altro antico Scoliaste: nec latentes C. c. r. oras: hoc est: Nec fugit in latentes, id est intimas Aegypti regiones ut vires inde repararet. Nè mai s'intenderà e spiegherà perfettamente senza l'antico italiano, il quale c'insegna un significato del verbo reparare che non è conosciuto ai Lessicografi latini. Ed è quello di ricoverarsi, nel qual senso i nostri antichi dicevano, ed ancor noi possiamo dire, riparare o ripararsi a un luogo o in un luogo. Orazio dunque vuol dire, e dice espressamente: Non si ricoverò, non rifuggì alle recondite, alle riposte parti d'Egitto. Come se in luogo di reparavit avesse detto petiit, ma reparavit ha maggior forza di esprimere la fuga e il timore. (14. Giugno 1821).

1421,1   
1533,1   20. Agos. 1821.

[1533,1]  Chi non crederebbe che il significato francese della parola genio non fosse al tutto 1534 moderno? Eppure nel seg. passo di Sidonio (Panegyr. ad Anthem. v. 190. seqq.) io non so in qual altro senso, che in questo o simile, si possa intendere.
Qua Crispus brevitate placet, quo pondere Varro,
Quo genio Plautus, quo fulmine
{#altri meglio, flumine } Quintilianus,
Qua pompa Tacitus numquam sine laude loquendus.

Se pur non volesse dire piacevolezza, e una cosa simile a quella che esprime talvolta l'italiano genio, e in questo senso pure non si troverebbe presso gli antichi scrittori. V. però il Forcell. e il Ducange. (20. Agos. 1821.)

2470,1   10. Giugno 1822.

[2470,1]  Proma voce latina, feminino sustantivo di promus, è da aggiungersi al Lessico e all'Appendice del Forcellini. { Il Forcellini dice: Promus i, m. (cioè mascolino) semplicemente, e non ha esempi del feminino, se non uno in aggettivo.} Sta in un frammento del libro primo Œconomicorum di Cicerone, portato da Columella, e nella mia ediz. di Senofonte (Lipsiae 1804, cura Car. Aug. Thieme, ad recensionem Wellsianam) t. 4. p. 407. Vi si legge haec primo tradidimus. Errore. Leggi promae. Corrisponde 2471 al τῇ ταμίᾳ di Senofonte Οἰκονομικοῦ c. 9. art. 10. ταῦτα δὲ τῇ ταμίᾳ παρεδώκαμεν. E che anche Cicerone l'abbia detto in femminino, e non v. g. promo, apparisce da quel che segue: eamque admonuimus etc., cioè promam. Questo errore è anche nella mia ediz. di Columella l. 12. c. 3. (forte al. 4.) dov'è portato il detto passo. (10. Giugno 1822.)

2565,2   12. Luglio 1822.

[2565,2]  Ho notato [ pp.510-11], mi pare, in Floro, il quoque messo innanzi alla voce da cui dipende. Vedilo similmente nella Volgata Gen. 12. v.8. confrontando questo versetto col precedente. (12. Luglio 1822.)

2663,4   10. Gen. 1823.

[2663,4]  In un luogo di Lucilio portato da Cic. nell'Oratore num.149. leggi Aptae pavimento per Arte. Vero è che la sillaba seconda del verso precedente è breve. (10. Gen. 1823.)

2664,1   11. Gen. 1823.

[2664,1]  Nell'Oratore di Cic. num. 196. illa ipsa delectarent, leggi non delectarent. (11. Gen. 1823.)

2664,3   11-13. Gen. 1823.

[2664,3]  Nell'Oratore di Cicerone num.231. cioè molto presso alla fine, leggi reperiant ipsâ eâdem ec. per reperiam. (11. Gen. 1823.). Ivi, num.11. cioè non molto dopo il principio, e durante ancora l'esordio, leggi ut sine causâ alte repetita videatur, in vece d'ut non sine causâ alte repetitâ videatur. (12. Gen. 1823.). Ivi, num.16. leggi de moribus sine multa in vece di de moribus? sine ec. Ivi 19. poterimus fortasse discere per dicere. Ivi 32. nomen eius non extaret per nomen eius extaret. (12. Gen. 1823.). 2665 Ivi 83. leggi recte quidam vocant Atticum, e v. num.75. Ivi 88. leggi aut tempore alieno non alienum, giacchè questa voce si riferisce a ridiculo. (12. Gen. 1823.). Ivi, 107. leggi laudata. 138. leggi quid caveat. (13. Gen. 1823. Roma, in letto.). 150. leggi in dicendo. (13. Gen. 1823.). 182. leggi quid accideret o quid accidisset. 195. leggi quisque o quique per cuique. (13. Gen. 1823.)

2775,1   12-13 Giugno. 1823

[2775,1]  2. Molte radici {+(o primitive o secondarie)} di vocaboli greci che non si trovano nel greco, o non sono in uso, quantunque lo fossero già, si conservano nel latino, e sono usitate. Può servir d'esempio la voce do, radice del verbo δίδωμι, il quale non è nè anomalo nè difettivo come ho detto di sopra. Ma δίδωμι è veramente lo stesso do (non un suo derivato) alterato cioè duplicato ed inflesso alla maniera greca. ῾Aρπάζω si è un vero derivato di ἅρπω, il quale però non si trova ne' greci, o è rarissimo e solamente poetico. Ben si trova il suo participio fem. sostantivato ἅρπυιαι, che nella 2.da iscrizione triopea, è 2776 adoperato in forma aggettiva. I latini hanno rapio, che per metatesi è appunto il tema ἅρπω. Nello Scapula trovo senza esempio ἁρπῶ ed ἁρπῶμαι. Questo sarebbe contrazione di ἁρπάω (v. Schrevel. in ἁρπω), del quale ἁρπάζω non sarebbe un derivato ma quasi un'inflessione, come da πειράω, πειράζω. Ma di ἁρπάω non può venire ἅρπυιαι, bensì ἁρπηκυῖαι o ἡρπηκυῖαι. { V. p. 2786.}

2865,1   30. Giugno 1823.

[2865,1]  Altronde per altrove (del che ho detto, se non erro, parlando { di un luogo di Floro [ p.511], e } dello spagn. donde, cioè unde, detto, come ora si dice, per ubi) trovasi in Giusto de' Conti Son. 22. e Canz. 2. st. ult. in Angelo di Costanzo son.44. e in molti altri, sì esso, come onde o donde per dove ec. massime ne' trecentisti, in alcuno de' quali espressamente mi ricordo di aver trovato uno o più di tali esempi ultimamente. E v. la Crusca in altronde §. 2. ec. (30. Giugno 1823.).

2890,2   5. Luglio 1823.

[2890,2]  Ho detto altrove che presso Omero il nome ἦμαρ serve a una perifrasi, come βία, in modo che per se stesso non vuol dir nulla, ma significa quello che occorre unitamente al nome col quale è congiunto; per esempio νόστιμον ἧμαρ [ἦμαρ,] il dì del ritorno, vuol dire il ritorno e non 2891 altro. Più esempi di quest'uso d'Omero vedili nell'Index vocabulorum Homeri del Sebero, in ἧμαρ [ἦμαρ] αἴσιμον. (5. Luglio 1823.). { V. p. 2995, 2. }

2786,1   14. Giugno. 1823.

[2786,1]  Alla p. 2776. La voce ἁρπυῖαι properispómena può benissimo essere un antico participio di un verbo ἅρπω {+ (v. la p. 2826. marg.) } come εἰκυῖα di εἴκω, εἰδυῖα di εἴδω per sincope di εἰδηκυῖα, da εἴδα sincope di εἴδηκα. Non così di ἁρπάω al quale non può in nessun modo appartenere. {Altri vogliono, ed è verisimile, che εἰδώς, ἑστώς, βεβώς ec. sieno participi preteriti perfetti medii. V. p. 2975 e lo Scapula in Mέλει .} Che se i grammatici fanno questa voce ἁρπυῖαι proparossìtona, scrivendo ἅρπυιαι, 1. non tutti così fanno, e v. Schrevel. e Forcell. in Harpyiae: 2. può ben essere che questa voce sia proparossìtona ne' due luoghi dell'Odissea, e in quello della Teogonia (v. 267.) ne' quali è usurpata per antonomasia, come vuole il Visconti che sia nell'Odissea, o per nome appellativo, come è nella Teogonia: perciocchè perduta la sua forma e significazione di participio, e ridotta a sostantivo, 2787 e mutato uso, condizione e significato, non è maraviglia ch'esso muti l'accentazione come accade in altre mille parole. Ma tale ancora, ella si riconosce per un participio femminino, il quale non può venire se non da ἅρπω parossìtono, e non da ἁρπῶ, nè da ἁρπάω nè da ἁρπάζω, e il cui mascolino sarebbe ἁρπώς. E nel luogo delle iscrizioni triopee, dov'ella è aggettivo, io son d'opinione che vada scritta properispómena. Non so come la scriva il Visconti: { la lapide non ha accenti.} 3. Ognun sa che in queste materie degli accenti, come in tante altre, non è da prestar gran fede ai grammatici che abbiamo, benchè greci, e ch'essi sono stati corretti cento volte dagli eruditi moderni colla più accurata osservazione dell'antichità; delle origini, delle derivazioni, delle analogie, della ragion grammaticale della lingua greca. E se ciò accade anche nelle cose che appartengono alla lingua di Tucidide o di Platone, quanto minor forza avrà un'obbiezione 2788 fondata sull'autorità di sempre recenti e semibarbari e poco dotti grammatici in materie così antiche, come è questa; nella quale poi in particolare, i grammatici, secondo il Visconti, errarono nella stessa significazione della parola, pigliando per démoni alati, per tempeste, procelle, venti ec. (v. lo Scapula e il Tusano) quelle che, secondo il Visconti, non erano altro che le Parche.

2918,1   8. Luglio 1823.

[2918,1]  Da quello che ho detto p. 2789-90. si rileva che il nostro aggettivo ratto, non è se non il participio raptus e che questo dovette essere usato dagli antichi latini e volgarmente, in senso di veloce, come ratto fra noi. Perocchè dire che questo sia nato dall'avverbio italiano ratto, e quest'avverbio da raptim, onde ratto per veloce venga da raptim è derivazione o formazione priva d'ogni esempio. E per lo contrario è certissimo che ratto avverbio viene da ratto aggettivo, anzi è lo stesso aggettivo neutralmente e avverbialmente posto, il che è proprietà ed uso della nostra lingua di fare, come alto, forte, (anche i francesi fort avverbio e aggettivo) presto, tosto, piano e mill'altri, per altamente ec. Anzi è in libertà dello scrittore o parlatore italiano di far così de' nuovi avverbi dagli aggettivi, 2919 non già viceversa. V. il Forcell. in Rapio col.1. fine, Rapto fine, Raptus l'esempio di Claudiano. Gli spagnuoli similmente hanno p. e. demasiado avv. e aggett. ec. (8. Luglio 1823.)

3262,3   25. Agos. di di S. Bartolomeo. 1823.

[3262,3]  Movere neutro, o in forma ellittica per movere se o movere castra, come tra noi muovere 3263 neutro o ellittico (e così trarre), del che mi sembra avere altrove notato un esempio di Floro [ pp.501-502], vedilo appo Svetonio, in Divo Julio, Cap. 61. §.1. e quivi le note degli eruditi. Vedi pure, se ti piace, a questo proposito il Poliziano Stanze I. 22. dove troverai muovere neutro, senza l'accompagnamento del sesto caso, come ancora in latino. (25. Agos. dì di S. Bartolomeo. 1823.)

3430,1   15. Sett. 1823.

[3430,1]  3430 Altronde per altrove, e indi fors'anche quasi ivi o colà, delle quali cose ho detto altrove [ pp.511-12] [ p.1421] [ p.2865]. Vedi Petrarca Son. Io sentia dentr'al cor già venir meno . (15. Sett. 1823.)

4009,3   7. Gen. 1824.

[4009,3]  Diminutivi greci positivati. οἰκίον per οἶκος ed οἰκία. Notisi ch'egli è antichissimo, perchè proprio di Omero. O forse degl'ioni, massime antichi. Arriano imitatore di questi l'usa nell'Indica 29.16, 30.9. Lo Scap. non cita che Omero. È positivato anche presso Arriano. (7. Gen. 1824.). Lo stesso discorso o dell'antichità o del dialetto ionico, massime antico, si può fare intorno al diminutivo positivato προβάτιον, ch'è d'Ippocrate, o di chi altro è l'autore del libro ec., e di cui altrove [ p.4002]. La quale osservazione unita con questa della voce οἰκίον, e coll'altre che si potranno fare, può dar luogo a buone conghietture circa l'uso de' diminutivi positivati nell'antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.). πλημμυρίς ίδος. ϕυκίον. (7. Gen. 1824.)

4154,2   Bologna. 1825. 22. Nov.

[4154,2]  Eschine, Dialogo 3. Assioco, sezione 8. parlando dei mali della vita nelle diverse età: καὶ τοῖς (rispetto, appetto a) ὕστερον χαλεποῖς ἐϕάνη τὰ πρῶτα παιδικὰ, καὶ νηπίων ὡς ἀληϑῶς ϕόβητρα. Il Wolfio stampò χαλεποῖς παραβαλλόμενα ἐϕάνη, e disse che in vece di παραβαλλόμενα si poteva anche supplire συγκρινόμενα o ἀντεξεταζόμενα. Il Fischer, not. 52. ed. Lips. (Aeschin. Socrat. Diall. tres) 1766. non approva il Wolfio, e dice nam Dativus ille quidni pendere a verbo ἐϕάνη possit? Fatto è che questo è un italianismo, cioè il dativo solo in vece di rispetto o appetto a. V. Forcell. in ad se ha nulla a proposito. (Bologna. 1825. 22. Nov.)

4162,8 [4162,5]   28. Dicembre. 1825. Bologna.

[4162,5]  Demetrio περὶ ἑρμηνείας, sect. 240. ed. Gale, Oxon. 1676. p. 134 ϕιλοϕρóνησις γάρ τις βούλεται εἶναι (vuol essere, cioè dev'essere) ἡ ἐπιστολὴ σύντομος. Id. sect. 2. p. 2. βούλεται (vogliono cioè debbono) μέντοι διάνοιαν ἀπαρτίζειν τὰ κῶλα ταῦτα. (Bologna. 28. Dic. 1825.). { V. la p. seg. capoverso 8. e qui sotto e p. 4224.}

4122,17   18. Dic. 1824.

[4122,17]  Altro per alcuna cosa o per nulla in senso di aliquid. V. la Crus. in Altro §.1. e Bocc. 30. nov. scelte Ven. 1770. p. 173. principio. (18. Dic. 1824.)

4163,5   24. Gennaio. 1826. Bologna.

[4163,5]  Παραϕυλακτέον δὲ (cavendum) καὶ τὸ παραλλήλους τιϑέναι τὰς πτώσεις (pares casus) ἐπὶ διαϕόρων προσώπων∙ ἀμϕίβολον (anceps, dubium) γὰρ γίνεται τὸ ἐπὶ τίνα ϕέρεσθαι, a chi riferire i detti casi. Τheo sophist. Progymnasm. 2. hoc est de narrat. ed. Basileae 1541. p. 36. L'infinito usato in modo affatto italiano. (Bologna. 24. Gen. 1826.). { V. p. seg. capoverso 3 }.

4223,1   17. ottobre. 1826. Bologna

[4223,1]  Ora, benchè il nostro rettorico abbia appena osservata e accennata di scorcio la vera causa, non si può negare che questa non sia una bella osservazioncella. E questa è forse quanto di buono o di notabile v'ha nel suo libro. (Bolog. 17. Ott. 1826.). { v. p. 4224.}