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Anacreonte.

Anacreon.
28,1   12 Settembre - Dicembre, 1818.

[28,1]  Io solea dire ch'era una follia il credere e scrivere che ci fosse o in Italia o altrove qualche poeta che somigliasse ad Anacreonte. Ma leggendo il Zappi trovo in lui veramente i semi di un Anacreonte, e al tutto Anacreontica l'invenzione e in parte anche lo stile dei Sonetti 24. 34. 41. e dello Scherzo: il Museo d'Amore. Anche le altre sue poesie sono lodevoli non poco per novità de' pensieri (giacchè non c'è quasi componimento suo dove non si veda qualche lampo di bella novità) con dignitoso garbo e composta vivacità e certa leggiadria propria di lui {(così anche il Rubbi)} per la quale si può chiamare originale, benchè di piccola originalità. I Sonetti Amorosi ed hanno le doti sopraddette, e {qual} più {qual} meno s'accostano all'Anacreontico.

30,3   Dicembre, 1818.

[30,3]  Io {#Vedi a questo proposito la pag. 3441.} per esprimere l'effetto indefinibile che fanno in noi le odi di Anacreonte non so trovare similitudine ed esempio più adattato di un 31 alito passeggero di venticello fresco nell'estate odorifero e ricreante, che tutto in un momento vi ristora in certo modo e v'apre come il respiro e il cuore con una certa allegria, ma prima che voi possiate appagarvi pienamente di quel piacere, ovvero analizzarne la qualità, e distinguere perchè vi sentiate così refrigerato già quello spiro è passato, conforme appunto avviene in Anacreonte, che e quella sensazione indefinibile è quasi istantanea, e se volete analizzarla vi sfugge, non la sentite più, tornate a leggere, vi restano in mano le parole sole e secche, quell'arietta per così dire, è fuggita, e appena vi potete ricordare in confuso la sensazione che v'hanno prodotta un momento fa quelle stesse parole che avete sotto gli occhi. {Questa sensazione mi è parso di sentirla, leggendo (oltre Anacreonte) il solo Zappi.}

3441,1   16. Sett. 1823.

[3441,1]  Altrove ho rassomigliato il piacere che reca la lettura di Anacreonte (ed è nel principio di questi pensieri {#a pag. 30-31.}) a quello d'un'aura odorifera ec. Aggiungo che siccome questa sensazione lascia gran desiderio e scontentezza, e si vorrebbe richiamarla e non si può; così la lettura di Anacreonte; la quale lascia desiderosissimi, ma rinnovando la lettura, come per perfezionare il piacere (ch'egli par veramente bisognoso d'esser perfezionato, anche più che ispirar desiderio d'esser continuato), niun piacere si prova, anzi non si vede 3442 nè che cosa l'abbia prodotto da principio, nè che ragion ve ne possa essere, nè in che cosa esso sia consistito; e più si cerca, più s'esamina, più s'approfonda, men si trova e si scopre, anzi si perde di vista non pur la causa, ma la qualità stessa del piacer provato, chè volendo rimembrarlo, la memoria si confonde; e in somma pensando e cercando, sempre più si diviene incapaci di provar piacere alcuno di quelle odi, e risentirne quell'effetto che se n'è sentito; ed esse sempre più divengono quasi stoppa e s'inaridiscono e istecchiscono fra le mani che le tastano e palpano per ispecularle. Di qui si raccolga quanto sia possibile il tradurre in qualsiasi lingua Anacreonte (e così l'imitarlo appostatamente, e non a caso nè per natura, senza cercarlo), quando il traduttore non potrebbe neanche rileggerlo per ben conoscer la qualità dell'effetto ch'egli avesse a produrre colla sua traduzione; e più che lo rileggesse e considerasse, meno intenderebbe detta qualità, e più la perderebbe di vista; perocchè lo studio di Anacreonte è non pure inutile per imitarlo o per meglio 3443 gustarlo o per ben comprendere e per definire la proprietà dell'effetto e de' sentimenti ch'esso produce, ma è piuttosto dannoso che utile; nè la detta proprietà si può definire altrimenti che chiamandola indefinibile, ed esprimendola nel modo ch'ho fatto io con quella similitudine ec. Nè certo alla prima lettura si può essere il traduttore, o l'imitatore, o verun altro, ben avveduto e chiarito e informato del proprio ed intero carattere di Anacreonte; dico chiarito, e compresolo in modo ch'ei possa esattamente e data opera esprimerlo, nè pur significarlo distintamente a se stesso, nè concepirne e formarne idea chiara e precisa; chè queste qualità della idea sono contraddittorie e incompatibili colla natura di detto effetto e carattere. (16. Sett. 1823.)

3982,1   14. Dec. 1823.

[3982,1]  3982 Alla p. 3964. Anacreonte ionico scrisse nell'ionico, mescolato però, secondo il comun modo di dire degli eruditi, e temperato cogli altri dialetti, (massime il Dorico), al modo di Omero. V. il Fabric. e la pref. ad Anacr. del De Rogati ec. (14. Dec. 1823.). { V. p. seg.}

3983,2   15. Dec. 1823.

[3983,2]  Alla p. anteced. principio. Certo è però che Anacreonte si accosta assai più di Omero, e forse più di qualunque altro poeta greco al dialetto comune, anzi pochissimo se ne scosta nè per accostarsi all'ionico (se già le sue odi in questa parte de' dialetti e massime nell'ortografia {+ad essi spettante}, non sono alterate) nè ad altro veruno. Segno che al suo tempo {+benchè molto antico,} il dialetto comune esisteva già, per mezzo della letteratura ec. o piuttosto che il dialetto 3984 ionico (il quale probabilmente fu quello che poi divenne il comune, e produsse l'attico ec. come pare a molti eruditi) era allora per la maggior vicinanza de' tempi (rispetto a quelli d'Omero) quasi uguale (eccetto nello scioglier de' dittonghi, che in Anacreonte però di rado si sciogliono, {#e quando si sciolgono, è manifestamente per la necessità o comodità del metro, nel qual caso è ben naturale} e in altre cose tali, che si posson chiamar di pronunzia) {#e in queste ancora Anacreonte è molto parco, se non dove l'uso del verso l'esige, di modo ch'egli usa il dialetto suo, e si scosta dal comune piuttosto come poeta che come scrittore, e come linguaggio e licenze poetiche, non come dialetto.} a quello che poi fu il comune, come si vede in Ippocrate ec. ec. (15. Dec. 1823.)

3991,2   18. Dec. 1823.

[3991,2]  Alla p. 3965. marg. È da notare che molto più antichi di Empedocle, Ippocrate ec. furono Saffo ed altri, massime poeti, famosi, i quali scrissero ne' dialetti natii diversi dall'ionico. Mostra dunque che non Omero, ma la preponderante civiltà, coltura (della quale ne dan chiaro segno e le cose e lo stile e lingua delle odi di Anacreonte, molto, se non altro, più giovane di Saffo), commercio, {#ricchezza, lusso, mollezza ec.} e quindi {#arti, mestieri, scienze, belle arti, v. p. 3995.} letteratura ec. degli Ioni rendesse comune il loro dialetto, e ciò molto dopo Omero, ed essendo 3992 già sparsa la letteratura per la Grecia, e varia di dialetti, ed altri dialetti applicati propriamente e per se stessi (non confusamente cogli altri, come in Omero) alla letteratura, almeno alla poesia. Erodoto fu circa contemporaneo d'Ippocrate. (18. Dec. 1823.). { Simonide contemporaneo all'incirca di Anacreonte, dice il Fabric. che scrisse in dorico. Si veggano i suoi frammenti, e più vi si troverà dell'ionico che del dorico; in particolare poi i suoi giambi ed alcuni altri frammenti sono al tutto o ionici o comuni, cioè attici: parte l'uno, parte l'altro. Come però Simonide scrivea per mercede in lode di questo o di quello (v. il Fabr.), è naturale che in tali casi seguisse i dialetti di chi pagava. Quindi i suoi epigrammi, fatti pure per mercede o per casi particolari e luoghi ec., erano forse e si trovano in dorico, e così altri frammenti. V. p. 3997.}

3995,3   21. Dec. 1823.

[3995,3]  Alla p. 3991. marg. fine. Si osservano dagl'interpreti anche in Anacreonte le espressioni o indicazioni ec. di usanze ec. che dimostrano l'alto grado in cui si trovava al suo tempo il lusso, l'opulenza, la mollezza, le arti belle ec. appo gl'Ioni. (21. Dec. 1823.)

4177,2   22. Aprile. 1826. Bologna.

[4177,2]  Il piacere delle odi di Anacreonte è tanto fuggitivo, e così ribelle ad ogni analisi, che per gustarlo, bisogna espressamente leggerle con una certa rapidità, e con poca o ben leggera attenzione. Chi le legge posatamente, chi si ferma sulle parti, chi esamina, chi attende, non vede nessuna bellezza, non sente nessun piacere. La bellezza non istà che nel tutto, sì fattamente che ella non è nelle parti per modo alcuno. Il piacere non risulta che dall'insieme, dall'impressione improvvisa e indefinibile dell'intero. (Bologna. 22. Aprile. 1826.)