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Francesi.

The French.
9,1   Agosto, 1817 - Febbraio, 1818

[9,1]  I francesi hanno certe esagerazioni familiari così usitate che sono vere frasi proprie della lingua e non di questo o di quello scrittore o parlatore; le quali danno un'idea della {sempiterna} affettazione e del tuono esaltato quando in uno quando in altro modo, con cui sono scritti si può dir tutti i loro libri. Giammai persona non fu più fedele al suo re. Nessun altro fu sì ricordevole del benefizio. (Aucun ne fut ec.) Non si vide mai tanto amore nè tanta costanza. E nota che questo medesimo lo diranno a un bisogno di due o tre persone o più in uno stesso libro. Troverai spessissimo che parlando di qualche scrittore dozzinale ti diranno per esempio: egli ha tutta la tenerezza di Racine e tutto lo spirito di Voltaire, egli è sublime come Corneille e semplice come La Fontaine, egli stringe come Bourdaloue, commuove come Massillon, trasporta come Bossuet: e ti maraviglierai come uno scrittore in cui si trovano unite le qualità principali di più altri (secondo loro) grandi, che ne hanno ciascheduno, una sola, non sia più grande di questi, nè celebre presso tutta la nazione, e forse tu ne legga il nome per la prima volta.

92,1   19 Dicembre, 1819 - 7 Gennaio, 1820

[92,1]  La società francese la quale fa che l'esprit naturel se tourne en épigrammes plutôt qu'en poésie, dice la Staël, (vedila, Corinne, liv. 15, chap. 9. p. 80. t. 3. ediz. citata da me alla p. 87) rende ancora epigrammatica tutta la loro scrittura, ed abituati come sono a dare a tutti i loro detti nella conversazione, une tournure che li renda gradevoli, un'aria di novità, una grazia ascitizia, un garbo proccurato ec. ponendosi a scrivere, e stimando naturalmente che la scrittura non {li} disobblighi da quello a cui gli obbliga la raffinatezza della conversazione, (naturale nel paese dove lo spirito di società è così grande, anzi è l'anima e lo scopo e il tutto della vita) e per lo contrario credendo che quest'obbligo sia maggiore nello scrivere che nel parlare (e con ragione avuto riguardo al gusto de' lettori nazionali che altrimenti li disprezzerebbero) si abbandonano a quello stesso studio che adoprano nella conversazione per renderla aggradevole e piccante ec. e però il loro stile è così diverso da 93 quello de' greci e de' latini e degl'italiani, non essendo possibile ch'essi accettino quella prima frase che si presenta naturalmente e da se a chi vuole esprimere un sentimento. E però le grazie naturali sono affatto sbandite dal loro stile, anzi è curioso il vedere quello ch'essi chiamino naturalezza e semplicità, {come} p. e. in La Fontaine tanto decantato per queste doti. In luogo della [delle] grazie naturali il loro stile è tutto composto delle grazie di società e di conversazione, e quando queste sono conseguite essi chiamano il loro stile, semplice, come fanno sempre anche in astratto quando paragonano lo stil francese all'italiano p. e. o al latino ec. parte avuto riguardo alla collocazione materiale delle parole e alla costruzione del periodo, e divisione del discorso ec. paragonata con quella delle altre lingue, parte alla mancanza delle ampollosità delle gonfiezze, delle figure troppo evidenti, dei giri e rigiri per dire una stessa cosa ec. ec. che si trovano nei cattivi stili delle altre lingue, e che nel francese sono affatto straordinari e sarebbero fischiati. E questa chiamano purezza di gusto, ed hanno ragione da un lato, ma dall'altro non conoscono quella semplicità così intrinseca come estrinseca dello stile che non ha niente di comune coll'eleganza la politezza la tournure la raffinatezza il limato il ricercato della conversazione, ma sta tutta nella natura, nella pura espressione de' sentimenti che è presentata dalla cosa stessa, e che riceve novità {e grazia} piuttosto dalla cosa, se ne ha, che da se medesima e dal lavoro dello scrittore, quella schiettezza di frase le cui grazie sono ingenite e non ascitizie, quel modo di parlare che non viene dall'abitudine della conversazione e che par naturale solamente a chi vi è accostumato (cioè ai francesi e agli altri nutriti sempre di cose francesi) ma dalla natura universale, e dalla stessa materia, quello insomma ch'era 94 proprio dei greci, e con una certa proporzione, de' latini, e degl'italiani, di Senofonte di Erodoto de' trecentisti ec. i quali sono intraducibili nella lingua francese. Cosa strana che una lingua di cui essi sempre vantano la semplicità non abbia mezzi per tradurre autori semplicissimi, e di uno stile il più naturale, libero, inaffettato, disinvolto, piano, facile che si possa immaginare. E pur la cosa è rigorosamente vera, e basta osservar le traduzioni francesi da classici antichi per veder come stentino a ridurre nel loro stile di società e di conversazione ch'essi chiamano semplice (e ch'è divenuto inseparabile dalla loro lingua anzi si è quasi confuso con lei) quei prototipi di manifesta e incontrastabile semplicità; e come esse sieno lontane dal conservare in nessun modo il carattere dello stile originale. Qui comprendo anche le Georgiche di Delille intese da orecchie non francesi, e quella generale osservazione fatta anche dalla Staël nella Biblioteca italiana che le traduzioni francesi da qualunque lingua hanno sempre un carattere nazionale e diverso dallo stile {originale} e anche dalle parti più essenziali di esso, e anche da' sentimenti. E basta anche notare come le traduzioni e lo stile d'Amyot veramente semplicissimo (e non però suo proprio ma similissimo a quello de' suoi originali, e tra le lingue moderne, all'italiano) si allontanino dall'indole della presente lingua francese, non solo quanto alle parole e ai modi antiquati, ma principalmente nelle forme sostanziali, e nell'insieme dello stile, che ora di francese non può avere altro che il nome, e che sarebbe chiamato barbaro in un moderno, levato anche ogni vestigio d'arcaismo. E scommetto ch'egli riesce più facile a intendere agl'italiani, che ai francesi non dotti, massime nelle lingue classiche.

119,2   10. Giugno 1820.

[119,2]  È osservabile come i francesi mentre sono la nazione più moderna del mondo per costumi ec. abbiano tuttavia quella disposizione antica che ora tutte le nazioni civili hanno abbandonata, voglio dire il disprezzo e quasi odio degli stranieri. Il quale non può tornar loro a nessuna lode, perchè contrasta assurdamente coll'eccessivo moderno di tutte le altre loro opinioni costumi ec. Ed è tanto più ridicola, quanto nei greci finalmente era ragionevole, perchè non avendo conosciuto i romani se non tardissimo, {+ V. Montesquieu Grandeur ec. Ch. 5. p. 48. e la nota } non c'era effettivamente altra nazione che gli uguagliasse di grandissima lunga. E quanto ai Romani è noto che non ostante il loro sommo amor patrio, furono sempre imparzialissimi 120 nel giudicare degli stranieri, anzi ebbero per istituto di adottar sempre tutte quelle novità forestiere che giudicavano utili, quando anche per adottar queste bisognasse lasciare {o correggere} le loro proprie usanze.

160,1   8. Luglio 1820.

[160,1]  Applicate le cose dette nel pensiero che incomincia Anche la stessa negligenza ec. (p. 50) alle produzioni francesi riputate da quella nazione, modelli di semplicità naïveté ec. p. e. al Tempio di Gnido di Montesquieu {, sebbene in questo il male deriva piuttosto dal contrasto della semplicità delle cose col ricercato e manierato dello stile}.

208,1   13. Agosto 1820.

[208,1]  La grazia appena io credo che possa esser concepita dai francesi con idea vera. Certo i loro scrittori non la conoscono. Lo confessa pienamente Thomas Essai sur les Eloges ch.9. Infatti manca loro cette sensibilité tendre et pure, cioè inaffettata e naturale, (l'avrebbero per natura, ma la società non vuole che la conservino: l'avevano i loro antichi scrittori) e cet instrument facile et souple vale a dire una lingua come la greca e l'italiana. Vedi senza fallo quel passo di Thomas. (13. Agosto 1820.).

217,1   20. Agosto 1820.

[217,1]  Ripetono tutto giorno i francesi che Bossuet ha soggiogato la sua lingua al suo genio. Io dico che il suo genio è stato soggiogato dalla lingua costumi gusti del suo paese. I francesi che scrivono sempre come conversano, timidissimi per conseguenza, o piuttosto codardi, come dev'esser quella nazione presso cui un tratto di ridicolo scancella qualunque più grave e seria impressione, e fa più romore degli affari e pericoli di Stato, si maravigliano d'ogni minimo ardire, e stimano sforzi da Ercole quelli che in italia e nel resto d'Europa sono {soltanto} deboli argomenti d'ingegno robusto, libero, inventore e originale. E per una parte hanno ragione, perchè l'osar poco in francia, dove la regola è di vivre et faire comme tout monde, costa assai più che l'osar molto altrove. Ma in fatti poi cercando in Bossuet questo grande ardire, e questa robustissima eloquenza, trovate piuttosto impotenza che forza, e vedrete che appena alzato si abbassa. Questo senza fallo è il 218 sentimento ch'io provo sempre leggendolo; appena mi ha dato indizio di un movimento forte, sublime, e straordinario, ed io son tutto sulle mosse per seguitarlo, trovo che non c'è da far altro, e ch'egli è già tornato a parler comme tout le monde. Cosa che produce una grande pena e disgusto e secchezza nella lettura. Questo non ha che fare colle inuguaglianze proprie dei grandi geni. Nessun genio si ferma così presto come Bossuet. Si vede propriamente ch'egli è come incatenato, e fa sforzi più penosi che grandiosi per liberarsi. E il lettore prova appunto questo medesimo stato. E perciò volendo convenire che Bossuet sia stato veramente un genio, bisogna confessare che tentando di domar la sua lingua e la sua nazione, n'è stato domato. Me ne appello a tutti gli stranieri e italiani. Se non che la voce di tutta la francia ha tanta forza, che forma il giudizio d'Europa. E il ridirsi è quasi impossibile. Sicchè queste parole intorno a Bossuet sieno dette inutilmente. (20. Agosto 1820.).

231,3   6. Settembre 1820.

[231,3]  C'est que cela me donnera un battement de coeur, répondit - elle naïvement; et je suis si heureuse quand le coeur me bat! dice Lady Morgan (France. l. 3. 1818. t. 1 p. 218.) di una Dama francese 232 e civetta. Queste naïvetés negli scrittori francesi, come per esempio nel tempio di Gnido, contrastano in maniera col carattere del loro stile, della loro lingua quale è ridotta presentemente, (giacchè nel francese antico avrebbero fatto diversissima figura) e anche col carattere nazionale, che sono piuttosto affettazioni che naturalezze, e non fanno verun buono effetto, ma semplicemente risaltano, come una singolarità ricercata, nello stesso modo che p. e. nello stile greco risalterebbero le eleganze e il manierato del francese, e contrasterebbero col rimanente.

236,1   9. Settembre 1820

[236,1]  Tutto quello che ho detto in parecchi luoghi [ p.208] dell'affettazione dei francesi, della loro impossibilità di esser graziosi ec. bisogna intenderlo relativamente alle idee che le altre nazioni o tutte o in parte, o riguardo al genere, o solamente ad alcune particolarità, hanno dell'affettazione grazia ec. perchè riflette molto bene Morgan France l. 3. t. 1. p. 257. Il faut pourtant accorder beaucoup à la différence des manières nationales; et celles de la femme françoise la plus amie du naturel doivent porter avec elle ce qu'un Anglois, dans le premier moment, jugera une teinte d'affectation, jusqu'à ce que l'expérience en fasse mieux juger. (9 7bre. 1820.).

237,1   10. Settembre 1820.

[237,1]  237 Anche l'affettazione è relativa, e la tal cosa parrà affettazione in un paese e in un altro no, in una lingua e in un [un'] altra no, o maggiore in questa e minore in quella, dipendendo dalle abitudini, opinioni ec. L'espressione del sentimentale conveniente in francia sarà affettata per noi, quella conveniente per noi, sarebbe parsa affettazione agli antichi. La grazia francese affettata per noi, non lo sarà per loro. Tuttavia è certo che la naturalezza ha un non so che di determinato e di comune, e che si fa conoscere e gustare da chicchessia, ma com'ella si conosce quando si trova, così le assuefazioni ec. impediscono spessissimo di essere choqués della sua mancanza, e di avvedercene. V. p. 201. fine.

246,1   18. settembre 1820.

[246,1]  246 I francesi non solamente non sono atti al sublime, nè avvezzi a sentirlo dai loro nazionali, o a produrlo in qualunque forma (applicate questa osservazione ch'è anche letteralmente di Lady Morgan, e universale, ai miei pensieri sopra Bossuet [ pp.217-18)] ma disublimano ancora le cose veramente sublimi, come nelle traduzioni ec.

313,2   10. Novembre 1820.

[313,2]  La letteratura francese si può chiamare originale per la sua somma e singolare inoriginalità.

319,2   13. Novembre 1820.

[319,2]  Dice Quintiliano l. 10. c. 1. Quid ego commemorem Xenophontis iucunditatem illam inaffectatam, sed quam nulla possit affectatio consequi? E certo ogni bellezza principale nelle arti e nello scrivere deriva dalla natura e non dall'affettazione o ricerca. Ora il traduttore necessariamente affetta, cioè si sforza di esprimere il carattere e lo stile altrui, e ripetere il detto di un altro alla maniera e gusto del medesimo. Quindi osservate quanto sia difficile una buona traduzione in genere di bella letteratura, 320 opera che dev'esser composta di proprietà che paiono discordanti e incompatibili e contraddittorie. E similmente l'anima e lo spirito e l'ingegno del traduttore. Massime quando il principale o uno de' principali pregi dell'originale consiste {appunto} nell'inaffettato, naturale e spontaneo, laddove il traduttore per natura sua non può essere spontaneo. Ma d'altra parte quest'affettazione che ho detto è così necessaria al traduttore, che quando i pregi dello stile non sieno il forte dell'originale, la traduzione inaffettata in quello che ho detto, si può chiamare un dimezzamento del testo, e quando essi pregi formino il principale interesse dell'opera, (come in buona parte degli antichi classici) la traduzione non è traduzione, ma come un'imitazione sofistica, una compilazione, un capo morto, o se non altro un'opera nuova. I francesi si sbrigano facilmente della detta difficoltà, perchè nelle traduzioni non affettano mai. Così non hanno traduzione veruna (e lasciateli pur vantare il Delille, e credere che possa mai essere un Virgilio), ma quasi relazioni del contenuto nelle opere straniere; ovvero opere originali composte de' pensieri altrui.

321,1   13. Novembre 1820.

[321,1]  321 Una delle prime cagioni della universalità della lingua francese, è la sua unicità. Perchè la lingua italiana (così sento anche la tedesca, e forse più) è piuttosto un complesso di lingue che una lingua sola, potendo tanto variare secondo i vari soggetti, e stili, e caratteri degli scrittori ec. che quei diversi stili paiono quasi diverse lingue, non avendo presso che alcuna relazione scambievole. Dante - Petrarca e Parini ec. Davanzati - Boccaccio, Casa ec. V. p. 244. Dal che come seguono infiniti e principalissimi vantaggi, così anche parecchi svantaggi. 1. che lo straniero trova la nostra lingua difficilissima, e intendendo un autore, e passando a un altro, non l'intende. {(così nei greci)} 2. che potendosi scrivere o parlare italiano senza essere elegante ec. ec. ec. lo scrittore italiano volgare scrive ordinariamente malissimo; così il parlatore ec. Al contrario del francese, dove la strada essendo una, e chiusa da parte e parte, non parla francese chi non parla bene; e perciò quasi tutti i francesi scrivono e parlano elegantemente, ma sempre di una stessa eleganza, e quanto al più e il meno, le differenze sono così piccole, 322 che se i francesi le sentono nei loro diversi scrittori, agli esteri son quasi impercettibili. Laddove le differenze de' buoni stili italiani, saltano agli occhi di chicchessia. Così anche dei greci.

324,1   14. Novembre 1820.

[324,1]  324 Dalle sopraddette considerazioni osserverai quanto sia giusta la maraviglia e degna la lode di quelli che dicono che in Francia da Luigi 14. in poi non si disputa più della lingua, e si scrive bene, laddove in italia si disputa sempre della lingua e si scrive male. Prima di Luigi 14. quando la lingua francese non era ancora geometrizzata, e ridotta a una processione di collegiali, come dice Fénélon, {sic}come si poteva scriver meglio di adesso, così anche si potea scriver male.

343,1   21. Novembre 1820.

[343,1]  La lingua italiana non si è mai tolto il potere di adoperar quelle parole, frasi, modi, che sebbene antichi e non usati, sieno però intesi da tutti senza difficoltà, e possano 344 cadere nel discorso senza affettazione: i quali sono infiniti per chi conosce la lingua, ma bene a fondo; e questi sono pochissimi o nessuno. La lingua francese si è spogliata affatto di questa facoltà, e ammettendo facilmente vocaboli {e modi} nuovi (intorno ai quali si sgridano gl'italiani perchè non gli ammettono) non si è legate le mani se non per gli antichi, cioè per quelli ch'ella già possedeva, e ha creduto di far progressi quando ha perduto l'infinito che aveva (giacchè veramente era ricca), e guadagnato il poco che non aveva. Nel che 1. io non vedo come una lingua si possa accrescere, perchè anche in parità di partite, se quanto si guadagna, tanto si perde, la lingua sarà sempre stazionaria in fatto di ricchezza e varietà. 2. se, com'è certissimo, infinite cose che non si sono potute esprimere se non con parole nuove, forestiere ec. si potevano esprimere colle antiche, io non vedo perchè queste dovessero esser posposte. Il caso è lo stesso in italia, chi ben considera la ricchezza immensa de' nostri antichi scrittori. 3. Le parole e modi che maggiormente conferiscono alla evidenza, efficacia, forza, grazia ec. delle lingue sono sempre, e incontrastabilmente le antiche, siccome quelle che erano cavate più da presso dalla natura, e dall'oggetto significato (come deve necessariamente accadere nella formazione delle lingue), e però lo rappresentavano al 345 vivo, e ne destavano più fortemente, sensibilmente, facilmente e prontamente l'idea, secondo però 1o. i diversi aspetti o parti {più o meno vivi, principali, caratteristici, esprimibili;} il diverso numero di aspetti, parti, o relazioni della {cosa,} considerato dagl'inventori della parola: 2o. la diversa forza d'immaginazione, sentimento, delicatezza ec. nei detti inventori: 3o. la diversa loro facoltà di applicare il suono alia cosa: 4o. il diverso carattere della nazione, clima, circostanze naturali, morali, politiche, geografiche intellettuali ec.: la dolcezza, o l'asprezza, la ruvidezza o gentilezza ec. {5o. la diversa impressione prodotta dagli stessi oggetti ne' diversi popoli o individui.} Solamente quella grazia che non deriva dalla naturalezza, semplicità ec. {l'eleganza ec.} può guadagnare; ma quella che deriva dai detti fonti, (massime nelle frasi e modi) ed è la principale, e più solida e durevole; la forza poi assolutamente, l'evidenza e l'efficacia, non possono altro che perdere infinitamente coll'abolizione delle parole antiche, e peggio colla sostituzione delle nuove. Qui ancora ha luogo la grande inferiorità dell'arte e della ragione alla natura, in tutto il bello, il grande, il forte, il grazioso ec. (21. Nov. 1820.).

373,1   2. Dicembre 1820.

[373,1]  La poesia e la prosa francese si confondono insieme, e la francia non ha vera distinzione di prosa e di poesia, non solamente perchè il suo stile poetico non è distinto dal prosaico, e perch'ella non ha vera lingua poetica, e perchè anche relativamente alle cose, i suoi poeti (massime moderni) sono più scrittori, e pensatori e filosofi che poeti, e perchè Voltaire p. e. nell'Enriade, scrive con quello stesso enjouement, con quello stesso esprit, con quella stess'aria di conversazione, con quello stesso tour e giuoco di parole di frasi di maniere e di sentimenti e sentenze, che adopra nelle sue prose: non solamente, dico, per tutto questo, ma anche perchè la prosa francese, oramai è una specie di poesia. Filosofi, oratori, scienziati, scrittori d'ogni sorta, non sanno essere e non si chiamano eleganti, se non per uno stile enfatico, similitudini, metafore, insomma stile continuamente poetico, e montato principalmente sul tuono lirico. E ciò massimamente è accaduto dopo l'introduzione de' poemi in prosa, siano poemi propriamente detti, siano romanzi, opere descrittive, sentimentali ec. Ma 374 i francesi che si credono i soli maestri e modelli e conservatori, e zelatori dello scriver classico a' tempi moderni, non so in qual classico antico abbiano trovato questo costume, per cui non si sa essere elegante nè eloquente, senza andare a quella perpetua, dirò così, traslazione {e μετεωρία} {e concitazione} di stile, ch'è propria della poesia. (L'eloquenza di Bossuet, è appunto di questo tenore; tutta Biblica, tutta in un gergo di convenzione; e lo stile biblico, e questo gergo forma l'eloquenza e l'eleganza ordinaria d'ogni sorta di scrittori francesi oggidì.) Non mai sedatezza, non mai posatezza, non semplicità, non familiarità. Non dico semplicità nè familiarità distintiva di uno stile o di uno scrittore particolare, ma dico quella ch'è propria universalmente e naturalmente della prosa, che non è uno scrivere ispirato. Osservino Cicerone, osservino gli scrittori più energici dell'antichità, e mi dicano se c'è uomo così cieco che non distingua {subito} come quella è prosa non poesia; se ridotta questa prosa in misura, avrebbe mai niente di comune colla poesia (come accadrebbe nelle loro prose); se la prosa antica la più elegante, eloquente, energica, consiste, o no, in uno stile separatissimo dal poetico. Anche i loro scrittori de' buoni secoli, sebbene la lingua francese ha sempre inclinato a questo difetto, 375 nondimeno hanno un gusto {e un sapore} di prosa molto maggiore e più distinto (eccetto pochi), {hanno non dico austerità, neanche gravità {nè verecondia} (pregi ignoti ai francesi) ma pur tanta posatezza {+e castigatezza} di stile quanta è indispensabile alla prosa:} come la Sévigné, Mme Lambert, Racine e Boileau nelle prose, Pascal ec. Anzi letto Pascal, e passando ai filosofi e pensatori moderni, si nota e sente il passaggio e la differenza in questo punto. (2. Dic. 1820.) { V. p. 477. capoverso 1.}

474,12   
522,2   18. Gennaio 1821.

[522,2]  Nisi quod magnae indolis signum est, sperare 523 semper. Floro IV. 8. Sed quanto efficacior est fortuna quam virtus! et quam verum est quod moriens (Brutus) efflavit, "non in re, sed in verbo tantum esse virtutem." Floro IV. 7.

684,3   
685,1   24. Febbraio 1821

[685,1]  La lingua italiana porta pericolo, non solo quanto alle voci o locuzioni o modi forestieri, e a tutto quello ch'è barbaro, ma anche, (e questo è il principale) di cadere in quella timidità povertà, impotenza, secchezza, geometricità, regolarità eccessiva che abbiamo considerata più volte nella lingua francese. In fatti da un secolo e più, ella ha perduto, non solamente l'uso, ma quasi anche la memoria di quei tanti e tanti idiotismi, e irregolarità felicissime della lingua nostra, nelle quali principalmente consisteva la facilità, l'onnipotenza, la varietà, 686 la volubilità, la forza, la naturalezza, la bellezza, il genio, il gusto la proprietà (ἰδιώτης), la pieghevolezza sua. Non parlo mica di quelle inversioni e trasposizioni di parole, e intralciamenti di periodi alla latina, sconvenientissimi alla lingua nostra, e che dal Boccaccio e dal Bembo in fuori, e più moderatamente dal Casa, non trovo che sieno stati adoperati e riconosciuti da nessun buono scrittore italiano. Ma parlo di quella libertà, di quelle tante e diversissime figure della dizione, per le quali la lingua nostra si diversificava dalla francese dell'Accademia, era suscettibile di tutti gli stili, era così lontana dal pericolo di cadere nell'arido, nel monotono, nel matematico, e in somma di quelle che la rendevano similissima nel genio, nell'indole, nella facoltà, nel pregio alle lingue antiche, e specificatamente alla greca, alla quale si accostava da vicino anche nelle forme particolari e speciali, cioè non solamente nel genere, ma anche nella specie: siccome alla latina si accosta sommamente per la qualità individuale de' vocaboli e delle frasi. Ma oggidì ella va a perdere, anzi ha già perduto presso 687 il più degli scrittori, le dette qualità che sono sue vere, proprie, intime, e native; e dico anche presso quegli scrittori che a gran fatica arrivano pure a preservarsi dai barbarismi. (e qui riferite quello che ho detto altrove [ p.111], come in detti scrittori facciano pessima comparsa le parole e modi italiani, in una tessitura di lingua che per quanto non sia barbara, non è l'italiana: {e gli antichi accidenti in una sostanza tutta moderna e diversa.}) E così anche la lingua nostra si riduceva ad essere una processione di collegiali, come diceva, se non erro, il Fénélon, della francese. Del che mi pare che bisogni stare in somma guardia, tanto più, quanto la inclinazione, lo spirito, l'andamento dei tempi, essendo tutto geometrico, la lingua nostra corre presentissimo rischio di geometrizzarsi stabilmente e per sempre, di inaridirsi, di perdere ogni grazia nativa (ancorchè conservi le parole e i modi, e scacci i barbarismi), di diventare unica come la francese, laddove ora ella si può chiamare un aggregato di più lingue, ciascuna adattata al suo soggetto, o anche a questo 688 e a quello scrittore; e così divenuta impotente, in luogo di contenere virtualmente tutti gli stili (secondo la sua natura, e quella di tutte le belle e naturali lingue, come le antiche, non puramente ragionevoli), ne contenga uno solo, cioè il linguaggio magrissimo ed asciuttissimo della ragione, e delle scienze che si chiamano esatte, e non sia veramente adattata se non a queste, che tale infatti ella va ad essere, e lo possiamo vedere in ogni sorta di soggetti, e fino nella poesia italiana moderna de' volgari poeti. Come appunto è accaduto alla lingua francese, perchè ancor ella da principio, ed innanzi all'Accademia, e massime al secolo di Luigi 14 non era punto unica, ma {l'indole sua primitiva e propria} somigliava moltissimo all'indole della vera lingua italiana, e delle antiche; era piena d'idiotismi, e di belle e naturalissime irregolarità; piena di varietà; subordinatissima allo scrittore (notate questo, che forma la difficoltà dello {scrivere, come pure dell'intendere la} nostra lingua a differenza della francese) e suscettibile di prendere quella forma e quell'abito che il soggetto richiedesse, o il carattere dello scrittore, o che questi volesse darle; adattata 689 a diversissimi stili; piena di nerbo, o di grazia, di verità, di proprietà, di evidenza, di espressione; coraggiosa; niente schiva degli ardiri com'è poi divenuta; parlante ai sensi ed alla immaginativa, e non solamente, come oggi, all'intelletto; (sebbene anche al solo intelletto può parlare la lingua italiana, se vuole) pieghevole, robusta, o delicata secondo l'occorrenza; piena di sève, di sangue e di colorito ec. ec. Delle quali proprietà qualche avanzo se ne può notare nella Sévigné, e nel Bossuet e in altri scrittori di quel tempo. Talmente che s'ella fosse rimasta quale ho detto, non sarebbe mai stata universale, con che vengo a dir tutto. E s'ella prima della sua mortifera riforma, avesse avuto tanto numero di cultori quante [quanto] n'ebbe l'italiana, che l'avessero condotta secondo il suo carattere primitivo, e d'allora, alla perfezione, come fu condotta la nostra, sarebbe anche più evidente questo ch'io dico 690 della prima e originale natura della lingua francese, la quale ben si congettura efficacemente dalla considerazione de' loro antichi scrittori, ma non si può pienamente sentire, perch'ella non ebbe scrittore perfetto in quel primo genere, o non ne ebbe quanto basta. Nè quel primo genere prese mai stabilità, ma quando le fu data forma stabile e universale nella nazione, fu ridotta, quale oggi si trova, ad essere in ogni possibile genere di scrittura, piuttosto una serie di sentenze e di pensieri esattissimamente esposti {e ordinati,} che un discorso. Dove l'intelletto {e l'utilità} non desidera nulla, ma l'immaginazione il bello, {il dilettevole} la natura, i sensi ec. desiderano tutto. (24. Feb. 1821.).

708   1 Marzo 1821

[707,1]  Perchè in fatti il secol d'oro di una lingua o di qualunque altra disciplina, non è quello che la prepara, ma quello che l'adopra, la compone de' materiali già pronti, e la forma; giacchè realmente quel secolo che formò e determinò la lingua italiana fu più veramente il cinquecento che il trecento, lasciando stare che i primi precetti della lingua nostra furono dati, s'io non erro, in quel secolo, dal Bembo. Ma il cinquecento 708 formò e determinò la lingua italiana in maniera ch'ella guadagnando nella coltura e nell'ordine, non perdè nulla affatto nella naturalezza, nella copia, nella varietà, nella forza, e neanche nella libertà, (quanta è compatibile colla chiarezza e bellezza, e colla necessità di essere intesi, e quindi convenientemente ordinati nel favellare): in somma e soprattutto, non mutò in verun conto l'indole e natura sua primitiva, come la cambiò interamente la francese, nella formazione e determinazione fattane dall'Accademia e dal secolo di Luigi 14. (1. Marzo 1821.).

752   8-14. Marzo 1821.

[746,1]  Da qualunque origine derivasse la lingua e la letteratura e filosofia e sapienza greca, certo è che la grecia, se non fu l'inventrice delle sue lettere, scienze, ed arti, le ricevè informi, ed instabili, e imperfette, e indeterminate, e così ricevute, le formò, stabilì, perfezionò, determinò essa medesima, e nel suo proprio seno, e di sua propria mano ed ingegno, così che vennero la sua letteratura ed il suo sapere ad essere sue proprie, ed opera si può dir sua: quindi non ebbe bisogno di ricorrere ad altre lingue per esprimere le sue cognizioni (se non se, come tutte le lingue, nei primordi, e nelle primissime derivazioni delle sue radici, giacchè nessuna lingua è nata coll'uomo, ma derivata l'una dall'altra più o meno anticamente, finchè si arriva ad una lingua assolutamente madre e primitiva, che nessuno conosce): non ebbe dico bisogno di queste, ma formando le sue cognizioni, formò insieme la lingua; e 747 quindi pose sempre a frutto, e coltivò il suo proprio fondo, e trasse da se stessa tutto il tesoro della favella. Ma ai latini non accadde lo stesso. La loro letteratura, le loro arti, le loro scienze vennero dalla grecia, e tutto in un tratto, e belle e formate. Essi le ricevettero già ordinate, composte, determinate, provvedute intieramente del loro linguaggio, trattate da scrittori famosissimi: in somma i latini non ebbero e non fecero altra opera che traspiantare di netto le scienze, arti, lettere greche nel loro terreno. Quindi era ben naturale che quelle discipline ch'essi non avevano formate, portassero seco anche un linguaggio non latino, perchè dovunque le discipline si formano, e ricevono ordine e corpo stabile e determinato, quivi se ne forma il linguaggio, e questo passa naturalmente alle altre nazioni insieme con esse discipline. Non avendole dunque i latini nè create nè formate, ma ricevute quasi per manus belle e fatte, neanche ne crearono nè formarono, 748 ma riceverono parimente il linguaggio. Lucrezio volendo trattar materie filosofiche s'era lagnato della novità delle cose e della povertà della lingua, come potremmo far noi oggidì, volendo trattare la moderna filosofia. Cicerone, da grande e avveduto uomo, il quale benchè gelosissimo della purità della favella, conosceva che alla novità delle cose era necessaria la novità delle parole, e che queste non sarebbero 1. intese e chiare, 2. inaffettate e naturali, se non fossero appresso a poco quelle medesime che erano in comune e confermato uso in quelle tali discipline; fu ardito, e trattando materie {si può dir} greche popolò il latino di parole greche, certo di essere inteso, e di non riuscire affettato, perchè la lingua greca era divulgatissima e familiare fra' suoi, come appunto oggi la francese, e quelle parole notissime, e usitatissime anzi proprie di quelle discipline, come oggi le francesi nelle {moderne} materie filosofiche e simili. E di più erano necessarie. Così dunque la lingua latina si pose in grado di discorrer delle 749 cose, e di essere scritta, ma vi si pose per mezzi alieni e non propri. Bisogna anche osservare che non questa o quella disciplina, ma si può dir tutte le discipline, e cognizioni umane, tutto quello che scrivendo si può trattare, anzi anche conversando urbanamente, cioè tutta la coltura tutti i soggetti regolati e ordinati, erano venuti dalla grecia in Roma, immediatamente e interamente. Quindi successe quel che doveva, che la lingua latina, affogata ed oppressa tutto in un tratto dalla copia delle cose nuove, disperata di poterla subito (come sarebbe bisognato) pareggiare colla novità delle parole tirate dal proprio fondo, abbandonò il suo terreno, abbracciò la suppellettile straniera di linguaggio, che trovava già pronta, e da tutti intesa ed usata: e così la facoltà generativa della lingua latina, rimase o estinta o indebolita, e si trasformò nella facoltà adottiva. Cicerone ne aveva usato 750 da suo pari con discrezione e finissimo giudizio e gusto, non lasciando in nessun modo di coltivare il fondo della sua lingua, di accrescerla, e di cavarne quanto era era possibile in quella strettezza, in quella tanta copia di nuove cose, accompagnate da parole straniere già divulgate ed usitate. Ma dopo Cicerone si passarono i limiti: parte perch'essendo (com'è oggi relativamente al francese) molto più facile il tirar dalla lingua greca già ben provveduta di tutto, e a tutti nota, le parole e modi occorrenti, di quello che dalla latina che non le dava senza studio, e profonda cognizione di tutte le sue risorse; quelli che non erano così periti della loro lingua (perizia ben rara e difficile trattandosi di una tal lingua, come della nostra oggidì: e pochi o nessuno la possedè così a fondo come Cicerone) senza troppo curare di accertarsi s'ella avesse o non avesse come esprimere convenientemente e pianamente il bisognevole, 751 davan sacco alla lingua greca che l'aveva tutto alla mano. Parte perchè non la sola necessità, o la difficoltà dell'uso del latino in quei casi, o finalmente l'ignoranza della propria lingua, ma anche il vezzo spingeva i romani (come oggi ec.) ad usare le parole {e modi} greci in iscambio delle parole e modi latini, e mescolarli insieme, come che quelli dessero grazia e spirito alla favella gentile, e in somma ci entrò di mezzo oltre la letteratura e la filosofia, anche la moda. Orazio già avea dato poco buon esempio. Uomo in ogni cosa libertino e damerino e cortigiano, in somma tutto l'opposto del carattere Romano, {e nelle opere tanto seguace della sapienza fra' cortigiani, quanto Federigo II tra i re}. Non è maraviglia se la lingua romana gli parve inferiore alla sua propria eleganza e galanteria. Sono noti e famosi quei versi della poetica, dov'egli difende e ragiona su questo suo costume. Egli però come uomo di basso ma sottile ingegno, se nocque coll'esempio, non pregiudicò grandemente colla pratica; {+anzi io non voglio contendere s'egli, quanto a se, giovasse piuttosto o pregiudicasse alla sua lingua, perchè i suoi ardimenti paiono a tutti, e li credo anch'io, se non altro, in massima parte, felicissimi;} ma poco 752 tempo dopo la sua morte, cioè al tempo di Seneca ec. per ambedue le dette ragioni la cosa era ita tant'oltre che la lingua latina {impoveriva dall'un canto e dall'altro} imbarbariva effettivamente per grecismo come oggi l'italiana per francesismo. Ed è curioso come tristo l'osservare che {siccome} la lingua latina rendè poi con usura il contraccambio di questo danno e di questa barbarie {alla greca,} quando già mezzo barbara le si riversò tutta, per così dire, nel seno, sotto Costantino e successori, così oggidì la lingua francese rende con eccessiva usura alla nostra quella corruttela che ne ricevè al tempo dei Medici in Francia ec. La lingua latina fu (per poco spazio) restituita, se non all'antica indole, certo a uno splendore somigliante all'antico (insieme colla letteratura parimente corrotta) da parecchi scrittori del secolo tra Nerva e Marcaurelio, fra' quali Tacito ec. del che non è ora luogo a parlare. Solamente noterò per incidenza, e perchè fa a questo discorso delle lingue, un parallelo curiosissimo che si può fare tra Frontone e i presenti ristoratori della lingua italiana. 753 Il qual Frontone, come apparisce {ora} dalle reliquie de' suoi scritti ultimamente scoperte, merita un posto distinto, fra i ristauratori e zelatori della purità come della letteratura così della lingua latina. Nel qual pregio egli forse e senza forse, cred'io, è l'ultimo di tempo, che si conosca, o abbia almeno qualche distinta rinomanza. Ma egli (colpa della nostra natura) volendo riformare il troppo libertinaggio, e {castigare} la viziosa novità della lingua, cadde, come appunto gran parte de' nostri, nell'eccesso contrario. Giacchè una riforma di questa natura, deve consistere nel mondar la lingua dalle brutture, distoglierla dal cattivo cammino, e rimetterla sul buono. Non già ricondurla a' suoi principii, e molto meno voler che di quivi non si muova. Perchè la lingua e naturalmente e ragionevolmente cammina sempre {finch'è viva,} e come è assurdissimo il voler ch'ella stia ferma, contra la natura delle cose, così è pregiudizievole e porta discapito il volerla riporre più indietro che non bisogna, e obbligarla a rifare quel cammino 754 che avea già fatto {dirittamente e} debitamente. Laddove bisogna riporla nè più nè meno in quel luogo che conviene al tempo e alle circostanze, osservando solamente che questo luogo sia proprio suo e conveniente alla sua natura. Ma Frontone in luogo di purificare la lingua, la volle antiquare, richiamando in uso parole e modi, per necessaria vicenda delle cose umane, dimenticati, ignorati e stantii, e fino come pare, l'antica ortografia, volendo {quasi} immedesimare, in dispetto della natura {e del vero,} il suo tempo coll'antico. Come che quei secoli che son passati, e quelle mutazioni che sono accadute e nella lingua, e in tutto quello che la modifica, dipendesse dalla volontà dell'uomo {il fare} che non fossero passati e non fossero accadute, e il cancellare tutto l'intervallo {di tempo ed altro} che sta fra il presente e l'antico. Nè osservò che siccome la lingua cammina sempre, perch'ella segue le cose le quali sono istabilissime e variabilissime, così ogni secolo anche il più buono e casto ha la sua lingua modificata in una maniera propria, la quale allora solo è cattiva, 755 quando è contraria all'indole della lingua, scema o distrugge 1. la sua potenza e facoltà, 2. la sua bellezza e bontà naturale e propria, altera perde guasta la sua proprietà, la sua natura, il suo carattere, la sua essenziale struttura e forma ec. Fuori di questo, com'è altrettanto vano, che dannoso e micidiale l'assunto d'impedire ch'ella si arricchisca, così è impossibile e dannoso l'impedire che si modifichi secondo i tempi e gli uomini e le cose, dalle quali la lingua dipende e per le quali è fatta, non per qualche ente immaginario, come la virtù o la giustizia ch'è immutabile o si suppone. E perchè Cic. non iscrisse come il vecchio Catone ec. non perciò resta ch'egli non sia, come in ordine a tutto il rimanente, così pure alla lingua, il sommo scrittor latino: nè {che} Virgilio non sia il primo poeta latino, e {limpidissimo specchio di latinità} (riconosciuto dallo stesso Frontone negli Exempla elocutionum), perciò che la sua lingua è ben diversa 756 da quella di Ennio di Livio Andronico, ec. e anche di Lucrezio. Bisogna però ch'io renda giustizia a Frontone, perchè se egli cadde in quel difetto che ho notato, vi cadde con molto più discrezione giudizio e discernimento sì nelle massime o nella ragione, che nella pratica, di quello che facciano molti degli odierni italiani, avendo anche molto riguardo a fuggir l'affettazione, per la quale massimamente e per la oscurità si rende assurdo e barbaro l'uso di molte parole antiquate; e possedendo la sua lingua veramente, e quindi, sebben peccasse nella troppa imitazione degli antichi, non però cercando, come fanno i nostri, di dar colore di antichità a' suoi scritti, col solo materiale e parziale uso delle parole e modi vecchi, senza osservare se la scrittura sapesse poi veramente di antico, e se quelle parole e modi vi cadessero acconciamente e naturalmente, o forzatamente, e dissonando dal corpo della composizione. { Frontone non sognò neppure la massima di vietare la conveniente e giudiziosa novità e formazione delle parole o modi, anzi egli stesso ne dà esempio di tratto in tratto.} Il che 757 fanno i nostri per impotenza, ignoranza, povertà, e niun possesso di lingua; credendo di esser buoni scrittori italiani quando hanno imparato e usato a sproposito e come capita, un certo numero di parole e modi antichi, non curandosi poi, o non sapendo vedere se corrispondano al resto e all'insieme del colorito e dell'andamento, e testura del discorso, ovvero sieno come un ritaglio di porpora cucito sopra un panno vile, o certo d'altro colore ed opera. Ma conviene ch'io dica quello ch'è vero, che non mi è riuscito mai di trovare negli antichi scrittori latini o greci, per difettosi che sieno, tanta goffaggine, {e incapacità,} e piccolezza di giudizio, e debolezza e scarsezza di mezzi, {e decisa insufficienza alle imprese, agli assunti ec.} quanto negli odierni italiani: e Frontone del resto non fu niente povero d'ingegno. {+Il suo peccato si può ridurre all'aver considerato come modelli di buona lingua, piuttosto Ennio che Virgilio e che lo stesso Lucrezio (che tanto l'arricchì nella parte filosofica) piuttosto Catone che Tullio; all'aver creduto che in quelli e non in questi fosse la perfezione della lingua latina, all'avere attinto più da quelli che da questi, e consideratili come fonti più ricchi o più sicuri ec.; o certo aver loro attribuita senza veruna ragione (conforme però all'ordinario rispetto per l'antico) maggiore autorità in fatto di lingua. ec. ec.} Questo sia detto in trascorso e per digressione.

758   8-14. Marzo 1821.

[757,1]  Tornando al proposito, cioè all'arricchire 758 la lingua del prodotto delle sue proprie sostanze, e dalla greca e latina, passando alle vive, questa è sempre stata e {sarà} sempre facoltà inseparabile dalla vita delle lingue, e da non finire se non colla loro morte. Tutte le lingue vive la conservano, eccetto quelli che vorrebbero che la italiana la deponesse. La francese, la quale a differenza dell'italiana, si è spogliata {della facoltà} di usare quelle delle sue parole e modi antichi e primitivi, che {le} potessero tornare in acconcio (come ho detto altrove [ p.344] [ pp.688-90]); parimente a differenza di ciò che si esigerebbe dalla italiana, ha conservato sempre ed usato la facoltà di mettere a frutto e moltiplico il suo {presente} tesoro. E la stessa lingua latina, la quale per le ragioni che ho detto [ pp.750-52], perdè in parte questa facoltà dopo Cicerone, non la perdè, se non in quanto a quella felicissima ed immensa facoltà di composti {e sopraccomposti} o con preposizione o particella, ovvero di più parole insieme; facoltà che la metteva quasi 759 (cioè in proporzione della quantità delle radici e de' semplici) al paro della greca; facoltà che si può vedere e nelle primitive parole latine composte nei detti modi, o con avverbi (come propemodum e mille altre), in somma come le greche, e che sono durate nell'uso della latinità sino alla fine, ma non però imitate nè accresciute; e in quelle che poi caddero dall'uso, e si possono veder ne' più antichi latini (come in Plauto lectisterniator, legirupus, lucrifugae e mille altre, e prendo le primissime che ho incontrate subito), e servono a far conoscere la primitiva costituzione, forma, usanza, e potenza di quella lingua: facoltà in fine, ch'è la massima e più ricca sorgente della copia delle parole, e della onnipotenza di tutto esprimere, ancorchè nuovissimo; il che si ammira nel greco, e si potè una volta notare anche nel latino. [ p.48] [ pp.740.sgg.] [ pp.2078-79] [ pp.2876-79] {+I primi scrittori latini, il loro linguaggio sacro o governativo ec. antico (come lectisternium antica festa romana) abbondano siffattamente di parole composte alla greca di due o più voci, che non si può forse leggere un passo di detti autori ec. senza trovarne, ma la più parte andate in disuso. Spesso eran proprie di quel solo che le inventava. Talvolta anche di eccessiva lunghezza, come clamydeclupetrabracchium parola di antico poeta riferita da Varrone (De L. L. lib. 4.) (p. 3. della mia ediz. del 400.} Quest'uso ottimo e felicissimo, e questa facoltà, fu o trascurata, o comunque 760 lasciata trasandare, abbandonare, dismettere, dimenticare alla lingua latina, che era per forza d'essa facoltà così bene istradata alla onnipotenza, ne' suoi principii. Ma la facoltà di arricchire la propria lingua col prodotto delle sue proprie radici in ogni altro genere, coi derivati ec. non fu mai abbandonata finch'ella visse, e non poteva esserlo, stante ch'ella vivesse. Non solamente i cattivi o mediocri, ma anche i buoni ed ottimi scrittori dopo Cicerone, se ne prevalsero tutti, e tutti scrivendo aumentarono il tesoro della lingua, e questa non lasciò mai di far buoni e dovuti progressi, finchè fu adoperata da buoni e degni scrittori.

761   8-14. Marzo 1821.

[760,1]  Così deve tenersi per fermissimo, ch'è indispensabile di fare a tutte le lingue finch'elle vivono. La facoltà de' composti pur troppo non è propria delle nostre lingue. Colpa non già di esse lingue, ma principalmente dell'uso che non li sopporta, non riconosce nelle nostre lingue meridionali 761 (delle settentrionali non so) questa facoltà, delle orecchie o non mai assuefatteci, o dissuefattene da lungo tempo. Perchè del resto 1. le nostre preposizioni, massimamente {nella lingua} italiana, sarebbero per la più parte, appresso a poco non meno atte alla composizione di quello che fossero le greche e latine, e {noi} non manchiamo di particelle attissime allo stesso uso, anzi molte ritrovate espressamente per esso (come ri, o re, { tra o stra, arci,} dis, o s, in negativo {o privativo,} e affermativo { mis, di, de ec.} {+E di queste abbondiamo anzi più de' latini, e forse anche dei greci stessi, e credo certo anche de' francesi e degli spagnuoli.)} { V. il Monti, Proposta alla voce Nonuso , e se vuoi p. 2078.} 2. anche ai composti di più parole la lingua massimamente italiana, sarebbe dispostissima, come già si può vedere in alcuni ch'ella usa comunemente ({ valentuomo, passatempo, tuttavolta, tagliaborse, } capomorto, capogatto, { beccafico, falegname, granciporro, } e molti e molti altri) { v. p. 1076. e Monti Proposta ec. v. guardamacchie}. ed anche la lingua francese (emportepièce, { gobemouche, fainéant coi derivati} ec.). 3. non manchiamo neppure di avverbi atti a servire alla composizione. 4. la nostra lingua benchè non si pieghi e non ami in questo genere la novità, ha però non poco in questo genere, come i composti colla preposizione { in,} tra, fra, oltra, 762 sopra, su, sotto, contra, anzi ec. ec. e Dante fra gli altri antichi aveva introdotto subito nel quasi creare la nostra lingua, la facoltà, il coraggio, ed anche l'ardire de' composti, de' quali egli abbonda (come indiare, intuare, immiare, disguardare ec. ec.) massime con preposizioni avverbi, e particelle. E così gli altri antichi nostri. Ma a noi pure è avvenuto, come ai latini, che questa onnipotente facoltà, propria della primitiva natura della nostra lingua, {+(sebbene allora pure in minor grado che, non solo della greca, ma anche della latina)} s'è lasciata malamente e sfortunatamente perdere quasi del tutto, ancorchè si conservino {buona parte di} quelli che si sono trovati in uso, e si adoprino come recentissimi, {attestando continuamente la primiera facoltà e natura della nostra lingua;} ma de' veramente nuovi e recenti non si gradiscono. E tutto questo appresso a poco è avvenuto anche alla lingua francese. { V. p. 805.} Dei composti dunque, gli scrittori di oggidì non hanno gran facoltà, ma non però nessuna (tanto in italiano che in francese): anzi ce ne resta ancor tanta da potere, senza 763 la menoma affettazione formare e introdurre molti nuovi composti chiarissimi, facilissimi, naturalissimi, mollissimi per l'una parte; e per l'altra utilissimi; specialmente con preposizioni e particelle ec. Quanto poi ai derivati d'ogni specie (purchè sieno secondo l'indole e le regole della lingua, e non riescano nè oscuri nè affettati) e a qualunque parola nuova che si possa cavare dalle esistenti nella nostra lingua, che stoltezza è questa di presumere che una parola di origine e d'indole italianissima, di significazione chiarissima, di uso non affettata nè strana ma naturalissima, {di suono finalmente non disgrata all'orecchio,} non sia italiana ma barbara, e non si possa nè pronunziare ne scrivere, per questo solo, che non è registrata nel Vocabolario? {+(E quello che dico delle parole dico anche delle locuzioni e modi, e dei nuovi usi qualunque delle parole o frasi ec. già correnti, purchè questi abbiano le dette condizioni.)} Quasi che la lingua italiana sola, a differenza di tutte le altre esistenti, e di qualunque ha mai esistito, si debba, mentre ancor vive nell'uso quotidiano della nazione, considerar come morta {e morire vivendo, ed essere a un tempo viva e morta}. Converrebbe che anche questa nazione vivesse come morta, cioè che nella sua esistenza non 764 accadesse mai novità, divario, mutazione veruna, nè di opinioni, nè di usi, nè di cognizioni (come, e più di quello che si dice della China, la cui lingua in tal caso potrà essere immobile): e di più che sia in tutto e per tutto conforme alla vita e alle condizioni de' nostri antichi, {e di que' secoli} dopo i quali non vogliono che sia più lecita la novità delle parole.

768-71   8-14. Marzo 1821.

[766,1]  Osservo anche questo. Noi ci vantiamo con ragione della somma ricchezza, {copia,} varietà, potenza della nostra lingua, della sua pieghevolezza, trattabilità, attitudine a rivestirsi di tutte le forme, prender abito diversissimo secondo qualunque soggetto che in essa si voglia trattare, adattarsi a tutti gli stili; insomma della quasi moltiplicità di lingue contenute o possibili a contenersi nella nostra favella. Ma da che cosa stimiamo noi che sieno derivate in lei queste qualità? Forse dalla sua primitiva ed ingenita natura ed essenza? Così ordinariamente si dice, ma c'inganniamo di gran lunga. Le dette qualità, le lingue non 767 le hanno mai per origine nè per natura. Tutte a presso a poco sono disposte ad acquistarle, e possono non acquistarle mai, e restarsene poverissime e debolissime, e impotentissime, e uniformi, cioè senza nè ricchezza, nè copia, nè varietà. Tale sarebbe restata la lingua nostra, senza quello ch'io dirò. Tutte lo sono nei loro principii, e non intendo mica nei loro primissimi nascimenti, ma finattanto che non sono coltivate, e con molto studio ed impegno, e da molti, e assiduamente, e per molto tempo. Quello che proccura alle lingue le dette facoltà e buone qualità, è principalmente (lasciando l'estensione, il commercio, la mobilità, l'energia, la vivacità, {gli avvenimenti, le vicende, la civiltà, le cognizioni,} le circostanze politiche, morali, fisiche delle nazioni che le parlano) è, dico, principalmente e più stabilmente e durevolmente che qualunque altra cosa, la copia e la varietà degli scrittori che l'adoprano e coltivano. { v. p. 1202.} Questa siccome, per ragione della maggior durata, e di altre molte circostanze, fu maggiore nella grecia che nel Lazio, perciò la lingua greca possedè le dette 768 qualità, in maggior grado che la latina; ma non prima le possedè che fosse coltivata e adoperata da buon numero di scrittori, e sempre (come accade universalmente) in proporzione che il detto numero e la varietà o de' soggetti o degli stili o degl'ingegni degli scrittori, fu maggiore, e s'accrebbe. La lingua latina similmente non le possedè (sebben meno della greca, pure in alto grado) se non quando ebbe copia {e varietà} di scrittori. Tutte le lingue antiche e moderne che hanno mancato di questo mezzo, hanno anche mancato di queste qualità. Per portare un esempio (oltre le lingue Europee meno colte) la lingua Spagnuola nobilissima, e di genio al tutto classico, e somigliantissima poi alla nostra particolarmente, sì per lo genio, come per molti altri capi, {e sorella nostra non meno di ragione che di fatto, e di nascita che di sembianza, costume, indole,} non è inferiore alla nostra nelle dette qualità, se non perchè l'è inferiore principalmente nella copia e varietà degli scrittori. Se la lingua francese, non ostante la gran quantità degli scrittori, e degli 769 ottimi scrittori, si giudica ed è tuttavolta inferiore alla nostra ed alle antiche per questo verso, ciò è avvenuto per le ragioni particolari che ho più volte accennate. La riforma di essa lingua, la regolarità prescrittale, la figura datale, avendo uniformato tutti gli stili, la poesia alla prosa; impedita la varietà e moltiplicità della lingua, secondo i vari soggetti e i vari ingegni; tolta la libertà, e la facoltà inventiva agli scrittori, in questo particolare; tolto loro l'ardire, anzi rendutinegli affatto schivi e timidi ec. ec. la Francia è venuta a mancare della varietà degli scrittori, non ostante che n'abbia la copia, ed abbia la varietà de' soggetti, perchè tutti i soggetti da tutti gl'ingegni si trattano, possiamo dire, in un solo modo. E ciò deriva anche dalla natura e forza della eccessiva civiltà di quella nazione, e della influenza della società: così stretta e legata, che tutti gl'individui francesi fanno quasi un solo individuo. E laddove 770 nelle altre nazioni, si cerca ed è pregio il distinguersi, in quello è pregio e necessità il rassomigliarsi anzi l'uguagliarsi agli altri, e ciascuno a tutti e tutti a ciascuno. Queste ragioni rendendogli timidi dell'opinione del ridicolo ec. e scrupolosi osservatori delle norme prescritte e comuni nella vita, li rende anche superstiziosi, timidi, schivi affatto di novità nella lingua. Ma tutto ciò quanto {alle sole forme e} modi, perchè questi soli, sono stati fra loro determinati, e prescritti i termini (assai ristretti) dentro i quali convenga contenersi, e fuor de' quali sia interdetto ogni menomo passo. {+E così quanto allo stile uniforme si può dire in tutti, e in tutti i generi di scrittura, anche nelle traduzioni ec. tirate per forza allo stile comune francese, ancorchè dallo stile il più renitente e disperato; e quanto in somma all'unità del loro stile, e del loro linguaggio che ho notata altrove [ p.321].} Ma non quanto alle parole, nelle quali, restata libera in francia la facoltà inventiva, e il derivare novellamente dalle proprie fonti, sempre aperte sinchè la lingua vive; la lingua francese cresce di parole ogni giorno e crescerà. Che se le cavassero sempre dalle proprie fonti, o con quei rispetti che si dovrebbe, non avrei luogo a riprenderli, come ho fatto altrove [ p.50] [ pp.110-11] [ p.344], e della corruzione e dell'aridità a cui {vanno} portando la loro lingua. 771 La quale inoltre, da principio, era, come la nostra, attissima alla novità ed al bell'ardire, anche nei modi, secondo che ho detto altrove [ pp.688-90] [ p.758]. La lingua tedesca, rimasa per tanti secoli impotente ed umile, ancorchè parlata da tanta e sì estesa moltitudine di popoli, non per altro che per avere avuto nell'ultimo secolo e ne' pochi anni di questo, immensa copia e varietà di scrittori, è sorta a si [sì] alto grado di facoltà e di ricchezza e potenza.

773   8-14. Marzo 1821.

[773,1]  Vogliamo noi dunque ridurre la lingua italiana e nelle parole e nei modi, a quella stessa paura, scrupolosità, superstizione, schiavitù, grettezza, uniformità della lingua francese nei soli modi? Almeno i francesi hanno una scusa nella natura della loro nazione, a cui la società è vita, alimento, diletto, e spavento, {sanguisuga,} tormento, morte. 774 A noi manca questa scusa, se {già} non vogliamo infrancesire interamente anche nei costumi, usi, vita, gusti, idee, inclinazioni ec. e perdere fino alla sembianza, aspetto forma d'italiani, come abbiamo più che incominciato.

787-788   
838,1   21-24. Marzo 1821.

[838,1]  Quanto più l'indole, la struttura, l'andamento di una lingua, è conforme alle regole naturali, semplice, diritto ec. tanto più quella lingua è adattata alla universalità. E per lo contrario tanto meno, quanto più ella e [è] figurata, composta, contorta, quanto più v'ha nella sua forma di arbitrario, di particolare e proprio suo, o de' suoi scrittori ec. non della natura comune delle cose. Le prime qualità spettano per eccellenza alla lingua francese, quantunque la lingua italiana le possieda molto più della latina, anzi senza confronto; tuttavia in esse (e felicemente) cede alla francese, come tutte le lingue moderne {Europee,} quantunque nessuna di queste ceda in esse qualità alla latina, anzi la vinca di gran lunga, e neppure alla greca.

870,1   26. Marzo 1821

[870,1]  Intorno alla ragione proclamata, e alla tentata geometrizzazione del mondo, nella rivoluzione francese v. anche parecchie cose notabili, e qualche notizia e fatto nell' Essai sur l'indifférence en matière de Religion , nell'ultima parte del capo 10. (che abbraccierà una 20.na di pagg.) dove riduce le dottrine che ha esposte, all'esempio formale della rivoluzione francese, da quel periodo che incomincia Esisteva, sono già trent'anni, una nazione governata da una stirpe antica di re ec. sino alla fine del capo. (26. Marzo 1821.).

911   30. Marzo-4. Aprile 1821.

[910,1]  6. Non solamente le virtù pubbliche, come ho dimostrato, ma anche le private, e la morale e i costumi delle nazioni, sono distrutti dal loro stato presente. Dovunque ha esistito vero e caldo amor di patria, e massime dove più, cioè ne' popoli liberi, i costumi sono stati sempre quanto fieri, altrettanto gravi, fermi, nobili, virtuosi, onesti, e pieni d'integrità. Quest'è una conseguenza naturale dell'amor patrio, del sentimento che le nazioni, e quindi gl'individui hanno di se stessi, della libertà, del valore, della forza delle nazioni, della rivalità che hanno colle straniere, e di quelle illusioni grandi e costanti e persuasive che nascono da tutto ciò, e che vicendevolmente lo producono: ed ella è cosa evidente che la virtù non ha fondamento se non se nelle illusioni, e che dove mancano le illusioni, manca la virtù, e regna il vizio, {nello stesso modo che} la dappocaggine e la viltà. Queste son cose evidenti nelle storie, ed osservate da tutti i filosofi, e politici. Ed è tanto vero; che le virtù private si trovano sempre in proporzione coll'amor patrio, e colla forza e magnanimità di una nazione; e l'indebolimento di queste 911 cose, colla corruttela dei costumi; e la perdita della morale si trova {nella storia} sempre compagna della perdita dell'amor patrio, della indipendenza, delle nazioni, della libertà interna, e di tutte le antiche {e moderne} repubbliche: influendo sommamente e con perfetta scambievolezza, la morale e le illusioni che la producono, sull'amor patrio, e l'amor patrio sulle illusioni e sulla morale. È cosa troppo nota qual fosse la depravazione interna de' costumi in Francia da Luigi 14. il cui secolo, come ho detto, fu la {prima} epoca vera della perfezione del dispotismo, ed estinzione e nullità delle nazioni e della moltitudine, sino alla rivoluzione. La quale tutti notano che ha molto giovato alla {perduta} morale francese, quanto era possibile 1. in questo secolo così illuminato, e munito contro le illusioni, e quindi contro le virtù: 2. secondo in tanta, e tanto radicata e vecchia depravazione, a cui la Francia era assuefatta: 3. in una nazione {particolarmente} ch'è centro dell'incivilimento, e quindi del vizio: 4. col mezzo di una rivoluzione operata in gran parte dalla filosofia, che volere o non volere, in ultima analisi è nemica mortale della virtù, perch'è amica anzi quasi la stessa cosa colla ragione, ch'è nemica della natura, sola sorgente della virtù. (30. Marzo - 4. Aprile 1821.)

923,1 [923,2]   6. Aprile 1821

[923,2]  Siccome l'amor patrio o nazionale non è altro che una illusione, ma facilmente derivante dalla natura, posta la società, com'è naturale l'amor proprio nell'individuo, e posta la famiglia, l'amor di famiglia, che si vede anche ne' bruti; così esso non si mantiene, e non produce buon frutto senza le illusioni e i pregiudizi che naturalmente ne derivano, o che anche ne sono il fondamento. L'uomo non è sempre ragionevole, ma sempre conseguente in un modo o nell'altro. Come dunque amerà 924 la sua patria sopra tutte, e come sarà disposto nei fatti, a tutte le conseguenze che derivano da questo amore di preferenza, se effettivamente egli non la crederà degna di essere amata sopra tutte, e perciò la migliore di tutte; e molto più s'egli crederà le altre, o qualcun'altra, migliore di lei? Come sarà intollerante del giogo straniero, e geloso della nazionalità per tutti i versi, {e disposto a dar la vita e la roba per sottrarsi al dominio forestiero,} se egli crederà lo straniero uguale al compatriota, e peggio, se lo crederà migliore? Cosa indubitata: da che il nazionale ha potuto {o voluto} ragionare sulle nazioni, e giudicarle; da che tutti gli uomini sono stati uguali nella sua mente; da che il merito presso lui non ha dipenduto dalla comunanza della patria ec. ec.; da che egli ha cessato di persuadersi che la sua nazione fosse il fiore delle nazioni, la sua razza, la cima delle razze umane; dopo, dico, che questo ha avuto luogo, le nazioni sono finite, e come nella opinione, così nel fatto, si sono confuse insieme; passando inevitabilmente la indifferenza dello spirito e del giudizio e del concetto, alla indifferenza del sentimento, della inclinazione, e dell'azione. E questi pregiudizi che si rimproverano alla Francia, perchè offendono l'amor proprio degli stranieri, sono la somma salvaguardia della sua nazionale indipendenza, come lo furono presso gli antichi; 925 la causa di quello spirito nazionale che in lei sussiste, di quei sacrifizi che i francesi son pronti a fare ed hanno sempre fatto, per conservarsi nazione, e per non dipendere dallo straniero; e il motivo per cui quella nazione, sebbene così colta ed istruita (cose contrarissime all'amor patrio), tuttavia serba ancora, forse più che qualunque altra, la sembianza di nazione. E non è dubbio che dalla forza di questi pregiudizi, come preso [presso] gli antichi, così nella Francia, doveva seguire quella preponderanza sulle altre nazioni d'Europa, ch'ella ebbe finora, e che riacquisterà verisimilmente. (6. Aprile 1821.).

962,1   20-22. Aprile. Giorno di Pasqua. 1821.

[962,1]  Sono perciò rare tra' francesi le buone traduzioni poetiche; eccetto le Georgiche volgarizzate dall'abate De-Lille. I nostri traduttori imitan bene; tramutano in francese ciò che altronde pigliano, cosicchè nol sapresti discernere, ma non trovo opera di poesia che faccia riconoscere la sua origine, e serbi le sue sembianze forestiere: credo anzi che tale opera non possa mai farsi. E se degnamente ammiriamo la georgica dell'abate De-Lille, n'è cagione quella maggior somiglianza che la nostra lingua tiene colla romana onde nacque, di cui mantiene la maestà e la pompa. Ma le moderne lingue sono tanto disformi dalla francese, che se questa volesse conformarsi a quelle, ne perderebbe ogni decoro. Staël, B. Ital. Vol. 1. p. 12. Esaminiamo.

990,1   29. Aprile. 1821.

[990,1]  Le stesse cose appresso a poco si possono notare avvenute a noi riguardo al francese. Giacchè fino a tanto che la nostra letteratura prevalse o per merito reale, o per continuazione di fama e di opinione generale, e la nostra lingua era per tutti i versi più studiata, più conosciuta, più dilatata fra i francesi ed altrove, e la nostra letteratura parimente, sì nella nazione, che fra' suoi letterati e scrittori; e si trovarono di quei francesi che scrivevano in ambedue le lingue francese e italiana. Ora accade tutto l'opposto: e si trovano degl'italiani, come anche {non pochi} d'altre nazioni, che scrivono e stampano così nella lingua francese, come nella loro: libri, parole, testi francesi si allegano continuamente in tutti i paesi di Europa: non così viceversa in Francia, dove difficilmente si troverà un francese che sappia scrivere altra lingua che la sua, e scrivendo a' forestieri scriveranno in francese, e riceveranno risposta nella stessa lingua; e dove è più necessario che in qualunque altro paese colto, che i passi o parole che si citano di libri forestieri, (e massime italiani) si citino in francese, {o se n'aggiunga la traduzione.}

1001,2   1. Maggio 1821

[1001,2]  Quello che ho detto [ pp.970-73] della difficoltà naturale che hanno e debbono avere i francesi a conoscere e molto più a gustare le altrui lingue, cresce se si applica alle lingue antiche, e fra le moderne Europee e colte, alla lingua nostra. Giacchè la lingua 1002 francese è per eccellenza, lingua moderna; vale a dire che occupa l'ultimo degli estremi fra le lingue {nella cui indole ec.} signoreggia l'immaginazione, e quelle dove la ragione. (Intendo la lingua francese qual è ne' suoi classici, qual è oggi, qual è stata sempre da che ha preso una forma stabile, e quale fu ridotta dall'Accademia). Si giudichi dunque quanto ella sia propria a servire d'istrumento per conoscere e gustare le lingue antiche, e molto più a tradurle: e si veda quanto male Mad. di Staël (v. p. 962.) la creda più atta ad esprimere la lingua romana che le altre, perciocch'è nata da lei. Anzi tutto all'opposto, se c'è lingua difficilissima a gustare ai francesi, e impossibile a rendere in francese, è la latina, la quale occupa forse l'altra estremità o grado nella detta scala delle lingue, ristringendoci alle lingue Europee. Giacchè la lingua latina è quella fra le dette lingue (almeno fra le ben note, e colte, per non parlare adesso della Celtica poco nota ec.) dove meno signoreggia la ragione. Generalmente poi le lingue antiche sono tutte suddite della immaginazione, e però estremamente separate dalla lingua francese. Ed è ben naturale che le lingue antiche fossero signoreggiate dall'immaginazione più che qualunque moderna, e quindi siano senza contrasto, le meno adattabili alla lingua francese, all'indole sua, ed alla conoscenza e molto più al gusto de' francesi. 1003 Nella scala poi e proporzione delle lingue moderne, la lingua italiana, {(alla quale tien subito dietro la Spagnuola)} occupa senza contrasto l'estremità della immaginazione, ed è la più simile alle antiche, ed al carattere antico. Parlo delle lingue moderne colte, se non altro delle Europee: giacchè non voglio entrare nelle Orientali, e nelle incolte regna sempre l'immaginazione più che in qualunque colta, e la ragione vi ha meno parte che in qualunque lingua formata. Proporzionatamente dunque dovremo dire della lingua francese rispetto all'italiana, quello stesso che diciamo rispetto alle antiche. E il fatto lo conferma, giacchè nessuna lingua moderna colta, è tanto o ignorata, o malissimo e assurdamente gustata dai francesi, quanto l'italiana: di nessuna essi conoscono meno lo spirito e il genio, che dell'italiana; di nessuna discorrono con tanti spropositi non solo di teorica, ma anche di fatto e di pratica; non ostante che la lingua italiana sia sorella della loro, e similissima ad essa nella più gran parte delle sue radici, e nel materiale delle lettere componenti il radicale delle parole (siano radici, o derivati, o composti); e non ostante che p. e. la lingua inglese e la tedesca, nelle quali essi riescono molto meglio, (anche nel tradurre ec. mentre una traduzione francese dall'italiano dal latino o dal greco non è riconoscibile) appartengano a tutt'altra famiglia di lingue. (1 Maggio 1821). { V. p. 1007. capoverso 1.}

1014,1   5. Maggio 1821

[1014,1]  La vantata duttilità della lingua francese (Spettatore di Milano . Quaderno 93. p. 115. lin.14) oltre alle qualità notate in altro pensiero [ p.30] [ pp.787-88] [ p.838], ha questa ancora, che non è punto compagna della varietà: e la lingua francese benchè duttilissima, è sempre e in qualunque scrittore paragonato cogli altri, uniforme e monotona. Cosa che a prima vista non par compatibile colla duttilità, ma in vero questa è una qualità diversissima dalla ricchezza, dall'ardire, e dalla varietà. (5. Maggio 1821).

1022,1   8. Maggio 1821

[1022,1]  Quanto la natura abbia proccurata la varietà, e l'uomo e l'arte l'uniformità, si può dedurre anche da quello che ho detto della naturale, necessaria e infinita varietà delle lingue, p. 952. segg. Varietà maggiore di quella che paia a prima vista, giacchè non solo produce p. e. al viaggiatore, una continua novità rispetto alla sola lingua, ma anche rispetto agli uomini, parendo diversissimi quelli che si esprimono diversamente; cosa favorevolissima alla immaginazione, considerandosi quasi come esseri di diversa specie quelli che non sono intesi da noi, nè c'intendono: perchè la lingua è una cosa somma, principalissima, caratteristica degli uomini, sotto tutti i rapporti della vita sociale. Per lo contrario, lasciando le altre cure degli uomini per uniformare, stabilire, regolare ed estendere le diverse lingue; oggi, in tanto e così vivo commercio di tutte, si può dir, le nazioni insieme, si è introdotta, ed è divenuta necessaria, una lingua comune, cioè la francese; la quale 1023 stante il detto commercio, e l'andamento presente della società, si può predire che non perderà più la sua universalità, nemmeno cessando l'influenza o politica, o letteraria, o civile, o morale ec. della sua nazione. E certo, se la stessa natura non lo impedisse, si otterrebbe appoco appoco che tutto il mondo parlasse quotidianamente il francese, e l'imparasse il fanciullo come lingua materna; e si verificherebbe il sogno di una lingua strettamente universale. (8. Maggio 1821).

1023,1   8. Maggio 1821

[1023,1]  In proposito di quello che ho detto altrove [ pp.343-44], che la lingua italiana non si è mai spogliata della facoltà di usare la sua ricchezza antica, e la francese all'opposto, v. Andrès, Stor. d'ogni letteratura. Venez. Vitto, t. 3. p. 95. fine -99. principio, cioè Parte i. c. 3. e t. 4. p. 17. cioè Parte II. introduzione. (8. Maggio 1821).

1029,3   11. Maggio 1821

[1029,3]  { Alla p. 245.} La lingua francese si mantiene e si manterrà lungo tempo universale, a cagione della sua struttura ed indole. E certo però che l'introduzione di questa lingua nell'uso comune, e il principio materiale della sua universalità, si deve ripetere e dalla somma influenza politica della Francia nel tempo passato; e dalla sua influenza morale come la più civilizzata nazione del mondo, e per conseguenza dalle sue mode, ec. o vogliamo dire dalla moda di esser francese, 1030 dal regno e dittatura della moda, che la Francia ha tenuto e tiene ec.; e principalissimamente ancora dalla sua letteratura, dalla estensione di lei, e dalla superiorità ed influenza che ella ha acquistata sopra le altre letterature, non per altro, se per essere esclusivamente e propriamente moderna, e perchè la letteratura precisamente moderna è nata (a causa delle circostanze politiche, morali, civili ec.) prima che in qualunque altra nazione, in Francia, e quivi è stata coltivata più che in qualunque altro luogo, e più modernamente o alla moderna che in qualunque altro paese. Ma la durata di questa universalità, quando anche cessino le dette ragioni, (come in parte sono cessate) essa la dovrà alla sua propria indole; laddove quella tal quale universalità acquistata già dalle lingue spagnuola, italiana ec. sono finite insieme colle ragioni estrinseche che la producevano, non avendo esse lingue disposizione intrinseca alla universalità. Con queste osservazioni rettifica quello che ho detto p. 240 - 245. E in quanto alla letteratura, ed alla influenza morale ec. ec. è certo che queste furono le ragioni estrinseche della universalità della lingua greca, la quale però ne aveva anche le sue ragioni intrinseche, mancanti affatto alla latina, che perciò non fu mai veramente universale, 1031 nè durò, come la greca ancor dura, non ostante che abbondasse delle ragioni estrinseche di universalità. (11. Maggio 1821). { V. p. 1039. fine.}

1043,1   13. Maggio 1821.

[1043,1]  L'Inghilterra in dispetto del suo clima, della sua posizione geografica, credo anche dell'origine de' suoi abitanti, appartiene oggi piuttosto al sistema meridionale che al settentrionale. Essa ha del settentrionale tutto il buono (l'attività, il coraggio, la profondità del pensiero e dell'immaginazione, l'indipendenza, ec. ec.) senz'averne il cattivo. E così del meridionale ha la vivacità, {la politezza, la sottigliezza (attribuita già a' Greci: v. Montesquieu Grandeur etc. ch. 22. p. 264.} raffinatezza di civilizzazione e di carattere (a cui non si trova simile se non in Francia o in Italia), ed anche bastante amenità e fecondità d'immaginazione, e simili buone qualità, senz'averne il torpore, la inclinazione all'ozio o alla inerte voluttà, la mollezza, l'effeminatezza, {la corruzione debole, sibaritica, vile, francese;} il genio pacifico ec. ec. Basta paragonare un soldato inglese a un soldato tedesco o russo ec. per conoscere l'enorme differenza che passa fra il carattere inglese e il settentrionale. E siccome l'Italia non ha milizia, e la Spagna non la sa più adoperare, ec. non v'è milizia in Europa più somigliante alla francese dell'inglese, più competente colla francese, per l'ardore e la vita individuale, la forza morale, 1044 la suscettibilità ec. del soldato, e non la semplice forza materiale, come quella de' tedeschi, de' russi ec. { V. p. 1046 }.

1045,2   13. Maggio 1821

[1045,2]  La Francia è per geografia la più settentrionale delle regioni Europee che si comprendono sotto la categoria delle meridionali. Così dunque la sua lingua partecipa di quella esattezza, di quella, per così dire, pazienza, {di quella monotonia, di quella regolarità,} di quella rigorosa ragionevolezza che forma parte del carattere settentrionale. E così pure la sua letteratura in gran parte filosofica, e generalmente il suo gusto letterario, sebben ciò derivi in gran parte dall'epoca della sua lingua e letteratura; epoca moderna, e per conseguenza epoca di ragione. Come per lo contrario l'Inghilterra ch'è per carattere la regione meno settentrionale di tutte le settentrionali, {(v. p. 1043.) } ha una lingua delle 1046 più libere d'Europa colta per indole; e per fatto la più libera di tutte (Andrès, t. 9. 290-291. 315-316.); e parimente la letteratura forse più libera d'Europa, e il gusto letterario ec. Parlo della sua letteratura propria, {cioè della moderna, e dell'antica di Shakespeare ec.} e non di quella intermedia presa da lei in prestito dalla Francia. E parlo ancora delle letterature formate e stabilite ed adulte; e non delle informi o nascenti. (13. Maggio 1821).

1046,2   14. Maggio 1821

[1046,2]  Principalissime cagioni dell'essersi la lingua greca per sì lungo tempo mantenuta incorrotta (v. Giordani nel fine della Lettera sul Dionigi) furono indubitatamente la sua ricchezza, e la sua libertà d'indole e di fatto. La qual libertà produce in buona parte la ricchezza; la qual libertà è la più 1047 certa, anzi necessaria, anzi unica salvaguardia della purità di qualunque lingua. La quale se non è libera primitivamente e per indole, stante l'inevitabile mutazione e novità delle cose, deve infallibilmente declinare dalla sua indole primitiva, e per conseguenza alterarsi, perdere la sua naturalezza e corrompersi: laddove ella conserva l'indole sua primitiva, se fra le proprietà di questa è compresa la libertà. E quindi si veda quanto bene provveggano alla conservazione della purità del nostro idioma, coloro che vogliono togliergli la libertà, che per buona fortuna, non solo è nella sua indole, ma ne costituisce una delle principali parti, e uno de' caratteri distintivi. E ciò è naturale ad una lingua che ricevè buona parte di formazione nel trecento, tempo liberissimo, perchè antichissimo, e quindi naturale, e l'antichità e la natura non furono mai soggette alle regole minuziose e scrupolose della ragione, e molto meno della matematica. Dico antichissimo, rispetto alle lingue moderne, nessuna delle quali data da sì lontano tempo il principio vero di una formazione molto inoltrata, e di una notabilissima coltura, ed applicazione alla scrittura: nè può di gran lunga mostrare in un secolo così remoto sì grande universalità e numero di scrittori e di parlatori ec. che le servano anche oggi di modello. E questa antichità 1048 di formazione e di coltura, antichità unica fra le lingue moderne, è forse la cagione per cui l'indole primitiva della lingua italiana formata, è più libera forse di quella d'ogni altra lingua moderna colta (siccome pure dell'esser più naturale, più immaginosa, più varia, più lontana dal geometrico ec.).

1086,2   25. Maggio 1821

[1086,2]  Siccome la perfezione gramaticale di una lingua dipende dalla ragione e dal genio (la lingua francese è perfetta dalla parte della ragione, ma non da quella del genio), così ella può servire di scala per misurare il grado della ragione e del genio ne' vari popoli. (Con questa scala il genio francese sarà trovato così scarso e in così basso grado, come in alto grado la ragione di quel popolo.) Se per esempio non avessimo altri monumenti che attestassero il genio felice de' Greci, la loro lingua pur basterebbe. (Lo stesso potremo dire degl'italiani avuto riguardo alla proporzione de' tempi moderni, che 1087 non sono quelli del genio, coi tempi antichi.) Quando una lingua, generalmente parlando, {+(cioè non di una o più frasi, di questa o quella finezza in particolare, ma di tutte in grosso)} è insufficiente a rendere in una traduzione le finezze di un'altra lingua, egli è una prova sicura che il popolo per cui si traduce ha lo spirito men coltivato che l'altro. (Che diremo dunque dello spirito de' francesi dalla parte del genio? La cui lingua è insufficiente a rendere le finezze non di una sola, ma di tutte le altre lingue? Che la Francia non abbia avuto mai, {+ v. p. 1091.} nè sia disposta per sua natura ad avere geni veri ed onnipotenti, e grandemente sovrastanti al resto degli uomini, non è cosa dubbia per me, e lo viene a confessare implicitamente il Raynal. Dico geni sviluppati, perchè nascerne potrà certo anche in Francia, ma svilupparsi non già, stante le circostanze sociali di quella nazione.) Sulzer ec. l. cit. qui dietro. p. 97. [ p.1086] (25. Maggio 1821).

1094   27. Maggio 1821.

[1093,1]  La letteratura di una nazione, la quale ne forma la lingua, e le dà la sua impronta, e le comunica il suo genio, corrompendosi, corrompe conseguentemente anche la lingua, che le va sempre a fianco e a seconda. E la corruzione della letteratura non è mai scompagnata dalla corruzione della lingua, influendo vicendevolmente anche questa sulla corruzione di quella, come senza fallo, anche lo spirito della lingua contribuisce a determinare e formare lo spirito della letteratura. Così è accaduto alla lingua latina, così all'italiana nel 400, nel 600, e negli ultimi tempi, così pure nel 600, e negli ultimi tempi alla spagnuola: tutte corrotte al corrompersi della rispettiva letteratura. Eppure la lingua greca, con esempio forse unico, corrotta, anzi, dirò, imputridita la letteratura, si mantenne incorrotta 1094 più secoli, e molto altro spazio poco alterata, come si può vedere in Libanio, in Imerio, in S. Gregorio Nazianzeno, e altri tali sofisti più antichi o più moderni di questi, che sono corrottissimi nel gusto, e non corrotti {o leggermente corrotti} nella lingua. Tanta era per una parte la libertà, la pieghevolezza, e dirò così la capacità della lingua greca formata, che poteva anche essere applicata a pessimi stili, senza allontanarsi dall'indole della sua formazione, e senza perdere le sue forme proprie, e il suo naturale; ed essere adoperata da una letteratura guasta senza guastarsi essa stessa, adattandosi tanto al buono come al cattivo, e ricevendo nella immensa capacità delle sue forme, e nella sua varietà, copia e ricchezza, sì l'uno come l'altro. Simile in ciò all'italiana, dove si può scrivere purissimamente cose di pessimo gusto, ed usare un pessimo stile, in ottima o non corrotta lingua, come ho detto altrove [ pp.243-45] [ p.321] [ pp.686.sgg.] [ pp.766-67]. Dal che nasce la difficoltà di scriver bene in italiano, a differenza del francese, che avendo una sola lingua, ha anche un solo stile, e chiunque scrive in francese, non può non iscrivere in istile appresso a poco, buono. E però non dobbiamo farci maraviglia di quello che dicono, che tutti i francesi più o meno scrivono bene.

1098,2   28. Maggio 1821

[1098,2]  La formazione intera e principale della lingua latina, accade in un tempo similissimo (serbata la proporzione de' tempi) a quello della francese, cioè nel secolo più civile ed artifiziato di Roma, e (dentro i limiti della civiltà) più corrotto: dico nel secolo tra Cicerone e Ovidio. Ecco la cagione per cui la lingua latina, come la francese, perdè nella formazione la sua libertà, ed ecco la cagione di tutti gli effetti di questa mancanza, simili nelle dette due lingue ec. (28. Maggio 1821).

1174,2   16. Giugno 1821.

[1174,2]  Ho detto più volte [ p.1030] [ pp.1039-40] che la letteratura francese è precisamente letteratura moderna, ed è quanto dire che non è letteratura. Perchè considerando bene vedremo che i tempi moderni hanno filosofia, dottrina, scienze d'ogni sorta, ma non hanno propriamente letteratura, e se l'hanno, non è moderna, ma di carattere antico, ed è quasi un innesto dell'antico sul moderno. L'immaginazione ch'è la base della letteratura strettamente considerata, 1175 sì poetica come prosaica, non è propria, anzi impropria de' tempi moderni, e se anche oggi si trova in qualche individuo, non è moderna, perchè non solamente non deriva dalla natura de' tempi, ma questa l'è sommamente contraria, anzi nemica e micidiale. E vedete infatti che la letteratura francese, nata e formata in tempi moderni, è la meno immaginosa non solo delle antiche, ma anche di tutte le moderne letterature. E per questo appunto è letteratura pienamente moderna, cioè falsissima, perchè il predominio odierno della ragione quanto giova alle scienze, e a tutte le cognizioni del vero e dell'utile (così detto), tanto nuoce alla letteratura e a tutte le arti del bello e del grande, il cui fondamento, la cui sorgente e nutrice è la sola natura, bisognosa bensì di un mezzano aiuto della ragione, ma sommamente schiva del suo predominio che l'uccide, come pur troppo vediamo nei nostri costumi, e in tutta la nostra vita d'oggidì. (16. Giugno 1821).

1232,1   27. Giugno 1821

[1232,1]  La trattabilità e facilità della lingua francese, ond'ella è così agevole a scriver bene e spiegarsi bene sì per lo straniero che l'adopra o l'ascolta, sì pel nazionale, non deriva dall'esser ella uno strumento pieghevole e souple (qualità negatale espressamente dal Thomas) ec. ma dall'essere un piccolo strumento, e quindi manuale, εὐμεταχείριστος, maneggiabile, 1233 facile a rivoltarsi per tutti i versi, e ad adoprare in ogni cosa. ec. (27. Giugno 1821).

1243,3   30. Giugno 1821

[1243,3]  1. Il non aver noi mai rinunziato alle nostre 1244 ricchezze di quantunque antico possesso, a differenza della lingua francese, a cui non gioverebbe neppure l'avere avuta altrettanta copia di scrittori e di secoli letterati, quanti noi. Neppure alla varietà, ed anche a quella ricchezza che serve precisamente all'esatta espressione delle cose, gioverebbe alla lingua francese l'avere avuto in questi due secoli dopo la sua rigenerazione, tanti e più scrittori quanti noi in cinque secoli. Non le gioverebbe dico, quanto giova alla nostra lingua la moltitudine dei secoli, e quindi la maggior varietà degli scrittori, delle opinioni, de' gusti, degli stili, delle materie da loro trattate; varietà che non si può trovare nello stesso grado in due secoli soli, benchè fossero più copiosi di scrittori, che questi 5. insieme: e varietà che serve infinitamente alla ricchezza di una lingua, ed alla esattezza e minutezza del suo poter esprimere, giacch'è stata applicata ad esprimere tanto più diverse cose, da tanto più diversi ingegni, e più diversamente disposti; e in tanto più diversi modi. Neppure la lingua tedesca ha rinunziato alle sue antiche ricchezze e possedimenti, come si vede nel Verter, abbondante di studiati e begli ed espressivi arcaismi.

1248   30. Giugno 1821

[1247,2]  3. Gridino a piacer loro i mezzi filosofi. Ricchezza che importi varietà, bellezza, espressione, efficacia, forza, {brio, grazia, facilità, mollezza,} naturalezza, non l'avrà mai, non l'ebbe e non l'ha veruna lingua, che non abbia moltissimo, 1248 e non da principio soltanto, ma continuamente approfittato ed attinto al linguaggio popolare, non già scrivendo come il popolo parla, ma riducendo ciò ch'ella prende dal popolo, alle forme alle leggi universali della sua letteratura, e della lingua nazionale. La precisione filosofica non ha punto che fare con veruna delle dette qualità: e la ricchezza filosofica e logica, cioè di parole precise ec. e di modi geometrici ec. serve bensì al filosofo, è una ricchezza, ed è necessaria, ma non importa veruna delle dette qualità, anzi serve loro di ostacolo, e bene spesso, com'è avvenuto al francese, ne spoglia quasi affatto quella lingua, che già le possedeva. Tutte le dette qualità sono principalissimamente proprie dell'idioma popolare; e se la lingua italiana scritta, si distingue in ordine ad esse qualità, fra tutte le altre moderne; se è ricca {fra tutte le moderne, ed anche le antiche} di quella ricchezza che produce e contiene le dette qualità; ciò proviene dall'aver la lingua italiana scritta (forse perchè poco ancora applicata alla filosofia, e generalmente poco moderna), attinto più, e più durevolmente che qualunque altra, al linguaggio popolare. Le ragioni per cui questo linguaggio, abbia sempre, e massime in un popolo vivacissimo, {sensibilissimo, e suscettibilissimo,} le dette qualità, più 1249 che qualunque altro linguaggio, sono abbastanza manifeste da se. Quella ricchezza proprissima della lingua italiana, e maggiore in lei che nella stessa greca e latina, della quale ho parlato pp. 1240-42. non da altro deriva che dall'idioma popolare, giudiziosamente e discretamente applicato dagli scrittori alla letteratura.

1253,1   30. Giugno 1821

[1253,1]  Da quanto abbiamo detto sulla differenza essenziale della lingua poetica e letterata dalla scientifica, risulta che la lingua francese, che nei suoi modi quasi geometrici si accosta alla qualità di quelle voci che noi chiamiamo termini, e di più, massimamente oggi, abbonda quasi più di termini, o pressochè termini, che di parole, è di sua natura incapace di vera poesia, e di veramente bella letteratura: mancando del linguaggio di queste, che non può non essere sostanzialmente segregato da quello delle scienze. Termini o quasi termini, chiamo io anche le voci di conversazione, e d'altri tali generi, di cui la lingua francese, è sì ricca, e che esprimono in qualsivoglia materia, un'idea nuda, o quasi nuda, secca, precisa, e precisamente. (30. Giugno 1821).

1344,1   19. Luglio 1821.

[1344,1]  Alla p. 1246 marg. Ho detto altrove [ pp.321-24] [ pp.688.sgg.] [ p.1021] che la lingua francese è universale, anche perchè lo scritto differisce poco dal parlato, a differenza dell'italiano. Questo non si oppone alle presenti osservazioni: 1. perchè ciò s'intende, ed è vero, massimamente nel gusto, nella costruzione nella forma, e nel corpo intero della lingua e dello stile francese scritto, che pochissimo varia dal parlato: ma non s'intende delle particolari parole e locuzioni e costruzioni volgari. 2. perchè la lingua francese polita differisce dalla popolare assai meno dell'italiana. E ciò, primo, per le circostanze politiche e sociali ec. diverse assai nell'una nazione rispetto all'altra: secondo, 1345 perchè la lingua italiana essendo divisa in tanti dialetti popolari, ha un dialetto comune e polito necessariamente diviso assai da tutte le favelle popolari; dico un dialetto comune, non solo scritto, ma parlato da tutte le colte persone d'Italia, in ogni circostanza conveniente ec. Ora la singolarità della lingua italiana scritta consiste appunto nell'aver preso più di qualunque altra, dalla favella popolare sì divisa dalla colta, e massime da un particolare dialetto vernacolo, ch'è il toscano; e nell'aver saputo servirsene, e nobilitare, e accomodare alla letteratura quanto n'ha preso. Ma la lingua francese scritta, poco si differenzia da quella della conversazione ec.: dove però questa si differenzia da quella del volgo, quella del volgo non influisce e non somministra nulla alla lingua letterata francese. 3. Ho già detto [ p.1021] [ p.1304] che da principio, cioè quando la lingua italiana scritta seguiva principalmente questo costume di attingere dalla favella popolare, costume che ora ha quasi, e malamente, abbandonato, allora anch'ella era effettivamente assai simile alla parlata. ec. Anche ora ella si accosta al 1346 parlar polito, e vi si accosta più di quello che mai facesse il latino scritto ec. ma non si accosta al parlar popolare, che tanto fra noi differisce dal polito. (19. Luglio 1821.)

1358   20. Luglio 1821.

[1358,1]  Nessuno ha torto. Quelli che hanno a cuore la bellezza di una lingua, hanno ragione di essere malcontenti del suo stato moderno, e saviamente la richiamano a' suoi principii; voglio dire al tempo della sua formazione, e non più là, che questo pazzamente si pretende, e volendo rigenerare la lingua, anche quanto alla bellezza, si fa l'opposto, perchè si caccia da un estremo ad un altro: e negli estremi la bellezza non può stare, bensì nel mezzo, e in quel punto in cui ella è formata e perfezionata. Quelli a' quali preme che la lingua serva agl'incrementi della ragione, raccomandano la precisione, promuovono la ricchezza de' termini, fuggono e scartano le voci e frasi ec. che sono belle ed eleganti con danno della sicurezza 1359 e chiarezza e facilità ec. della espressione; ed odiano l'antica forma, insufficiente e dannosa allo stabilimento e comunicazione delle profonde e sottili verità.

1359   20. Luglio 1821.

[1359,1]  Come dunque faremo? L'andamento delle cose umane, è questo; questo l'andamento delle lingue. {+La perfezione filosofica di una lingua può sempre crescere; la perfezione letterata, dopo il punto che ho detto, non può crescere (eccetto ne' particolari) anzi non può se non guastarsi e perdersi.} Tutti due hanno ragione, e grandissima. Converrebbe accordarli insieme. La cosa è difficile, ma non impossibile. Una lingua, massime come la nostra (non così la francese), può conservare o ripigliare le antiche qualità, ed assumere le moderne. Se gli scrittori saranno savi, ed avranno vero giudizio, il mezzo di concordia è questo.

1366   21. Luglio 1821.

[1365,1]  La grazia bene spesso non è altro che 1366 un genere di bellezza diverso dagli ordinari, e che però non ci par bello, ma grazioso, o bello insieme e grazioso (che la grazia è sempre nel bello). A quelli a' quali quel genere non riesca straordinario, parrà bello ma non grazioso, e quindi farà meno effetto. Tale è p. e. quella grazia che deriva dal semplice, dal naturale ec. che a noi in tanto par grazioso, in quanto, atteso i nostri costumi e assuefazione ec., ci riesce straordinario, come osserva appunto Montesquieu. Diversa è l'impressione che a noi produce la semplicità degli scrittori greci, v. g. Omero, da quella che produceva ne' contemporanei. A noi par graziosa, {+ (v. Foscolo nell'articolo sull'Odissea del Pindemonte; dove parla della sua propria traduzione del I. Iliade .} perchè divisa da' nostri costumi, e naturale. Ai greci contemporanei, appunto perchè naturale, pareva bella, cioè conveniente, perchè conforme alle loro assuefazioni, ma non graziosa, o certo meno che a noi. Quante cose in questo genere paiono ai francesi graziose, che a noi paiono soltanto belle, o non ci fanno caso in verun conto! A molte cose può estendersi questo pensiero. (21. Luglio 1821.)

1415,2   30. Luglio 1821.

[1415,2]  I tempi, costumi, opinioni, climi, razze ec. ec. diversificano il giudizio e il gusto degli uomini intorno alla semplicità niente meno che intorno al bello e al grazioso ec. Ho detto [ p.1413] che la letteratura italiana, la più semplice delle moderne, è universalmente preferita. 1. Nondimeno è certo che i francesi, come eccessivamente civilizzati, differiscono sommariamente dalle altre nazioni nel giudizio di che cosa sia semplice, ed essendo semplice sia naturale, ed essendo naturale sia bella; quantunque si accordino con tutte le nazioni di buon gusto nel giudicare che il semplice e naturale è bello, cioè conveniente. Ai francesi producono l'effetto di somma semplicità, naïveté, (e 1416 quindi o grazia o bellezza) mille cose che a noi italiani (se conserviamo il gusto italiano, o l'antico) e anche agli altri, paiono o affettate o certo ricercate, artifiziate, studiate; o finalmente assai meno vicine alla natura di quello che paiono ai francesi, e quindi vi sentiamo assai meno grazia e bellezza, o nessuna, o anche bruttezza; ovvero le riponiamo nel numero delle bellezze d'artifizio ec. Esempi, La Fontaine, modello di semplicità per li francesi, Fénélon di grazia, Bossuet di sublimità ec. Ma i francesi tanto lontani dalla natura sono colpiti da quello che n'è più vicino, benchè riguardo al nostro stato ne sia per anche troppo lontano. Viceversa quello che a noi italiani par semplice, naturale, bello, grazioso, ai francesi pare così eccessivamente semplice, che non par loro naturale, (giudicando, come sempre accade, della natura, dalla condizione in cui essi si trovano) nè vi sentono grazia o bellezza, ma viltà, bassezza e deformità. Ed è cosa ordinarissima e frequentissima che la grazia, la semplicità, la naturalezza 1417 francese, sia affettazione, artifizio, ricercatezza per noi, e la semplicità ec. italiana, sia rozzezza per li francesi, intollerabile e ridicola. E pur tutti conveniamo nel giudicar bello e grazioso il semplice {e naturale,} come tutti ci accordiamo nel giudicar bello il conveniente, senza accordarci nel giudicare della convenienza.

1417,2   30. Luglio 1821.

[1417,2]  I tempi differiscono assai di più. Lasciamo stare la letteratura classica greca paragonata colla classica latina, che pur si formò su di quella. I trecentisti ci piacciono assai anche oggi, ma oggi chi scrivesse precisamente come loro, in questa lingua, ch'è pur la stessa, sarebbe giudicato barbaro, e quella semplicità ec. ec. parrebbe eccessiva, cioè sconveniente, inverisimile, e non più naturale oggidì, quantunque 1418 la natura in quanto all'essenziale non si muti. I francesi gustano i latini e i greci, ma si guarderebbero bene dall'imitarne molte cose, che in quelli non li disgustano, anzi paiono loro bellezze, perchè le giudicano convenienze relativamente alle circostanze della loro natura, de' tempi ec. Del resto non mancano francesi che anche quanto al bello, antepongano la loro letteratura alle antiche, segno di falso gusto, cioè allontanato dalla natura, più gradi, che non ne sono allontanati gli altri gusti. I francesi di buon gusto cioè più naturale, gusteranno anche gl'italiani classici, sebbene tanto opposti alla loro maniera. Li gusteranno però meno di quello che facciano (ed effettivamente lo fanno) le altre nazioni, e saranno offesi di molte che a noi e agli altri paiono naturalezze. Non dico niente delle letterature e gusti orientali, o selvaggi ec. ec.

1418,2   30. Luglio 1821.

[1418,2]  Ho notato altrove [ pp.231-32] certe naïvetés francesi che mi paiono affettatissime, non relativamente, 1419 cioè perch'elle non sieno naïvetés per noi, ma (dirò così) assolutamente, perch'essendo naïvetés anche per noi, e vere naïvetés, risaltano e contrastano sopramodo colla maniera e lo stile ec. di quella nazione, e producono il senso della sconvenienza, almeno in noi che in questo punto, e nel giudizio della naturalezza (che è tutto ciò che si chiama finezza di gusto, e che si venera e si consulta negli antichi maestri ec.), siamo più delicati. Ed ecco come la {stessa assoluta} semplicità {o naturalezza,} che si considera per assolutamente bella, possa molte volte esser brutta, perchè sconveniente, secondo le circostanze, le assuefazioni, le opinioni ec. Il che si avvera in milioni di casi, come ho dimostrato. Insomma tante sono le naturalezze quante le assuefazioni, e quindi lo stesso buon gusto si divide in tanti gusti, quante sono le assuefazioni ec. de' tempi e luoghi ec. e quanto ai particolari non c'è regola generale intorno al bello di letteratura, arti ec.

1497,1   13-14. Agosto. 1821.

[1497,1]  Dovunque prevale la sinonimia quivi la proprietà soffre assai. Gli scrittori italiani possono rassomigliarsi ai greci nel riguardo che ho detto, sì come ho notato altre volte [ pp.244-45] [ p.321]. Nè solo gli scrittori ma la lingua eziandio. La latina può rassomigliarsi per questo lato, come ho pur detto altrove [ p.322] [ p.1098], alla francese. Quella fra le antiche, questa fra le moderne, sono forse le più scarse di vera sinonimia. Quindi anche allo scrittor francese è necessario il posseder bene e interamente la sua lingua, cosa non necessaria agl'italiani, non dico per iscriver bene, ma per poter pur scrivere in italiano.

1499,2   14-15. Agos. 1821.

[1499,2]  Dalla teoria che abbiamo dato dei sinonimi si deducono alcune osservazioni intorno alla 1500 diramazione e diversità delle lingue nate da una stessa madre, massime da una madre già formata, colta, ricca, letterata ec. Nata appoco appoco la sinonimia nella lingua madre, e quindi diffusa questa in diverse parti, non tutti i sinonimi passano a ciascuna lingua figlia, ma solamente alcuni a questa, altri a quella. E questa è pur una delle cagioni della maggior ricchezza e proprietà delle lingue antiche. Le lingue figlie di una madre già formata, per lo più sono meno ricche di lei. Il tempo dopo aver soppresso le differenze de' significati (sia prima della diffusione, e presso la nazione originariamente partecipe di quella lingua, sia molto più dopo, e presso le nazioni che sempre corrottamente la ricevono e sempre mancante e povera, per la ignoranza e la difficoltà d'imparare una lingua nuova, e l'impossibilità di ricevere e praticar tutta intera una tal lingua ricca ec. ec.), il tempo, dico, sopprime quindi naturalmente una buona parte de' sinonimi, conservandone solo uno o due per significato, che prevalendo appoco appoco nell'uso, fanno dimenticar gli altri ec. Così le lingue perdono 1501 appoco appoco necessariamente di ricchezza e di proprietà, a causa della sinonimia. Oltre che le lingue figlie, nascendo da corruzione, e dagli stessi danni che il tempo reca alla sostanza materna, non la possono mai di gran lunga ereditar tutta intera. {+E così il fondo delle lingue si va sempre scemando se per altra parte non si accresce, e le lingue che nascono sono sempre più povere di quelle che le producono, almeno nei principii.}

1513,1   18. Agos. 1821.

[1513,1]  I costumi delle nazioni cambiano bene spesso d'indole, massime coll'influenza del commercio, de' gusti, delle usanze ec. straniere. E siccome l'indole della favella è sempre il fedelissimo ritratto dell'indole della nazione, 1514 e questa è determinata principalmente dal costume, ch'è la seconda natura, e la forma della natura; perciò mutata l'indole de' costumi, inevitabilmente si muta, non solo le parole e modi particolari che servono ad esprimerli individualmente, ma l'indole, il carattere, il genio della favella. Pur troppo è certissimo che l'indole de' costumi italiani essendo affatto cambiata, massime dalla rivoluzione in poi, ed essendo al tutto francese, è perduta quasi effettivamente la stessa indole della lingua italiana. Si ha un bel dire. Una conversazione del gusto, dell'atteggiamento, della maniera, della raffinatezza, {della leggerezza, dell'eleganza} francese, non si può assolutamente fare in lingua italiana. Dico italiana di carattere; e piuttosto la si potrebbe tenere con parole purissime italiane, che conservando il carattere essenziale di questa favella. Così dico dell'indole dello scrivere che oggi piace universalmente. E troppo vero che non si può maneggiare in lingua italiana, e meno quanto all'indole che quanto alle parole. È troppo vero che l'influenza generale del 1515 costume francese in Europa, deve ed ha realmente mutata l'indole di tutte le lingue colte, e le ha tutte francesizzate, ancor più nel carattere, che nelle voci. E in tutta Europa si travaglia a richiamar le lingue e letterature alla loro proprietà nazionale. Ma invano. Nelle parole ch'è il meno importante si potrà forse riuscire: ma nell'indole, ch'è il tutto, è impossibile, se ciascheduna nazione non ripiglia il suo proprio costume e carattere; e se noi italiani massimamente (che siamo più soggetti all'influenza, e a pigliar l'impronta straniera, perchè non siamo nazione, e non possiamo più dar forma altrui) non torniamo italiani. Il che dovremmo pur fare: e coloro che ci gridano, parlate italiano, ci gridano in somma siate italiani, che se tali non saremo, parleremo sempre forestiero e barbaro. Ma non essendo nazione, e perdendo il carattere nazionale, quali svantaggi derivino alla società tutta intera, l'ho spiegato diffusamente altre volte [ pp.865-66.]

 



 

[Francesi.] Carattere, lingua ec. ec.

The French. Character, language, etc.
  12. Sett. 1821.

[1683,1]  Perciò appunto che la lingua francese non ammette se non il suo proprio (unico) stile, esso è ammissibile (non però senza guastarlo, quando si faccia senza giudizio), o certo più universalmente facile ad essere ammesso in tutte le lingue, che qualunque altro. Perch'ella è incapace di traduzioni, ella è più facilmente di qualunque altra, traducibile in tutte le lingue colte. Viceversa per le contrarie ragioni 1684 accade proporzionatamente alle altre lingue, e sopra tutte le moderne all'italiana, perch'ella sovrasta a tutte nella moltiplicità degli stili, e capacità di traduzioni. Le altre lingue contengono in certo modo lo stile francese, come un genere, il qual genere nella lingua francese è tutto. Vero è che in questo tal genere ella primeggia di gran lunga su tutte le antiche e moderne. Sviluppate e dichiarate questo pensiero: ed osservate che infatti le bellezze le più minute della lingua francese si ponno facilmente rendere; e com'ella abbia corrotto facilmente quasi tutte le lingue d'Europa, ed insinuatavisi; laddove ella {(quale ora e ridotta)} non sarebbe stata certo corrompibile {da niun'altra,} nemmeno in qualsivoglia circostanza si possa immaginare. (12. Sett. 1821.)

  13. Sett. 1821.

[1688,2]  Si parla tuttogiorno di convenienze. E si crede ch'elle sieno fisse, universali, invariabili, e su di loro si fonda tutto il buon gusto. Or quante cose che sono convenienti, e quindi belle, e quindi di buon gusto in Italia, non lo sono in Francia, ne' costumi, nel tratto, nello scrivere, nel teatro, nell'eloquenza, nella poesia ec. Dante non è egli un 1689 mostro per li francesi nelle sue più belle parti; un Dio per noi? Così discorrete, e su questo esempio ragionate di tutte le possibili convenienze in ordine al confronto delle idee che noi o altre nazioni ne hanno, con quelle che ne hanno i francesi. (13. Sett. 1821.)

  18. Sett. 1821.

[1728,2]  Come l'individuo, così le nazioni non faranno mai nulla se non saranno piene di se stesse, di amor proprio, ambizione, opinione di se, confidenza in se stesse. (18. Sett. 1821.)

  22. Sett. 1821.

[1768,1]  Ho lodato l'Italia appetto alla Francia [ pp.343-45] [ pp.1243-44] perchè non ha rinunziato alla sua lingua antica, ed ha voluto ch'ella fosse composta di cinque secoli, in vece di un solo. Ma la biasimerei sommamente se per conservare l'antica intendesse di rinunziare alla moderna, mentre se l'antica è utile, questa è necessaria; e molto più se in luogo di compor la sua lingua di 5 secoli, la componesse come i francesi di un solo, ma non di quello che parla (il che alla fine è comportabile), bensì di quello che 1769 parlò quattro secoli fa: ovvero anche se la volesse comporre de' soli secoli passati, escludendo questo, il quale finalmente è l'unico che per essenza delle cose non si possa escludere. Certo è lodevole che non si sradichi la pianta, conservando i germogli, e trapiantandoli, ma perchè s'ha da conservare il solo tronco spogliandolo de' germogli, delle foglie, de' rami; anzi la sola radice tagliando il tronco, e guardando bene che non torni a crescere, e che le radici se ne stieno senza produr nulla? E sarebbe ben ridicolo che conservando sulla nostra favella l'autorità agli antichi che più non parlano, la si volesse levare a noi che parliamo: e sarebbe questa la prima volta che le cose de' vivi fossero proprietà intera de' morti. {+Sarebbe veramente assurdo che mentre una parola o frase superflua nuovamente trovata in uno scrittore antico, si può sempre incontrastabilmente usare quanto alla purità, una parola o frase utile o necessaria, e che del resto abbia tutti i numeri, nuovamente introdotta da un moderno, non si possa usare senza impurità.} Anzi quanto più la nostra lingua è diligente nel non voler perdere (cosa ottima), tanto più per necessaria conseguenza, dev'essere industriosa nel guadagnare, per non somigliarsi al pazzo avaro che per amor del danaio non mette a frutto il danajo, ma 1770 si contenta di non perderlo, e guardarlo senza pericoli. (22. Sett. 1821.)

  30. Sett. 1821.

[1812,2]  Tutto ciò dimostra che la lingua francese, la quale ha dalla sua prima formazione rinunziato alle sue ricchezze antiche, 1813 e a tutto ciò che fosse rimoto dall'uso volgare, e segue a rinunziarvi tutto giorno, onde oggi non possiede neppur quello che possedevano gli scrittori del primo tempo dell'Accademia, e del secolo di Luigi 14. deve necessariamente esser poco suscettibile di eleganza, e soprattutto priva di lingua poetica, non avendo quasi parola, frase, forma che non sia necessaria all'uso quotidiano del discorso, o della scrittura in prosa, {o che non abbia luogo frequentemente in detto uso;} e quindi non potendo assolutamente elevarsi al disopra del parlar comune. Quindi lo stile della poesia francese non si diversifica (eccetto alcune poche {, uniformi, rare,} e timide inversioni, {+e l'uso della misura (ben plebea e pedestre) e delle rime)} dal discorso giornaliero e dalla prosa; e talvolta è propriamente ridicolo a vedere imagini e sentenze e affetti sublimi, e rimoti o dall'opinione o dall'uso volgare, e superiori al comune modo ec. di pensare, espressi ne' versi francesi al modo che si esprimerebbe una dimostrazione geometrica, o si direbbe una facezia in conversazione; giacchè in ambedue queste occasioni, 1814 come in tutte le altre, la lingua francese è appresso a poco la stessa.

  7. Ott. 1821.

[1862,1]  Ho detto [ pp.1350.sgg.] [ p.1609] che i greci furono i più filosofi e profondi tra gli antichi, perchè la loro lingua si presentava mirabilmente (sì come si presta ancora forse meglio di ogni altra) alla filosofia ed alla precisione, come ad ogni altra cosa e qualità. Bisogna osservare che questo pregio non l'ebbe ella dalla filosofia, così che questo si debba attribuire alla filosofia de' greci, piuttosto che questa al detto pregio. Poichè la lingua greca fu formata, e resa onnipotente assai prima che i greci avessero filosofia, e prima ancora che si fosse intrapresa l'analisi delle lingue, e creata la gramatica, nelle quali cose i greci furono poi sottilissimi specialmente intorno alla lingua loro. Ma la lingua greca era tal quale noi la vediamo, e l'ammiriamo, assai prima della gramatica, inventata, si può dire, dagli stessi greci, ne' tempi in cui la loro lingua o aveva già perduto, o stava per perdere (forse anche in forza delle regole ritrovate o osservate) il suo nativo 1863 colore ec. Anzi la lingua greca, dopo che fu analizzata, e ridotta a regole, dopo le circoscrizioni, le dispute, gli scrupoli de' gramatici, divenne forse meno atta alla filosofia, come ad ogni altra cosa, perchè meno libera, e meno capace (secondo il parere e il desiderio de' pedanti) di novità. Altrettanto nè più nè meno si può dire della lingua italiana. La libertà è la prima condizione di una lingua sì filosofica, che qualunque. I francesi l'hanno quanto alle parole. Ma ridotta ad arte, ogni lingua perde la sua libertà e fecondità. Allora ella varia quanto alle forme che riceve, secondo che alla sua formazione presiede la ragione o la natura ec. Primitivamente l'indole di tutte le lingue è appresso a poco la stessa, almeno dentro una stessa categoria di climi e caratteri nazionali. (7. Ott. 1821.)

  10-12 Ott. 1821.

[1887,1]  Ho detto [ pp.343-45] [ pp.1243-44] [ p.1768] [ p.1807] che la lingua italiana non ha mai rinunziato alle sue ricchezze antiche. Ecco come ciò si deve intendere. Tutte le nazioni, tutte le lingue del mondo antiche e moderne, formate ed informi, letterate e illetterate, civili e barbare, hanno sempre di mano {in mano} rinunziato, e di mano in mano incessantemente rinunziano alle parole e frasi antiche, come, e perciò, {ed in proporzione} che rinunziano ai costumi antichi, opinioni ec. Quelle ricchezze alle quali io dico che la lingua italiana non ha mai rinunziato, sono le ricchezze sue {più o meno} disusate, che sono infinite e bellissime, e ponno esserle ancora d'infinito uso; ma non propriamente le voci e locuzioni antiche, cioè quelle che oggi o non si ponno facilmente e comunemente intendere, o comunque intese non ponno aver faccia di naturali, e spontanee, e non pescate nelle Biblioteche de' classici. A queste l'Italia come tutte le altre nazioni nè più nè meno, intende di avere rinunziato; e i soli pedanti 1888 lo negano, o non riconoscono per buona questa rinunzia, e le protestano contro, e non vi si conformano, nè l'ammettono.

  17. Ott. 1821.

[1932,2]  La lode di se stesso la quale ho detto [ pp.1740-41] non esser altro che naturalissima all'uomo, e in tanto solo condannata nella società, e divenuta oggetto di una certa ripugnanza all'individuo (che par naturale e non è) in quanto l'uomo odia l'altro uomo; è sempre tanto più o meno in uso ec. quanto la società è più o meno stretta, e la civiltà più 1933 o meno avanzata. Presso gli antichi ella non fu mai così deforme, nè soggetta al ridicolo come oggi. Esempio di Cicerone. Oggi la modestia è tanto più minuziosa e scrupolosa nelle sue leggi quanto la nazione è più civile e socievole. Quindi in Francia queste leggi sono nell'apice del rigore, e in Francia riescono intollerabili gli antichi quando si lodano da se come Cicerone e Orazio (v. l'apologia che fa Thomas di Cicerone in tal proposito, nell' Essai sur les Éloges ), ed è proibito sotto pena del più gran ridicolo, a chi scrive e a chi parla il mostrare di far conto di se o delle cose sue, il parlar di se senza grand'arte, il non affettar disprezzo di se e delle proprie cose. ec. Questi effetti nelle altre nazioni sono proporzionati al più o meno di francese che si trova ne' loro costumi, o in quelli de' loro individui. (La Francia non ha differenza d'individui, essendo tutta un individuo). I tedeschi 1934 che certo non sono incivili, pur si vede ne' loro scrittori, che parlano volentieri di se, e danno a se stessi, alle loro azioni, famiglie, casi, scritti ec. un certo peso, e in un certo modo che riuscirebbe ridicolo in Francia ec. (17. Ott. 1821.). Similmente possiamo discorrere degl'italiani.

  20. Ott. 1821.

[1955,1]  Così accade infatti. Le lingue perfettamente formate e di carattere decisamente proprio, non sogliono esser libere, e par che queste due qualità ripugnino. La lingua francese infatti, sola fra le moderne (esclusa l'italiana e la spagnola) che si possa dire perfettamente formata, ha perduto colla sua formazione la libertà ed è divenuta inflessibile, e inadattabile a tutto ciò che non l'è assolutamente proprio. La lingua inglese ha conservata la sua libertà 1956 col sacrifizio di una originalità decisa. Essa si modellò prima sulla francese, e divenne quasi francese. Oggi talora è francese, talora non si sa che, ma perfettamente inglese mai, e gli stessi scrittori inglesi riconoscono il danno della loro libertà di lingua, e com'essa non sussiste che per mancanza o insufficienza di legislazione, e quindi di deciso carattere {e gusto, e genio proprio, e sapor nazionale ec.} Così accade nel tedesco. La lingua italiana è l'unica fra l'europee, dopo la greca, che abbia conservata la sua libertà nella sua indole, dopo essersi perfettamente formata questa indole, e perfettamente propria; e deve questo vantaggio all'antichità della sua formazione.

  21. Ott. 1821.

[1962,1]  Un des grands avantages des dialectes germaniques en poésie, c'est la variété et la beauté de leurs épithètes. L'allemand sous ce rapport aussi, peut se comparer au grec; l'on sent dans un seul 1963 mot plusieurs images, comme, dans la note fondamentale d'un accord, on entend les autres sons dont il est composé, ou comme de certains couleurs réveillent en nous la sensation de celles qui en dépendent. L'on ne dit en français que ce qu'on veut dire, et l'on ne voit point errer autour des paroles ces nuages à mille formes, qui entourent la poésie des langues du nord, et réveillent une foule de souvenirs. A la liberté de former une seule épithète de deux ou trois, se joint celle d'animer le langage en faisant avec les verbes des noms: (proprietà egualmente del greco, dell'italiano, e dello spagnuolo) le vivre, le vouloir, le sentir, sont des expressions moins abstraites que la vie, la volonté, le sentiment; et tout ce qui tend à changer la pensée en action donne toujour plus de mouvement au style. La facilité de renverser à son gré la construction 1964 de la phrase (ho detto altrove [ pp.109-11] [ pp.950-52] [ pp.1226-28] che come le parole, così le frasi e costruzioni ec. possono esser termini, e che quella lingua che più abbonda di termini, {in pregiudizio delle parole,} suole per analogia esser matematica nella frase ec., e che la francese è tutta un gran termine) est aussi très favorable à la poésie, et permet d'exciter, par les moyens variés de la versification, des impressions analogues à celles de la peinture et de la musique (impressioni vaghe.) Enfin l'esprit général des dialectes teutoniques, c'est l'indépendance: les écrivains cherchent avant tout à transmettre ce qu'il sentent; ils diroient volontiers à la poésie comme Héloïse à son amant: S'il y a un mot plus vrai, plus tendre, plus profond encore pour exprimer ce que j'eprouve, c'est celui-là que je veux choisir. Le souvenir des convenances de société poursuit en France le talent 1965 jusque dans ses émotions les plus intimes; et la crainte du ridicule est l'épée de Damoclès, qu'aucune fête de l'imagination ne peut faire oublier. De l'Allemagne, tome 1. 2de part. ch. 9. vers la fin. (21. Ott. 1821.)

  22. Ott. 1821.

[1970,1]  1970 La minuziosità della punteggiatura usata da' francesi, corrisponde, ed è analoga, conseguente e conveniente all'indole delle loro parole, costruzioni ec. e di tutta la loro lingua, e scrittura. (22. Ott. 1821.)

  24. Ott. 1821.

[1985,1]  La lingua francese è propriamente, sotto ogni rapporto, per ogni verso, la lingua della mediocrità. {+Ella non è nè sarà mai la lingua della grandezza in nessun genere, nè della originalità. (Qual è la lingua tali sono sempre i sentimenti, e gli scrittori.)} E non per altra cagione, ella è oggi universale; non per altra si adatta all'intelligenza, ed all'uso pratico de' forestieri d'ogni genere; non per altra si adatta così bene all'uso de' meno colti nazionali, ed è ben parlata e scritta da quasi tutti i francesi; non per altra l'andamento, il tour di essa lingua è preferito dalla gente comune, in tutte le lingue d'Europa, a quello della propria lingua; non per altra una donna, un cavaliere italiano mezzanamente colto, che s'imbarazza e cade in dieci spropositi, non dico contro la purità, ma contro la gramatica, se nello scrivere o nel parlare s'impegna in un periodo all'italiana, riesce facilmente e scampa da ogni pericolo, usando il periodo francese ec. ec. Vero 1986 periodo, andamento, genio, indole, spirito della mediocrità. Ed a che altra categoria che alla mediocrità poteva appartenere la lingua della ragione e della società? Nè la lingua francese sarebbe divenuta universale e sarebbe stata così celebrata ed esaltata sopra tutte, se non nel secolo della mediocrità cioè della ragione, qual è il nostro; nè un tal secolo potrebbe preferire alcuna lingua alla francese, o alcun genio ed indole di favella a quello della francese, anche nelle proprie rispettive lingue.

  26. Ott. 1821.

[1993,2]  La lingua francese ricevette una certa forma, e venne in onore prima dell'italiana, e forse anche della spagnuola, mercè de' poeti provenzali che la scrivevano ec. Onde sulla fine stessa del ducento, e principio di quel trecento che innalzò la lingua italiana su tutte le vive d'allora, si stimava in Italia la parlatura francesca esser la più dilettevole e comuna di tutti gli altri linguaggi parlati; 1994 si scriveva in quella piuttosto che nella nostra stimandola più bella e migliore ec. v. Perticari, del 300. p. 14-15. Ma la buona fortuna dell'Italia volle che nel 300, cioè prima assai che in nessun'altra nazione, sorgessero in essa tre grandi scrittori, giudicati grandi anche poscia, indipendentemente dall'età in cui vissero, i quali applicarono la nostra lingua alla letteratura, togliendola dalle bocche della plebe, le diedero stabilità, regole, andamento, indole, tutte le modificazioni necessarie per farne una lingua non del tutto formata, ch'era impossibile a tre soli, ma pur tale che già bastasse ad esser grande scrittore adoperandola; la modellarono sulla già esistente letteratura latina ec. Questa circostanza, indipendente affatto dalla natura della lingua italiana, ha fatto e dovuto far sì che l'epoca di essa lingua si pigli necessariamente 1995 d'allora in poi, cioè da quando ell'ebbe tre sommi scrittori, che l'applicarono decisamente alla letteratura, {all'altissima poesia,} alle grandi e nobili cose, alla filosofia, alla teologia (ch'era allora il non plus ultra, e perciò Dante col suo magnanimo ardire, pigliando quella linguaccia greggia ed informe dalle bocche plebee, e volendo innalzarla fin dove si può mai giungere, si compiacque, anche in onta della convenienza e buon gusto poetico, di applicarla a ciò che allora si stimava la più sublime materia, cioè la teologia). Questa circostanza ha fatto che la lingua italiana contando oggi, a differenza di tutte le altre, cinque interi secoli di letteratura, sia la più ricca di tutte; questa che la sua formazione e la sua indole sia decisamente antica, cioè bellissima e liberissima, con gli altri infiniti vantaggi delle lingue antiche (giacchè i cinquecentisti che poi decisamente la formarono, oltre 1996 che sono antichi essi stessi, e che si modellarono sugli antichi classici latini e greci seguirono ed in ciò, e in ogni altra cosa il disegno e le parti di quella tal forma che la nostra lingua ricevette nel 300. e ch'essi solamente perfezionarono, compirono, e per ogni parte regolarono, uniformarono, ed armonizzarono); questa circostanza ha fatto che la nostra lingua non abbia mai rinunziato alle parole, modi, forme antiche, ed all'autorità degli antichi dal 300 in poi, non potendo rinunziarvi se non rinunziando a se stessa, perchè d'allora in poi ell'assunse l'indole che la caratterizza, e fu splendidamente applicata alla vera letteratura. Questa circostanza è unica nella lingua italiana. La spagnuola le tenne dietro più presto che qualunqu'altra, ma solo due secoli dopo. Dal 500. dunque ella prende la sua epoca, ed ella è la più antica di fatto e d'indole, dopo 1997 l'italiana. La lingua francese non ebbe uno scrittore assolutamente grande e da riconoscersi per tale in tutti i secoli, prima del secolo di Luigi 14. o in quel torno. (Montagne nel 500. o non fu tale, o non bastò, o non era tale da formare e fissare bastantemente una lingua.) Quindi la sua epoca non va più in là, ella conta un secolo e mezzo al più, l'autorità degli antichi è e dev'esser nulla per lei. Dove comincia la vera e propria letteratura di una nazione, quivi comincia l'autorità de' suoi scrittori in punto di lingua.

  27. Ott. 1821.

[1999,2]  Lo spirito, il costume della nazione francese è, fu, e sarà precisamente moderno rispetto a ciaschedun tempo successivamente, e la nazione francese sarà (come oggi vediamo che è) sempre considerata come il tipo, l'esemplare, 2000 lo specchio, il giudice, il termometro di tutto ciò ch'è moderno. La ragione si è che la nazione francese è la più socievole di tutte, la sede della società, e non vive quasi che di società. Ora, lasciando stare che lo spirito umano non fa progressi generali o nazionali se non per mezzo della società, e che dove la società è maggiore per ogni verso, quivi sono maggiori i progressi del nostro spirito; e quella tal nazione si trova sempre, almeno qualche passo, più innanzi delle altre, e quindi in istato più moderno; lasciando questo, osservo che la società e la civiltà tende essenzialmente e sempre ad uniformare. Questa tendenza non si può esercitare se non su di ciò che esiste, e l'uniformità che deriva sempre dalla civiltà, non può trovarsi nè considerarsi che in quello che successivamente esiste in ciaschedun tempo. Quindi è che la nazione francese essendo sempre più 2001 d'ogni altra uniformata nelle sue parti, in virtù della eccessiva società, e quindi civiltà di cui gode, ella non può esser mai in istato antico, perchè altrimenti non sarebbe uniforme a se stessa. Cioè que' francesi che in ciascun tempo esistono sono sempre uniformi tra loro, e non agli antichi, altrimenti non sarebbero uniformi agli altri francesi contemporanei. E così ogni novità di costumanze o di opinioni, ogni progresso dello spirito umano divien subito comune ed universale in Francia, mercè della società che in un attimo equilibra fra loro, e diffonde, e uniforma, e generalizza e pareggia il tutto.

  30. Ott. 1821.

[2014,1]  La mancanza di libertà alla lingua latina, venne certo o dall'esser ella stata perfettamente applicata ne' suoi buoni tempi a pochi generi di scrittura, ad altri imperfettamente e poco e da pochi, ad altri punto; 2015 o dall'esser ella, come lingua formata, la più moderna delle antiche, ed essere stata la sua formazione contemporanea ai maggiori incrementi dell'arte che si vedessero tra gli antichi ec. ec.; o dall'aver ella avuto in Cicerone uno scrittore e un formatore troppo vasto per se, troppo poco per lei, troppo eminente sopra gli altri, alla cui lingua chi si restrinse, perdette la libertà della lingua, chi ricusollo, perdette la purità, ed avendo riconquistata la libertà colla violenza, degenerolla in anarchia. Perocchè la libertà e ne' popoli e nelle lingue è buona quando ella è goduta pacificamente e senza contrasto relativo ad essa, e come legittimamente e per diritto, ma quando ella è conquistata colla violenza, è piuttosto mancanza di leggi, che libertà. Essendo proprio delle cose umane dapoi che son giunte 2016 ad una estremità, saltare alla contraria, poi risaltare alla prima, e non sapersi mai più fermare nel mezzo, dove la natura sola nel primitivo loro andamento le aveva condotte, e sola potrebbe ricondurle. Un simile pericolo corse la lingua italiana nel 500. quando alcuni volevano restringerla, non al 300. come oggi i pedanti, ma alla sola lingua e stile di Dante, Petrarca e Boccaccio per la eminenza di questi scrittori, anzi la prosa alla sola lingua e stile del Boccaccio, la lirica a quello del solo Petrarca ec. contro i quali combatte il Caro nell'Apologia.

  1. Nov. dì d'Ognissanti. 1821.

[2025,1]  Gli antichi poeti e proporzionatamente gli scrittori in prosa, non parlavano mai delle cose umane e della natura, se non per esaltarle, ingrandirle, quando anche parlassero delle miserie {+e di argomenti, e in istile malinconico} ec. Così che la grandezza costituiva il loro modo di veder le cose, e lo spirito della loro poesia. Tutto al contrario accade ne' poeti, e negli 2026 scrittori moderni, i quali non parlano nè possono parlare delle cose umane e del mondo, che per deprimerne, impiccolirne, avvilirne l'idea. Quindi è che i linguaggi antichi sempre innalzano e ingrandiscono, massime quelli de' poeti, i moderni sempre impiccoliscono e abbassano {e annullano} anche quando sono poetici. {+Anzi appunto in ciò consiste lo spirito poetico d'oggidì (che ha sempre, e massime oggi, grandi rapporti col filosofico di ciascun tempo). Gli antichi si distinguevano dal volgo coll'inalzare le cose al di sopra dell'opinione comune; i moderni poeti col deprimerle al di sotto di essa. In ciò pure v'è grandezza, ma del contrario genere.} Onde avviene che gli scritti moderni tradotti p. e. in latino, o le cose moderne trattate in latino, suonano tutt'altro da quello che intendono, e ne segue un effetto discordante tra la grandezza e l'altezza del linguaggio, e la strettezza e bassezza delle idee, ancorchè fra noi poeticissime. (Come accaderebbe trasportando le nostre letterature in Oriente). E viceversa traducendo gli antichi negl'idiomi moderni, o trattando in questi le cose antiche.

  2. Nov. 1821.

[2037,2]  La semplicità bene spesso non è altro 2038 che quella cosa, quella qualità, quella forma, quella maniera alla quale noi siamo assuefatti, sia naturale o no. Altra cosa, forma, ec. benchè assai più semplice in se, o più naturale ec. se non ci par semplice, perchè ripugna, o è lontana dalle nostre assuefazioni.

  6. Nov. 1821.

[2057,1]  La poca libertà {+e la somma determinazione e precisazione del carattere e della forma} della lingua latina che può parere strana 1. in una lingua antica, 2. in una lingua parlata {e scritta} da tanta moltitudine e diversità di gente e di nazioni, 3. in una lingua d'un popolo liberissimo, e formata e ridotta a letteratura, nel tempo che la sua libertà era anzi sì eccessiva da degenerare in anarchia, oltre le cagioni dette altrove [ pp.2014-15], ebbe certo fra le principali la seguente.

  7. Nov. 1821.

[2065,1]  Le dette circostanze della lingua latina, rendendola poco libera, siccome necessariamente accade a tutte le lingue scritte, e letterature che sono strettamente influite dalla società, il che le rende strette suddite dell'uso, come in Francia, dovevano render la lingua latina {scritta, e la letteratura,} come la francese, facilissima a corrompersi, ossia a degenerare, o perdere l'indole sua primitiva, o quella della sua formazione; perocchè l'uso cambia continuamente, massime cambiandosi le circostanze dei popoli, come accadde in Roma; e la lingua scritta, e letteratura latina, dipendendo 2066 in tutto da quest'uso, doveva per necessità cambiar presto di faccia, come ho predetto alla francese, e l'evento della lingua e letteratura latina, conferma la mia predizione. E le circostanze avendo portato che gli scrittori che succedettero al secolo di Cicerone e di Augusto non fossero gran cosa, perciò noi (come quelli che in quei tempi furono di buon gusto) chiamiamo questo cambiamento (per altro inevitabile) della lingua e letteratura latina, corruzione, e molto più quello, parimente inevitabile, che accadde, e venne continuamente accadendo ne' successivi tempi. In somma la lingua latina {scritta} doveva per necessità, cambiar di forma di secolo in secolo continuamente, e così fece, ma siccome i secoli seguenti furono corrotti, e poveri o scevri di buoni scrittori e letterati, {(dico buoni per se stessi, come un Cicerone o un Virgilio)} perciò i cambiamenti ch'ella inevitabilmente dovea soffrire e soffrì, si chiamano 2067 e furono corruzioni. (7. Nov. 1821.)

  7. Nov. 1821.

[2067,1]  Come la lingua così la letteratura francese è schiava, e la più schiava di quante sono o furono (qualità naturale in una letteratura d'indole moderna) e nemica o poco adattabile all'originalità, e quindi alla vera poesia, e quindi anche ella appena può dirsi letteratura, essendo serva dell'uso e della società, non della sola immaginazione ec. come dovrebbe. Nè poteva accadere che la lingua fosse schiava e la letteratura no, siccome non poteva e non può in nessun luogo {o tempo} accadere viceversa. Dico la letteratura, la quale sola, insieme coi costumi (parimente schiavi della società, e dell'uniformità in Francia, e nemici di originalità) segue o accompagna l'andamento della lingua, e ne ha tutte le qualità; non la filosofia, la quale non è in questo caso in Francia, nè per se stessa in verun luogo, poich'ella ha un 2068 tipo e una ragione indipendente da ogni circostanza, cioè la verità, incapace d'essere influita, e sempre libera ec. {+Così dico delle scienze ec.} (7. Nov. 1821.)

  7. Nov. 1821.

[2068,1]  Del resto le sopraddette considerazioni provano che mentre la lingua francese, (come fu la latina) la letteratura, e i costumi francesi, sono nemici della novità per natura, giacchè escludono l'originalità, ed esigono l'uniformità, nondimeno, e per ciò stesso, detta lingua (come la latina) letteratura e costumi, sono più soggetti di qualunque altro alla novità, e mutabili fino all'ultimo grado, come abbiam veduto nel fatto quanto alla lingua latina, e come vediamo parimente in tutto ciò che spetta alla nazione francese, la più mutabile delle esistenti, {(nel carattere generale come nell'individuale, e in questi come in tutto il resto)} e continua maestra e fonte di novità alle altre nazioni colte. Così che v'ha una contraddizione essenziale nella natura di essa nazione, lingua, letteratura ec. ossia un principio elementare che necessariamente produce due 2069 contrarii effetti. Fonte inevitabile d'inconvenienti, di corruzione, d'istabilità ec. (7. Nov. 1821.)

  13. Nov. 1821.

[2079,2]  Les écrivains français ont besoin d'animer et de colorer leur style par toutes les hardiesses qu'un sentiment naturel peut leur inspirer, tandis que les Allemands, au contraire, gagnent à se restreindre. La réserve ne sauroit détruire en eux l'originalité; ils ne courent risque de la perdre que par l'excès même de l'abondance. (De l'Allemagne. t. 1. 2. part. ch. 9. p. 244.) 2080 Ciò non vuol dir altro se non che la lingua tedesca non è ancora abbastanza formata; e perciò solo le sue ricchezze e facoltà non hanno limiti: tutto ciò ch'è possibile in fatto di lingua, è possibile a lei, e tutto ciò ch'è possibile a tutte le lingue insieme, ed a ciascuna separatamente; ell'è come una pasta molle suscettibile d'ogni figura, {d'ogni impronta,} e di cangiarla a piacere di chi la maneggia; simile appunto al fanciullo prima dell'educazione, il quale è suscettibile d'ogni sorta di caratteri e di facoltà, e non si può ancor dire qual sia precisamente la sua indole, a quali facoltà la natura l'abbia disposto, perciocchè la natura include in ciascun individuo delle disposizioni maggiori o minori bensì, ma per qualunque indole e facoltà possibile.

  14. Nov. 1821.

[2089,1]  Il est très-facile d'écrire dans 2090 cette langue (tedesca) avec la simplicité de la grammaire française, tandis qu'il est impossible en français d'adopter la période allemande, et qu'ainsi donc il faut la considérer comme un moyen de plus. l. c. p. 247.

  
  19. Nov. 1821.

[2126,1]  La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove [ pp.2060-65]. riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, 2127 spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d'Italia, e per lingua cortigiana l'Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d'Italia in que' tempi. Simile fu il caso d'Omero e della Grecia a' suoi tempi e poi. Simile è quello dell'Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev'essere assolutamente la massima fondamentale d'ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra' tedeschi. (19. Nov. 1821.)

  20. Nov. 1821.

[2127,1]  Vien pure accagionato il Sig. Botta di alcuni termini familiari, che parvero non comportabili dalla dignità storica... Si mise in campo a sua discolpa l'osservazione, esser pregio particolare della lingua italiana, l'adattarsi a tutti i tuoni, anche ne' più 2128 gravi argomenti. Di fatti, chi ben guardi addentro la materia, non è forse vero, che questo idioma non si formò già nelle corti, bensì in una repubblica tempestosa, nella quale esprimere l'energia de' sentimenti popolari, non già fornire occorreva locuzioni temperate a gente placida, o simulata. Da questa impronta originaria ricevette la lingua mentovata il privilegio d'essere per l'appunto in modo singolare sì acconcia a descrivere rivoluzioni politiche. Pref. del Sig. L. di Sevelinges alla sua traduzione della Storia ec. di C. Botta, in francese, volgarizzata dal Cav. L. Rossi. Milano, Botta Storia ec. 1819. 3za ediz. t.1. p. LXI-II.

  20. Nov. 1821.

[2130,2]  Pare sproposito, e pure è certo che una lingua è tanto più atta alla più squisita eleganza e nobiltà del parlare il più elevato, e dello stile più sublime, quanto la sua indole è più popolare, quanto ella è più modellata sulla favella domestica e familiare 2131 e volgare. Lo prova l'esempio della lingua greca e italiana e il contrario esempio della Francese. La ragione è, che sola una tal lingua è suscettibile di eleganza, la quale non deriva se non dall'uso peregrino e ardito e figurato e non logico, delle parole e locuzioni. Ora quest'uso è tutto proprio della favella popolare, proprio per natura, proprio in tutti i climi e tempi, ma soprattutto ne' tempi antichi, o in quelle nazioni che più tengono dell'antico, e ne' climi meridionali. Quindi è che lo stesso esser popolare per indole, dà ad una lingua la facoltà e la facilità di dividersi totalmente dal volgo e dalla favella parlata, e di non esser popolare, e di variar tuono a piacer suo, e di essere energica, nobile, sublime, ricca, bella, tenera ogni volta che le piace. Insomma l'indole popolare di una lingua rinchiude tutte le qualità delle quali una lingua umana possa esser capace (siccome la natura rinchiude tutte le qualità e facoltà di cui l'uomo 2132 o il vivente è suscettibile, ossia le disposizioni a tutte le facoltà possibili); rinchiude il poetico come il logico e il matematico ec. (siccome la natura rinchiude la ragione): laddove una lingua d'indole modellata sulla conversazione civile, o sopra qualunque gusto, andamento ec. linguaggio ec. di convenzione, non rinchiude se non quel tale linguaggio e non più (siccome la ragione non rinchiude la natura, nè vi dispone l'uomo, anzi la esclude precisamente), secondo che vediamo infatti nella lingua latina, e molto più nella francese, proporzionatamente alle circostanze che asservissent e legano quest'ultima al suo modello ec. molto più che la latina ec. (20. Nov. 1821.)

  21. Nov. 1821.

[2134,1]  La perfezion della traduzione consiste in questo, che l'autore tradotto, non sia p. e. greco in italiano, greco o francese in tedesco, ma tale in italiano o in tedesco, quale egli è in greco o in francese. Questo è il difficile, questo è ciò che non in 2135 tutte le lingue è possibile. In francese è impossibile, tanto il tradurre in modo che p. e. un autore italiano resti italiano in francese, quanto in modo che egli sia tale in francese qual è in italiano. In tedesco è facile il tradurre in modo che l'autore sia greco, latino italiano francese in tedesco, ma non in modo ch'egli sia tale in tedesco qual è nella sua lingua. Egli non può esser mai tale nella lingua della traduzione, s'egli resta greco, francese ec. Ed allora la traduzione per esatta che sia, non è traduzione, perchè l'autore non è quello, cioè non pare p. e. ai tedeschi quale nè più nè meno parve ai greci, o pare ai francesi, e non produce di gran lunga nei lettori tedeschi quel medesimo effetto che produce l'originale nei lettori francesi ec.

  25. Nov. 1821.

[2165,1]  {I latini aveano pur forse delle parole proprie o già usate o nuove da sostituire a queste scritte in greco, o prese dal greco. Di più esse non erano in uso nel linguaggio latino in quelle materie (come georgica per agricultura ec.), e neppur credo che esistesse poema greco con tal titolo, ec. almeno famoso.} Alla p. 988. Fino i titoli delle loro opere i latini gli scrivevano bene spesso, non solo con parole, ma con elementi greci ancora, come l'ἀποκολοκύντωσις di Seneca, parecchi libri logistici o satirici di Varrone (v. Fabric. B. lat. t.1. p. 88. e 428. not. d.) cioè nello stesso secolo aureo della latinità; lasciando i titoli interamente greci per origine, per terminazione ancora ec. come Metamorphoseon, Epodon di Orazio, Georg. e Bucol. ed Eclog. di Virgilio, Ephemeris di Ausonio, ed altri veramente infiniti in tutti 2166 i secoli della latinità. Le quali cose non ardiremmo noi (nè forse i tedeschi, i russi ec.) di far col francese, malgrado l'inondazione del francesismo, la sommersione che questo ha prodotta delle lingue native ec. (al che certo non arrivò la greca rispetto alla latina); l'esser la lingua e le parole francesi, almen tanto generalmente intese in ciascuna nazione civile, ed in tutte insieme, quanto la greca a quei tempi nella nazion latina, e nelle altre (anzi nelle altre assai meno che il francese oggidì): e malgrado che gli elementi francesi non differiscano dagl'italiani ec. come differivano i greci da' latini, il che doveva rendere assai più strano {e discordante e barbaro} un titolo forestiero ad un'opera nazionale, un titolo greco a un'opera latina. (25. Nov. 1821.)

  26. Nov. 1821.

[2166,1]  Può far meraviglia molto ragionevole che Marcaurelio scrivesse i suoi libri τῶν εἰς 2167 ἑαυτόν, delle considerazioni di se stesso come lo chiama il Menagio, piuttosto in greco che in latino, essendo romano, non allevato in Grecia (nè credo che mai ci fosse), ed avendo posto molto e felice studio nelle lettere e nella lingua nativa, come apparisce sì da altre notizie che danno di lui gli Storici, sì massimamente da ciò ch'egli scrive a Frontone e Frontone a lui. Non poteva aver egli di mira, cred'io, la maggior diffusione del suo lavoro, scrivendolo in una lingua più divulgata. Ma io credo certissimo che egli non fosse indotto a preferir la lingua greca alla latina se non per la maggiore libertà di quella. Della quale libertà egli aveva bisogno in un'opera profondamente ed intimamente filosofica, e attenente alla scienza della vita e del cuore umano, ed alle sottili speculazioni psicologiche. Non dubito ch'egli non disperasse di potere riuscire 2168 a trattare un tale argomento in latino, a parlare a se stesso, e di se stesso, cioè del cuor suo ec. (non delle sue cose pubbliche come fa Cicerone) in latino. Questa lingua aveva già avuto un Cicerone e un Seneca, e un Tacito, eppure ancor non bastava a una certa filosofia veramente intima. La lingua greca aveva avuto scrittori filosofici profondi, ma senza ciò, la sua pieghevolissima e liberissima indole, si prestava a qualsivoglia genere di argomento, grado di filosofia, ec. ancorchè nuovo. La lingua latina per lo contrario: ed oltracciò quello era un tempo, dove, come accade dopo una decisa corruzione e licenza, che richiamandosi gl'istituti umani alla buona strada, essi cadono nell'eccesso contrario; la lingua latina e il gusto di quel tempo (come oggi in Italia) peccava di servilità, timidità (in vitium ducit culpae fuga [ Horace, Ars poetica, 31 ]), come si può vedere nelle opere di Frontone, e come dicevano i maestri di devozione, 2169 che le anime recentemente convertite, sogliono patire di scrupoli, e sarebbe anzi mal segno se non ne patissero. Questo durò poco, perchè la lingua e letteratura colle cose latine tornò a precipitare indietro ben presto. Ma in quel tempo lo stile di Seneca, e altri tali stili filosofici si condannavano altamente dai letteratori latini, come oggi dagli italiani quello di Cesarotti ec. e ciò serviva d'impaccio e di spauracchio a chi volesse scrivere filosoficamente in latino, come oggi volendo scriver buon italiano, nessuno s'impaccia più di pensare. Marcaurelio pertanto dovè sentire questo pericolo, disperare di poter essere profondo filosofo nella lingua nativa voluta dal suo tempo, e senza violare il gusto corrente, e dar nel naso ai critici, i quali già lo riprendevano di cattiva {e negligente} lingua, e di licenza dopo ch'egli s'era dato alla filosofia, e dallo studio delle parole a quello delle cose, 2170 come apertamente lo riprende Frontone de Orationibus . Trovossi adunque obbligato per esprimere i suoi più intimi sentimenti, a sceglier la lingua greca, a creder più facile di esprimere le cose sue più proprie, in una lingua forestiera ed altrui, che nella propria e nativa. (Il qual bisogno pur troppo si farebbe molte volte sentire agl'italiani rispetto al francese, se gl'italiani pensassero, ed avessero cose proprie da dire.)

  27. Nov. 1821.

[2173,3]  Lo spirito della lingua {e dello stile} latino è più ardito e poetico che quello della greca (non solo in verso ma anche in prosa), e nondimeno egli è meno libero assai. Queste due qualità si accordano benissimo. La lingua greca aveva la facoltà di non essere ardita, la lingua latina non l'aveva. La lingua greca poteva non solo essere ardita 2174 e poetica quanto la latina (come lo fu bene spesso), non solo più della latina (come pur lo fu), ma in tutti i possibili modi, laddove la latina non poteva esserlo se non dentro un determinato modo, genere, gusto, indole di ardiri. La libertà di una lingua si misura dalla sua maggiore o minore adattabilità a' diversi stili, dalla maggiore o minore quasi quantità di caratteri ch'essa contiene in se stessa, o a' quali dà luogo. ec. Ma ch'ella sia di un tal carattere ardito, ch'ella [abbia] per proprietà un certo tal genere di ardire, ciò non prova ch'ella sia libera. Ci può dunque essere una lingua serva ed ardita, come una lingua timida e serva, (tale è la francese) una lingua libera e non ardita, come una lingua ardita e libera. Bensì da che una lingua è libera, non dipende che dallo scrittore ec. il renderla ardita. L'ardire dello spirito proprio della lingua latina formata e letterata, venne dalla 2175 natura {poetica} dei popoli meridionali, da quella degli scrittori che la formarono, dall'energia e vivacità degl'istituti politici e dei costumi e dei tempi romani. La poca libertà della medesima lingua venne dall'uso sociale che la strinse, l'uniformò, le prescrisse e determinò quella tale strada, quel tal carattere e non altro. La lingua greca sebbene in mano di popoli vivacissimi per clima, carattere, politica, costumi, opinioni ec. nondimeno inclinò più a far uso dello stile semplice che dell'ardito, e ciò per la natura dei tempi candidi ne' quali essa principalmente fiorì, e fu applicata alla letteratura. Ma dai soli scrittori dipendeva il farla ardita più della latina, e in qualunque genere, come fecero infatti ogni volta che vollero. Laddove non dipendeva dagli scrittori latini dopo che la lingua fu formata, il ridurla al semplice, al candido, al piano, al riposato della 2176 lingua greca, se non fino a un certo segno. Onde accade alle frasi latine trasportate in greco, o viceversa, quello appresso appoco che ho detto p. 2172 ma più nel caso di trasportare le frasi greche in latino, le quali vi riescono troppo semplici, di quello che nel caso contrario, perchè la lingua greca si presta a tutto.

  28. Nov. 1821.

[2181,1]  La lingua greca rassomiglia certo alla latina (generalmente però e complessivamente parlando) più che all'italiana, com'è naturale di due sorelle. Ma sebbene 2182 di queste due sorelle la sola latina ci è madre, nondimeno l'italiana e la spagnola somigliano più alla greca che alla latina. Siccome la lingua francese benchè figlia della latina e sorella delle due sopraddette, somiglia più all'inglese, che a queste altre ec. ec. (28. Nov. 1821.)

  30. Nov. 1821.

[2197,3]  Quello che altrove ho detto della lingua del Bartoli [ pp.1313-15], dimostra quanto la nostra lingua si presti all'originalità dello stile e degli stili individuali, in tutti i generi, e in tutta l'estensione del termine. Originalità 2198 strettamente vietata dalla lingua francese allo stile ec. dell'individuo, se non pochissima, che a' francesi pare gran cosa, come la lingua di Bossuet. Perocchè è molto una piccola differenza, in una nazione, in una letteratura, in una lingua, avvezza, e necessariamente conducente all'uniformità, che non può essere alterata se non se menomamente, senza dar bruttamente negli occhi, e uscir de' limiti del lecito. Laddove nella lingua italiana lo scrittore individuo può essere uniforme agli altri, e difforme se vuole, anzi tutt'altro, e nuovissimo, e originalissimo, senza lasciar di essere e di parere italiano, e ottimo italiano, e insigne nella lingua. Ciascuno colla lingua italiana si può aprire una strada novissima, propria, ignota, e far maravigliare i nazionali di parlare una lingua che si possa esprimere in modo sì differente dal loro, e da loro non mai pensato, 2199 benchè benissimo l'intendano, per nuovo che sia. (30. Nov. 1821.)

  8. Dic. 1821.

[2236,1]  Spessissimo anzi quasi sempre, dalle voci latine comincianti per ex noi abbiamo tolto la e, e il c, e cominciatele per s, specialmente, anzi propriamente allora quando la ex era seguita da consonante, sicchè la nostra s viene ad essere impura. Nel qual caso che cosa soglian fare gli spagnuoli e i francesi, l'ho detto altrove [ pp.812-14] parlando della s iniziale impura. Parrà che costoro, solendo conservare la e, si accostino 2237 più di noi al latino, e nondimeno chi vuol vedere che l'antico volgare latino, ed anche gli scrittori più antichi, usavano di far nè più nè meno quel che facciamo noi, osservi il Forc. in Stinguo (e forse anche in molti altri luoghi), verbo che anche noi anticamente dicemmo per estinguo, e così stremo per estremo, {+ sperimento, esperimento; sperto, esperto; spremere da exprimere da cui pure abbiamo esprimere; sclamare da exclamare, onde pure esclamare;} e così altre tali voci che hanno pur conservata la e, la perdono o a piacer dello scrittore, o nei nostri antichi, o nella bocca del popolo ec. E forse l'avere gli spagnoli e i francesi la e in tali parole, non è tanto conservazione, quanto maggiore {e doppia} corruzione; vale a dire che, secondo me, essi volgarmente da principio dissero come noi, cioè colla s impura iniziale, e poi per proprietà ed inclinazione de' loro organi, che mal la soffrivano, o a cui riusciva poco dolce ec. v'aggiunsero, non 2238 prendendola dal latino ma del loro, la e iniziale. Infatti essa si trova sempre o quasi sempre nelle parole che anche nel latino scritto, e dell'aureo secolo, e per loro natura ed etimologia ec. cominciano colla s impura, siccome pur fanno sempre in italiano. { V. p. 2297.}

  31 Dic. 1821.

[2312,3]  I greci conoscevano la letteratura latina appresso a poco come i francesi conoscono oggidì le letterature straniere (specialmente l'italiana), e com'essi le hanno conosciute da poi che la lingua letteratura e costumi loro sono stati 2313 pienamente formati. Eccetto quella differenza che è prodotta dalla diversità de' tempi e del commercio fra le nazioni, per cui la Francia conosce certo più le letterature forestiere, di quel che la Grecia conoscesse la latina. Ma parlo proporzionatamente. E non è questa la sola somiglianza (estrinseca però) che passa fra lo spirito, il costume, la letteratura francese, e la greca. (31 Dic. 1821.)

  4. Gen. 1822.

[2326,1]  Alla p. 2315. È proprio, appunto per queste ragioni, de' mediocri o infimi drammatici, il sopraccaricare d'intreccio le loro opere, l'abbondare di episodi ec. Il contrario è proprio de' sommi. E la ragione è che questi trovano sempre come tener vivo l'interesse dello spettatore (anche in una azione di poca importanza) colla naturalezza dei discorsi, la vivezza, l'energia, collo sviluppo continuo delle passioni, o col ridicolo ec. Quelli non sono mai contenti neppur dopo che hanno trovato o immaginato un caso complicatissimo, 2327 stranissimo, curiosissimo. Esauriscono in un batter d'occhio tutto ciò che il soggetto offre loro. Cioè non sapendone cavare il partito che possono e devono, il soggetto non basta loro se non per poche scene. Fatte o disposte queste; dopo di esse, o nelle scene di mezzo si trovano colle mani vote (per ridondante di passione, di ridicolo ec. che il soggetto possa essere), e non trovano altra via di tener vivo l'interesse e la curiosità, che quella di andare a cercar nuovi episodi, nuove fila, nuovi soggetti insomma, per esaurirli poi essi pure in un momento. Non possono insomma trovarsi un solo istante senza qualche cosa da raccontare, qualche filo da aggiungere alla tela, qualche soggetto ancor fresco, altrimenti non hanno nulla da dire. E quanti autori sono di questo genere? quanti drammi? 999. per mille. (4. Gen. 1822.)

  6. Gen. dì dell'Epifania. 1822.

[2333,1]  In questo catalogo delle nazioni dominanti ne' diversi tempi, dove io ho detto l'Asia, tu devi dividere e porre successivamente le diverse nazioni dell'Asia ch'ebbero impero: gl'indiani forse, e prima di tutti; gli Assiri, i Medi, i Persiani, forse 2334 anche i Fenici, e i loro coloni Cartaginesi ec. E l'impero francese (nato, vissuto e morto in vent'anni, il che serve di prova di fatto a ciò che dico sulla fine della pagina precedente) merita anch'esso un posto fra questo genere d'imperi. Perocchè sebbene la nazion francese è la più civile del mondo, pure ella non conseguì questo impero, se non in forza di una rivoluzione, che mettendo sul campo ogni sorta di passioni, e ravvivando ogni sorta d'illusioni, ravvicinò la Francia alla natura, spinse indietro l'incivilimento (del che si lagnano infatti i bravi filosofi monarchici), ritornò la Francia allo stato di nazione e di patria (che aveva perduto sotto i re), rese, benchè momentaneamente, più severi i loro dissolutissimi costumi, aprì la strada al merito, sviluppò il desiderio, l'onore, la forza della virtù e dei sentimenti naturali; accese gli odi e ogni sorta di passioni vive, e in somma se non ricondusse la mezzana civiltà degli antichi, certo fece poco meno (quanto comportavano i tempi), e non ad altro si debbono attribuire quelle azioni dette barbare, di cui fu sì feconda 2335 allora la Francia. Nata dalla corruttela, la rivoluzione la stagnò per un momento, siccome fa la barbarie nata dall'eccessiva civiltà, che per vie stortissime, pure riconduce gli uomini più da presso alla natura. (6. Gen. dì dell'Epifania. 1822.)

  29. Marzo. Venerdì dell'Addolorata. 1822.

[2397,2]  Il Vocab. della Crusca non ha interi due terzi delle voci, {o significati e vari usi loro,} e nè pure un decimo dei modi di quegli stessi autori e libri che registra nell'indice. E questi non sono appena una terza o quarta parte di quegli autori e libri italiani de' buoni secoli che secondo ogni ragione vanno considerati e sono autentici nella lingua, anche nella pura lingua antica. Aggiungeteci ora i libri moderni bene scritti, e le voci e modi che usati o non usati ancora da buoni scrittori, sono necessarissimi a chi vuole scriver 2398 (com'è dovere) delle cose presenti, e a' presenti o futuri, massime le spettanti alle scienze immateriali o materiali, e che tutti mancano al Vocabolario; si può far ragione che questo non contenga più d'una quarantesima parte della lingua italiana in genere (a dir molto); e non più d'una trentesima dell'antica in particolare, ossia di quella che s'ha per classica. Del che non si può far carico ai compilatori, se non quanto alle mancanze relative agli autori de' quali professano d'aver fatto spoglio e formatone il vocabolario. Perchè del resto nessuna lingua viva ha, nè può avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre (finch'ella vive) all'arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell'italiana (per indole sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch'ella è più vasta di tutte le viventi: mentre veggiamo che nè pur la greca ch'è morta, s'è potuta mai comprendere in un Vocabolario nè men quanto alle voci, che ogni nuovo scrittore, ne porta delle nuove. 2399 {+Molto meno quanto ai modi ne' quali ell'è infinita e a disposizione degli scrittori, come appunto la nostra, e ciascuno scrittor greco ne forma de' nuovi a suo piacere, e in gran numero.} Or non è cosa ridicolissima che mentre nessun'altra nazione stima che la sua lingua sia determinata e prescritta dal suo vocabolario, non ostante che questo sia molto meglio fatto, molto più esteso (relativamente) del nostro, e che la lingua loro possa più facilmente o meglio esser compresa in un vocabolario; noi la cui lingua è impossibile (sopra qualunque altra) che vi si possa comprendere, che di più, abbiamo un vocabolario inesattissimo nelle cose stesse che porta, molto più inferiore alla ricchezza della nostra lingua di quello che le convenga o se le debba perdonare di essere, fatto sopra un piano sopra cui nessun altro è fatto, cioè sopra il piano dell'antico, mentre noi siamo moderni, e della pura autorità quando la lingua è viva; noi dico vogliamo che un vocabolario così ridondante d'imperfezioni, e poco proprio della lingua nostra {(e d'ogni lingua viva),} abbia su di questa una virtù, {un'autorità} e un dominio, che i più perfetti vocabolari delle altre nazioni (anche nazioni unite come la francese e l'inglese) nè si arrogano, nè sognano, nè pensano che 2400 sia menomamente proprio dell'essenza loro, nè compatibile colla natura delle lingue vive, e che nessuno s'immagina mai di riconoscere in essi. (29. Marzo. Venerdì dell'Addolorata. 1822.)

  5. Maggio. 1822.

[2415,3]  Una lingua non è bella se non è ardita, e in ultima analisi troverete che in fatto di lingue, bellezza è lo stesso che ardire. E che altro sarebb'ella? L'armonia ec. del suono delle parole? Quest'è una bellezza affatto esterna, e della quale poco o nulla si può convenire, essendo diversissime in questo genere le opinioni e i gusti, secondo le nazioni e i secoli. Per noi è bruttissimo il suono delle parole orientali, e per gli orientali altrettanto sarà delle nostre. E parlando esattamente che cosa intendiamo noi dell'armonia della lingua greca che pur chiamiamo bellissima? Che sentimento, che gusto 2416 ne proviamo noi, se non, per dir poco, incertissimo, confusissimo, e superficialissimo? Certo è che l'armonia della lingua nostra, qualunque ella sia, ed ancorchè asprissima, ci diletta, ed è sentita da noi molto più che quella della lingua greca, e quindi non avremmo alcuna ragione di preferir questa lingua per la bellezza, neppure alla tedesca, o alla russa. Forse la bellezza consisterà nella ricchezza? Ricchezza di frasi e di modi non si dà se non in una lingua ardita, perchè, di forme esatte e matematiche, tutte le lingue ne sono o ne possono essere egualmente ricche nè più nè meno: e questa ricchezza non può molto stendersi, essendo limitatissima per natura sua: giacchè la dialettica poco può variare, anzi derivando da principii uniformi e semplicissimi, tende e produce naturalmente somma uniformità e semplicità di dicitura. La ricchezza poi di parole puramente, giova alla bellezza, ma non basta di gran lunga; ed anch'essa è una qualità quasi estrinseca, e senza quasi accidentale alla lingua, la quale senza punto punto alterarsi, o scomporsi in niun 2417 modo può essere ed è, oggi più abbondante di parole, domani meno, secondo le circostanze nazionali, commerciali, politiche, scientifiche ec. Infatti la lingua francese è in verità ricchissima di parole, massime in filosofia, scienze, conversazione, manifatture, e in ogni uso e materia di società, di commercio ec. ec. e non per questo è bella, nè più bella dell'italiana, e neanche della spagnuola. La vera e non accidentale, ma essenziale bellezza di una lingua, quella che non si può perdere, se la lingua non si corrompe formalmente, è una bellezza intrinseca, e spetta all'indole della lingua; e questa non può consistere in altro che nell'ardire. Or questo ardire che cos'è, fuorchè la libertà di non essere esatta e matematica? Giacchè quanto all'esattezza, torno a dire, tutte le lingue ne sono egualmente capaci, e tutte per mezzo suo posson divenire, e diverrebbero uniformi affatto nell'indole, essendo la ragione, una; e non trovandosi varietà se non se nella natura. Quindi se lingua bella è lingua ardita e libera, ella è parimente lingua non esatta, e non obbligata 2418 alle regole dialettiche delle frasi, delle forme, e generalmente del discorso. Osservate tutte le lingue chiamate belle, antiche e moderne, greca, latina, italiana, spagnuola: in tutte troverete non altra bellezza propriamente che ardire, e questo ardire non posto in altro che nelle cose sopraddette. Osservate anche gli scrittori chiamati belli ed eleganti in ciascuna di tali lingue, e paragonateli con quelli che non lo sono. Osservate per se, ciascuna frase, forma ec. chiamata bella ed elegante, e paragonatela ec. Non v'è lingua bella che non sia lingua poetica, cioè non solo capace, anzi posseditrice d'una lingua distintamente poetica (come l'hanno tutte le suddette, e come non l'ha la francese), ma poetiche, generalmente parlando, eziandio nella prosa, benchè senza affettazione; vale a dir poetiche in quanto lingue, e non quanto allo stile, come sono sconciamente, e discordantissimamente poetiche tutte le prose francesi. Or lingua poetica, è lingua non matematica, 2419 anzi contraria per indole allo spirito matematico. (La sascrita, riputata bellissima fra le orientali, è notatamente arditissima e poeticissima.)

  7. Maggio 1822.

[2427,1]  La lingua francese si trova nel caso detto di sopra: poich'ella in quanto alla forma, esattamente parlando, non ha proprietà, vale a dir che non ha qualità sua propria, ma tutte le ha comuni con tutte le lingue, e colla ragione universale della favella. Il che quanto noccia alla originalità, anzi l'escluda, e quanto per conseguenza favorisca la mediocrità, anzi la richieda e la sforzi, resta chiaro per se stesso. (Bossuet, scrittore non mediocre, ebbe bisogno di domare, come gli stessi francesi dicono, la sua lingua; e come dico io, fu domato e forzato alla mediocrità dello stile, dalla sua lingua. E così lo sono tutti quegli scrittori francesi 2428 che hanno sortito un ingegno naturalmente superiore al mediocre. Nè più nè meno di quello che la società, e lo spirito della nazion francese, sforzi alla mediocrità in ogni genere di cose gli uomini i più elevati della nazione, e gli spiriti più superiori all'ordinario. Essendo la mediocrità non solo un pregio, ma una legge in quella nazione, dove il {supremo} dovere dell'uomo civile, è quello d'esser come gli altri).

  5. Giugno, vigilia del Corpus Domini. 1822.

[2462,2]  Cagioni di questo vantaggio furono l'infinita capacità, acutezza e buon gusto d'infinite persone in quel secolo, e l'altre circostanze ch'ho notate altrove [ pp.1659-60]. Alle quali si può e si dee forse aggiungere che i suoni della lingua latina, e generalmente la pronunzia e l'uso di essa, sopra la cui ortografia si formava naturalmente la nostra, era molto meno diverso dall'uso e pronunzia nostra e spagnuola, di quel che sia dal francese. 2463 Quindi essendo tutte tre queste ortografie formate da principio egualmente sulla latina, le due prime che poco avevano da mutarla per conformarla all'uso loro, facilmente la corressero (massime l'italiana) e ve l'uniformarono; ma la francese che avrebbe dovuto quasi trovare una nuova maniera di scrivere (essendo nella pronunzia, come in ogni altra parte, la più degenere figlia della latina), ed anche trovare in parte un nuovo alfabeto (come per le e mute ec.), fu incorrigibile.

  26. Giugno 1822.

[2498,1]  L'estrema possibile semplicità o naturalezza dello stile, dello scrivere o del parlar francese civile, è sempre di quel genere ch'essi medesimi (in altre occasioni) chiamano maniéré. {+Anche il Salvini lo chiama ammanierato. V. la definizione di maniéré ne' Diz. francesi, dove lo diffiniscono per un'abitudine viziosa che deforma tutto, e fa proprio al caso.} V. p. e. il Tempio di Gnido, e le Favole di La Fontaine. (26. Giugno 1822.)

  4. Luglio 1822.

[2545,1]  Gli uomini semplici e naturali sono molto più dilettati e trovano molto più grazioso il colto, lo studiato e anche l'affettato che il semplice e il naturale. Per lo contrario non v'è qualità nè cosa più graziosa per gli uomini civili e colti che il semplice e il naturale, voci che nelle nostre lingue e ne' nostri discorsi sono bene spesso sinonime di grazioso, e confuse con questa, come si confonde la grazia colla naturalezza e semplicità, credendo che sieno essenzialmente, e per natura, e per se stesse, 2546 qualità graziose. Nel che c'inganniamo. Grazioso non è altro che lo straordinario in quanto straordinario, appartenente al bello, dentro i termini della convenienza. Il troppo semplice non è grazioso. Troppo semplice sarà una cosa per li francesi, e non lo sarà per noi. Lo sarà anche per noi, e con tutto questo sarà ancora al di qua del naturale. (Tanto siamo lontani dalla natura, e tanto ella ci riesce straordinaria). Viceversa dico del civile rispetto ai selvaggi, naturali, incolti ec. Del resto possiamo vedere anche nelle nostre contadine che sono molto poco allettate dal semplice e dal naturale, o per lo meno sono tanto allettate dal nostro modo artefatto, quanto noi dalla loro naturalezza, o reale, o dipinta ne' poemi ec.(4. Luglio 1822.)

  25. Luglio, di' di S. Giacomo, 1822.

[2580,1]  Di tali aberrazioni n'hanno tutte le lingue quando si cominciano a scrivere, e tutte nel séguito ne conservano più o meno, sotto il nome di proprietà loro, benchè non sieno 2581 in origine e in sostanza, se non errori de' loro primi scrittori e letterati, perpetuati nell'uso della scrittura nazionale. Meno d'ogni altra fra le antiche, n'ebbe o ne conservò la lingua latina, per la detta ragione, fra l'altre. Meno di tutte fra l'antiche e le moderne, ne conserva la lingua francese, non per altro se non perch'ella ha rinunziato e derogato e fatta assolutamente irrita l'autorità de' suoi scrittori antichi, i quali abbondarono di tali aberrazioni o quanto gli altri, o più ancora. Parlo dei veramente antichi, cioè del sec. 160. e non del 170. quando {lo spirito,} la società {e la conversazione} francese era già in un alto grado di perfezione.

  30. Luglio 1822.

[2589,1]  La letteratura greca fu per lungo tempo (anzi lunghissimo) l'unica del mondo (allora ben noto): e la latina (quand'ella sorse) naturalissimamente non fu degnata dai greci, essendo ella derivata in tutto dalla greca; e molto meno fu da essi imitata. Come appunto i francesi poco degnano di conoscere e neppur pensano d'imitare la letteratura russa o svedese, o l'inglese del tempo d'Anna, tutte nate dalla loro. Così anche, la lingua greca fu l'unica formata e colta nel mondo allora ben conosciuto (giacchè p. e. l'India non era ben conosciuta). Queste ragioni fecero naturalmente che la letteratura e lingua greca si conservassero tanto tempo incorrotte, che d'altrettanta durata non si conosce altro esempio. Quanto alla lingua n'ho già detto altrove [ pp.996-98] [ pp.1093-94] [ pp.2408-10]. Quanto alla letteratura, lasciando stare Omero, è prodigiosa la durata della letteratura greca non solo incorrotta, ma nello stato di creatrice. Da Pindaro, Erodoto, Anacreonte, Saffo, Mimnermo, gli altri lirici ec. ella dura senza interruzione fino a Demostene; se non che, dal tempo di Tucidide a Demostene, ella si restringe alla sola Atene per 2590 circostanze ch'ora non accade esporre. V. Velleio lib.1. fine. Nati, anzi propagati e adulti i sofisti e cominciata la letteratura greca {(non la lingua)} a degenerare, (massime per la perdita della libertà, da Alessandro, cioè da Demostene in poi), ella con pochissimo intervallo risorge in Sicilia e in Egitto, e ancora quasi in istato di creatrice. Teocrito, Callimaco, Apollonio Rodio ec. Finito il suo stato di creatrice, e dichiaratasi la letteratura greca imitatrice e figlia di se stessa, cioè ridotta (come sempre a lungo andare interviene) allo studio e imitazione de' suoi propri classici antichi, l'esser questi classici, suoi, e questa imitazione, di se stessa, la preserva dalla corruzione, e purissimi di stile e di lingua riescono Dionigi Alicarnasseo, Polibio, e tutta la ϕορά di scrittori greci contemporanei al buon tempo della letteratura latina; i quali appartengono alla classe, e sono in tutto e per tutto una ϕορά d'imitatori dell'antica letteratura greca, e di quella ϕορά durevolissima di scrittori greci classici, ch'io chiamo ϕορά creatrice. Corrotta già 2591 la letteratura latina, e sfruttata e indebolita, la greca sopravvive alla sua figlia ed alunna, e s'ella produce degli Aristidi, degli Erodi attici, e altri tali retori di niun conto nello stile (non barbari però, e nella lingua purissimi), ella pur s'arricchisce d'un Arriano, d'un Plutarco, d'un Luciano, ec. che quantunque imitatori, pur sanno così bene scrivere, e maneggiar lo stile e la lingua antica o moderna, che quasi in parte le rendono la facoltà creatrice. Aggiungi che in tal tempo la Grecia, colla sua letteratura e lingua incorrotta, era serva, e l'Italia signora colla sua letteratura e lingua imbastardita e impoverita. (30. Luglio 1822.)

  6. Agosto 1822.

[2594,1]  Ho detto altrove [ p.111] [ pp.950-52] [ p.1704-706] che le voci greche nelle lingue nostre non sono altro che termini (in proporzione però del tempo da ch'elle vi sono introdotte: p. e. filosofia e tali altre voci greche venuteci mediante il latino, sono alquanto più che termini), cioè ch'elle non esprimono se non se una pura idea, senz'alcun'altra concomitante. Per questa ragione appunto, oltre le altre notate altrove, le voci greche sono infinitamente a proposito nelle nostre scuole e scienze, perocch'elle rappresentano costantemente e schiettamente quella nuda, secca e semplicissima idea alla quale sono state appropriate; e perciò servono alla precisione 2595 molto meglio di quello che possano mai fare le voci tolte dalle proprie lingue, le quali voci benchè fossero formate, composte ec. di nuovo, sempre porterebbero seco qualche idea concomitante. Ma per questa medesima ragione le voci greche sono intollerabili nella bella letteratura (barbare poi nella poesia, benchè i francesi si facciano un pregio, un vezzo e una galanteria d'introdurcele), dove intollerabili sono le idee secche e nude, o la secca e nuda espressione delle idee. (6. Agosto 1822.)

  16. Agosto, di' di S. Rocco. 1822.

[2608,1]  2608 Si può scrivere in italiano senza scrivere in maniera italiana, laddove non si può quasi scrivere in francese che non si scriva alla maniera francese. E si può scrivere e parlare in italiano e non all'italiana: scrivere un italiano non italiano ec. (16. Agosto, dì di S. Rocco. 1822.)

  18. Agosto. Domenica. 1822.

[2609,1]  L'immenso francesismo che inonda i costumi e la {letteratura e la} lingua degl'italiani e degli altri europei, non è bevuto se non dai libri francesi, e dall'influenza delle loro mode, e coll'andarli a trovare in casa loro, il che per quanto sia frequente, non può mai esser gran cosa. Laddove Roma e l'Italia da' tempi del secondo Scipione in poi, e massime sotto i primi imperatori, era piena di greci (greci proprii, o nativi d'altri paesi grecizzati); n'eran piene le case de' nobili, dove i greci erano chiamati e ricevuti e collocati stabilmente in ogni genere di uffici, da quei della cucina, fino a quello di maestro di filosofia ec. ec. (V. Luciano περὶ τῶν ἐπὶ μισϑῷ συνόντων, 2610 e l'epig. di Marziale del graeculus esuriens ec. ec.); n'eran pieni i palazzi e gli offici pubblici: oltre che tutti i ricchi mandavano i figli a studiare in Grecia, e questi poi divenivano i principali in Roma e in Italia, nelle cariche, nel foro ec. Quindi si può stimar quale e quanto dovesse necessariamente essere il grecismo de' costumi, e letteratura, e quindi della lingua in Italia a quei tempi. Aggiunto che anche le donne avevano a sapere il greco, lo studio che tutti più o meno facevano de' loro libri, e il piacere che ne prendevano, e le biblioteche che ne componevano ec. ec. (18. Agosto. Domenica. 1822.)

  28. Agosto. 1822.

[2613,1]  Lo scriver francese tutto staccato, dove il periodo non è mai legato col precedente (anzi è vizio la collegazione e congiuntura de' periodi, come 2614 nelle altre lingue è virtù), il cui stile non si dispiega mai, e non sa nè può nè dee mai prendere quell'andamento piano, modesto disinvoltamente, unito e fluido che è naturale al discorso umano, anche parlando, e proprio di tutte le altre nazioni; questo tale scrivere, dico io, fuor del quale i francesi non hanno altro, è una specie di Gnomologia. E queste qualità gli convengono necessariamente, posto quell'avventato del suo stile, di cui non sanno fare a meno i francesi, e senza cui non trovano degno alcun libro di esser letto. Per la quale avventatezza lo scrittore e il lettore hanno di necessità ogni momento di riprender fiato. E par proprio così, che lo scrittore parli con quanto ha nel polmone, e perciò gli convenga spezzare il suo dire, e fare i periodi corti, per fermarsi a respirare. (28. Agosto 1822.). Effettivamente il tuono di qualunque scrittura francese fin dalla prima sillaba è quello di uno che parla ad alta voce. Tale riesce almeno per chi non 2615 è francese, e per chi non è assuefatto durante tutta la sua vita a letture francesi ec. Quel tuono moderato del discorso naturale, col qual tuono gli antichi aprivano anche le loro Orazioni, {e fra queste, anche} più veementi e passionate, è una qualità eterogenea anche alle lettere familiari de' francesi. (28. Agosto 1822.) In questa, come in molte altre qualità, lo scriver francese si rassomiglia allo stile orientale, il quale anch'esso per le medesime ragioni, e per loro necessaria conseguenza è tutto spezzato, come si vede ne' libri poetici e sapienziali della scrittura. {La lingua ebraica manca quasi affatto di congiunzioni d'ogni sorta, e non può a meno di passar da un periodo all'altro senza legame, se pure vuol servire alla varietà, perchè altrimenti tutti i suoi periodi comincerebbero, come moltissimi cominciano, dall'uau.} Ma ciò può esser virtù per gli orientali, essendo difetto ne' francesi: perchè a quelli è naturale, a questi no. Neppur noi italiani, neppur gli spagnuoli hanno quella tanta soprabbondanza di sentimento vitale, e quella tanta veemenza e rapidità naturale e abituale e fisica d'immaginazione che hanno gli orientali; a cui perciò riesce insoffribilmente languido e lento quell'andamento dello scrivere che per noi è moderato, e quelle immagini ec. che per noi tengono 2616 il giusto mezzo; e a cui riesce moderatissimo quel che riesce eccessivo per noi. Ma se neppur gl'italiani e {neppur} gli spagnuoli hanno la forza abituale e fisica della vita interna che hanno gli orientall, molto meno ci arriveranno i francesi. E in verità il modo del loro scrivere è per loro abito, non già natura, come si può vedere anche ne' loro scrittori antichi. (28. Agosto. 1822.)

  29-30. Agosto 1822.

[2616,1]  La niuna società dei letterati tedeschi, e la loro vita ritirata e indefessamente studiosa e di gabinetto, non solo rende le loro opinioni e i loro pensieri indipendenti dagli uomini (o dalle opinioni altrui), ma anche dalle cose. Laonde le loro teorie, i loro sistemi, le loro filosofie, sono per la più parte (a qualunque genere spettino: politico, letterario, metafisico, morale, ec. {ed anche fisico}) poemi della ragione. In fatti delle grandi e vere e sode scoperte sulla natura {e la teoria} dell'uomo, {+de' governi ec. ec. la fisica generale ec.} n'han fatto gl'inglesi (come { Bacone, Newton,} Locke), i francesi (come Rousseau, Cabanis) e anche qualche italiano (come { Galilei,} Filangieri ec.), ma i tedeschi nessuna, benchè tutto quello che i loro 2617 filosofi scrivono, sia, per qualche conto, nuovo, e benchè i tedeschi abbondino d'originalità in ogni genere sopra ogni altra nazion letterata (ma non sanno essere originali se non sognando): e benchè la nazion tedesca abbia tanti metafisici, computando anche i soli moderni, quanti non ne hanno le altre nazioni tutte insieme, computando i moderni e gli antichi: e bench'ella sia profondissima d'intelletto per natura, e per abito. Di più i letterati tedeschi hanno appunto in sommo grado quello che si richiede al filosofo per non esser sognatore, e per non discostarsi dal vero andandone in cerca: il che i filosofi delle altre nazioni non sogliono avere. Vale a dir che i tedeschi hanno un sapere immenso, una cognizione quasi (s'egli è possibile) intera e perfetta di tutte le cose che sono e che furono. Ed essendo essi così padroni della realtà per forza del loro studio, e gli altri letterati essendo così poco padroni de' fatti, è veramente maraviglioso, come certissimo, che 2618 laddove l'altre nazioni oramai tutte filosofano anche poetando, i tedeschi poetano filosofando. E si può dir con verità che il menomo e il più superficiale de' filosofi francesi (così leggieri e volages per natura e per abito) conosce meglio l'uomo effettivo e la realtà delle cose, di quel che faccia il maggiore e il più profondo de' filosofi tedeschi (nazione sì riflessiva). Anzi la stessa profondità nuoce loro: e il filosofo tedesco tanto più s'allontana dal vero, quanto più si profonda o s'inalza; all'opposto di ciò che interviene a tutti gli altri. (29. Agosto. 1822.). I tedeschi incontrano molto meglio e molto più spesso nel vero quando scherzano, o quando parlano con una certa leggerezza e guardando le cose in superficie, che quando ragionano: e questo o quel romanzo di Wieland contiene un maggior numero di verità solide, o nuove, o nuovamente dedotte, o nuovamente considerate, {sviluppate} ed espresse, {anche di genere astratto,} che non ne contiene la Critica della ragione di Kant. (30. Agosto 1822.). { Vedi l'abbozzo del mio discorso sopra i costumi presenti degl'italiani. }

  2. Settem. 1822.

[2619,1]  2619 È curioso l'osservare come l'universalità sia passata dalla lingua greca ch'è la più ricca, vasta, varia, libera, ardita, espressiva, potente, naturale di tutte le lingue colte, alla francese ch'è la più povera, limitata, uniforme, schiava, timida, languida, inefficace, artifiziale delle medesime. E più curioso che l'una e l'altra lingua abbiano servito all'universalità appunto perchè possedevano in sommo grado le predette qualità, che sono contrarie direttamente fra loro. E pur tant'è, ed anche oggidì dalla lingua francese in fuori, non v'è, e mancando la lingua francese, non vi sarebbe lingua meglio adattata all'universalità della greca, ancorchè morta, (2. Settem. 1822.) ed ancorch'ella sia precisamente l'estremo opposto alla lingua francese. (2. Sett. 1822.)

  9. Sett. 1822.

[2622,1]  Le nazioni civili dell'Asia, dopo la conquista d'Alessandro erano veramente δίγλωττοι cioè parlavano e scrivevano la lingua greca, non come propria, ma come lingua colta, e nota universalmente, 2623 e letta da per tutto (e così deve intendersi il luogo di Cic. pro Archia), e come noi o gli svedesi o i russi o gli olandesi scrivono il francese: noi (più di rado) per cagione della sua universalità; quegli altri, come anche i polacchi, e al tempo di Federico i prussiani, per non aver lingua che sia o fosse ancora abbastanza capace ec. Nè si dee credere che le lingue patrie di quelle nazioni, fossero spente, neanche diradate dall'uso, e sostituita loro la greca nella conversazione quotidiana, come accadde della latina, nelle nazioni latinizzate. Restano anche oggi le lingue asiatiche antiche, o dialetti derivati da quelle, o composti di quelle e d'altre forestiere, come dell'arabica ec. E v. ciò che s'è detto altrove [ pp.1000-1001] di Giuseppe Ebreo, e Porfirio Vit. Plotini c.17. nel Fabric. B. G. t.4. p. 119-120. (e quivi la nota) κατὰ μὲν πάτριον διάλεκτον. Di questi δίγλωττοι che scrivevano in lingua non loro, e pure scrivevano anche egregiamente, fu Luciano da Samosata, {+v. le sue opp., dove fa cenno della sua lingua patria,} e tali altri di que' tempi; anzi tutti gli Asiatici 2624 che scrissero in greco (eccetto quelli delle Colonie, come Arriano, Dionigi Alicarnasseo ec.), alcuni Galli non Marsigliesi nè d'altra colonia greco-gallica (come Favorino), alcuni Africani, massime Egiziani (perchè nel resto dell'Affrica, {esclusa la Cirenaica,} trionfò la lingua latina, ma come lingua de' letterati e del governo ec. non come popolare, per quanto sembra), alcuni italiani (come M. Aurelio) ec. ec. (9. Sett. 1822.) {+Questo appunto fu quello che la lingua latina non ottenne mai, o quasi mai, cioè d'esser bene intesa, parlata, letta, scritta da quelli che non la usavano quotidianamente come propria, e così si deve intendere il citato luogo di Cic. latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Pur non erano tanto ristretti neppur allora, quanto all'uso quotidiano, essendo già stabilito il latino in Affrica ec.}

  8. Ottobre. 1822.

[2633,1]  2633 Dalle suddette cose si può conoscere che l'immensa ricchezza della lingua greca, non pregiudicava alla facilità di scriverla, e quindi non s'opponeva alla sua universalità, non essendo necessaria più che tanta ricchezza (o usata o conosciuta e posseduta) non solo per iscrivere e parlar greco, ma eziandio per iscriverlo e parlarlo egregiamente; e bastando poche radici per questo; poichè restavano liberi i composti all'arbitrio dello scrittore, o quando anche non restassero liberi, infiniti composti e derivati portava seco ciascuna radice, onde lo scrittore pratico di poche radici veniva subito ad avere una lingua molto sufficiente a tutti i suoi bisogni. Il che scemava infinitamente la difficoltà che si prova nelle lingue, perchè un vocabolario sufficientissimo 2634 allo scrittore o parlatore si riduceva sotto pochi elementi, e procedeva da pochi principii ossia radici, e quindi era molto più facile ad impararlo ed impratichirsene, che se esso senza essere niente maggiore, avesse contenuto tutta la lingua, ma fosse proceduto da più numerose e diverse radici. Tutte queste circostanze siccome quelle notate nel pensiero precedente non si trovavano nella lingua latina, che meno ricca della greca, era però per la sua ricchezza più difficile a scrivere e a parlare che la greca non fu, perchè la ricchezza (ancorchè minore) della latina, bisognava averla tutta in contanti, a volere scrivere e parlar latino, e massimamente a farlo bene. E l'orecchie latine erano delicatissime come le francesi, circa il vero e 2635 proprio andamento (e la purità) della loro lingua, che rispetto alla greca era liberissimo, cioè sommamente vario, ed in gran parte ad arbitrio. (8. Ottobre. 1822.)

  2. Feb. 1823.

[2666,1]  2666 La prosa francese (nazione e lingua la più impoetica fra le moderne, che sono le più impoetiche del mondo) è molto più poetica della stessa prosa antica scritta nelle lingue le più poetiche possibili. Lo stesso mancare affatto di linguaggio poetico distinto dal prosaico fa che lo scrittor francese confonda quello ch'è proprio dell'uno con quel ch'è proprio dell'altro, e che come il poeta francese scrive prosaicamente così il prosatore scriva poeticamente, e che la lingua francese manchi non solo di linguaggio e stile poetico distinto per rispetto al prosaico, ma anche di linguaggio e stile veramente prosaico, e ben distinto e circoscritto e definito per rispetto al poetico. Questa è l'una delle cagioni della poeticità della prosa francese. Altre ancora se ne potranno addurre, ma fra queste, una che ha del paradosso e pure è verissima. La prosa francese è poetica perchè la lingua francese è poverissima. Quindi la necessità di metafore di metonimie di catacresi di mille figure di dizione che rendono poetica la lingua della prosa, e secondo il nostro gusto, 2667 gonfia, concitata ed aliena da quella semplicità, riposatezza, calma, sicurezza ed equabilità e gravità di passo che s'ammira nelle prose latina e greca, le più poetiche lingue dell'occidente. P. e. non avendo i francesi una parola che significhi unitamente il padre e la madre, (come noi, che diciamo i genitori), sono obbligati a dire spesso les auteurs de ses jours, des jours de quelqu'un, de celui-là etc. Queste tali frasi necessarie e forzate, obbligano poi lo scrittor prosaico francese a formar loro un contorno conveniente, a seguire una forma di dire, uno stile, dove queste frasi, figure ec. non disdicano, e quindi a innalzare il tuono della sua prosa, e dargli un color poetico tanto nello stile quanto nella lingua: e così la povertà della lingua francese rende poetica la sua prosa, e per le figure che l'obbliga ad usare in cambio delle parole che le mancano, e per le figure che queste medesime figure forzate richiedono intorno a se, e quasi portano con se, e per lo stile e il linguaggio e il tuono che queste figure forzate 2668 domandano per non disdire. (2. Feb. 1823.)

  17. Maggio. 1823.

[2699,1]  Al contrario le lingue non bene o sufficientemente organizzate e regolate, variano continuamente e in breve si spengono quasi affatto, e fanno luogo a lingue quasi nuove, anche durando il medesimo stato della nazione, sia di civiltà (se pur vi fu mai civiltà non accompagnata da lingua illustre), sia di maggiore o minore barbarie. La lingua provenzale benchè scritta da tanti in poesia ed in prosa, pure perchè non ordinata sufficentemente nè ridotta a grammatica, è tutta morta dopo brevissima vita. E degli stessi trecentisti italiani, quelli che più s'accostarono al dir plebeo e provinciale, fosse fiorentino o qualunque, siccome tanti scrittori fiorentini o toscani di cronichette o d'altro, sono già da gran tempo scrittori di lingua per grandissima 2700 parte morta; giacchè infinite delle loro voci, frasi, forme e costruzioni più non s'intendono nelle stesse loro provincie, o vi riescono strane, insolite, affettate, antiquate e invecchiate. Vedi Perticari Apologia di Dante, capo 35. e specialmente p. 338-45. (17. Maggio. 1823.).

  23. Maggio 1823.

[2715,3]  Ho detto altrove [ pp.787.sgg.] che la lingua francese, povera di forme, è tuttavia ricchissima e sempre più si arricchisce di voci. Distinguo. La lingua francese è povera di sinonimi, ma ricchissima di voci denotanti ogni sorta di cose e di idee, e ogni menoma parte di ciascuna cosa e di ciascuna idea. Non può molto variare nella espressione d'una cosa medesima, ma può variamente esprimere le più varie e diverse cose. Il che non possiamo noi, benchè possiamo ridire 2716 in cento modi le cose dette. Ma certo è sempre varia quella scrittura che può esser sempre propria, perchè ad ogni nuova cosa che le occorre di significare, ha la sua parola diversa dalle altre per significarla. Anzi questa è la più vera, la più sostanziale, la più intima, la più importante, ed anche la più dilettevole varietà di lingua nelle scritture. E quelle scritte in una lingua soprabbondante di sinonimi, per lo più sono poco varie, perchè la troppa moltitudine delle voci fa che ciascheduno scrittore per significare ciaschedun oggetto, scelga fra le tante una sola o due parole al più, e questa si faccia familiare e l'adoperi ogni volta che le occorre di significare il medesimo oggetto; e così ciascheduno scrittore in quella lingua abbia il suo vocabolarietto diverso da quel degli altri, e limitato: come altrove ho detto [ pp.244-45] [ pp.2386-87] [ pp.2397-400] [ pp.2630-32] accadere agli scrittori greci ed italiani. E osservo che sebbene 2717 la lingua greca è molto più varia della latina, nondimeno per la detta ragione le scritture greche, massime quelle degli ottimi e originali, sono meno varie delle latine per ciò che spetta ai vocaboli e ai modi. (23. Maggio 1823.). { V. p. 2755.}

  
  1. Luglio 1823.

[2869,1]  Non è maraviglia che la scrittura francese sia così diversa dalla pronunzia. Come altrove ho detto [ pp.2462-63], a tutte le ortografie delle lingue figlie della latina, ed anche, almeno in parte, della inglese e della tedesca, servì 2870 di modello e di guida la scrittura latina, che apparteneva all'unica letteratura che si conoscesse quando prima si cominciarono a formare e regolare le moderne ortografie, anzi era altresì quasi l'unica scrittura nota, perchè le lingue moderne poco fino allora s'erano scritte, e quando conveniva scrivere, s'era per lo più scritto in latino, benchè barbaro. Ora la pronunzia francese, è tra le pronunzie delle lingue nate dalla latina, quella che più s'è discostata dal latino. Ond'è che la lingua francese è altresì fra queste lingue la più diversa dalla madre, così di spirito, di costruzioni, di maniere, di frasi, {e di assai vocaboli,} come di suoni. {# (1) V. p. 2989.} Egli è certissimo che da principio la lingua francese si pronunziava nel modo stesso che si scriveva, ossia la pronunzia delle sillabe nelle parole francesi corrispondeva al valore che avevano nell'alfabeto le lettere con cui esse parole si scrivevano. I versi che si trovano ancora de' poeti provenzali, pronunziavansi indubitatamente in questo modo {o con poca differenza,} come ne fa fede la loro misura, le loro rime ec. che si perderebbero l'une e l'altra pronunziando quei versi altramente, o alla moderna. Ma le irruzioni e i commerci de' settentrionali 2871 avendo cangiata la pronunzia francese, e diradata di vocali e inspessita di consonanti e resa più aspra, e così diversificatala dalla lingua provenzale, e poi col mezzo della francese, mutata eziandio la provenzale, (v. Perticari Apologia di Dante cap. 11. principio, p. 206. fine - 208. principio, e cap. 12. principio, p. 111, p. 112. e ivi fine, p. 119. e Capo 16. fine, p. 158.) la lingua francese si allontanò sommamente dalla latina, sì per li nuovi vocaboli e forme che acquistò da popoli che non avevano mai parlato latino, sì per li suoni di cui vestì, e con cui pronunziò quegli stessi vocaboli tolti dal latino ch'ella aveva, e che tuttora conserva. Quindi per due ragioni la pronunzia francese dovette riuscir diversa dalla scrittura. Primo, per la sopraddetta, cioè perchè non avendovi scrittura nota, o almeno scrittura appartenente a lingua letterata e formata, fuori della latina, l'ortografia francese dovette pur prendere, come l'altre, per suo modello la latina, ed essendo già la pronunzia francese fatta diversissima dalla latina, e certo assai più diversa che non erano o non furono poi la spagnuola e l'italiana, 2872 perciò la scrittura francese dovette molto più differire dalla pronunzia, che non differiscono la spagnuola e l'italiana che presero e usarono lo stesso modello. Secondo: questa diversificazione e settentrionalizzazione di pronunzia, avendo avuto luogo, o acquistato forza ed estensione in Francia piuttosto tardi, e di più trovandosi che i poeti di cui la Provenza> abbondò, scrivevano il provenzale, stato già tutt'uno col francese, ed allora tuttavia analogo, ma più latino, (v. Perticari l.c. p. 107. principio) lo scrivevano, dico, in modo simile ed analogo al latino; ed essendo così vero come naturale che i primi che scrissero qualche cosa in francese, riguardarono ai provenzali, e se li proposero per guide, come quelli ch'erano in quei tempi i più dotti forse della Francia, ed avevano contribuito a spargere in essa il gusto della poesia volgare e dello scrivere in volgare; da tutto questo ne seguì che la scrittura francese si accostò al latino, come ci si accostava e la scrittura pronunzia provenzale; ci si accostò dico, nonostante che la pronunzia francese ogni dì più se ne scostasse, con che si venne anche a scostare dalla scrittura. 2873 Perciocchè veramente si può dire che la pronunzia francese da se, e movendosi essa, si allontanò e divise dalla scrittura, piuttosto che la scrittura dalla pronunzia. Benchè veramente sia debito de' buoni e filosofi ortografi di far che la scrittura in qualunque modo tenga sempre dietro alla universale pronunzia, regolata, o riconosciuta per regolare; e non far che la scrittura stia ferma, e lasci andare questa tal pronunzia al suo viaggio, senza darsene alcun pensiero. Ma questi discorsi non si potevano nè fare nè seguire in quei primi e confusi tempi e ignoranti, nè dopo fatti, sono stati effettuabili, avendo preso piede l'usanza contraria in modo che non si potea più scacciare nè mutare; abbisognando ella di troppe e troppe grandi ed essenziali mutazioni, non di poche e lievi e quasi accidentali come ne abbisognò e ne ricevette l'usanza italiana.

  7. Luglio. 1823.

[2906,2]  In tutte le lingue tanto gran parte dello stile appartiene ad essa lingua, che in veruno scrittore l'uno senza l'altra non si può considerare. La magnificenza, la forza, la nobiltà, l'eleganza, {+la semplicità, la naturalezza,} la grazia, la varietà, tutte o quasi tutte le qualità dello stile, sono così legate alle corrispondenti qualità della 2907 lingua, che nel considerarle in qualsivoglia scrittura è ben difficile il conoscere e distinguere e determinare quanta e qual parte di esse (e così delle qualità contrarie) sia propria del solo stile, e quanta e quale della sola lingua; o vogliamo piuttosto dire, quanta e qual parte spetti e derivi dai soli sentimenti, e quanta e quale dalle sole parole; giacchè rigorosamente parlando, l'idea dello stile abbraccia così quello che spetta ai sentimenti come ciò che appartiene ai vocaboli. Ma tanta è la forza e l'autorità delle voci nello stile, che mutate quelle, o le loro forme, il loro ordine ec. tutte o ciascuna delle predette qualità si mutano, o si perdono, e lo stile di qualsivoglia autore o scritto, cangia natura in modo che più non è quello nè si riconosce. {+ Veggasi la p. 3397-9. }

  19. Luglio 1823.

[2989,1]  Alla p. 2870. Come la nazion francese è tra tutte quelle europee che si chiamano meridionali quella che più partecipa del settentrionale sì per clima, come per indole, costumi ec. {Si può vedere la p. 3252.sg. 3400. sgg.} così la lingua francese è di tutte le figlie della latina, {+o vogliamo dire delle meridionali colte,} quella che ha più del settentrionale sì per la natura, asprezza ec. dei suoni, come per 2990 la proprietà ed indole della dicitura, forma, struttura ec. E si può dire che per l'uno e per l'altro rispetto essa lingua, siccome la nazione che la parla tenga il mezzo, e sia quasi un grado e un anello fra le meridionali e le settentrionali europee colte. Dico per l'uno e per l'altro rispetto, cioè per li suoni e per l'indole. Le quali due cose sono sempre analoghe e corrispondenti fra loro, cioè tale è sempre l'indole di una lingua perfetta qual è quella de' suoni materiali ch'ella adopera. E la varietà medesima che si trova fra i suoni di due lingue d'una medesima classe, o di due lingue di classi diverse, o delle lingue di due classi (come settentrionale e meridionale), si troverà sempre fra i caratteri e i geni delle medesime lingue o classi, purch'elle sieno perfette, e ben corrispondenti all'indole della nazione, il che sempre accade quando una lingua è perfettamente sviluppata, e senza di che non può essere che una lingua, ancorchè 2991 colta, abbia perfettamente sviluppato, o conservi, il suo vero, conveniente, naturale e proprio carattere. (19. Luglio 1823.)

  30. Luglio. 1823.

[3066,1]  Che la lingua italiana mediante la letteratura sia stata per più secoli divulgatissima in Europa, e più divulgata che niun'altra moderna a quei tempi, o certo per più lungo spazio (perchè la lingua spagnuola per certo tempo lo fu forse altrettanto, e in Italia nel 600 trovo stampate le Novelle di Cervantes in ispagnuolo, mentre oggi in tanta diffusione della lingua francese, che niuno è che non la intenda, è ben difficile che tra noi si ristampi un libro francese di letteratura o divertimento in lingua francese), raccogliesi da parecchi luoghi e notizie da me segnate qua e là [ p.242] [ pp.1581-83], e da molte altre che si possono facilmente raccorre. Vedi in particolare Andrès, Stor. della letterat. parte 2. l. 1. poesia inglese, ed. Ven. del Loschi, t. 4. p. 116. 117. 119., la Vita di Milton, l'Orazione di Alberto Lollio in lode della lingua toscana, nelle prose fiorentine, part. 2. vol. 4. ed. Ven. 1730-43. p. 38-39, dov'è un passo molto interessante a questo proposito. Ma si noti che in altre edizioni come in quella 3067 della Raccolta di prose ad uso delle regie scuole, ed. 3a Torino, 1753. p. 309. questo passo, siccome tutta l'orazione, è notabilissimamente mutato; e veggasi la prefazione al citato vol. delle Prose fior. p. X-XI. {# 1. Veggasi ancora Speroni Oraz. in morte del Bembo nelle Orazioni stampate in Ven. 1596. p. 144-5. } La Canzone de' Gigli del Caro, mandata in Francia, e fatta apposta per colà, come anche il Commento alla medesima secondo che dice il Caro in una delle sue lettere al Varchi, il conto fattone in Francia ec. (v. la Vita del Caro); la Canzone del Filicaia per la liberazione di Vienna, mandata in Germania, e credo anche in Polonia, e colà molto lodata, come si vede nelle lettere del Redi; {# 2. V. p. 3816. } i poemi dell'Alamanni fatti in Francia ad istanza di quei principi ec. e colà stampati (v. Mazzucchelli, Vita dell'Alamanni ), siccome molti altri libri italiani originali o tradotti si pubblicavano allora o si ristampavano fuor d'Italia, nella quale certo niun libro francese, inglese, tedesco si pubblicava o ristampava originale, e ben pochissimi tradotti (francesi o spagnuoli); tutte queste cose, e cento altre simili {notizie e indizi} di cui son pieni 3068 i libri del 500, del 600, e anche de' principii del 700, dimostrano quanto la lingua italiana fosse divulgata. Nondimeno ella ha lasciato ben poche o niuna parola agli stranieri (eccetto alcune tecniche, militari, di belle arti ec. che spettano ad altro discorso) mentre la lingua francese tanti vocaboli e frasi e modi e forme ha comunicato e comunica a tutte le lingue colte d'Europa, e in esse le ha radicate e naturalizzate per sempre, e continuamente ne radica e naturalizza. Segno che la letteratura è debol fonte e cagione e soggetto di universalità per una lingua, perocchè una lingua universale per la sola letteratura (e per questo lato fu veramente universale l'italiana a que' tempi, quanto mai lo sia stato alcun'altra fra le nazioni civili) non rende διγλώττους le nazioni in ch'ella si spande, e non è mai se non materia di studio e di erudizione (παιδείας). Quindi poco profonde radici mettono nell'altre lingue le sue parole: e terminata l'influenza della sua letteratura 3069 termina la sua universalità (non così, terminata l'influenza della nazion francese è terminata nè terminerà l'universalità della sua lingua, nè così della greca ec.), e si dimenticano e disusano ben presto quelle parole e modi che lo studio e l'imitazione della sua letteratura aveva forse introdotto nelle letterature straniere, ma non più oltre che nelle letterature. Quando in Francia a tempo di Caterina de' Medici, la nostra lingua si divulgò per altro che per la letteratura, allora l'italianismo nel francese non appartenne alla letteratura sola, e in questa medesima eziandio fu maggiore assai che negli altri tempi o circostanze, onde, non so qual degli Stefani, scrisse quel dialogo satirico del quale ho detto altrove più volte.

  18. Agos. 1823.

[3192,1]  Per li nostri pedanti il prender noi dal francese o dallo spagnuolo voci o frasi utili o necessarie, non è giustificato dall'esempio de' latini classici che altrettanto faceano dal greco, come Cicerone massimamente e Lucrezio, nè dall'autorità di questi due e di Orazio nella Poetica, che espressamente difendono e lodano il farlo. Perocchè i nostri pedanti coll'universale dei dotti e degl'indotti tengono la lingua greca per madre della latina. Ma hanno a sapere ch'ella non fu madre della latina, ma sorella, nè più nè meno che la francese e la spagnuola sieno sorelle dell'italiana. Ben è vero che la greca letteratura e 3193 filosofia fu, non sorella, ma propria madre della {+letteratura e filosofia} latina. Altrettanto però deve accadere alla filosofia italiana, e a quelle parti dell'italiana letteratura che dalla filosofia debbono dipendere o da essa attingere, per rispetto alla letteratura e filosofia francese. La quale dev'esser madre della nostra, perocchè noi non l'abbiamo del proprio, stante la singolare inerzia d'Italia nel secolo in che le altre nazioni d'Europa sono state e sono più attive che in alcun'altra. E voler creare di nuovo e di pianta la filosofia, e quella parte di letteratura che affatto ci manca (ch'è la letteratura propriamente moderna); oltre che dove sono gl'ingegni da questa creazione? ma quando anche vi fossero, volerla creare dopo ch'ella è creata, e ritrovare dopo trovata ch'ell'è da più che un secolo, e dopo cresciuta e matura, e dopo diffusa e abbracciata e trattata continuamente da tutto il resto d'Europa del pari; sarebbe cosa, non solo inutile, ma stolta e dannosa, mettersi a bella posta lunghissimo tratto addietro degli 3194 altri in una medesima carriera, volersi collocare sul luogo delle mosse quando gli altri sono già corsi tanto spazio verso la meta, ricominciare quello che gli altri stanno perfezionando; e sarebbe anche impossibile, perchè nè i nazionali nè i forestieri c'intenderebbono se volessimo trattare in modo affatto nuovo le cose a tutti già note e familiari, e noi non ci cureremmo di noi stessi, e lasceremmo l'opera, vedendo nelle nostre mani bambina e schizzata, quella che nelle altrui è universalmente matura e colorita; e questo vano rinnovamento piuttosto ritarderebbe e impaccerebbe di quel che accelerasse e favorisse gli avanzamenti della filosofia, e letteratura moderna e filosofica. Erano ben altri ingegni tra' latini al tempo che s'introdussero e crebbero gli studi nel Lazio; ben altri ingegni, dico, che oggi in Italia non sono. Nè però essi vollero rinnovare nè la filosofia nè la letteratura (la quale essendo allora poco filosofica, si potea pur variare passando a nuova nazione), ma trovando l'una e l'altra in alto stato, e grandissimamente avanzate e mature appresso i 3195 greci, da questi le tolsero, e gli altrui ritrovamenti abbracciarono e coltivarono; e ricevuti e coltivati che gli ebbero, allora, secondo l'ingegno di ciascheduno e l'indole della nazione, de' costumi, del governo, del clima, della lingua, delle opinioni romane, modificarono ed ampliarono le cose da' greci trovate, e diedero loro abito e viso e attitudini domestiche e nuove. Se vuol dunque l'Italia avere una filosofia ed una letteratura moderna e filosofica, le quali finora non ebbe mai, le conviene di fuori pigliarle, non crearle da se; e di fuori pigliandole, le verranno principalmente dalla Francia (ond'elle si sono sparse anche nelle altre nazioni, a lei molto meno vicine e di luogo e di clima {e di carattere} e di genio e di lingua ec. che l'italiana), e vestite di modi, forme, frasi e parole francesi (da tutta l'Europa universalmente accettate, e da buon tempo usate): dalla Francia, dico, le verrà la filosofia e la moderna letteratura, come altrove ho ragionato [ pp.1029-30], e volendole ricevere, nol potrà altrimenti che ricevendo altresì assai parole e frasi di là, ad esse intimamente e indivisibilmente spettanti e fatte proprie; 3196 siccome appunto convenne fare ai latini {delle voci e frasi greche} ricevendo la greca letteratura e filosofia; e il fecero senza esitare. E noi colla stessa giustificazione, ed anche col vantaggio della stessa facilità il faremo, essendo la lingua francese sorella dell'italiana siccome della latina il fu la greca, e producendo la filosofia e la filosofica letteratura francese una letteratura moderna ed una filosofia italiana, siccome già la greca nel Lazio. E tanto più saremo fortunati degli altri stranieri che dal francese attinsero voci e modi per la filosofia e letteratura, quanto che noi nel francese avremo una lingua sorella, e non, com'essi, aliena e di diversissima origine. (18. Agos. 1823.)

  23. Agos. 1823.

[3251,1]  3251 Tornando al proposito debbono esser, come ho detto, cose osservate queste proporzioni che passano tra le diverse nature dei climi e i diversi caratteri delle rispettive pronunzie e geni delle rispettive lingue, ed altresì il modo di queste proporzioni, cioè il modo in che il clima opera sulle favelle, e da quali proprietà del clima quali proprietà derivino alle pronunzie e alle lingue. Ma forse non sarà stato egualmente notato che trovandosi in un medesimo clima e paese essere stati in diversi tempi diversi caratteri di pronunzia e di lingua, queste diversità corrispondettero sempre alle qualità fisiche degli uomini che ciascuna d'esse pronunzie e lingue, l'una dopo l'altra usarono, le quali fisiche qualità variarono secondo le diverse circostanze morali, politiche, religiose, intellettuali ec. che in diverse generazioni in quel medesimo clima e paese ebber luogo. Ond'è che sebbene il clima meridionale naturalmente ispira dolcezza ne' caratteri delle pronunzie e de' suoni, tuttavia suono della lingua greca, e quello della lingua romana, certo più molle che non era a quel tempo, e che adesso non è, il suono delle 3252 lingue settentrionali, pur fu molto men delicato e più forte di quello che oggi si sente nella nuova lingua dello stesso Lazio e di Roma e d'Italia. E ciò non per altra {cagione fisica immediata,} se non perchè, stante le loro circostanze morali e politiche e il lor genere di vita e di costumi, gli antichi Greci e Romani (il che anche per mille altri segni e notizie si prova) furono di corpo molto più forti che i moderni italiani non sono. { La stessa pronunzia della moderna lingua francese (e così delle altre) si è addolcita coi costumi della nazione, come dice Voltaire ec. giacchè un dì si pronunziava come oggi si scrive ec.} Ond'è che siccome la pronunzia francese per la geografica posizione e natural qualità del suo clima, ch'è mezzo tra meridionale e settentrionale, tiene quasi tanto delle pronunzie del sud quanto di quelle del nord, {#pendendo però più al sud} ed è un temperamento dell'une e dell'altre e un anello che queste a quelle congiunge {#Puoi vedere la pp. 2989-91.,} così il carattere delle pronunzie greca e latina, tiene, non dirò già il proprio mezzo tra il settentrionale e il meridionale, ma tra il carattere dell'italiana, ch'è l'uno estremo delle moderne pronunzie meridionali, e l'estremo assoluto della dolcezza; e quello della pronunzia settentrionale meno aspra e che più 3253 s'accosti a dolcezza, e sia per questa parte l'estremo delle pronunzie settentrionali, alle meridionali più vicino. O volessimo piuttosto dire che le pronunzie greca e latina sieno medie tra l'italiana {+ch'è la più meridionale,} e la francese, che non è nè ben meridionale nè per anco settentrionale. {+Le lingue orientali, la greca moderna, la turca, quelle de' selvaggi e indigeni d'America sotto la zona, parlate e scritte in climi assai più meridionali che quel d'Italia o di Spagna, sono tuttavia molto men dolci dell'italiana e della spagnuola, e taluna anche delle settentrionali europee. Ciò per la rozzezza o per la acquisita barbarie de' popoli che l'usano o che l'usarono, per li costumi aspri e crudeli ec. antiche o moderne ch'esse lingue si considerino.} (23. Agos. 1823.)

  1-2. Settembre. 1823.

[3326,1]  Or questo ai francesi fu facile, perchè la loro letteratura non fu interrotta per alcun tempo, da Luigi in poi; laonde la loro lingua fu sempre continuata naturalmente e senza sforzo, e sempre successivamente modificandosi secondo i tempi, fu in ciascun tempo moderna, ma una in tutti i tempi considerati insieme. A noi bisogna far forza alle cose, e quasi scancellare e annullare o nascondere il fatto, cioè governarci in modo che quel che fu, apparisca non essere stato, e la lingua italiana sembri non essere stata per alcun tempo interrotta, ma continuamente avanzata e modificata sino a divenir propria {e conforme e conveniente} all'odierna Italia ed alla sua moderna letteratura.

  6. Sett. 1823.

[3366,1]  La lingua latina s'introdusse, si piantò e rimase in quelle parti d'Europa nelle quali entrò anticamente e si stabilì la civilizzazione. Ciò non fu che nella Spagna e nelle Gallie. Quella fino dagli antichi tempi produsse i Seneca, Quintiliano, Columella, Marziale ec. poi Merobaude, S. Isidoro ec. e altri moltissimi di mano in mano, i quali divennero letterati e scrittori latini, senza neppure uscire, come quei primi, dal loro paese, o quantunque in esso educati, e non, come quei primi, in Roma. Le Gallie produssero Petronio Arbitro, Favorino ec. poi Sidonio, S. Ireneo ec. La civiltà v'era già innanzi i romani stata introdotta da coloni greci. Di più la corte latina v'ebbe sede per alcun tempo. La Germania benchè soggiogata anch'essa da' Romani, e parte dell'impero latino, non diede mai adito a civiltà nè a lettere, nè a' buoni nè a' mediocri nè a' cattivi tempi di quell'impero. Ella fu sempre barbara. Non si conta fra gli scrittori latini di veruna latinità 3367 (se non dell'infimissima) niuno che avesse origine germanica o fosse nato in Germania, come si conta pur quasi di tutte l'altre provincie e parti dell'impero romano. Quindi è che la Germania benchè suddita latina, benchè vicina all'Italia, anzi confinante, come la Francia, e più vicina assai che la Spagna, non ammise l'uso della lingua latina, e non parla latino {(cioè una lingua dal latino derivata),} ma conserva il suo antico idioma. (Forse anche fu cagione di ciò e delle cose sopraddette, che la Germania non fu mai intieramente soggiogata, nè suddita pacifica, come la Spagna e le Gallie, sì per la naturale ferocia della nazione, sì per esser ella sui confini delle romane conquiste, e prossima ai popoli d'Europa non conquistati, e nemici de' romani, e sempre inquieti e ribellanti, onde ad essa ancora nasceva e la facilità, e lo stimolo, e l'occasione, e l'aiuto e il comodo di ribellare). Senza ciò la lingua latina avrebbe indubitatamente spento la teutonica, nè di essa resterebbe maggior notizia o vestigio che della celtica e dell'altre che la lingua latina spense affatto in Ispagna e in 3368 Francia. Delle quali la teutonica non doveva mica esser più dura nè più difficile a spegnere. Anzi la celtica doveva anticamente essere molto più colta e perfetta o formata che la teutonica, il che si rileva sì dalle notizie che s'hanno de' popoli che la parlarono, e delle loro istituzioni (come de' Druidi, de' Bardi, cioè poeti ec.), e della loro religione, costumi, cognizioni ec. sì da quello che avanza pur d'essa lingua celtica, e de' canti bardici in essa composti ec. L'Inghilterra par che ricevesse fino a un certo segno l'uso della lingua latina, certo, se non altro, come lingua letterata e da scrivere. {Il latino si stabilì in Inghilterra a un di presso come il greco nell'alta Asia, e l'italiano in Dalmazia, nell'isole greche e siffatti dominii de' Veneziani: cioè come lingua di qualunque persona colta e della scrittura, ma non parlata dal popolo, benchè fosse intesa. Così il turco in Grecia ec.} Ella ha pure scrittori non solo dell'infima, ma anche della media latinità, come Beda ec. Ma era già troppo tardi, sì perchè la lingua latina era già corrotta e moribonda per tutto, anche in Italia sua prima sede, sì perchè l'impero latino era nel caso stesso. Quindi i Sassoni facilmente distrussero la lingua latina in Inghilterra, ancora inferma e mal piantata, propria solo dei dotti (com'io credo), e le sostituirono la 3369 teutonica, trionfando allo stesso tempo (almeno in molta parte dell'isola) anche dell'idioma nazionale, indigeno, ἐπιχώριος e volgare, cioè del celtico ec., al qual trionfo doveva pure aver già contribuito la lingua latina, soggiogata poi anch'essa, e più presto ed interamente dell'indigena, da quella de' conquistatori. Laddove nelle Gallie i Franchi non poterono mica introdurre la lingua loro, benchè conquistatori, nè estirpar la latina, ben radicata, e per lunghezza di tempo, e perchè insieme con essa erano penetrati e stabiliti nelle Gallie, i costumi, la civiltà, le lettere, la religione latina, e perchè quivi detta lingua non era già propria ai soli dotti, ma comune al volgo, ond'essi conquistatori l'appresero, e parlata ec. Così dicasi de' Goti, Longobardi ec. in Italia; de' Vandali ec. in Ispagna. Che se la lingua latina in Italia, in Francia, in Ispagna, trionfò delle lingue germaniche benchè parlate da' conquistatori, può esser segno ch'ella ne avrebbe pur trionfato nella Germania ov'elle parlavansi da' conquistati, se non l'avessero impedito le cagioni dette di sopra. Perocchè si vede che la lingua latina trionfava 3370 dell'altre, non tanto come lingua di conquistatori e padroni, superante quella de' conquistati e de' servi, nè come lingua indigena o naturalizzata, superante le forestiere, avventizie e nuove; quanto come lingua colta e formata, superante le barbare, incolte, informi, incerte, imperfette, povere, insufficienti, indeterminate. Altrimenti non sarebbe stato, come fu, impossibile ai successivi conquistatori d'Italia, Francia, Spagna, il far quello che i latini ne' medesimi paesi, conquistandoli, avevano fatto; cioè l'introdurre le proprie lingue in luogo di quelle de' vinti. Nel mentre che i Sassoni in Inghilterra, certo nè più civili nè più potenti de' Franchi, de' Goti, de' mori, ec. i Sassoni, dico, in Inghilterra, e poscia i Normanni, trionfavano pur senza pena delle lingue indigene di quell'isola, perchè mal formate ancor esse, benchè non affatto barbare, ed anzi (p. e. la celtica) più colte ec. delle loro. Ma queste vittorie della lingua latina sì nell'introdursi fra' conquistati, e forestiera scacciare le lingue indigene; sì nel mantenersi malgrado i conquistatori, e in luogo di cedere, divenir propria anche di questi, si dovettero, come ho detto, in grandissima parte, alla civiltà dei 3371 costumi latini e alle lettere latine con essa lingua introdotte o conservate: di modo che detta lingua non riportò tali vittorie, solamente come colta e perfetta per se, ma come congiunta ed appartenente ai colti e civili costumi, opinioni e lettere latine. Perocchè, come ho detto, sempre ch'ella ne fu disgiunta, cioè dovunque la civiltà e letteratura latina, e l'uso del viver latino, o non s'introdusse, o non si mantenne, o scarsamente s'introdusse o si conservò; nè anche s'introdusse la lingua latina, come in Germania, o non si mantenne, come accadde in Inghilterra. E ciò si vede non solo in queste parti d'Europa, che non ammisero la civiltà latina per eccesso di barbarie, o che non ammettendola, restarono barbare; ma eziandio in quelle dove una civiltà ed una letteratura indigena escluse la forestiera, in quelle che non ammettendo i costumi nè le lettere latine, restarono però, quali erano, civili e letterate, cioè nelle nazioni greche. Le quali non ricevendo l'uso del viver latino, non ricevettero neppur la lingua, benchè la sede dell'impero 3372 romano, e Roma e il Lazio, per così dire, fossero trasportate e lunghissimi secoli dimorassero nel loro seno. Ma la Grecia contuttociò non parlò mai nè scrisse latino, ed ora non parla nè scrive che greco. Ed essa era pur la parte più civile d'Europa, non esclusa la stessa Roma, al contrario appunto della Germania. Sicchè da opposte, ma analoghe e corrispondenti e ragguagliate e proporzionate, cagioni, nacque lo stesso effetto.

  9-10. Sett. 1823.

[3389,1]  La lingua spagnuola, secondo me, può essere agli scrittori italiani una sorgente di buona e bella ed utile novità ond'essi arricchiscano la nostra lingua, massimamente di locuzioni e di modi.

  13. Sett. 1823.

[3428,1]  Alla p. 3417. In Francia siccome la prosa segue l'uso del parlar quotidiano assai più che altrove, e l'è sempre assai più conforme, così i poeti non hanno creduto potersi scostare gran fatto dall'uso medesimo e dalla prosa, nè lasciar di seguire da vicinissimo l'uno e l'altra nelle continue mutazioni ch'esse naturalmente e inevitabilmente subiscono. Sì ne' poeti che ne' prosatori ciò nasce dalla natura di quella nazione e di quella società. I poeti francesi non hanno dunque antichità di linguaggio da usare. Tutto e sempre di mano in mano nella lingua francese è moderno. E tutto è ancor nazionale; perchè guardigli il cielo dall'arricchire la loro lingua di qualche voce tolta {nuovamente} dal latino, benchè totalmente analoga e affine ad altre voci francesi. La lingua loro è dunque in tutto e sempre viva e incapace sì dell'antico, 3429 si ancora del pellegrino (se non di quello che introdotto in una lingua, o usato da uno scrittore è libertinaggio e barbarie, non eleganza o nobiltà ec.). Da ciò viene che la lingua francese non è capace di eleganza ec. (del che mi pare aver detto altrove [ p.1813] [ p.2014)], e che la Francia non ha e non può avere lingua propria della poesia. E non avendola, e però i termini tra questa e quella della prosa non essendo certi, anzi non avendovene alcuno, perocchè il campo {dell'una e dell'altra} è un solo e indiviso, la Francia non ha neppur lingua propria espressamente della prosa, e nella più impoetica lingua del mondo, qual è la francese, non si trova quasi prosa che non sappia di poesia per lo stile, più o meno, ma certo più di tutte le classiche prose scritte nelle più poetiche lingue come la greca e la latina. Del che veggasi la p. 3420-1. Del resto è ben naturale che ove non è distinzion di lingua (tra poesia e prosa) quivi non possa essere vera distinzion di stile. {#Secondo il detto a pp. 3397-99. e p. 2906.} (13. Sett. 1823.)

  28. Sett. 1823.

[3546,1]  In una città piccola, massime dove sia poca conversazione, non essendo determinato il tuono della società, {+(neppur un tuono proprio particolarmente d'essa città, qual sempre sarebbe in una città piccola, quando veggiamo che anche le grandi hanno sempre notabilissime nuances di tuono lor proprio, e differenze da quello dell'altre, anche dentro una stessa nazione)} ciascun fa tuono da se, e la maniera di ciascuno, qual ch'ella sia, è tollerata e giudicata per buona e conveniente. Così a proporzione in una nazione, dove non v'abbia se non pochissima società, come in Italia. Il tuono sociale di questa nazione non esiste: ciascuno ha il suo. Infatti non v'è tuono di società che possa dirsi italiano. Ciascuno italiano ha la sua maniera di conversare, o naturale, o imparata dagli stranieri, o comunque acquistata. Laddove in una nazione socievole, e così a proporzione in una città grande, non è, non solo stimato, ma neppur tollerato, chi non si 3547 conforma alla maniera comune di trattare, e chi non ha il tuono degli altri, perchè questa maniera comune esiste, e il tuono di società è determinato, più o meno strettamente, e non è lecito uscirne senza esser messo, nella società ec., fuor della legge, e considerato come da men degli altri, perchè dagli altri diverso, diverso dai più. (28. Sett. 1823.)

  30. Sett. 1823.

[3561,1]  Alla p. 3413. Infatti la scrittura dello Speroni è tutta sparsa e talor quasi tessuta, non pur di vocaboli, o d'usi metaforici ec. di parole, tutti propri di Dante e di Petrarca, ma di frasi intere e d'interi emistichi di questi poeti, dall'autore dissimulatamente appropriatisi e convertiti all'uso della sua prosa. Nè tali voci, frasi ec. riescono in lui punto poetiche, ma convenientissimamente prosaiche. Altrettanto fanno più o meno molti altri autori del cinquecento, massime i più eleganti, ma lo Speroni singolarmente. Or andate e ditemi che altrettanto potessero fare, non pur i prosatori greci con Omero, o altro lor poeta, ma i latini con Virgilio ec. benchè il latino non abbia linguaggio poetico distinto. Che vuol dir ciò dunque, se non che il linguaggio di Dante e Petrarca era poco o nulla distinto da quel della prosa? Onde i prosatori potevano farne lor pro, anche a sazietà, senza dar nel poetico. {#Le voci e frasi {e significati più poetici ed eleganti} di Petrarca Dante ec. tengono come un luogo di mezzo tra il prosaico e il poetico, onde in una prosa alta, com'è quella dello Speroni, ci stanno naturalissimamente. P. e. talento in quel significato Che la ragion sommettono al talento. Non si sa ben dire se sia più del verso che della prosa. Vedilo benissimo usato dallo Speroni ne' Diall. Ven. 1596. p. 69. fine.} Altri, e non pochi, prosatori del 500, siccome nel 300 il Boccaccio, davano nel poetico sconveniente 3562 alla prosa, adoperando a ribocco e senza giudizio le voci, le significazioni, le metafore, le frasi, gli ornamenti, l'epitetare ec. sì di Dante e Petrarca sì de' poeti del 500. stesso. E ciò per la medesima ragione per cui i detti poeti adoperavano le frasi e voci ec. della prosa, come a pagg. 3414. segg. Ciò era perchè i termini fra il linguaggio della poesia e della prosa non erano ancora ben stabiliti nella nostra lingua. Onde come noi non avevamo ancora un linguaggio propriamente poetico bene stabilito e determinato, (p. 3414. 3416.), così nè anche un linguaggio prosaico. Nella stessa guisa (ma però molto meno) che i francesi non hanno quasi altra prosa che poetica, perchè appunto non hanno lingua propriamente poetica, distinta e determinata, e assegnata senza controversia alla poesia (veggansi le p. 3404-5. 3420-1. 3429. e il pensiero seguente). Nessun buon autore del seicento, del sette e dell'ottocento dà nel poetico come molti buoni {e classici} del 500 (non ostante nel 600 la gran peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l'immaginoso, l'ingegnoso; e consistente in queste qualità ec. peste 3563 che nel 500 ancor non regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto non mai nelle buone e classiche prose del 600: segno che quel vizio nel 500. veniva da altra cagione, e ciò era quella che si è detta). Nessuno oggi (nè nei due ultimi secoli) per poco che abbia, non pur di giudizio, ma sol di pratica nelle buone lettere sarebbe capace di peccare, scrivendo in prosa, per poeticità di stile e linguaggio, altrettanto quanto nell'ottimo ed aureo secolo del 500 (mentre il nostro è ferreo) peccavano gli ottimi ingegni nelle classiche prose, sì nel linguaggio, sì nello stile, che quello si tira dietro (p. 3429. fine). E come ho detto a pagg. 3417-9. che il linguaggio {propriamente} poetico in Italia non fu pienamente determinato, stabilito, e distinto e separato dal prosaico, se non dopo il cinquecento, e massime in questo e nella fine dell'ultimo secolo; così si deve dire del linguaggio prosaico, quanto all'essere così esattamente determinato ch'ei non possa mai confondersi col poetico, nè dar nel poetico senza biasimo ec. Il che non ha potuto perfettamente essere finchè i termini fra questi due linguaggi non sono stati fermamente posti, e chiaramente precisamente 3564 incontrovertibilmente segnati, tirati, descritti. Onde il linguaggio perfettamente proprio e particolare della prosa, e il perfettamente proprio e particolare della poesia sono dovuti venire in essere a un medesimo tempo, e non prima l'uno che l'altro (o non prima esser perfetto ec. ec. l'uno che l'altro, e crescer del pari quanto alla loro prosaicità e poeticità); perchè ciascun de' due è rispettivo all'altro ec. ec. (30. Sett. 1823.)

  1-2. Ott. 1823.

[3572,1]  Alla p. 3077. È da notare che gli argomenti ch'io traggo da tali participii spagnuoli a dimostrare 3573 gli antichi participii latini regolari ec. (e così sempre che dallo spagnuolo io argomento all'antico latino, al volgare ec.), sono tanto più valevoli, quanto siccome la lingua francese è nell'estrinseco e nell'intrinseco, fra tutte le figlie della latina, la più remota e alterata dalla lingua madre (secondo ho detto altrove [ pp.965.sgg.] [ pp.1499.sgg.] [ pp.2989-90] [ p.3395)], così la spagnuola è nell'estrinseco la più vicina, {# V. p. 3818.} mentre però nell'intrinseco lo è la italiana, come altrove ho distinto [ pp.1499-504]. Ma dell'intrinseco poco ha che fare il nostro discorso. La lingua spagnuola che per la forma esteriore delle parole ha più di tutte le sue sorelle ereditato dalla latina, e che più di tutte le lingue, a sentirla leggere o a vederla scritta, rappresenta l'esterna faccia e il suono della latina e può con essa esser confusa; dev'esser considerata come speciale e principale conservatrice dell'antichità, della latinità, del volgar latino ec. quanto alla material forma delle parole e alla proprietà delle loro inflessioni ec. che è quello che ora c'importa. La qual conformità particolare col latino si può notar nello spagnuolo da per tutto, ma nominatamente e singolarmente 3574 e forse più ch'altrove, nelle coniugazioni de' verbi, il che fa appunto al nostro caso. AMO, AMAS, AMAt, AMAMUS (lo spagnuolo muta l'u in o, e questa è la sola mutazione in tutto questo tempo), AMAtIS, AMANt. Leggansi le sole maiuscole, e s'avrà la coniugazione spagnuola. La quale in questo tempo è tutta latina, salvo l'omissione dels sin tre soli luoghi, {#È naturale agli organi degli spagn. di non amare la pronunzia del t, onde nelle voci venute dal lat. spessissimo lo mutano in d ch'è più dolce (come fanno anche gl'italiani in alcuni luoghi intorno alle voci italiane), spessissimo lo tralasciano, come in questo nostro caso fanno, in parte anche gl'ital. e i franc.} e la mutazione dell'u in o in un luogo, mutazione pur tutta latina (vulgus-volgus ec. ec. ec.) e propria senz'alcun dubbio, {anche in questo caso,} o di tutto l'antico volgo che parlò latino, o di molte parti e dialetti di esso. Infatti tal mutazione non solo è propria e dell'italiano e del francese in questo medesimo caso sempre, ma ordinarissima e quasi perpetua (massime nell'italiano) in quasi tutti o nella più parte degli altri casi, sì nelle desinenze, sì nel mezzo delle parole o nel principio. V-u-lg-u-s - V-o-lg-o. {#Sicchè amamos p. amamus non si dee neppure chiamar mutazione quanto allo spagnuolo, non essendo stata fatta da esso ma nel latino medesimo, anzi non essendo stata neppur in latino altro che un accidente, una qualità, una maniera di pronunzia. Insomma amamos è latino; e lo spagn. in questa voce è puro (ed antico e non men che moderno) latino conservato nel lat. volgare. ec.} La congiugazione italiana è ben più mutata, e molto più dell'italiana la francese. Basta a noi che le regole e le inflessioni della coniugazione latina sieno specialmente conservate nella spagnuola, ancorchè gli elementi del verbo che non toccano l'inflessione 3575 e la regola della coniugazione sieno alterati, o soppressi ec. Come leo è mutato da lego. Ma la coniugazione di quello essendo similissima alla coniugazione di questo, l'omissione del g, in cui consiste l'alterazione di quello, non indebolisce punto l'argomento che dal suo participio leido si cava a dimostrare il latino corrispondente legitus. E così discorrete degli altri casi e argomenti, o sieno dintorno a' participii, o a checchessia ch'appartenga alle forme generali della congiugazione o d'altro ec. È da notare che la suddetta specialissima conformità colla lingua latina, nella quale conformità la spagnuola vince tutte l'altre, fu da questa ed è propriamente conservata; {+ V. p. 3638.} e che avvenga che la conformità dell'intrinseco sia di molto maggior peso che non l'estrinseca, nondimeno se la lingua italiana nella conformità col carattere della latina, vince la spagnuola e con essa tutte l'altre moderne, questa conformità non si può dir propriamente da lei conservata, ma riacquistata, e non rimastagli naturalmente e spontaneamente da se, ma restituitagli con arte, dopo già perduta. Perocch'ella fu in grandissima 3576 parte opera de' nostri letterati che la lingua italiana modellarono sulla latina. E così accade generalmente che il carattere di ciascuna lingua è formato e determinato dalla sua letteratura. (Ben è vero che il carattere di questa corrisponde al carattere nazionale, e ch'ella non potrebbe già andar contra la natura e l'inclinazione della lingua, o ciò facendo, non riuscirebbe, o malissimi effetti partorirebbe e poco durevoli). Ma l'estrinseca forma non si conserva se non se naturalmente, e perduta che fosse, quasi impossibile sarebbe il ricuperarla (siccome la forma intrinseca di nostra lingua, o s'attribuisca alla letteratura o a che che si voglia, dovrà sempre dirsi, non propriamente conservata, ma ricuperata). Laonde si può dire veramente che, quanto è alla natura e al popolo, la latinità si è meglio e in maggior parte e più propriamente conservata e conservasi in Ispagna che in alcun'altra parte del mondo. (Per lo meno quanto alle voci e alle norme e regole delle loro inflessioni e modificazioni, perchè quanto alle frasi, anche senza uscir del popolo, pare che la latinità rimanga e siasi sempre conservata ben più in Italia, com'è 3577 di ragione, che altrove, dove forse, parlando di locuzioni popolari, neppur s'introdusse mai quel che tra noi si conserva ancora, o se n'introdusse assai meno, o con differenze nate dalle lingue indigene e dalle diversità de' climi e dall'altre circostanze. Or quel che mai non fu introdotto, o che fu diverso nell'introdursi, non potea conservarsi).

  8. Ott. 1823.

[3633,1]  Scriveva Voltaire al Principe Reale di Prussia, poi Federico II, in proposito di una frase di Orazio e del modo in cui Federico l'aveva renduta traducendo in francese l'ode in ch'ella si trova: Ces expressions sont bien plus nobles en français: elles ne peignent pas comme le latin, et c'est là le grand malheur de notre langue qui n'est pas assez accoutumée aux détails. (Lettres du Prince Royal de Prusse et de M. 3634 de Voltaire, Lettre 118. le 6. avril 1740. Oeuvres complettes de Frédéric II roi de Prusse. 1790. tome 10, p. 500.) Aveva detto Voltaire che l'espressione latina serait très-basse en français.

  12. Ott. 1823. Domenica.

[3672,2]  La impotenza e strettezza della lingua francese e la sua inferiorità per rispetto all'altre di qui facilmente si può comprendere, che l'altre lingue possono, sempre che vogliono, 3673 agevolmente vestire la forma {e lo stile} della francese (com'effettivamente hanno fatto o fanno tutte le lingue colte d'Europa, o per un certo tempo massimamente, come l'inglese e la tedesca, o anche oggidì, come l'italiana, la spagnuola, la russa, la svedese, la olandese ec.; e bene avrebbero potuto farlo e potrebbero farlo sufficientemente anche senza corrompersi e senza violentare dirittamente la loro propria e caratteristica indole); laddove la francese non può per niun modo prendere la forma {nè lo stile} dell'altre lingue, nè altra forma alcuna che la sua propria. E non pur dell'altre lingue che da lei sono aliene, per così dire, di famiglia e di sangue, come l'inglese, la tedesca, la russa ec. le quali pur possono vestire ed hanno vestito o vestono la forma della francese; ma neanche delle cognate, nè delle sorelle, come dell'italiana e della spagnuola; nè della lingua stessa sua madre, come della latina. (12. Ott. Domenica. 1823.)

  21. Ott. 1823.

[3747,1]  3747 Come la lingua francese illustre è dominata, determinata e regolata quasi interamente dall'uso, e certo più che alcun'altra lingua illustre, così, perocchè l'uso è variabilissimo e inesattissimo, essa lingua illustre non solo non può esser costante, nè molto durare in uno essere, come ho notato altrove [ pp.1999.sgg.] [ pp.3633-35], ma veggiamo eziandio che la proprietà delle parole in essa lingua è trascurata più che nell'altre illustri, e trascurata per regola, cioè presso gli ottimi scrittori costantemente, non meno che nel parlare ordinario. Voglio dir che gli usi di moltissime parole e modi ec. anche presso gli ottimi scrittori, sono più lontani dall'etimologia e dall'origine e dal valor proprio d'esse parole ec. {+meno corrispondenti ec.} che non sogliono esser gli usi de' vocaboli nell'altre lingue illustri presso, non pur gli ottimi, ma i buoni scrittori, e in maggior numero di voci ec. che nelle altre lingue illustri non sono. {+Che vuol dir ch'essi usi e significati sono più corrotti ec. E non potrebb'essere altrimenti perchè l'uso corrente cotidiano e volgare e generalmente la lingua parlata, anche dai colti, (che è quella cui segue il francese scritto) corrompe ed altera ogni cosa e non mai non cessa di rimutare e logorare ec.} P. e. per dire il materiale e lo spirituale, o il sensibile e l'intellettuale, i francesi dicono il fisico e il morale. (le physique et le moral, le physique et le moral de l'homme, le monde physique et le 3748 monde moral etc.). Qual cosa più impropria di queste significazioni, o che si considerino in se stesse o nella loro scambievole opposizione e in rispetto l'una all'altra? Fisico propriamente significa forse materiale o sensibile? E il fisico, che vuol dir naturale, è forse l'opposto dello spirituale o intelligibile? Quasi che questo ancora non fosse naturale, ma fuori della natura, e vi potesse pur esser cosa non naturale e fuori della natura, che tutto abbraccia e comprende, secondo il valor di questa parola e di questa idea, e che si compone di tutto ch'esiste o può esistere, o può immaginarsi ec. E il morale com'è l'opposto del naturale? Sia che riguardiamo la propria significazione di morale sia la francese. E che hanno che far l'idee, l'intelletto, lo spirito umano, gli altri spiriti, il mondo e le cose astratte ec. coi costumi, ai quali soli propriamente appartiene la voce morale? e gli appartiene pure anche in francese, e anche nel parlare e scriver francese ordinario (la morale, moralité, etc.). Così dite degli avverbi physiquement o moralement ec.

  2. Nov. di de' morti. 1823.

[3816,5]  Alla p. 3067. Non altrimenti, al tempo di Voltaire e in quei contorni (quando l'unica letteratura d'Europa era, si può dir, la francese, benchè già ben decaduta; essendo spenta l'italiana e la spagnuola; la tedesca non ancor nata, o bambina, o tutta francese; l'inglese quasi interrotta, o francese anch'essa, ma già priva de' capi di quella scuola anglo-gallica, cioè Pope, Addisson, ec.: e parlo qui della letteratura non delle scienze e filosofia, dove gl'inglesi anche allora fiorivano), le epistole e poesie indirizzate o da Voltaire medesimo o dagli altri poeti francesi ai principi di Svezia, di Russia, d'Alemagna ec. o composte in loro lode, o su di loro, o sui loro affari, o sugli avvenimenti ec. si leggevano, si applaudivano, si ricercavano, si diffondevano, davano materia di discorso nelle rispettive corti e capitali, e nell'altre corti d'Europa ec. e da' rispettivi principi ec. (lasciando anche da parte il re e la corte 3817 e capitale, e quasi tutto il regno, di Prussia, ch'era tutta francese ec.). Così anche l'altre opere in versi o in prosa, di francesi o scritte in francese, di letteratura e di poesia, non che di filosofia ec. Sicchè la lingua italiana occupava nel sopraddetto tempo il grado che la francese non solo occupa presentemente, ma quello ancora che occupò quando essa letteratura francese era unica; sì per universalità e diffusione, sì per riputazione, dignità, gusto e cura diffusane generalmente ec. come si vede anche per questa somiglianza d'esser ella in quei tempi così {e sopra tutte} gradita nelle corti, come lo fu nel 700, oltre la lingua, che ancor lo è sopra tutte, anche la letteratura francese, che or non lo è più se non di pari coll'altre moderne (dal qual numero l'italiana {d'oggidì} è fuori niente meno che la spagnuola). (2. Nov. dì de' morti. 1823.)

  3. Novembre 1823.

[3818,1]  Alla p. 3573. Questa proposizione è molto azzardata. Bisogna intenderla lassamente. Per rispetto alla lingua francese è vera, parlando generalmente. Ma per rispetto all'italiana, dubito che sia vero neppur generalmente, ben compensate che sieno insieme le conformità estrinseche che hanno le lingue italiana e spagnuola colla latina. Il suono della lingua spagnuola ha più del latino, ma questa è quasi un'illusione de' sensi. Perchè quei tali suoni latini non sono nello spagnuolo a quei luoghi in cui erano nel latino. Per esempio la moltitudine degli s contribuisce, e forse principalmente, a rassomigliare il suon dell'una lingua a quello dell'altra. Ma lo spagnuolo abbonda di s, principalmente perchè in essa 3819 lingua tutti i plurali terminano in quella lettera. Non così in latino. (Vero è però che in latino la terminazione in s è propria di tutti gli accusativi plurali non neutri. Ora, secondo Perticari, i nomi latini trasportati nelle lingue figlie, son tutti fatti dagli accusativi delle declinazioni rispettive latine. Quindi che nello spagnuolo la terminazione in s sia caratteristica de' plurali, potrebb'esser preso dal latino, e cosa anch'essa latina. E quest'osservazione può essere di non poco peso a confermare l'opinione di Perticari; {(sebben ei parla solamente de' singolari, i quali fatti dall'accusativo latino generano poi i plurali al modo nostro)} mentre altri con più apparenza di ragione, ma forse men verità, vogliono che i nostri nomi sieno gli ablativi latini. P. e. amore ec. Ma veramente non si vede perchè, dovendosi perder l'uso degli altri casi, e restare un solo per tutti, com'è avvenuto nelle lingue moderne, e come, certo in gran parte, dovette avvenire anche nell'antico latino volgare e parlato, avesse a prevaler l'uso dell'ablativo. Ben è consentaneo che l'accusativo si usasse in vece degli altri casi ec. { v. p. 3907.} L'aggiunger {sempre} la es ai singolari terminati in consonante non è uso latino, se non in certi casi, e nella terza declinazione. (Noi per la terminazione de' plurali imitiamo i nominativi {latini} della seconda e della prima. {#1. Sicchè quanto alla terminazione de' plurali, la conformità dello spagnuolo col latino, supposta eziandio e conceduta, come sopra, non si può dire che superi punto quella dell'italiano. Del resto quel continuo s che si sente nello spagnuolo fa un suono che tutto insieme considerato è così poco, o tanto, latino, quanto le continue terminazioni vocali dell'italiano. Il latino è temperato di queste e di quelle, ed eziandio insieme d'altre molte terminazioni; sicchè veramente il suo suono, parlando pure in generale e astrattamente non è nè quello dell'italiano nè anche quello dello spagnuolo. Ben è vero che nello spagnuolo le terminazioni consonanti sono miste come in latino, alle vocali, laddove in italiano non v'ha quasi che le vocali; e nello spagnuolo, benchè la terminazione in s sia, almeno tra le consonanti, la più frequente, pur v'ha diverse terminazioni consonanti, come in latino; e niuna terminazione in consonante, che non sia propria, credo, anche del latino (al contrario che in francese in tedesco ec.), benchè non sempre, anzi non il più delle volte, ne' casi stessi; e le terminazioni vocali son piane come in latino e non acute ossia tronche come in francese. Sotto questi aspetti il suono dello spagnuolo è veramente più conforme al latino che non è non solo il francese ma neppur l'italiano. E da queste ragioni nasce che udendo lo spagnuolo si possa più facilmente confonderlo col latino che non fa il francese nè anche l'italiano. E questo effetto, sotto questi aspetti, non è un'illusione, nè una cosa che non meriti esser considerata, e che non abbia un principio e una ragione di conformità o simiglianza reale. La terminazione consonante in d frequente nello spagnuolo è rara in latino ma pur v'è, come in ad, illud, id, istud, sed ec.)}. Del resto anche in francese (bensì nel solo francese scritto) la terminazione in s (e a' singolari terminati in consonante, si aggiunge talvolta la es, se non m'inganno) è caratteristica del plurale (quella in x vien pure a essere in s); sicchè lo spagnuolo in questa parte non prevarrebbe al francese se non in quanto ei pronunzia sempre la s, e il francese solo talvolta, e piuttosto per accidente che per altro. Quanto all'italiano, 3820 anche nelle forme regolari delle coniugazioni, esso in molte cose assai più conforme al latino che non è lo spagnuolo. V. p. e. le pag. 3699-701. e la mia teoria de' continuativi dove si parla del digamma eolico in amaFi ec [ pp.1126-27]. E basti osservare che lo spagnuolo non ha che tre coniugazioni; l'italiano le ha tutte quattro, e tutte, in molti caratteri, corrispondenti alle rispettive latine, come negl'infiniti āre, ēre, ĕre, īre (lo spagnuolo manca del 3° e gli altri non gli ha che tronchi), e in altre cose. Anche il francese ha 4. coniugazioni, ma non corrispondono alle latine (eccetto quella in ir quanto all'infinito ec.), e la conformità del numero {(cioè l'esser 4. come in latino)} sembra, ed è forse, un puro caso; il che non si può certo dire dell'italiano. E quanto alla conservazione della latinità in mille e mille altre sì regole, sì voci particolari materialmente considerate, sì frasi considerate pure materialmente (chè ora parliamo dell'estrinseco), {significati ed usi delle parole e frasi, anche propri originalmente o sempre del popolo e del parlato, non del solo illustre ec.} dubito assai che lo spagnuolo possa esser preposto, anzi pure agguagliato all'italiano. Questa e quell'altra voce ec. sarà più latina in ispagnuolo che in italiano (così avverrà alcune volte che nello stesso francese una voce ec. sia più latina che nelle due sorelle, {o in una di loro,} o che queste {o l'una di esse,} non abbiano una voce ec. nel francese conservata, {+nè pertanto sarà chi dica la latinità conservarsi più nel francese che nelle sorelle, o che nell'una di esse}); questa e quella voce latina resterà nello spagnuolo, e all'italiano mancherà; ma, raccolti i conti {e computati i casi contrarii, e posto tutto insieme,} io credo che in tutte queste cose l'italiano soverchi lo spagnuolo di grandissima lunga. (3. Novembre 1823.)

  11. Nov. 1823.

[3863,2]  Accade nelle lingue come nella vita e ne' costumi; e nel parlare come nell'operare, e trattare con gli uomini (e questa non è similitudine, ma conseguenza). Nei tempi e nelle nazioni dove la singolarità dell'operare, de' costumi ec. non è tollerata, è ridicola ec. lo è similmente anche quella del favellare. E a proporzione che la diversità dall'ordinario, maggiore o minore, si tollera o piace, ovvero non piace, non si tollera, è ridicola ec. più o meno; maggiore o minore o niuna diversità piace, dispiace, si tollera o non si tollera nel favellare. Lasceremo ora il comparare a questo proposito le lingue antiche colle moderne, e il considerare come corrispondentemente 3864 alla diversa natura dello stato e costume delle nazioni antiche e moderne, e dello spirito e società umana antica e moderna, tutte le lingue antiche sieno o fossero più ardite delle moderne, e sia proprio delle lingue antiche l'ardire, e quindi esse sieno molto più delle moderne, per lor natura, atte alla poesia; perocchè tra gli antichi, dove e quando più, dove e quando meno, ηὐδοκίμει la singolarità dell'opere, delle maniere, de' costumi, de' caratteri, degl'istituti delle persone, e quindi eziandio quella del lor favellare e scrivere. La nazion francese, che di tutte l'altre sì antiche sì moderne, è quella che meno approva, ammette e comporta, anzi che più riprende ed odia e rigetta e vieta, non pur la singolarità, ma la nonconformità dell'operare e del conversare nella vita civile, de' caratteri delle persone ec.; la nazion francese, dico, lasciando le altre cose a ciò appartenenti, della sua lingua e del suo stile; manca affatto di lingua poetica, e non può per sua natura averne, perocchè ella deve naturalmente inimicare e odiare, ed odia infatti, come la singolarità delle azioni ec. così la singolarità del favellare e scrivere. Ora il parlar poetico è per sua natura diverso dal parlare ordinario. Dunque esso ripugna per sua natura alla natura della società e della nazione francese. E di fatti la lingua francese è incapace, non solo di quel peregrino che nasce dall'uso di voci, modi, significati tratti da altre lingue, 3865 o dalla sua medesima antichità, anche pochissimo remota, ma eziandio di quel peregrino e quindi di quella eleganza che nasce dall'uso non delle voci e frasi sue moderne e comuni, cioè di metafore non trite, di figure, sia di sentenza, sia massimamente di dizione, di ardiri di ogni sorta, anche di quelli che non pur nelle lingue antiche, ma in altre moderne, come p. e. nell'italiana, sarebbero rispettivamente de' più leggeri, de' più comuni, e talvolta neppure ardiri. Questa incapacità si attribuisce alla lingua; ella in verità è della lingua, ma è acora della nazione, e non per altro è in quella, se non perch'ella è in questa. Al contrario la nazion tedesca, che da una parte per la sua divisione e costituzion politica, dall'altra pel carattere naturale de' suoi individui, pe' lor costumi, usi ec. {+per lo stato presente della lor civiltà, che siccome assai recente, non è in generale così avanzata come in altri luoghi,} e finalmente per la rigidità del clima che le rende naturalmente propria la vita casalinga, e l'abitudine di questa, è forse di tutte le moderne nazioni civili la meno atta e abituata alla società personale ed effettiva; sopportando perciò facilmente ed anche approvando e celebrando, non pur la difformità, ma la singolarità delle azioni, costumi, caratteri, modi ec. delle persone (la qual singolarità appo loro non ha pochi nè leggeri esempi di fatto, anche in città e corpi interi, come in quello de' fratelli moravi, e in altri molti istituti ec. ec. tedeschi, che per verità non hanno 3866 punto del moderno, e parrebbero impossibili a' tempi nostri, ed impropri affatto di essi), sopporta ancora, ed ammette e loda ec. una grandissima singolarità d'ogni genere nel parlare e nello scrivere, ed ha la lingua, non pur nel verso, ma nella prosa, più ardita {per sua natura} di tutte le moderne colte, e pari {in questo} eziandio alla più ardita delle antiche. La qual lingua tedesca per conseguenza è poetichissima e {capace e} ricca d'ogni varietà ec. (11. Nov. 1823.)

  11. Nov. 1823.

[3866,1]  Il pellegrino e l'elegante che nasce dall'introdurre nelle nostre lingue voci, modi, e significati tolti dal latino, è quasi della stessa natura ed effetto con quello che nasce dall'uso delle nostre proprie voci, modi e significati antichi, o passati dall'uso quotidiano, volgare, parlato ec. Perocchè siccome queste, così quelle (e talor più delle seconde, che siccome erano, così conservano talvolta del barbaro della {loro} origine o dell'incolto di que' tempi che le usarono ec.) hanno sempre (quando sieno convenientemente scelte, ed atte alle lingue ove si vogliono introdurre) del proprio e del nazionale, quando anche non sieno mai per l'addietro state parlate nè scritte in quella tal lingua. E ciò è ben naturale, perocch'esse son proprie di una lingua da cui le nostre sono nate ed uscite, e del cui sangue e delle cui ossa {queste} sono formate. Onde queste tali voci ec. spettano in certo modo all'antichità delle nostre lingue, e riescono in queste quasi come lor {proprie} voci antiche. Sicchè non è senza ragione verissima, se biasimando l'uso o introduzione di voci ec. tolte dall'altre lingue, sieno antiche sieno moderne, (eccetto le voci ec. già naturalizzate) lodiamo quella delle voci ec. latine. Perocchè quelle a differenza di queste, sono come di sangue, così di {aspetto e di} effetto straniero, e diverso 3867 da quello delle altre nostre voci, e delle nostre lingue in genere, e del loro carattere ec. La novità tolta {prudentemente} dal latino, benchè novità assolutissima in fatto, è per le nostre lingue piuttosto restituzione dell'antichità che novità, piuttosto peregrino che nuovo; e veramente (anche quando non sia troppo prudente nè lodevole) ha più dell'arcaismo che del neologismo. Al contrario dell'altre novità, e degli altri stranierismi ec. E per queste ragioni, oltre l'altre, è ancor ragionevole e consentaneo che la lingua francese sia, com'è, infinitamente men disposta ad arricchirsi di novità tolta dal latino, che nol son le lingue sorelle. Perocchè essa lingua è molto più di queste sformata e diversificata dalla sua origine, degenerata, allontanata ec. Onde quel latinismo che a noi sarebbe convenientissimo e facilissimo perchè consanguineo e materno ec. alla lingua francese, tanto mutata dalla sua madre, riescirebbe affatto alieno e straniero e non materno ec. Meglio infatti generalmente riesce e fa prova e si adatta e s'immedesima e par naturale nella lingua francese la novità tolta dall'inglese e dal tedesco (che agl'italiani e spagnuoli sarebbe insopportabile e barbara) che quella dal latino. Questo può vedersi in certo modo anche ne' cognomi e nomi propri inglesi, tedeschi, ec. che si nominino nel francese. Paiono {sovente e gran parte di loro} molto men forestieri che tra noi, e men diversi ed alieni da' nazionali.

  29. Nov. 1823.

[3937,3]  Ho detto altrove in più luoghi [ pp.965.sgg.] [ pp.1499.sgg.] [ pp.2869.sgg.] [ pp.2989-90] [ p.3395] [ p.3573] che la francese per l'estrinseco e per l'intrinseco è di tutte le lingue sorelle la più lontana dalla madre. Molto più vicina le fu ne' passati secoli (come nel 500 ec.) per l'intrinseco, siccome per l'estrinseco ancora, cioè per la pronunzia della loro scrittura (ch'è tanto più simile al latino che la loro favella) erano più vicini al latino non solo nel 300 ec. come ho detto altrove [ p.2869], e ne' principii della lingua, ma nel 500 ancora e nel 600 di mano in mano ec. (29. Nov. 1823.)

  6. Dec. 1823.

[3946,2]  La lingua greca appartiene veramente e propriamente alla nostra famiglia di lingue (latina, italiana, francese, spagnuola, e portoghese), non solo perch'ella non può appartenere ad alcun'altra, e farebbe famiglia da se o solo colla greca moderna; non solamente neppure per esser sorella o, come gli altri dicono, madre della latina (nel primo de' quali casi ella dovrebbe esser messa almeno colla latina, e nel secondo è chiaro ch'ella va posta nella nostra famiglia), ma specialmente e principalmente perchè la sua letteratura è veramente madre della latina, la qual è madre delle nostre, e quindi la letteratura greca è veramente l'origine delle nostre, le quali in grandissima parte non sarebbero onninamente quelle che sono e quali sono (se non se per un incontro affatto fortuito) s'elle non fossero venute di là. E come la letteratura è quella che dà forma e determina la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la stessa cosa, o certo 3947 cose non separabili, e di qualità compagne e corrispondenti; e come per conseguenza la letteratura greca (oltre le tante voci e modi particolari) fu quella che diede veramente e principalmente forma alla lingua latina, e ne determinò la maniera di essere, il carattere e lo spirito, di modo che la lingua e letteratura latina, quando anche fossero nate, formate e cresciute senza la greca, non sarebbero certamente state quelle che furono, ma altre veramente, e in grandissima parte diverse per natura e per indole e forma, e per qualità generali e particolari, e sì nel tutto, sì nelle parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico, tutto questo, la letteratura greca (oltre lo studio immediato fattone da' formatori delle nostre lingue, come da quelli della latina) viene a esser veramente la madre e l'origine prima delle nostre lingue, come la latina n'è la madre immediata; le quali lingue (anche la francese che insieme colla sua letteratura è la più allontanata dalla sua origine, e dalla forma latina, e dall'indole della latina, e quindi eziandio della greca) non sarebbero assolutamente tali quali sono, ma altre e in grandissima parte diverse sì nello spirito, sì in cento e mille cose particolari, se non traessero primitivamente origine in grandissima parte dal greco per mezzo del latino. E veramente la lingua greca mediante la sua letteratura è prima (quanto si stende la nostra memoria dell'antichità) e vera ed efficacissima causa dell'esser sì la lingua e letteratura latina, sì le nostre lingue e letterature, anche la francese, tali quali elle sono, 3948 e non altre; chè per natura elle ben potrebbero essere diversissime in molte e molte cose, anche essenziali ed appartenenti allo spirito ed all'indole ec. e alquanto diverse più o meno in altre molte cose più o meno essenziali o non essenziali. E forse non mancano esempi di altre letterature e lingue antiche o moderne, anche meridionali ec., che non essendo venute dal greco, sono diversissime, anche per indole ec. e nel generale ec. non meno o poco meno che ne' particolari, dalla latina e dalle nostrali. E ne può esser prova il vedere quanto la francese si è allontanata, anche di spirito, dalla latina e dalla greca alle quali era pur conformissima nel 500 ec. (vedi la p. 3937.), senz'aver mutato clima ec. Certo i tempi nostri son diversissimi da quelli de' greci e de' latini, quando anche il clima sia conforme, diversissime sono state e sono le nostre nazioni, {#loro governi, opinioni, costumi, avvenimenti e condizioni qualunque,} sì tra loro, {#sì ciascuna di esse da se medesima in diversi tempi,} sì dalla greca, e dalla latina eziandio. Nondimeno le loro lingue e letterature sono state conformi, massime fino agli ultimi secoli, e tra loro, e tra' vari lor tempi, e colla greca e latina ec. Sicchè tal conformità non si deve attribuire nè solamente nè principalmente al clima, nè ad altre circostanze naturali o accidentali, ma all'accidente di esser derivate effettivamente dal greco e latino, chè ben potevano non derivar da nessuno, o derivare d'altronde ec. ec.

  11. Dec. 1823.

[3972,1]  3972 Risulta da quello che in più luoghi si è detto [ pp.838.sgg.] [ pp.1683-84] [ pp.1946-51] [ pp.1953-57] [ pp.3253-62] circa la natura di una lingua atta (massime ne' nostri tempi) veramente alla universalità, che ella non solo non può esser più delle altre lingue capace di traduzioni, di assumer l'abito dell'altre lingue, o tutte o in maggior numero o meglio che ciascun'altra, di piegarvisi più d'ogni altra, di rappresentare in qualunque modo le altre lingue; ma anzi ella dev'essere per sua natura l'estremo contrario, cioè sommamente unica d'indole, di modo ec. e sommamente incapace d'ogni altra che di se stessa, ed in se stessa minimamente varia, e da se medesima in ogni caso il men che si possa diversa. E una lingua che tenga l'estremo contrario è di sua natura, massime a' tempi nostri, estremamente incapace dell'universalità. Non bisogna dunque figurarsi che una lingua universale nè debba nè possa portare questa utilità di supplire alla cognizione di tutte le altre lingue, di esser come lo specchio di tutte l'altre, di raccoglierle, per così dir, tutte in se stessa, col poterne assumer l'indole ec.; ma solo di servire in vece di tutte le altre lingue, e di esser loro sostituita. Anzi ella non può veramente altro ch'esser sostituita all'uso dell'altre e di ciascuna altra, e non supplire ad esse ec. Ben grande sarebbe quella utilità, ma essa è contraria direttamente alla natura di una lingua universale. Tale si è infatti la francese. Nè i francesi dunque nè gli stranieri si lusinghino di avere in quella lingua tutto ciò che potrebbero avere nell'altre, ma una lingua diversissima per sua natura dall'altre, il cui uso a quello di tutte l'altre possono facilmente sostituire. Nè stimino che volendo conoscer 3973 l'altre lingue, autori ec. il possederla francese, li dispensi più che alcun'altra lingua dallo studio di tutte l'altre, anzi per questo effetto la francese non serve a nulla, ed i francesi per parlare come nativa una lingua sommamente disposta alla universalità, si debbono contentare di avere una lingua incapacissima di traduzioni, inettissima a servir loro di specchio e di esempio, e fin anche di mezzo, per conoscere qualunque altra lingua, autore ec. Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni {+Sebbene i francesi coll'estrema trascuranza che hanno dell'altre lingue mostrano essere persuasi del contrario.}. La natura della greca era appunto l'opposto. Ella infatti perciò, anche nel tempo antico, non potè essere universale che debolissimamente e incomparabilmente alla possibile universalità di una lingua, ed anche all'effettiva presente universalità della francese, malgrado le molte qualità, e massimamente le infinite circostanze estrinseche (potenza, commercio, letteratura e civiltà unica della nazione che la parlava) che favorirono, (e per lunghissimo tempo), e quasi necessitarono la sua universalità, molto più che le circostanze estrinseche della francese ec. (11. Dec. 1823.)

  14. Dec. 1823.

[3980,4]  L'ortografia francese fu da principio ed anche per lungo tempo proporzionatam., molto più simile alla scrittura latina che non è oggi, anzi sempre più se ne va scostando per accostarsi alla pronunzia. Fu, dico, molto più simile, sì perchè anche la pronunzia lo era, e sì per l'inesattezza e latinismo comuni a tutte le ortografie moderne, come altrove in più luoghi [ pp.1659-60] [ pp.1968-69] [ pp.2458-63] [ pp.2884-85] [ p.3683] [ pp.3959-60]. Ora, se cambiandosi la pronunzia e correggendosi il barbaro latinismo dell'ortografia, la scrittura francese si è mutata 3981 non poco, perchè non si dovrà mutarla affatto sin tanto ch'ella si conformi onninamente alla pronunzia e francese e presente, qual ella è in fatti, e rinunzi del tutto alla forma latina delle parole scritte in quanto ell'è diversa da quella di esse parole pronunziate, ed all'aver riguardo in qualunque modo al latino? Se ciò non si è ancor fatto, e se non si farà, vuol dire che l'ortografia francese non è ancora o non sarà mai perfetta, nè interamente rettificata, anzi è imperfettissima e scorrettissima. Il contrario è avvenuto ed avviene ancor tuttavia (conformandosi sempre al nuovo modo di pronunziare, o conformandosi alla pronunzia dove l'antica ortografia non vi si conformava; come p. e. oggi tutti scrivono ispirare e simili, laddove tutti gli antichi inspirare, sia che così pronunziassero, sia che latinizzassero in questa scrittura) nell'ortografia spagnuola e massimamente nell'italiano che perciò sono perfette, o quasi, e certo assai più della francese vicine alla perfezione. Non così nell'inglese, nella tedesca ec. perciò imperfette come la francese, ma forse meno, perch'esse da principio non ebbero occasione nè modo di guardare al latino, con cui non hanno che fare {+le loro lingue,} massime il tedesco, o certo di guardarvi meno, e quindi minor cagione d'allontanarsi dalla pronunzia e dalla forma reale delle voci propria della loro lingua, e d'uscire dei termini e vera proprietà di questa ec. (14. Dec. 1823.)

  24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.

[4001,2]  Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia, avanti il dominio de' romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel volgare latino in quelle parti, e quindi ne' volgari moderni {+in quelle parti,} e quindi nel comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e nel 4002 regno, come mostra il Perticari nell'Apologia, ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s'è discorso [ pp.1014-16] [ p.2655] delle Colonie greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni al latino noto ec. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

  15. Feb. 1824.

[4031,1]  4031 Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello che porterebbe il rispettivo loro clima e l'altre circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d'esso clima o dell'altre condizioni naturali d'essa nazione o popolo o cittadinanza ec. Per es. io non dirò che il modo della vita sociale rispetto alla conversazione e all'altre infinite cose che da questa dipendono o sono influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d'Europa dal loro clima, ma certo ne' vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna quasi fin da quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma nazionale, ovvero da più o men tempo, si scopre una curiosissima conformità generale col rispettivo clima in generale considerato. Il clima d'Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne dilettano: e quel poco che ve n'è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in Lombardia, dove certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in Romagna, dove si villeggia 4032 e si fanno tuttodì partite di piacere, ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si conversa; in Roma ec. Il clima d'Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita domestica, con tutte l'altre infinite qualità di carattere e di costume e di opinione, che nascono o sono modificate da tale abitudine. Pur vi si conversa più assai che in Italia e Spagna (che son l'eccesso contrario alla conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e privandoli de' piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia ch'è il centro della conversazione, e la cui vita e carattere e costumi e opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il mezzo tra quelli d'Italia e Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, {e il trasferirsi da luogo a luogo,} e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la vita d'Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime {in quest'ultimi tempi,} per rispetto alla conversazione, tra la vita d'Italia e Spagna e quella di Francia, e così il carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose la Francia, siccome il suo clima, tiene il mezzo fra' meridionali e settentrionali, del che altrove in più luoghi [ pp.1045-46] [ pp.2989-90]. Non parlo delle meno estrinseche e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine del corpo e dello spirito, {+anche fin dalla nascita,} che pur grandissimamente 4033 contribuiscono a cagionare e determinare la varietà che si vede {nella vita} delle nazioni, popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta di civiltà, circa il genio e l'uso della conversazione. (15. Feb. 1824.)

  
  26. Agosto. 1824.

[4118,3]  Delle vicende della lingua francese, v. Thomas l.c. chap. 28. p. 85-97. (26. Agosto. 1824.)

  12. ottobre. 1826. Bologna

[4214,3]  I francesi non hanno lingua poetica perchè hanno rigettata la lingua antica, perchè non sopportano l'antico nel verso niente più che nella prosa: e senza l'antico non vi può esser lingua poetica. I Latini che ebbero pochissima antichità di lingua, perchè il progresso della loro letteratura fu rapidissimo, e che rigettarono, ad eccezione di pochissime e piccolissime parti conservate nel verso, quella poca antichità che avevano, non ebbero lingua poetica propriamente, nè avrebbero avuto dicitura e stile poetico se non avessero usato nella poesia costruzioni ardite, e nuovi significati e metafore di parole, che i francesi non sopportano nella loro. {#(1) Notisi quindi che presso i latini ciascun poeta era artefice della sua lingua poetica; la lingua poetica dei latini era opera individuale del poeta, e se il poeta non se la facea, non l'aveva: dove in italiano e in greco ella era cosa universale, e il poeta l'avea già prima di porsi a comporre. E da ciò forse può nascere l'abuso e la soverchia copia del verseggiare e dei verseggiatori ec. ec.} Del resto l'avere i latini e i francesi a differenza dei greci e degl'italiani, rigettata ne' loro buoni e perfetti secoli l'antichità della lingua, venne, fra l'altre cose, dal non aver essi avuto nelle loro lingue antiche scrittori veramente sommi, a differenza dei greci, che ebbero Omero, Esiodo, Archiloco, Ippocrate, Erodoto ec. e degl'italiani, ch'ebbero Dante, Petrarca, Boccaccio, insomma (come i greci) la letteratura già stabilita, fissata e formata prima della lingua e della maturità della civilizzazione. (Bolog. 12. Ott. 1826.)

  Domenica. 14. gennaio. 1827.

[4243,3]  Disprezzo e ignoranza dei greci per la letteratura latina. V. Speroni Diall. ed. Ven. 1596. p. 420. - Si potrebbero in ciò i greci assomigliare ai francesi.

  25. Marzo. 1827.

[4261,2]  Tutti siamo naturalmente inclinati a stimar noi medesimi uguali a chi ci è superiore, superiori agli uguali, maggiori di ogni comparazione cogl'inferiori; in somma ad innalzare il merito proprio sopra quel degli altri fuor di modo e ragione. Questo è natura universale, e vien da una sorgente comune a tutti. Ma un'altra sorgente d'orgoglio {e di disistima altrui,} sconosciuta affatto a noi; divenuta, per l'assuefazione incominciata sin dall'infanzia, naturale e propria; è ai Francesi e agl'Inglesi la stima della propria nazione. Tant'è: il più umano e ben educato e spregiudicato francese o inglese, non può mai far che trovandosi con forestieri, non si creda cordialmente e sinceramente di trovarsi con un inferiore a se (qualunque si sieno le altre circostanze); che non disprezzi più o meno le altre nazioni prese in grosso; e che in qualche modo, più o meno, non dimostri esteriormente questa sua opinione di superiorità. Questa è una molla, una fonte ben distinta di orgoglio, e di stima di se, in pregiudizio o abbassamento d'altrui della quale niun altro fra i popoli civili, se non gli uomini delle dette nazioni, possono avere o formarsi una giusta idea. I Tedeschi che potrebbero con altrettanto diritto aver lo stesso sentimento, ne sono impediti dalla lor divisione, dal non esserci nazion tedesca. I Russi sentono di esser mezzo barbari; gli Svedesi, i Danesi, gli Olandesi, di essere troppo piccoli, e di poter poco. Gli Spagnuoli del tempo di Carlo quinto e di Filippo secondo, ebbero certamente questo sentimento, come veggiamo dalle storie, niente meno che i francesi e gl'inglesi di oggidì, e con diritto uguale; forse, senza diritto alcuno, l'hanno anche oggi; e così i Portoghesi: ma chi pone oggi in conto gli Spagnuoli e i Portoghesi, parlando di popoli civili? Gl'italiani forse l'ebbero (e par veramente di sì) nei secoli 15° e 16° e parte del precedente e del susseguente; per conto della lor civiltà, che essi ben conoscevano, e gli altri riconoscevano, esser superiore a quella di tutto il resto d'Europa. Degl'italiani d'oggi non parlo; non so ben se ve n'abbia.

  29. marzo. 1827. Recanati

[4265,1]  Noi italiani siamo derisi per le nostre cerimonie e i nostri titoli (che noi abbiamo avuti dagli spagnuoli) {+specialmente dai francesi, che hanno fama d'essere in ciò i più disinvolti}. Frattanto noi non abbiamo il costume che hanno i francesi, che il Monsieur sia, per così dire, inseparabile da tutti i nomi di persone; che gli autori lo aggiungano al lor nome proprio nei frontespizi delle loro opere; che esso vi si conservi perpetuamente, o vi sia posto, anche quando gli autori son morti; e simili. (Recanati. 29. Marzo. 1827.)

  Firenze. 21. Sett. 1827.

[4293,1]  4293 L'estrema imperfezione dell'ortografia francese è confessata in modo très-éclatant dagli stessi francesi con que' loro dizionari che contengono la prononciation figurée, cioè rappresentata in modo più conforme all'alfabeto ed alla ragion naturale. Che si dee pensare della scrittura di una nazione, la quale scrittura ha bisogno di essere scritta in un altro modo, di essere rappresentata con un'altra scrittura, e ciò alla stessa nazione, acciò che questa intenda ciò che quella significa? giacchè l'intendere come essa vada pronunziata, non è altro che intendere il suo valore. (Firenze. 21. Sett. 1827.)