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Francese (poesia).

French (poetry).
1812,2   30. Sett. 1821.

[1812,2]  Tutto ciò dimostra che la lingua francese, la quale ha dalla sua prima formazione rinunziato alle sue ricchezze antiche, 1813 e a tutto ciò che fosse rimoto dall'uso volgare, e segue a rinunziarvi tutto giorno, onde oggi non possiede neppur quello che possedevano gli scrittori del primo tempo dell'Accademia, e del secolo di Luigi 14. deve necessariamente esser poco suscettibile di eleganza, e soprattutto priva di lingua poetica, non avendo quasi parola, frase, forma che non sia necessaria all'uso quotidiano del discorso, o della scrittura in prosa, {o che non abbia luogo frequentemente in detto uso;} e quindi non potendo assolutamente elevarsi al disopra del parlar comune. Quindi lo stile della poesia francese non si diversifica (eccetto alcune poche {, uniformi, rare,} e timide inversioni, {+e l'uso della misura (ben plebea e pedestre) e delle rime)} dal discorso giornaliero e dalla prosa; e talvolta è propriamente ridicolo a vedere imagini e sentenze e affetti sublimi, e rimoti o dall'opinione o dall'uso volgare, e superiori al comune modo ec. di pensare, espressi ne' versi francesi al modo che si esprimerebbe una dimostrazione geometrica, o si direbbe una facezia in conversazione; giacchè in ambedue queste occasioni, 1814 come in tutte le altre, la lingua francese è appresso a poco la stessa.

1901,1   12. Ott. 1821.

[1901,1]  Quindi si veda come sia per sua natura incapace di poesia la lingua francese, la quale è incapacissima d'indefinito, e dove anche ne' più sublimi stili, non 1902 trovi mai altro che perpetua, ed intera definitezza.

1902,3   12. Ott. 1821.

[1902,3]  Queste ed altre tali osservazioni dimostrano che i francesi, i quali ho detto [ pp.965-66] [ pp.970-75] [ pp.1001-1003] essere incapaci di ben sentire e gustare le lingue forestiere, massime le antiche, e l'italiana, lo sono soprattutto in ordine ai linguaggi della poesia, per la stessa ragione per cui le lingue antiche e l'italiana 1903 sono meno di ogni altra alla loro portata. (12. Ott. 1821.)

2052,2   4. Nov. 1821.

[2052,2]  Della quale arditezza essendo incapace la lingua francese, è incapace di stile poetico, e le mille miglia separata dal lirico. (4. Nov. 1821.). { V. p. 2054 }. e 2358. fine.

2067,1   7. Nov. 1821.

[2067,1]  Come la lingua così la letteratura francese è schiava, e la più schiava di quante sono o furono (qualità naturale in una letteratura d'indole moderna) e nemica o poco adattabile all'originalità, e quindi alla vera poesia, e quindi anche ella appena può dirsi letteratura, essendo serva dell'uso e della società, non della sola immaginazione ec. come dovrebbe. Nè poteva accadere che la lingua fosse schiava e la letteratura no, siccome non poteva e non può in nessun luogo {o tempo} accadere viceversa. Dico la letteratura, la quale sola, insieme coi costumi (parimente schiavi della società, e dell'uniformità in Francia, e nemici di originalità) segue o accompagna l'andamento della lingua, e ne ha tutte le qualità; non la filosofia, la quale non è in questo caso in Francia, nè per se stessa in verun luogo, poich'ella ha un 2068 tipo e una ragione indipendente da ogni circostanza, cioè la verità, incapace d'essere influita, e sempre libera ec. {+Così dico delle scienze ec.} (7. Nov. 1821.)

2171,1   26. Nov. 1821.

[2171,1]  Non solo alla lingua francese, (come osserva la Staël) ma anche a tutte le altre moderne, pare che la prosa sarebbe più confacente del verso alla poesia moderna. Ho mostrato altrove [ pp.734-35] in che cosa debba questa essenzialmente consistere, e quanto ella sia più prosaica che poetica. Infatti laddove leggendo le prose antiche, talvolta desideriamo quasi il numero e la misura, per la poeticità delle idee che contengono (non ostante che e per numero e per ogni altra qualità, la prosa antica tenga tanto della versificazione); per lo contrario leggendo i versi moderni, anche gli ottimi, e molto più quando ci proviamo a mettere noi stessi in verso de' pensieri poetici, veramente propri e moderni, desideriamo la libertà, la scioltezza, l'abbandono, {+la scorrevolezza, la facilità, la chiarezza, la placidezza, la semplicità, il disadorno, l'assennato, il serio e sodo,} la posatezza, il piano della prosa, 2172 come meglio armonizzante con quelle idee che non hanno quasi niente di versificabile ec. (26. Nov. 1821.)

2484,1   19. Giugno. 1822.

[2484,1]  2484 I francesi non hanno poesia che non sia prosaica, e non hanno oramai prosa che non sia poetica. Il che confondendo due linguaggi distintissimi per natura loro, e tutti due propri dell'uomo per natura sua, nuoce essenzialmente all'espressione de' nostri pensieri, e contrasta alla natura dello spirito umano: il quale non parla mai poeticamente quando ragiona coll'animo riposato ec. come par che sieno obbligati di fare i francesi, se vogliono scrivere in prosa che sia per loro elegante e spiritosa ed ornata ec. (19. Giugno. 1822.)

2642   15. Ottobre 1822.

[2640,1]  Aggiungo ora che in fatti la poesia, appresso quelle nazioni ch'hanno lingua propriamente poetica, {cioè distinta dalla prosaica} (e ciò fu tra le antiche la greca, e sono tra le moderne l'italiana e la tedesca, e un poco fors'anche la spagnuola) è conservatrice 2641 dell'antichità della lingua, e quindi della sua purità, le quali due qualità sono quasi il medesimo, se non che la prima di queste due voci dice qualcosa di più. Dell'antichità, dico, è conservatrice la lingua poetica, sì ne' vocaboli, sì nelle frasi, sì nelle forme, sì eziandio nelle inflessioni, o coniugazioni de' verbi, e in altre particolarità grammaticali. Nelle quali tutte essa conserva {+(o segue di tratto in tratto a suo arbitrio)} l'antico uso, stato comune ai primi prosatori, e quindi sbandito dalle prose. Ed ha notato il Perticari nel Trattato degli Scrittori del Trecento che in tanta corruzione ultimamente accaduta della nostra lingua parlata e scritta, lo scriver poetico s'era pur conservato e si conserva puro; il che fino a un certo segno, e massime ne' versificatori 2642 che non hanno molto preteso all'originalità (come gli arcadici, i frugoniani ec. a differenza de' Cesarottiani ec.) si trova esser verissimo. Così fu nella lingua greca, che la poesia fu gran conservatrice delle parole, modi, frasi, inflessioni, e regole {e pratiche} grammaticali antiche. Ond'ella ha una lingua tutta diversa dalla sua contemporanea prosaica. E ciò accade (parlo del conservar l'antichità e purità della lingua), accade, dico, proporzionatamente anche nelle poesie che non hanno lingua appartata, come la francese, e forse l'inglese. Se non altro, queste poesie sono sempre più pure dello scriver prosaico appresso tali nazioni, rispetto alla lingua. (15. Ottobre 1822.)

2666,1   2. Feb. 1823.

[2666,1]  2666 La prosa francese (nazione e lingua la più impoetica fra le moderne, che sono le più impoetiche del mondo) è molto più poetica della stessa prosa antica scritta nelle lingue le più poetiche possibili. Lo stesso mancare affatto di linguaggio poetico distinto dal prosaico fa che lo scrittor francese confonda quello ch'è proprio dell'uno con quel ch'è proprio dell'altro, e che come il poeta francese scrive prosaicamente così il prosatore scriva poeticamente, e che la lingua francese manchi non solo di linguaggio e stile poetico distinto per rispetto al prosaico, ma anche di linguaggio e stile veramente prosaico, e ben distinto e circoscritto e definito per rispetto al poetico. Questa è l'una delle cagioni della poeticità della prosa francese. Altre ancora se ne potranno addurre, ma fra queste, una che ha del paradosso e pure è verissima. La prosa francese è poetica perchè la lingua francese è poverissima. Quindi la necessità di metafore di metonimie di catacresi di mille figure di dizione che rendono poetica la lingua della prosa, e secondo il nostro gusto, 2667 gonfia, concitata ed aliena da quella semplicità, riposatezza, calma, sicurezza ed equabilità e gravità di passo che s'ammira nelle prose latina e greca, le più poetiche lingue dell'occidente. P. e. non avendo i francesi una parola che significhi unitamente il padre e la madre, (come noi, che diciamo i genitori), sono obbligati a dire spesso les auteurs de ses jours, des jours de quelqu'un, de celui-là etc. Queste tali frasi necessarie e forzate, obbligano poi lo scrittor prosaico francese a formar loro un contorno conveniente, a seguire una forma di dire, uno stile, dove queste frasi, figure ec. non disdicano, e quindi a innalzare il tuono della sua prosa, e dargli un color poetico tanto nello stile quanto nella lingua: e così la povertà della lingua francese rende poetica la sua prosa, e per le figure che l'obbliga ad usare in cambio delle parole che le mancano, e per le figure che queste medesime figure forzate richiedono intorno a se, e quasi portano con se, e per lo stile e il linguaggio e il tuono che queste figure forzate 2668 domandano per non disdire. (2. Feb. 1823.)

2718 [2716]   23. Maggio 1823.

[2715,3]  Ho detto altrove [ pp.787.sgg.] che la lingua francese, povera di forme, è tuttavia ricchissima e sempre più si arricchisce di voci. Distinguo. La lingua francese è povera di sinonimi, ma ricchissima di voci denotanti ogni sorta di cose e di idee, e ogni menoma parte di ciascuna cosa e di ciascuna idea. Non può molto variare nella espressione d'una cosa medesima, ma può variamente esprimere le più varie e diverse cose. Il che non possiamo noi, benchè possiamo ridire 2716 in cento modi le cose dette. Ma certo è sempre varia quella scrittura che può esser sempre propria, perchè ad ogni nuova cosa che le occorre di significare, ha la sua parola diversa dalle altre per significarla. Anzi questa è la più vera, la più sostanziale, la più intima, la più importante, ed anche la più dilettevole varietà di lingua nelle scritture. E quelle scritte in una lingua soprabbondante di sinonimi, per lo più sono poco varie, perchè la troppa moltitudine delle voci fa che ciascheduno scrittore per significare ciaschedun oggetto, scelga fra le tante una sola o due parole al più, e questa si faccia familiare e l'adoperi ogni volta che le occorre di significare il medesimo oggetto; e così ciascheduno scrittore in quella lingua abbia il suo vocabolarietto diverso da quel degli altri, e limitato: come altrove ho detto [ pp.244-45] [ pp.2386-87] [ pp.2397-400] [ pp.2630-32] accadere agli scrittori greci ed italiani. E osservo che sebbene 2717 la lingua greca è molto più varia della latina, nondimeno per la detta ragione le scritture greche, massime quelle degli ottimi e originali, sono meno varie delle latine per ciò che spetta ai vocaboli e ai modi. (23. Maggio 1823.). { V. p. 2755.}

526,1   19. Gennaio 1821

[526,1]  Alla p. 477. Floro è noto per il molto che ha di poetico, non solo nell'invenzione, nell'immaginazione, evidenza, fecondità, come Livio, ma nella sentenza e nella frase, anzi non tanto nella facoltà, quanto nella maniera, nello stile, e nella volontà. E in ogni modo Floro ha tanto di gravità, nobiltà, posatezza, ed ancora castigatezza, in somma tanto sapor di prosa, quanto non si troverà facilmente in nessun moderno, se non forse, ma dico forse, in qualcuno de' nostri cinquecentisti. E quella stessa dose di pregi (senza 527 i quali però non ci può esser buona nè vera prosa) basterebbe per fare ammirare uno scrittore de' nostri tempi, e farlo giudicare sommo ed unico. (Aggiungete tutto quello che spetta alla lingua: eleganza, purità sufficientissima, armonia, varietà ec. {forma de' periodi, e loro disposizione e connessione ec.)}. Ora i migliori e sommi prosatori francesi, in ordine a questi pregi, non sono degni di venir nemmeno in confronto con uno de' peggiori ed infimi classici latini. (19. Gen. 1821).

2906,2   7. Luglio. 1823.

[2906,2]  In tutte le lingue tanto gran parte dello stile appartiene ad essa lingua, che in veruno scrittore l'uno senza l'altra non si può considerare. La magnificenza, la forza, la nobiltà, l'eleganza, {+la semplicità, la naturalezza,} la grazia, la varietà, tutte o quasi tutte le qualità dello stile, sono così legate alle corrispondenti qualità della 2907 lingua, che nel considerarle in qualsivoglia scrittura è ben difficile il conoscere e distinguere e determinare quanta e qual parte di esse (e così delle qualità contrarie) sia propria del solo stile, e quanta e quale della sola lingua; o vogliamo piuttosto dire, quanta e qual parte spetti e derivi dai soli sentimenti, e quanta e quale dalle sole parole; giacchè rigorosamente parlando, l'idea dello stile abbraccia così quello che spetta ai sentimenti come ciò che appartiene ai vocaboli. Ma tanta è la forza e l'autorità delle voci nello stile, che mutate quelle, o le loro forme, il loro ordine ec. tutte o ciascuna delle predette qualità si mutano, o si perdono, e lo stile di qualsivoglia autore o scritto, cangia natura in modo che più non è quello nè si riconosce. {+ Veggasi la p. 3397-9. }

3008,1 [3009,1]   23. Luglio 1823.

[3009,1]  { Alla p. 2841.} Lo stile e il linguaggio poetico in una letteratura già formata, e che n'abbia uno, non si distingue solamente dal prosaico nè si divide e allontana solamente dal volgo per l'uso di voci e frasi che sebbene intese, non sono però adoperate nel discorso familiare nè nella prosa, le quali voci e frasi non sono per lo più altro che dizioni e locuzioni antiche, andate, fuor che ne' poemi, in disuso; ma esso linguaggio si distingue eziandio grandemente dal prosaico e volgare per la diversa inflessione materiale di quelle stesse voci e frasi che il volgo e la prosa adoprano ancora. Ond'è che spessissimo una tal voce o frase è poetica pronunziata o scritta in un tal modo, e prosaica, anzi talora affatto impoetica, anzi pure ignobilissima e volgarissima in un altro modo. E in quello è tutta elegante, in questo affatto triviale, eziandio talvolta per li prosatori. Questo mezzo di distinguere e separare il linguaggio d'un poema da quello della prosa e del volgo inflettendo o condizionando diversamente 3010 dall'uso la forma estrinseca d'una voce o frase prosaica e familiare, è frequentissimamente adoperato in ogni lingua che ha linguaggio poetico distinto, lo fu da' greci sempre, lo è dagl'italiani: anzi parlando puramente del linguaggio, e non dello stile, poetico, il detto mezzo è l'uno de' più frequenti che s'adoprino a conseguire il detto fine, e più frequente forse di quello delle voci o frasi inusitate. Or questa diversa e poetica inflessione e pronunzia de' vocaboli correnti, che altro è per l'ordinario, se non inflessione e pronunzia antica, usitata dagli antichi prosatori, nell'antico discorso, ed ora andata in disuso nella prosa e nel parlar familiare? di modo che quelle parole così pronunziate e scritte non altro sono veramente che parole antiche e arcaismi, in quanto così sono scritte e pronunziate? nè altro è ordinariamente dire inflessioni, licenze, voci poetiche se non arcaismi? Vedi in questo proposito una bella riflessione di Perticari, Apologia, Capo 14. fine p. 131-2. Certo questa diversità d'inflessione per la più parte non è se 3011 non quello ch'io dico: così ne' poeti greci, così ne' latini (più schivi però dell'antico, e quindi il loro linguaggio poetico è assai meno distinto dalla lor prosa quanto a' vocaboli, che il greco), così negl'italiani. Perocchè non è da credere che la inflession d'una voce sia stimata, e quindi veramente sia, più elegante o per la prosa o pel verso, perchè e quanto ella è più conforme all'etimologia, ma solamente perchè e quanto ella è meno trita dall'uso familiare, essendo però bene intesa e non riuscendo ricercata. (Anzi bene spesso è trivialissima l'inflessione regolare ed etimologica, ed elegantissima e tutta poetica la medesima voce storpiata, come dichiaro in altro luogo [ pp.2075-76)]. E questo non esser trita, nè anche ricercata, ma pur bene intesa, come può accadere a una voce, o ad una cotale inflessione della medesima? Il pigliarla da un particolar dialetto {o l'infletterla secondo questo} fa ch'ella non riesca trita all'universale, ma difficilmente può far ch'ella e non paia ricercata e sia bene intesa da tutti. {+Oltre ch'ella riesce anche trita a quella parte della nazione di cui quel dialetto è proprio.} In verità i dialetti particolari sono scarso sussidio e fonte al linguaggio poetico, e all'eleganza qualunque. Lo vediamo noi italiani in Dante, dove le 3012 voci e inflessioni veramente proprie di dialetti particolari d'Italia fanno molto mala riuscita, nè la poesia nostra, nè verun savio tra' nostri o poeti o prosatori ha mai voluto imitar Dante nell'uso de' dialetti, non solo generalmente, ma neppure in ordine a quelle medesime voci e pronunzie o inflessioni da lui adoperate. Circa l'uso e mescolanza de' dialetti greci nella inflessione delle parole appresso Omero, non volendo rinnovare le infinite discussioni già fatte da tanti e tanti in questo proposito, solamente dirò che o le circostanze della Grecia e d'Omero erano diverse da quelle che noi possiamo considerare, e quindi per l'antichità ed oscurità della materia non potendo nulla giudicarne di certo e di chiaro, niuno argomento ne possiamo dedurre; ovvero (e così penso) quelle inflessioni che in Omero s'attribuiscono a' dialetti, e da' dialetti si stima che Omero le prendesse, {o tutte o gran parte} erano in verità proprie della lingua greca comune del suo tempo, o d'una lingua, o vogliamo dir d'un uso più 3013 antico ancora di lui; dalla qual lingua comune, o fosse più antica, o allora usitata, Omero tolse quelle inflessioni ch'egli si stima aver pigliato da questo e da quel dialetto indifferentemente e confusamente. Non volendo ammetter nulla di questo, dirò che in Omero la mescolanza de' dialetti dovè riuscir così male come in Dante. Circa i poeti greci posteriori, i quali tutti (fuor di quelli che scrissero in dialetti privati, come Saffo, Teocrito ec.) seguirono interamente Omero, come in ogni altra cosa, così nella lingua, e da lui tolsero quanto il loro linguaggio ha di poetico, cioè della sua lingua formarono quella che si chiama dialetto poetico greco, ossia linguaggio poetico comune, la questione non è difficile a sciogliere. Perocchè quelle inflessioni ch'essi adoperavano, benchè proprie di particolari dialetti, essi non le toglievano da' dialetti ma dal dialetto o linguaggio Omerico, di modo ch'elle riuscivano eleganti e poetiche, non in quanto proprie di privati dialetti, ma in quanto antiche ed Omeriche; ed erano bene intese 3014 dall'universale della nazione, nè parevano ricercate perchè tutta la nazione benchè non usasse familiarmente nè in iscrittura prosaica le inflessioni e voci Omeriche, le conosceva però e v'aveva l'orecchio assuefatto per lo gran divulgamento de' versi d'Omero cantati da' rapsodi per le piazze e le taverne, e saputi a memoria fino da' fanciulli. {# 1. V. p. 3041.} Il che non accadde a' poemi di Dante, il quale non fu mai in Italia neppur poeta di scuola, come Omero in Grecia presso i grammatisti medesimi, o certo presso i grammatici (vedi il Laerz. del Wetstenio, tom. 2. p. 583. not. 5.); nè il dialetto o linguaggio poetico italiano è o fu mai quello di Dante. Dico generalmente parlando, e non d'alcuni pochi e particolari poeti, suoi decisi imitatori, come Fazio degli Uberti, l'autore del Quadriregio Federico Frezzi, ed alcuni dell'ultimo secolo, come il Varano. Neppur la lingua del Petrarca è quella di Dante, nè da lui fu presa, nè punto si serve de' particolari dialetti.

3403,1   9-10. Sett. 1823.

[3403,1]  E per recare un esempio; laddove la lingua e lo stile spagnuolo e italiano si piegano naturalmente e quasi da se al dignitoso, come il greco e il latino (che in qualunque genere e materia hanno sempre del grave e dell'elevato), lo stile francese non ci si piega per niun modo, ma sempre tira al familiare e al piano. Contuttociò egli pure ottiene di staccarsi dal familiare e dal volgo, di sostenersi, d'innalzarsi; ma come? Con un copiosissimo uso d'immagini, pensieri ed espressioni poetiche. 3404 E non mezzanamente confusamente o solo in parte poetiche, ma forte espressa e totalmente. Senza ciò non ottiene mai dignità ed elevazione, e sempre tira al basso, e si accosta al discorso ordinario, allo stile parlato, di conversazione ec. Ma ciò è ben diverso, e in certo senso, contrario al modo in che i greci e i latini davano dignità ed elevatezza al loro stile, {+in che gliene diedero i nostri classici e gli spagnuoli, benchè non sempre perfetti nel loro genere di stile, come avrebbero e potuto e dovuto essere, e come esigeva naturalmente esso genere di stile, e l'indole stessa della lingua ec. Si possono vedere le pagg. 3453. segg. e 3561. segg. ec. Vedi quello che altrove ho detto sopra il poetico dello stile di Floro [ pp.526-27], { v. p. 3420.,} e quello che ho detto sopra ciò, che la lingua francese sempre prosaica nel verso, è oggimai sempre poetica nella prosa; e altri tali pensieri [ pp.373-75] [ pp.1812-15] [ p.2484] [ pp.2666-68] } ec.

3428,1   13. Sett. 1823.

[3428,1]  Alla p. 3417. In Francia siccome la prosa segue l'uso del parlar quotidiano assai più che altrove, e l'è sempre assai più conforme, così i poeti non hanno creduto potersi scostare gran fatto dall'uso medesimo e dalla prosa, nè lasciar di seguire da vicinissimo l'uno e l'altra nelle continue mutazioni ch'esse naturalmente e inevitabilmente subiscono. Sì ne' poeti che ne' prosatori ciò nasce dalla natura di quella nazione e di quella società. I poeti francesi non hanno dunque antichità di linguaggio da usare. Tutto e sempre di mano in mano nella lingua francese è moderno. E tutto è ancor nazionale; perchè guardigli il cielo dall'arricchire la loro lingua di qualche voce tolta {nuovamente} dal latino, benchè totalmente analoga e affine ad altre voci francesi. La lingua loro è dunque in tutto e sempre viva e incapace sì dell'antico, 3429 si ancora del pellegrino (se non di quello che introdotto in una lingua, o usato da uno scrittore è libertinaggio e barbarie, non eleganza o nobiltà ec.). Da ciò viene che la lingua francese non è capace di eleganza ec. (del che mi pare aver detto altrove [ p.1813] [ p.2014)], e che la Francia non ha e non può avere lingua propria della poesia. E non avendola, e però i termini tra questa e quella della prosa non essendo certi, anzi non avendovene alcuno, perocchè il campo {dell'una e dell'altra} è un solo e indiviso, la Francia non ha neppur lingua propria espressamente della prosa, e nella più impoetica lingua del mondo, qual è la francese, non si trova quasi prosa che non sappia di poesia per lo stile, più o meno, ma certo più di tutte le classiche prose scritte nelle più poetiche lingue come la greca e la latina. Del che veggasi la p. 3420-1. Del resto è ben naturale che ove non è distinzion di lingua (tra poesia e prosa) quivi non possa essere vera distinzion di stile. {#Secondo il detto a pp. 3397-99. e p. 2906.} (13. Sett. 1823.)

3562   30. Sett. 1823.

[3561,1]  Alla p. 3413. Infatti la scrittura dello Speroni è tutta sparsa e talor quasi tessuta, non pur di vocaboli, o d'usi metaforici ec. di parole, tutti propri di Dante e di Petrarca, ma di frasi intere e d'interi emistichi di questi poeti, dall'autore dissimulatamente appropriatisi e convertiti all'uso della sua prosa. Nè tali voci, frasi ec. riescono in lui punto poetiche, ma convenientissimamente prosaiche. Altrettanto fanno più o meno molti altri autori del cinquecento, massime i più eleganti, ma lo Speroni singolarmente. Or andate e ditemi che altrettanto potessero fare, non pur i prosatori greci con Omero, o altro lor poeta, ma i latini con Virgilio ec. benchè il latino non abbia linguaggio poetico distinto. Che vuol dir ciò dunque, se non che il linguaggio di Dante e Petrarca era poco o nulla distinto da quel della prosa? Onde i prosatori potevano farne lor pro, anche a sazietà, senza dar nel poetico. {#Le voci e frasi {e significati più poetici ed eleganti} di Petrarca Dante ec. tengono come un luogo di mezzo tra il prosaico e il poetico, onde in una prosa alta, com'è quella dello Speroni, ci stanno naturalissimamente. P. e. talento in quel significato Che la ragion sommettono al talento. Non si sa ben dire se sia più del verso che della prosa. Vedilo benissimo usato dallo Speroni ne' Diall. Ven. 1596. p. 69. fine.} Altri, e non pochi, prosatori del 500, siccome nel 300 il Boccaccio, davano nel poetico sconveniente 3562 alla prosa, adoperando a ribocco e senza giudizio le voci, le significazioni, le metafore, le frasi, gli ornamenti, l'epitetare ec. sì di Dante e Petrarca sì de' poeti del 500. stesso. E ciò per la medesima ragione per cui i detti poeti adoperavano le frasi e voci ec. della prosa, come a pagg. 3414. segg. Ciò era perchè i termini fra il linguaggio della poesia e della prosa non erano ancora ben stabiliti nella nostra lingua. Onde come noi non avevamo ancora un linguaggio propriamente poetico bene stabilito e determinato, (p. 3414. 3416.), così nè anche un linguaggio prosaico. Nella stessa guisa (ma però molto meno) che i francesi non hanno quasi altra prosa che poetica, perchè appunto non hanno lingua propriamente poetica, distinta e determinata, e assegnata senza controversia alla poesia (veggansi le p. 3404-5. 3420-1. 3429. e il pensiero seguente). Nessun buon autore del seicento, del sette e dell'ottocento dà nel poetico come molti buoni {e classici} del 500 (non ostante nel 600 la gran peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l'immaginoso, l'ingegnoso; e consistente in queste qualità ec. peste 3563 che nel 500 ancor non regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto non mai nelle buone e classiche prose del 600: segno che quel vizio nel 500. veniva da altra cagione, e ciò era quella che si è detta). Nessuno oggi (nè nei due ultimi secoli) per poco che abbia, non pur di giudizio, ma sol di pratica nelle buone lettere sarebbe capace di peccare, scrivendo in prosa, per poeticità di stile e linguaggio, altrettanto quanto nell'ottimo ed aureo secolo del 500 (mentre il nostro è ferreo) peccavano gli ottimi ingegni nelle classiche prose, sì nel linguaggio, sì nello stile, che quello si tira dietro (p. 3429. fine). E come ho detto a pagg. 3417-9. che il linguaggio {propriamente} poetico in Italia non fu pienamente determinato, stabilito, e distinto e separato dal prosaico, se non dopo il cinquecento, e massime in questo e nella fine dell'ultimo secolo; così si deve dire del linguaggio prosaico, quanto all'essere così esattamente determinato ch'ei non possa mai confondersi col poetico, nè dar nel poetico senza biasimo ec. Il che non ha potuto perfettamente essere finchè i termini fra questi due linguaggi non sono stati fermamente posti, e chiaramente precisamente 3564 incontrovertibilmente segnati, tirati, descritti. Onde il linguaggio perfettamente proprio e particolare della prosa, e il perfettamente proprio e particolare della poesia sono dovuti venire in essere a un medesimo tempo, e non prima l'uno che l'altro (o non prima esser perfetto ec. ec. l'uno che l'altro, e crescer del pari quanto alla loro prosaicità e poeticità); perchè ciascun de' due è rispettivo all'altro ec. ec. (30. Sett. 1823.)

3633,1   8. Ott. 1823.

[3633,1]  Scriveva Voltaire al Principe Reale di Prussia, poi Federico II, in proposito di una frase di Orazio e del modo in cui Federico l'aveva renduta traducendo in francese l'ode in ch'ella si trova: Ces expressions sont bien plus nobles en français: elles ne peignent pas comme le latin, et c'est là le grand malheur de notre langue qui n'est pas assez accoutumée aux détails. (Lettres du Prince Royal de Prusse et de M. 3634 de Voltaire, Lettre 118. le 6. avril 1740. Oeuvres complettes de Frédéric II roi de Prusse. 1790. tome 10, p. 500.) Aveva detto Voltaire che l'espressione latina serait très-basse en français.

3863,2   11. Nov. 1823.

[3863,2]  Accade nelle lingue come nella vita e ne' costumi; e nel parlare come nell'operare, e trattare con gli uomini (e questa non è similitudine, ma conseguenza). Nei tempi e nelle nazioni dove la singolarità dell'operare, de' costumi ec. non è tollerata, è ridicola ec. lo è similmente anche quella del favellare. E a proporzione che la diversità dall'ordinario, maggiore o minore, si tollera o piace, ovvero non piace, non si tollera, è ridicola ec. più o meno; maggiore o minore o niuna diversità piace, dispiace, si tollera o non si tollera nel favellare. Lasceremo ora il comparare a questo proposito le lingue antiche colle moderne, e il considerare come corrispondentemente 3864 alla diversa natura dello stato e costume delle nazioni antiche e moderne, e dello spirito e società umana antica e moderna, tutte le lingue antiche sieno o fossero più ardite delle moderne, e sia proprio delle lingue antiche l'ardire, e quindi esse sieno molto più delle moderne, per lor natura, atte alla poesia; perocchè tra gli antichi, dove e quando più, dove e quando meno, ηὐδοκίμει la singolarità dell'opere, delle maniere, de' costumi, de' caratteri, degl'istituti delle persone, e quindi eziandio quella del lor favellare e scrivere. La nazion francese, che di tutte l'altre sì antiche sì moderne, è quella che meno approva, ammette e comporta, anzi che più riprende ed odia e rigetta e vieta, non pur la singolarità, ma la nonconformità dell'operare e del conversare nella vita civile, de' caratteri delle persone ec.; la nazion francese, dico, lasciando le altre cose a ciò appartenenti, della sua lingua e del suo stile; manca affatto di lingua poetica, e non può per sua natura averne, perocchè ella deve naturalmente inimicare e odiare, ed odia infatti, come la singolarità delle azioni ec. così la singolarità del favellare e scrivere. Ora il parlar poetico è per sua natura diverso dal parlare ordinario. Dunque esso ripugna per sua natura alla natura della società e della nazione francese. E di fatti la lingua francese è incapace, non solo di quel peregrino che nasce dall'uso di voci, modi, significati tratti da altre lingue, 3865 o dalla sua medesima antichità, anche pochissimo remota, ma eziandio di quel peregrino e quindi di quella eleganza che nasce dall'uso non delle voci e frasi sue moderne e comuni, cioè di metafore non trite, di figure, sia di sentenza, sia massimamente di dizione, di ardiri di ogni sorta, anche di quelli che non pur nelle lingue antiche, ma in altre moderne, come p. e. nell'italiana, sarebbero rispettivamente de' più leggeri, de' più comuni, e talvolta neppure ardiri. Questa incapacità si attribuisce alla lingua; ella in verità è della lingua, ma è acora della nazione, e non per altro è in quella, se non perch'ella è in questa. Al contrario la nazion tedesca, che da una parte per la sua divisione e costituzion politica, dall'altra pel carattere naturale de' suoi individui, pe' lor costumi, usi ec. {+per lo stato presente della lor civiltà, che siccome assai recente, non è in generale così avanzata come in altri luoghi,} e finalmente per la rigidità del clima che le rende naturalmente propria la vita casalinga, e l'abitudine di questa, è forse di tutte le moderne nazioni civili la meno atta e abituata alla società personale ed effettiva; sopportando perciò facilmente ed anche approvando e celebrando, non pur la difformità, ma la singolarità delle azioni, costumi, caratteri, modi ec. delle persone (la qual singolarità appo loro non ha pochi nè leggeri esempi di fatto, anche in città e corpi interi, come in quello de' fratelli moravi, e in altri molti istituti ec. ec. tedeschi, che per verità non hanno 3866 punto del moderno, e parrebbero impossibili a' tempi nostri, ed impropri affatto di essi), sopporta ancora, ed ammette e loda ec. una grandissima singolarità d'ogni genere nel parlare e nello scrivere, ed ha la lingua, non pur nel verso, ma nella prosa, più ardita {per sua natura} di tutte le moderne colte, e pari {in questo} eziandio alla più ardita delle antiche. La qual lingua tedesca per conseguenza è poetichissima e {capace e} ricca d'ogni varietà ec. (11. Nov. 1823.)

4214,3   12. ottobre. 1826. Bologna

[4214,3]  I francesi non hanno lingua poetica perchè hanno rigettata la lingua antica, perchè non sopportano l'antico nel verso niente più che nella prosa: e senza l'antico non vi può esser lingua poetica. I Latini che ebbero pochissima antichità di lingua, perchè il progresso della loro letteratura fu rapidissimo, e che rigettarono, ad eccezione di pochissime e piccolissime parti conservate nel verso, quella poca antichità che avevano, non ebbero lingua poetica propriamente, nè avrebbero avuto dicitura e stile poetico se non avessero usato nella poesia costruzioni ardite, e nuovi significati e metafore di parole, che i francesi non sopportano nella loro. {#(1) Notisi quindi che presso i latini ciascun poeta era artefice della sua lingua poetica; la lingua poetica dei latini era opera individuale del poeta, e se il poeta non se la facea, non l'aveva: dove in italiano e in greco ella era cosa universale, e il poeta l'avea già prima di porsi a comporre. E da ciò forse può nascere l'abuso e la soverchia copia del verseggiare e dei verseggiatori ec. ec.} Del resto l'avere i latini e i francesi a differenza dei greci e degl'italiani, rigettata ne' loro buoni e perfetti secoli l'antichità della lingua, venne, fra l'altre cose, dal non aver essi avuto nelle loro lingue antiche scrittori veramente sommi, a differenza dei greci, che ebbero Omero, Esiodo, Archiloco, Ippocrate, Erodoto ec. e degl'italiani, ch'ebbero Dante, Petrarca, Boccaccio, insomma (come i greci) la letteratura già stabilita, fissata e formata prima della lingua e della maturità della civilizzazione. (Bolog. 12. Ott. 1826.)