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Grazia.

Grace.
198,1   4-9. Agosto 1820.

[198,1]  Montesquieu (Essai sur le Gout. Du je ne sais quoi) fa consistere la grazia {e il non so che,} principalmente nella sorpresa, nel dar più di quello che si prometta ec. In questa materia della grazia così astrusa nella teoria delle arti, come quella della grazia divina nella teologia, noterò 1. L'effetto della grazia non è di sublimar l'anima, o di riempierla, o di renderla attonita come fa la bellezza, ma di scuoterla, come il solletico scuote il corpo, e non già fortemente come la scintilla elettrica. Bensì appoco appoco può produrre nell'anima una commozione e un incendio vastissimo, ma non tutto a un colpo. Questo è piuttosto effetto della bellezza che si mostra tutta a un tratto, e non ha successione di parti. E forse anche per questo motivo accade quello che dice Montesquieu, che le grandi passioni di rado sono destate dalle grandi bellezze, ma ordinariamente dalla grazia, perchè l'effetto della bellezza si compie tutto in un attimo, e all'anima dopo che s'è appagata di quella vista non rimane altro da desiderare nè da sperare, se però la bellezza non è accompagnata da spirito, virtù ec. Al contrario la grazia ha successione di parti, anzi non si dà grazia senza successione. Quindi veduta una parte, resta desiderio e speranza delle altre. 2. Perciò la grazia ordinariamente consiste nel movimento: e diremo così, la bellezza è nell'istante, e la grazia nel tempo. Per movimento intendo anche tutto quello che spetta alla parola. 3. Veramente non è grazia 199 tutto quello ch'è sorpresa. Già si sa quante sorprese non abbiano che far colla grazia, ma anche in punto di donne, e di bello, la sorpresa non è sempre grazia. Ponete una bellissima donna mascherata, o col viso coperto, e supponete di non conoscerla, e ch'ella improvvisamente vi scopra il viso, e che quella bellezza vi giunga affatto inaspettata. Quest'è una bella e piacevole sorpresa, ma non è grazia. E per tener dietro precisamente a quello che dice Montesquieu, che la grazia deriva principalmente da questo {che} nous sommes touchés de ce qu'une personne nous plaît plus qu'elle ne nous a paru d'abord devoir nous plaire; et nous sommes agréablement surpris de ce qu'elle a su vaincre des défauts que nos yeux nous montrent et que le coeur ne croit plus, supponete di vedere una donna o un giovane di persona disavvenente, e all'improvviso mirandolo in volto, trovarlo bellissimo; questa pure è sorpresa, ma non grazia. 4. Pare che la grazia consista in certo modo nella naturalezza, e non possa star senza questa. Tuttavia primieramente, siccome la natura, secondo che osserva anche Montesquieu, è ora più difficile a seguire, e più rara assai che l'arte, così notate che quelle grazie che consistono in pura naturalezza, non si danno ordinariamente senza sorpresa. Se tu senti {o vedi} un fanciullo che parla o vero opera, le sue parole e le sue azioni e movimenti, ti riescono sempre come straordinari, hanno un non so che di nuovo e d'inaspettato {che ti punge, e fa una certa maraviglia, e tocca la curiosità}. Così in qualunque altro soggetto di naïveté. In secondo luogo ci sono anche delle cose non naturali, che pur sono graziose; o vero naturali, ma graziose non per questo che sono naturali. P. e. 200 alcuni difettuzzi in un viso, piacciono assai, e paiono grazie a molti. Chi s'innamora di un naso rincagnato (come quel Sultano di Marmontel), chi di un occhio un po' falso ec. Un parlar bleso ec. a molti par grazia. E si vedono tuttogiorno, amori nati {appunto} da stranezze o difetti della persona amata. Così nello spirito e nel morale. Il primo amore dell'Alfieri fu per una giovane di una certa protervia che mi faceva, dic'egli, moltissima forza. E di questo genere si potrebbero annoverare infinite cose che paiono graziosissime e destano fiamma in questo o in quello, e ad altri parranno tutto il contrario. Così un viso di quel genere che chiamano piccante, vale a dire imperfetto, e irregolare, fa ordinariamente più fortuna di un viso regolare e perfetto. Par cosa riconosciuta che la grazia appartenga piuttosto al piccolo che al grande, e che se al grande conviene la maestà, la bellezza, la forza ec. la grazia e la vivacità non gli possa convenire. Questo in qualsivoglia cosa, e astrattamente parlando, uomini, statue, manifatture, poesie ec. ec. ec. Un piccolin si mette Di buona grazia in tutto dice il Frugoni. Ed è cosa ordinaria di chiamar graziosa una persona piccola, e spesso in maniera come se piccolezza fosse sinonimo di grazia. 5. Da queste cose deducete che in somma la definizione della grazia non si può dare, e Montesquieu non l'ha data, benchè paia crederlo, e bisogna sempre ricorrere al non so che. Perchè I. se la sorpresa è spesso compagna della grazia, è certo che questa è ben diversa dalla sorpresa, cioè perchè una cosa sia graziosa, non basta che sorprenda, bisogna che sia di quel tal genere, 201 e questo genere che cos'è? II. non la sola naturalezza, come abbiamo veduto; non il perfetto, anzi spesso il difettoso, l'irregolare, e lo straordinario; non tutto l'imperfetto, l'irregolare, e lo straordinario, com'è manifesto: che cosa dunque? III. Concedo che spesso il sentimento della grazia contenga sorpresa, ma non è grazioso per questo che sorprende, altrimenti tutto il sorprendente sarebbe grazioso, ma perch'è un certo non so che. IV. Quel modo in cui Montesquieu spiega questo non so che nelle parole riportate di sopra non sussiste se non in alcuni casi. Un viso piccante ed irregolare nous plaît veramente d'abord e senz'altro, e qui non c'entra l'aver saputo vincere il difetto ec. Si vede ch'esso stesso contiene propriamente in se una qualità piacevole distinta da tutto il resto. È vero che un viso irregolare piace con una certa sorpresa, ma quel che piace non è {solamente nè principalmente} la sorpresa, altrimenti un viso mostruoso piacerebbe di più. Applicate queste considerazioni agli altri esempi riportati di sopra, in tutti i quali non ha che far niente il dare più di quello che si prometta, o non è la cagion principale ed intima di quel tal piacere, ma piuttosto estrinseca e accidentale. V. Il grazioso è relativo come il bello, cioè ad uno sì, a un altro no ec. L'esperienza lo mostra, che come non c'è tipo della bellezza, così neanche della grazia. E quantunque paia che l'idea della naturalezza debba essere universale, tuttavia non è, e presso noi passano per naturali infinite cose che sono tutt'altro, e ai villani parranno naturali e graziose cento maniere che a noi parranno grossolane ec. Così secondo le diverse nazioni costumi abitudini opinioni ec. Non che la natura non abbia le sue maniere 202 proprie, certe e determinate, ma succede qui come nel bello. Un cavallo scodato, un cane colle orecchie tagliate, è contro natura, una donna coi pendenti infilzati nelle orecchie, un uomo colla barba tagliata ec. eppur piacciono. Molto più discordano i gusti intorno alla grazia indipendente dalla naturalezza. VI. Quantunque questo non so che, non si possa definire, se ne possono notare alcune qualità 1.mo Spessissimo la semplicità è fonte, o proprietà della grazia. 2.do. Quantunque la grazia ordinarissimamente consista nell'azione, tuttavia può stare qualche volta anche senza questa, come appunto molte grazie derivanti dalla semplicità, p. e. nelle opere di belle arti, nell'abito di una pastorella, citato anche da Montesquieu come grazioso, insieme colle pitture di Raffaello e Correggio. Anche un viso piccante ma non bello, si può dire che contenga questo non so che, {e punga,} senza bisogno di azione, come p. e. veduto in un ritratto, quantunque d'ordinario prenda risalto dal movimento. 3.zo. La naturalezza non è la sola fonte della grazia, e pure non c'è grazia, dove c'è affettazione. Il fatto è che quantunque una cosa non sia graziosa per questo ch'è naturale, tuttavia non può esser graziosa se non è, o non par naturale, e il minimo segno di stento, o di volontà, ec. ec. basta per ispegnere ogni grazia. Dico, se non pare, perchè le grazie della poesia, del discorso, delle arti ec. per lo più paiono naturali e non sono. 4.to La piccolezza abbiamo veduto come abbia che far colla grazia. 5.to Lo svelto, il leggero, parimente ha che far colla grazia. E notate che i movimenti molli e leggeri di una persona di taglio svelto, sono graziosi senza sorpresa, giacchè non è strano che i moti di una {tal} persona sieno facili e leggeri. Bensì muovono una certa maraviglia o ammirazione 203 diversa dalla sorpresa, la quale nasce dall'inaspettato, o dall'aspettazione del contrario. Così la maraviglia prodotta dalle belle arti, con tutto che appartenga al bello, non ha che far colla grazia. 6.to L'effetto della grazia ordinariamente è quello che ho detto, di scuotere e solleticare e pungere, puntura che spesso arriva dirittamente al cuore, come se tu vedi due occhi furbi di una donna rivolti sopra di te, nel qual caso la scossa si può paragonare anche all'elettrica. Ma in quella grazia che spetta p. e. alla semplicità pare che se l'effetto è di solleticare, non sia di pungere, e forse si può fare su questa considerazione una distinzione di due grazie, l'una piccante, l'altra molle, insinuante, glissante dolcemente nell'anima. E forse la prima si chiama più propriamente il non so che. 7.mo La vivacità ha che far colla prima specie di grazia. Ma con tutto ciò la vivacità non è grazia. 8.vo Nei cibi parimente si dà una certa grazia, ora della prima, ora anche della seconda specie. Quelli che chiamano ragoûts appartengono alla prima. E qui pure discordano i gusti infinitamente.

206,4   11. Agosto 1820.

[206,4]  La grazia propriamente non ha luogo se non nei piaceri che appartengono al bello. Una novità, un racconto curioso, una nuova piccante, tutto quello che punge o muove o solletica la curiosità, sono irritamenti piacevoli ma non hanno che far colla grazia. E quelli che appartengono ai cibi, o a qualunque altro piacere parimente, somigliano alla grazia, e possono esserne esempi, ma non confondersi con lei. Perciò la grazia va definita semplicemente, un irritamento nelle cose che appartengono al bello, tanto sensibile, quanto intellettuale, come il bello poetico ec.

208,1   13. Agosto 1820.

[208,1]  La grazia appena io credo che possa esser concepita dai francesi con idea vera. Certo i loro scrittori non la conoscono. Lo confessa pienamente Thomas Essai sur les Eloges ch.9. Infatti manca loro cette sensibilité tendre et pure, cioè inaffettata e naturale, (l'avrebbero per natura, ma la società non vuole che la conservino: l'avevano i loro antichi scrittori) e cet instrument facile et souple vale a dire una lingua come la greca e l'italiana. Vedi senza fallo quel passo di Thomas. (13. Agosto 1820.).

212,3   17. Agosto 1820.

[212,3]  L'irritamento della grazia è piacevole come un irritamento corporale nel gusto nel tatto, ec. E come una maggiore irritabilità e dilicatezza del palato, fibre 213 ec. rende più suscettibili e di più fino discernimento rispetto a questi irritamenti corporali, così nella grazia riguardo allo spirito. V. se vuoi Montesquieu libro più volte cit. De la délicatesse. Che se l'effetto rispettivo della grazia de' due sessi è molto maggiore di un irritamento, la cagione non è la sola grazia, come non la sola bellezza negli stessi casi. Ma la grazia irrita allora una parte sensibilissima dell'uomo, che è l'inclinazione scambievole all'uno de' due sessi, la quale svegliata e infiammata produce effetti che la grazia per se, ed in qualunque altro caso non produrrebbe, {quando anche fosse in molto maggior grado}. Così nella pittura farà molto più effetto la grazia di una donna ec. che di un uomo, la grazia anche di un uomo, che quella di un bel cavallo, perchè sempre la inclinazione che abbiamo ai nostri simili viene ad essere stuzzicata naturalmente più da quello che da questo oggetto. Lo stesso dite di una pianta rispetto a un cavallo dipinto o scolpito, o di un edifizio dipinto, sebbene in questo caso agisce molto la considerazione in cui noi prendiamo quell'oggetto, cioè di opera umana, e perciò forse più efficace in noi. Del resto tutto il medesimo accade in materia del bello. (17. Agosto 1820.).

221,1   21. Agosto 1820.

[221,1]  La vispezza e tutti i movimenti, e la struttura di quasi tutti gli uccelli, sono cose graziose. (21. Agosto 1820.). E però gli uccelli ordinariamente sono amabili.

236,1   9. Settembre 1820

[236,1]  Tutto quello che ho detto in parecchi luoghi [ p.208] dell'affettazione dei francesi, della loro impossibilità di esser graziosi ec. bisogna intenderlo relativamente alle idee che le altre nazioni o tutte o in parte, o riguardo al genere, o solamente ad alcune particolarità, hanno dell'affettazione grazia ec. perchè riflette molto bene Morgan France l. 3. t. 1. p. 257. Il faut pourtant accorder beaucoup à la différence des manières nationales; et celles de la femme françoise la plus amie du naturel doivent porter avec elle ce qu'un Anglois, dans le premier moment, jugera une teinte d'affectation, jusqu'à ce que l'expérience en fasse mieux juger. (9 7bre. 1820.).

237,1   10. Settembre 1820.

[237,1]  237 Anche l'affettazione è relativa, e la tal cosa parrà affettazione in un paese e in un altro no, in una lingua e in un [un'] altra no, o maggiore in questa e minore in quella, dipendendo dalle abitudini, opinioni ec. L'espressione del sentimentale conveniente in francia sarà affettata per noi, quella conveniente per noi, sarebbe parsa affettazione agli antichi. La grazia francese affettata per noi, non lo sarà per loro. Tuttavia è certo che la naturalezza ha un non so che di determinato e di comune, e che si fa conoscere e gustare da chicchessia, ma com'ella si conosce quando si trova, così le assuefazioni ec. impediscono spessissimo di essere choqués della sua mancanza, e di avvedercene. V. p. 201. fine.

250,1   22. settembre 1820.

[250,1]  Una prova evidente e popolare, {frequente nella vita, e giornaliera,} che il piccolo è considerato come grazioso, si è il vezzo dei diminutivi che si sogliono applicare alle persone o cose che si amano, o si vogliono vezzeggiare, pregare, addolcire, descrivere come graziose ec. E così al contrario volendo mettere in ridicolo qualche persona o cosa tutt'altro che graziosa, se le applica il diminutivo perchè la renda ridicola colla forza del contrasto. Quest'uso è così antico 251 (nel latino, greco ec.) e così universale oggidì che si può considerare come originato dalla natura, e non dal costume o dalla proprietà di questa o quella lingua. E i francesi che non hanno se non pochissimi diminutivi, nei casi detti di sopra, fanno grand'uso di questi pochissimi, o suppliscono col petit, dimostrando che l'inclinazione ad attribuire ed esprimer piccolezza in quelle tali circostanze, non è capriccio o assuefazione, ma natura, ed effetto di un'opinione innata che la piccolezza sia quasi compagna della grazia e piacevolezza, cose ben distinte dalla bellezza colla quale non ha che fare questo attributo. E nello stesso modo, volendo ingiuriare, dipingere come sgraziato, discacciare, ec. ec. qualunque persona o cosa, si adopera l'accrescitivo; e in genere l'accrescitivo par che sempre tolga grazia al soggetto, anzi sia l'opposto della grazia, e piacevolezza. (22. 7bre 1820.)

257,1   2. Ottobre 1820.

[257,1]  257 Alle volte la vivacità (sia del viso, o dei movimenti, o delle azioni ec.), alle volte la languidezza e flemma è madre di grazia. E chi è preso più da quella, chi più da questa.

269,1   10. ottobre 1820.

[269,1]  La pura bellezza risultante da un'esatta e regolare convenienza, desta di rado le grandi passioni (come dice Montesquieu), per lo stesso motivo per cui la ragione è infinitamente meno forte ed efficace della natura. Quella bellezza è come una ragione, perciò non suppone vita nè calore, sia in se medesima, sia in chi la riguarda. Al contrario un volto o una persona difettosa ma viva, graziosa ec. {o fornita di un animo capriccioso, sensibile ec.} sorprende, riscalda, affetta e tocca il capriccio di chi la riguarda, senza regola, senza esattezza, senza ragione ec. ec. e così le grandi passioni nascono per lo più dal capriccio, {dallo straordinario ec.} e non si ponno giustificare colla ragione. (10. 8.bre 1820.).

270,2   11. ottobre 1820.

[270,2]  La semplice bellezza rispetto alla grazia ec. è nella categoria del bello, quello ch'è la ragione rispetto alla natura nel sistema delle cose umane. Questa considerazione può applicarsi a spiegare l'arcana natura e gli effetti della grazia.

452,2   22. Dicembre 1820.

[452,2]  Tanto è vero che lo straordinario è fonte di 453 grazia, che gli uomini malvagi, purchè la loro malvagità abbia un carattere deciso, aperto, franco, coraggioso, sia una malvagità schietta forte e costante, non timida, indecisa, nascosta, variabile ec. come quella di tutti: questi tali fanno per lo più fortuna colle donne a preferenza dei buoni. Non già solamente perchè i malvagi sono più furbi dei buoni, ma propriamente per questo che sono malvagi, e perchè quel non so che di coraggioso, di fiero ec. insomma di straordinario che ha quella tale malvagità, picca e piace, e rende amabile. Così che lo stesso odioso diventa amabile, perciò appunto ch'essendo {decisamente} odioso, {viene a essere} straordinario. (22. Dic. 1820.).

1083,1   24. Maggio 1821

[1083,1]  1083 Alla considerazione della grazia derivante dallo straordinario, spetta in parte il vedere che uno de' mezzi più frequenti e sicuri di piacere alle donne, è quello di trattarle con dispregio e motteggiarle ec. Il che anche deriva da un certo contrasto ec. che forma il piccante. {+E ancora dall'amor proprio messo in movimento, e renduto desideroso dell'amore e della stima di chi ti dispregia, perch'ella ti pare più difficile, e quindi la brami di più ec. E così accade anche agli uomini verso le donne o ritrose, o motteggianti ec.} (24. Maggio 1821).

1322,1   14. Luglio 1821.

[1322,1]  1322 Ho detto altrove [ pp.198-203] che la grazia deriva bene spesso (e forse sempre) dallo straordinario nel bello, e da uno straordinario che non distrugga il bello. Ora aggiungo la cagione di questo effetto. Ed è, non solamente che lo straordinario ci suol dare sorpresa, e quindi piacere, il che non appartiene al discorso della grazia; ma che ci dà maggior sorpresa e piacere il veder che quello straordinario non nuoce al bello, non distrugge il conveniente e il regolare, nel mentre che è pure straordinario, e per se stesso irregolare; nel mentre che per essere irregolare e straordinario, dà risalto a quella bellezza e convenienza: e insomma il vedere una bellezza e una convenienza non ordinaria, e di cose che non paiono poter convenire; una bellezza e convenienza diversa dalle altre e comuni. Esempio. Un naso affatto mostruoso, è tanto irregolare, che distrugge la regola, e quindi la convenienza e la bellezza. Un naso come quello della Roxolane di Marmontel, è irregolare, e tuttavia non distrugge il bello nè il conveniente, benchè per se stesso sia sconveniente; ed ecco la grazia, e gli effetti mirabili di questa grazia, descritti festivamente da 1323 Marmontel, e soverchianti quelli d'ogni bellezza perfetta. { v. p. 1327. fine.} Se osserveremo bene in che cosa consista l'eleganza delle scritture, l'eleganza di una parola, di un modo ec., vedremo ch'ella sempre consiste in un piccolo irregolare, o in un piccolo straordinario o nuovo, che non distrugge punto il regolare e il conveniente dello stile o della lingua, anzi gli dà risalto, e risalta esso stesso; e ci sorprende che risaltando, ed essendo non ordinario, o fuor della regola, non disconvenga; e questa sorpresa cagiona il piacere e il senso dell'eleganza e della grazia delle scritture. {+(Qui discorrete degl'idiotismi ec. ec.)} Il pellegrino delle voci o dei modi, se è eccessivamente pellegrino, o eccessivo per frequenza ec. distrugge l'ordine, la regola, la convenienza, ed è fonte di bruttezza. Nel caso contrario è fonte di eleganza in modo che se osserverete lo stile di Virgilio o di Orazio, modelli di eleganza a tutti secoli, vedrete che l'eleganza loro principalissimamente e generalmente consiste nel pellegrino dei modi e delle voci, o delle loro applicazioni a quel tal uso, luogo, significazione, nel pellegrino delle metafore ec. Cominciando 1324 dal primo verso sino all'ultimo potrete far sempre la stessa osservazione.

1326,3   15. Luglio 1821.

[1326,3]  Molte cose si trovano, molte particolarità nelle forme umane (così dico del resto), che sono sul confine della grazia e della deformità, o del difettoso, 1327 e ad altri paiono graziose, ad altri paiono difetti, ad altri piacciono, ad altri formalmente dispiacciono, o anche arrivano a piacere e dispiacere alla stessa persona in diverse circostanze. {+La qual cosa conferma come il grazioso derivi dallo straordinario, cioè da quello ch'è fuor dell'ordine sino a un certo punto.} Certo è che l'uomo o la donna può fare in modo, che, s'ella ha difetti anche notabili, anche gravi, quegli stessi le servano a farsi maggiormente amare, a rendersi piacevole e desiderata, e più delle altre, appunto nel mentre che si conosce la sua imperfezione. (Questo dico sì dei difetti fisici come morali ec.) E ciò per mezzo di giudiziosi contrapposti nella convenienza, garbo, brio del portamento ec. ec. ec. in maniera che quel difetto venga piuttosto a dare risalto al bello e al conveniente, che a distruggerlo, ancorchè sia gravissimo. Di ciò son frequenti gli esempi, e spesso ridicoli ec. (15. Luglio 1821.)

1329,3   15. Luglio 1821.

[1329,3]  Non è mai sgraziato un fanciullino che si vergogna, e parlando arrossisce, e non sa stare nè operare nè discorrere in presenza altrui. Bensì un giovane poco pratico del buon tratto, e desideroso di esserlo, o di comparirlo. Non è mai sgraziata una pastorella che non sa levar gli occhi, trovandosi fra persone nuove, nè ha la maniera di contenersi, 1330 di portarsi ec. Bensì una donna, egualmente o anche meno timida, e più istruita, ma che volendo figurare, o essere come le altre in una conversazione, non sappia esserlo o non abbia ancora imparato. Così lo sgraziato non deriva mai dalla natura (anzi le dette qualità naturali, sono graziose sempre ec. ec.), ma bensì frequentemente dall'arte, e questa non è mai fonte di grazia nè di convenienza, se non quando ha ricondotto l'uomo alla natura, o all'imitazione di essa, cioè alla disinvoltura, all'inaffettato, alla naturalezza ec. E l'andamento necessario dell'arte, è quasi sempre questo. Farci disimparare quello che già sapevamo senza fatica, e toglierci quelle qualità che possedevamo naturalmente. Poi con grande stento, esercizio, tempo, tornarci a insegnare le stesse cose, e restituirci le stesse qualità, o poco differenti. Giacchè quella modestia, quella timidezza, quella vergogna naturale ec. si trova bene spesso in molti, non più naturale, chè l'hanno perduta, ma artifiziale, chè mediante l'arte appoco appoco e stentatamente l'hanno ricuperata. (15. Luglio 1821.)

1336,2   17. Luglio 1821.

[1336,2]  In proposito e in prova di quanto ho detto p. 1322. - 28. che la grazia deriva dallo straordinario medesimo, che quando è troppo, per un verso o per un altro, cagiona l'effetto opposto; osservate che l'inusitato nelle scritture nella lingua, nello stile, è fonte principalissima di affettazione di sconvenienza, di barbarie, {d'ineleganza,} e di bruttezza; e l'inusitato è pur l'unica fonte dell'eleganza. V. il Monti Proposta ec. vol. 1. par. 1. Append. p. 215. sotto il mezzo, 1337 seg. {e la p. 1312. capoverso ult.} (17. Luglio 1821.)

1346,1   19. Luglio 1821.

[1346,1]  Molte qualità che ad altri riescono dispettose {e sguaiate,} ad altri riescono graziose. Come il parlar flemmatico degli uomini, piace spesso alle donne, a noi pare accidioso. {+Viceversa accadrà circa il parlar delle donne.} Così certe pronunzie {o dialetti} languidi, cascanti, strascinati, delicati, smorfiosi, come fra noi il maceratese ec. (19. Luglio 1821.)

1365,1   21. Luglio 1821.

[1365,1]  La grazia bene spesso non è altro che 1366 un genere di bellezza diverso dagli ordinari, e che però non ci par bello, ma grazioso, o bello insieme e grazioso (che la grazia è sempre nel bello). A quelli a' quali quel genere non riesca straordinario, parrà bello ma non grazioso, e quindi farà meno effetto. Tale è p. e. quella grazia che deriva dal semplice, dal naturale ec. che a noi in tanto par grazioso, in quanto, atteso i nostri costumi e assuefazione ec., ci riesce straordinario, come osserva appunto Montesquieu. Diversa è l'impressione che a noi produce la semplicità degli scrittori greci, v. g. Omero, da quella che produceva ne' contemporanei. A noi par graziosa, {+ (v. Foscolo nell'articolo sull'Odissea del Pindemonte; dove parla della sua propria traduzione del I. Iliade .} perchè divisa da' nostri costumi, e naturale. Ai greci contemporanei, appunto perchè naturale, pareva bella, cioè conveniente, perchè conforme alle loro assuefazioni, ma non graziosa, o certo meno che a noi. Quante cose in questo genere paiono ai francesi graziose, che a noi paiono soltanto belle, o non ci fanno caso in verun conto! A molte cose può estendersi questo pensiero. (21. Luglio 1821.)

1387,1   25. Luglio 1821.

[1387,1]  Grazia che deriva dallo staordinario o dal contrasto. Voce alquanto virile nelle donne. È un gran ragoût, purchè non sia eccessivo. ec. ec. (25. Luglio 1821.)

1419,1   30. Luglio 1821.

[1419,1]  Prima di lasciare il discorso della semplicità, voglio notare che siccome il piacer che si riceve dal bello, dal grazioso ec. è bene spesso 1420 in ragione dello straordinario dentro certi limiti, così noi proviamo della semplicità de' greci de' trecentisti ec. maggior piacere assai che i loro contemporanei {e quindi l'ammiriamo di più, e la troviamo assai spesso più bella ec.} Così pure accade secondo le diverse nazioni. Vale a dire che la differenza delle nazioni e de' tempi, ossia delle assuefazioni ec. come può diminuire il pregio della semplicità e naturalezza ec. secondo che ho dato a vedere, così lo può anche aumentare, e variare intorno ad essa il giudizio e il senso degli uomini anche in questa parte. {+ V. p. 1424.} Tanto è vero che tutte le sensazioni umane sono modificate e dipendono quasi esclusivamente dall'assuefazione e dalle circostanze ec. Vedi ed applica alla semplicità quanto ho detto della grazia p. 1322.-28. (30. Luglio 1821.)

  1522,1.2

[1522,1]  Ho discorso spesso del bello che proviene dalla debolezza [ p.108] [ p.164] [ p.196] [ p.211] [ p.234] [ p.281]. Egli è un bello proveniente da pura inclinazione, e quindi non ha che far col bello ideale, anzi è fuori della teoria del bello. Infatti egli è del tutto relativo. Lasciando le infinite altre cose dove la debolezza sconviene e dispiace, osservate che agli uomini piace nelle donne la debolezza, perchè loro è naturale; alle donne negli uomini la forza e l'aspetto di essa. Ed è brutta la forza nelle donne, come la debolezza negli uomini. Se non che talvolta giova al contrasto, e dà grazia (ma perchè appunto è straordinario, cioè non conveniente) un non so che di maschile nelle donne, e di femminile negli uomini. (18. Agos. 1821.)

[1522,2]  Gli argomenti ch'io tiro dalla considerazione della grazia, in ordine al bello, sono giusti, e giustamente dedotti; e si può argomentare dalla 1523 grazia al bello o viceversa, e le teorie dell'uno e dell'altra comunicano e dipendono scambievolmente, hanno principii comuni, ed elementi comuni, e son quasi due rami di uno stesso tronco; e ciò in questo senso. Il bello è convenienza, la grazia un contrasto, cioè una certa sconvenienza, o almeno un certo straordinario nelle convenienze. Se dunque la sconvenienza è relativa, lo è anche la convenienza; se dunque la grazia è mutabile, se ciò ch'è grazia per l'uno, non lo è per l'altro ec. ec. ec. tutto ciò si dovrà pur dire del bello. Così anche viceversa. E se la tal cosa ad altri pare straordinaria nelle convenienze, ad altri no, {ec. ec. ec.} dunque l'idea della convenienza è relativa. Io posso pertanto cavare indifferentemente le mie ragioni sì dall'esame della grazia, come da quello del bello, per mostare, che quella o questo non è assoluto, e per qualunque altro scopo di simil natura ec. {+Dalla grazia si può dunque argomentare alla bellezza, per una ragione e in un modo simile a quello in cui dal brutto si argomenta al bello, e dalla teoria dell'uno risulta quella dell'altro; e così accade in tutti i contrarii.} (18. Agos. 1821.)

1528,1   20. Agos. 1821.

[1528,1]  Come la grazia sia relativa si riconosce anche in ciò. Un aspetto femminile negli uomini è veramente sconveniente perch'è fuor dell'ordinario. Pur questa sconvenienza alle donne bene spesso par grazia, agli uomini bruttezza; ed io ho veduto de' visi e delle forme femminili che agli uomini facevano nausea, far gran fortuna e colpo nelle donne al solo primo aspetto, ed esser da loro generalmente riputate bellissime. Così viceversa può dirsi del 1529 maschile nelle donne. (V. la p. 1522.) E tali altre infinite differenze si trovano ne' due sessi, circa al senso e al giudizio della grazia, come del bello. (20. Agos. 1821.)

1529,1   20. Agos. 1821.

[1529,1]  E notate che, stante il gusto naturale che hanno le donne per la forza negli uomini, e gli uomini per la debolezza nelle donne, parrebbe che il fatto dovesse andare all'opposto di ciò che ho detto qui sopra. Ma oltre che i gusti naturali si alterano sommamente, infinite sono le modificazioni, le facce, le differenze di un medesimo gusto, e degli effetti suoi. ec. (20. Agos. 1821.)

  1552,1.2

[1552,1]  Certe voci false negli uomini piacciono moltissimo alle donne. Così forse anche viceversa, sebbene noi siamo meglio informati e avvertiti intorno a ciò che accade alle donne rispetto a noi, che a noi rispetto alle donne. Del resto il detto effetto appartiene alla grazia derivante dallo straordinario e dallo stesso difettoso. (23. Agos. 1821.)

[1552,2]  Montesquieu Essai sur le goût ha alcuni pensieri sulla grazia, analoghi a quelli ne' quali ho spiegato [ pp.198-203] [ pp.1322-27] com'ella derivi dall'irregolare che benchè sconveniente, non arriva a distruggere la convenienza. (23. Agosto. 1828.)

  1575,1.2

[1575,1]  L'ingenuità p. e. di un fanciullo riuscirebbe graziosa anche all'uomo naturale, perch'essa gli riuscirebbe non ordinaria, essendo sempre alquanto diversa dal suo proprio costume e degli altri suoi coetanei, co' quali più che con gli altri si convive, {+e da' quali più che dagli altri l'uomo piglia e forma l'idea dell'uomo}. (27. Agosto. 1821.)

[1575,2]  Tanto è vero esser la grazia del tutto relativa, che gli uomini svogliati e blasés dal lungo uso de' piaceri ec. hanno bisogno di un forte straordinario per provare il senso della grazia, tanto che quello straordinario che ad essi par grazioso, ad altri par difettoso, e produce il senso e il giudizio della 1576 sconvenienza. Come quei palati che hanno bisogno dei ragoûts e delle salse ad esser solleticati. Questo effetto è comunissimo oggidì, stante la natura della nostra civiltà, massime riguardo alle donne negli uomini, e viceversa. Quel naso retroussé che fa miracoli presso Marmontel, gli fa in Solimano, annoiato, com'è naturale a un Sultano, dall'eccesso de' piaceri ec. E forse la massima parte delle cose che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura di questo secolo, o di questa o quella nazione. Il numero di queste grazie derivanti da sola svogliatura è infinito, e comunissimo nella nostra vita. E si può prevedere che crescerà di mano in mano, e che oltracciò diverranno grazie molte qualità delle cose, che ora si hanno per difetti, anche gravi, e che producono un vivo senso e giudizio di sconvenienza. (27. Agosto 1821.)

1603,1   1 Sett. 1821.

[1603,1]  1603 Dalle sopraddette osservazioni risulta un'altra gran prova del come l'idea del bello sia relativa e mutabile, e dipendente non da modello alcuno invariabile, ma dalle assuefazioni che cambiano secondo le circostanze. Oggi l'idea del bello, racchiude quasi essenzialmente un'idea di delicatezza. Un robusto villano o villana, non paiono certamente belli alle persone di città. Il bello nelle nostre idee, esclude affatto il grossolano. Dovunque esso si trova, (se ciò non è in una certa misura che mediante lo straordinario e lo stesso sconveniente, produca la grazia) non si trova il bello per noi, almeno il bello perfetto. Ora egli è certo che gli uomini primitivi la pensavano ben altrimenti, perchè tutti gli uomini primitivi eran grossolani. Non esisteva allora una di quelle forme che noi chiamiamo belle, (ciò si può vedere fra' selvaggi i quali non sentono la bellezza meno di noi, benchè non sentano la nostra): e se avesse esistito, sarebbe stata e chiamata brutta. La delicatezza dunque non entra nell'idea che l'uomo naturale concepisce del bello. Quindi la 1604 presente idea del bello non è punto naturale, anzi l'opposto. E pur ci pare naturalissima, confondendo il naturale collo spontaneo: giacch'ella è spontanea, perchè derivata senza influenza della volontà dalle assuefazioni ec.

1658,1   9. Sett. 1821.

[1658,1]  Piace nelle donne una certa virilità non solo di corpo, anche d'animo, e parimente a causa dello straordinario. Piace in esse anche la magnanimità, e questa piace pure, tanto alle donne quanto agli uomini, negli uomini ancora; perchè anche in essi è straordinaria, proporzionatamente parlando ec. Le sventure, le passioni, la malinconia, {i sacrifizi generosi, e più o meno eroici,} ec. piacciono pure in ambo i sessi e danno grazia ec. in parte per la compassione, ma in parte anche per lo straordinario. Così le grandi virtù, o i grandi vizi ec. (9. Sett. 1821.)

1684,1   12. Sett. 1821.

[1684,1]  Piace naturalmente ed universalmente (anche a' vecchi) la vivacità della fisonomia, moti, espressioni, stile, costumi, maniere ec. ec. Che vuol dir ciò? Viene in parte dallo straordinario, ma nella parte principale questo piacere è indipendente dal bello: egli viene in ultima analisi da una inclinazione (innata) della natura 1685 alla vita, ed odio della morte, e quindi della noia, dell'inattività, e di ciò che l'esprime, come la melensaggine. Inclinazione ed odio che si manifesta in mille altre parti della vita umana, anzi in tutto l'uomo, anzi in tutta la natura. Bensì ella pur varia nelle proporzioni, secondo i temperamenti, le circostanze, ec. e sarà piacevole, e (come dicono) bella per costui una vivacità che sarà brutta per colui, bella oggi, brutta domani, bella per una nazione, brutta per un'altra ec. ec. ec. (12. Sett. 1821.)

1774,1   23. Sett. 1821.

[1774,1]  Grazia dallo straordinario. I militari sogliono piacere singolarmente alle donne, ancorchè talvolta resi imperfetti da qualche disgrazia della guerra: anzi allora forse più che mai. Ho udito di un Generale tedesco vivente, al quale manca deformemente un occhio, onde porta la testa fasciata, il quale ha una straordinaria fortuna colle donne. (23. Sett. 1821.)

1880,1   9. Ott. 1821.

[1880,1]  Ho detto [ pp.452-53] che la stessa malvagità è grazia, e fa effetto nelle donne. Aggiungo che anche nelle buone, anche nelle scrupolose, anzi più che nelle altre, perchè per esse è più nuova e straordinaria la malvagità. Il malvagio le tira a se collo stesso orrore e scuotimento che in loro produce sì esso che il suo carattere. Lo stesso diremo delle donne rispetto agli uomini. {+Lo stesso particolarmente di {questo o quel} vizio di chi dev'essere amato, dirittamente contrario alla natura o al costume di quella persona che deve amare.}

1880,4   9. Ott. 1821.

[1880,4]  Ho detto [ p.200] che il piccolo (già s'intende che anche il piccolo è relativo) suol esser grazioso. 1881 Ciò si può vedere anche nelle parti. Le Cinesi si restringono i piedi. Nè uomini nè donne non cercano co' loro vestiarii d'ingrossarsi la vita, e la persona, ma d'impiccolirla; anche oltre il naturale, e spesso eccessivamente. Il grosso (relativo) non piace mai (almeno fra le nazioni {e gli individui,} e ne' tempi detti di buon gusto) nè nelle forme umane, nè in qualunque genere di bello. Il delicato, lo svelto delle forme ec. in che cosa consistono fuorchè in una rispettiva e proporzionata e corrispondente piccolezza? (9. Ott. 1821.)

1885,1   10. Ott. 1821.

[1885,1]  Un uomo famoso per dissipazioni e sfrenatezze e fortune galanti, e infedeltà in amore, fa grand'effetto nelle donne con questa sola fama, ma forse nelle donne modeste e timide, e avvezze ad esser fedeli, più che nelle altre. La franchezza, il brio, 1886 la sfrontatezza ec. fa {sempre} fortuna in amore, ed è quasi indifferentemente necessaria e felice con ogni sorta di donne, perch'è quasi l'unico mezzo di ottenere. Ma considerata semplicemente come mezzo di piacere e di far effetto sulle prime, è certo ch'egli è più potente, sulle donne modeste, ritirate, paurose, poco solite agl'intrighi ec. che nelle loro contrarie.

1920,1   14. Ott. 1821.

[1920,1]  Siccome il piccolo è grazioso, così il grande per se stesso, sotto ogni aspetto, (anche il grande però è relativo) è contrario alla grazia. E mal sarebbe accolto quel poeta che personificando p. e. un monte gli attribuisse qualità o sensi dilicati ec. o che attribuisse della grandezza a qualunque soggetto da lui descritto o trattato come grazioso o delicato; o che introducesse la grandezza qualunque, in un genere o argomento grazioso ec. se ciò non fosse per un contrasto. Eppure astrattamente parlando non c'è ragione perchè il grande non possa esser grazioso, e quello ch'è grande per noi, è o può esser piccolo per altri ec. ec. 1921 (14. Ott. 1821.)

1921,1   15. Ott. 1821.

[1921,1]  Si può dire che il dilicato in ordine alle forme ec. non consiste in altro che in una proporzionata e rispettiva piccolezza del tutto o delle parti. E viceversa il grossolano, o ciò ch'è di mezzo fra il grossolano e il dilicato. La qual proporzione, la qual piccolezza è determinata dall'assuefazione. La piccolezza del piede delle Chinesi a noi parrebbe sproporzionata. La natura non entra qui (come non entra altrove) o non basta a tali determinazioni. La più lunga vita della donna più grande nei nostri vestiarii d'oggidì è più corta della più corta vita dell'uomo il più piccolo, o almeno il più mediocre ec. ec.

1937,1   17. Ott. 1821.

[1937,1]  Quando si comincia a gustare una nuova lingua, le cose che più ci piacciono e ci rendono sapor di eleganza, sono quelle proprietà, quelle facoltà, modi, forme, metafore, usi di parole o di locuzioni, che si allontanano dal costume e dalla natura della nostra lingua, senza però esserle contrarie, e senza discostarsene di troppo. { (Così anche nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra, o del nostro costume, nel qual proposito v. la p. 1965. fine. } (Ecco appunto la natura della grazia: lo straordinario fino a un certo segno, e in modo ch'egli faccia colpo senza choquer le nostre assuefazioni ec.) {+Questo ci accade nel leggere, nel parlare nello scrivere quella tal lingua. (In tutti tre i casi però può aver luogo un'altra sorgente di piacere, cioè l'ambizione o la compiacenza di sapere intendere o adoperare quelle tali frasi, di parer forestiere a se stesso, di aver fatto progressi, vinto le difficoltà ec.)} E ciò accade quando anche in quella lingua o in quel caso, quelle tali forme non sieno per verità eleganti. E dove noi vediamo una decisa e per noi eccessiva conformità colla nostra lingua, quivi noi proviamo un senso 1938 di trivialità ed ineleganza, quando anche ella sia tutto l'opposto: come alla prima giunta ci accade nell'elegantissimo Celso, il quale ha molti modi ed si similissimi all'indole italiana: e così spesso ci accade egli scrittori latini antichi, o moderni massimamente (perchè questi non hanno in favor loro la prevenzione, e la certezza che dicono bene.). (17. Ott. 1821.). { v. p. 1965. }

1982,1   24. Ott. 1821.

[1982,1]  Grazia dallo straordinario. Il color bruno, {o tendente al brunetto,} è grazioso, {e piccante,} quasi contrastando e rilevando il pregio delle fattezze. Ma se il contrasto è eccessivo, e se il bruno è nero, o se il colorito è insomma troppo diverso da quello che dovrebbe, esso non è mai grazia, ma bruttezza. L'eccesso però, siccome il non eccesso è diversamente giudicato dai diversi gusti, assuefazioni, circostanze parziali e individuali ec. (24. Ott. 1821.)

1990,1   26. Ott. 1821.

[1990,1]  Ho detto [ p.1387] che la grazia ec. deriva dai contrasti, e perciò spesso l'uomo, e l'amore inclina al suo contrario. Osserviamo infatti che alla donna debole per natura, piace la fortezza dell'uomo, e all'uomo viceversa. Il che sebbene deriva immediatamente dalla naturale inclinazione d'ambo i sessi, contuttociò viene in parte dalla 1991 forza del contrasto, giacchè si vede che ad una donna straordinariamente forte piace talvolta un uomo piuttosto debole più che a qualunque altra, e forse più che qualunque altro; e viceversa all'uomo debole una donna forte. ec. Così dico della delicatezza opposta alla nervosità, e delle altre rispettivamente contrarie qualità de' due sessi. In tutto questo però influisce l'abitudine de' diversi individui. (26. Ott. 1821.)

2045   3. Nov. 1821.

[2045,1]  2045 Si suol dire che l'amicizia è tra gli uguali. L'amore per certo, naturalmente tende all'uguale in quanto all'ordinario. Che se è notato com'egli tende pure ai contrari, questa propensione non so primieramente quanto sia naturale, in secondo luogo ella nasce, come ho detto altrove [ p.453] [ p.1880] [ pp.1903-904], da un'altra disposizione della natura che c'inclina verso lo straordinario, perciò appunto che è, ed in quanto è straordinario. Come, sebbene noi siamo inclinati alla bellezza, ch'è perfetta convenienza, siamo però anche inclinati alla grazia, ch'è una certa sconvenienza, o non perfetta convenienza; anzi a questa più che a quella, almeno nel nostro stato presente. La natura ha parecchie qualità e principii armonici a un tempo e contrarii, anzi armonizzanti e sostenentisi scambievolmente in virtù della loro contrarietà: e l'uno de' contrarii non solo non distrugge la teoria 2046 dell'altro, ma anzi la dimostra. (3. Nov. 1821.)

2304,1   29. Dic. 1821.

[2304,1]  I diminutivi sogliono esser sempre graziosi, e recar grazia e leggiadria ed eleganza al discorso, alla frase ec. Riferite quest'osservazione alla grazia che nasce dalla piccolezza [ p.200] [ pp.250-51]. (29. Dic. 1821.)

2454,1   1. Giugno 1822.

[2454,1]  Grazia dallo straordinario. I nei che altro sono se non difetti, e false produzioni della cute? E non sono stati considerati lungo tempo come bellezze? (Anzi così anche oggi volgarmente si sogliono chiamare). E le donne col porsegli dintorno non facevano insomma altro che fingersi dei difetti, e fabbricarseli appostatamente, per proccurarsi grazia e bellezza. (1. Giugno 1822.)

2481,2   17. Giugno. 1822.

[2481,2]  Grazia dal contrasto. La medesima insipidezza o del carattere, o delle maniere, o de' discorsi, o degli scherzi, sentimenti ec. in una persona bella, fa molte volte effetto, ed è un charme tanto nelle donne rispetto agli uomini, come viceversa. La stessa rozzezza, o una certa poca delicatezza di modi ec. è spesse volte e per molti graziosa e attraente in una persona di forme delicate ec. (17. Giugno. 1822.)

2521,1   29. Giugno, di' di San Pietro, mio natalizio. 1822.

[2521,1]  Tutte le sopraddette osservazioni, e particolarmente quelle della pagina 2512. fine - 13. si debbono applicare alla teoria della grazia derivante da quello ch'è fuor dell'uso. Le cagioni dell'eleganza delle parole o modi sono eterne, ed eternamente le stesse. Ma niuna parola o frase ec. {+di niuna lingua,} è perpetuamente elegante, 2522 per elegantissima che sia o che sia stata una volta, nè viceversa triviale ec.: neanche durando la stessa indole, genio, spirito, carattere, forma ec. di quella tal lingua. E non solo niuna parola o modo, ma niun genere o classe di parole o modi.

2682,1   14. Marzo. 1823. Roma

[2682,1]  2682 Grazia dal contrasto. { Conte Baldessar Castiglione }, Il Libro del Cortegiano. lib. 1. Milano, dalla Società tipogr. de' Classici italiani, 1803. vol. 1. p. 43-4. Ma avendo io già più volte pensato meco, onde nasca questa grazia, lasciando quegli che dalle stelle l'hanno, trovo una regola universalissima; la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane, che si facciano, o dicano, più che alcuna altra; e ciò è fuggir quanto più si può, e come un asperissimo e pericoloso scoglio la affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia: perchè delle cose rare, e ben fatte ognun sa {+(p. 44. dell'ediz.)} la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario, lo sforzare, e, come si dice, tirar per i capegli, dà somma disgrazia, e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch'ella si sia. (Roma 14. Marzo. 1823. secondo Venerdì di Marzo.)

2831,1   27. Giugno. 1823.

[2831,1]  Grazia dallo straordinario e dal contrasto. Spesse volte la grazia o delle forme o delle maniere deriva da una bellezza e convenienza nelle cui parti non esiste veramente nessun contrasto, ma che però risulta da certe parti che non sogliono armonizzare e convenire insieme, benchè in questa tal bellezza e in questo tal caso convengano; ovvero da parti che non sogliono trovarsi riunite insieme, benchè trovandosi, sempre armonizzino: onde essa bellezza è diversa dalle ordinarie, benchè sia vera bellezza, cioè intera convenienza ed armonia. In tal caso il contrasto 2832 è estrinseco ed accidentale, non intrinseco: in tal caso la grazia deriva precisamente dalla bellezza, ma non dalla bellezza in quanto bellezza, bensì in quanto bellezza non ordinaria, e di genere diversa dalle altre: così che la grazia anche in questo caso deriva dal contrasto, non delle parti componenti il bello, ma del tutto, cioè di questo tal bello, col bello ordinario; e dalla sorpresa che l'uomo prova vedendo o sentendo una bellezza diversa da quella ch'egli suole considerar come tale, il che produce in lui un contrasto colle sue idee. Questo caso, da cui nasce la grazia, non è raro. Tutte quelle fisonomie, o quelle forme di persona, perfettamente armonizzanti, e con tutto ciò non ordinarie, o nelle quali non si suol trovare armonia, o in somma di genere diverso dal più delle fisonomie e forme belle, sono per qualche parte graziose. E il caso è più frequente e più facile nelle maniere, le quali ammettono più varietà che le forme materiali e naturali, e possono armonizzare in molti più modi che le dette forme.

3553,1 [3553,2]   29-30. Sett. 1823.

[3553,2]  Ho notato altrove [ p.108] che la debolezza per se stessa è cosa amabile, quando non ripugni alla natura del subbietto in ch'ella si trova, o piuttosto al modo in che noi siamo soliti di vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti; o ripugnando, non distrugga però la sostanza d'essa natura, e non ripugni più che tanto: 3554 insomma quando o convenga al subbietto, secondo l'idea che noi della perfezione di questo ci formiamo, e concordi colle {altre} qualità d'esso subbietto, secondo la stessa idea {+(come ne' fanciulli e nelle donne);} o non convenendo, nè concordando, non distrugga però l'aspetto della convenienza nella nostra idea, ma resti dentro i termini di quella sconvenienza che si chiama grazia (secondo la mia teoria della grazia), come può esser negli uomini, o nelle donne in caso ch'ecceda la proporzione ordinaria, ec. Ora l'esser la debolezza per se stessa, e s'altro fuor di lei non si oppone, naturalmente amabile, è una squisita provvidenza della natura, la quale avendo posto in ciascuna creatura l'amor proprio in cima d'ogni altra disposizione, ed essendo, come altrove ho mostrato [ pp.872.sgg.], una necessaria e propria conseguenza dell'amor proprio in ciascuna creatura l'odio delle altre, ne seguirebbe che le creature deboli fossero troppo sovente la vittima delle forti. Ma la debolezza essendo naturalmente amabile e dilettevole altrui per se stessa, fa che altri ami il subbietto in ch'ella si trova, e l'ami per amor proprio, cioè perchè da esso riceve diletto. {La debolezza ordinariamente piace ed è amabile e bella nel bello. Nondimeno può piacere ed esser bella ed amabile anche nel brutto, non in quanto nel brutto, ma in quanto debolezza, (e talor lo è) purch'essa medesima non sia la cagione della bruttezza nè in tutto nè in parte.} Senza ciò i fanciulli, 3555 massime dove non vi fossero leggi sociali che tenessero a freno il naturale egoismo degl'individui, sarebbero tuttogiorno écrasés dagli adulti, le donne dagli uomini, e così discorrendo. Laddove anche il selvaggio mirando un fanciullo prova un certo piacere, e quindi un certo amore; e così l'uomo civile non ha bisogno delle leggi per contenersi di por le mani addosso a un fanciullo, benchè i fanciulli sieno per natura esigenti ed incomodi, ed in quanto sono (altresì per natura) apertissimamente egoisti, offendano l'egoismo degli altri più che non fanno gli adulti, e quindi siano per questa parte naturalmente odiosissimi (sì a coetanei, sì agli altri). Ma il fanciullo è difeso {per se stesso} dall'aspetto della sua debolezza, che reca un certo piacere a mirarla, e quindi ispira naturalmente (parlando in genere) un certo amore verso di lui, perchè l'amor proprio degli altri trova in lui del piacere. E ciò, non ostante che la stessa sua debolezza, rendendolo assai bisognoso degli altri, sia cagione essa medesima di noia e di pena agli altri, che debbono provvedere in qualche modo a' suoi bisogni, e lo renda per natura molto esigente ec. Similmente discorrasi 3556 delle donne, nelle quali indipendentemente dall'altre qualità, la stessa debolezza è amabile perchè reca piacere ec. Così di certi animaletti o animali (come la pecora, {i cagnuolini, gli agnelli,} gli uccellini ec. ec.) in cui l'aspetto della lor debolezza rispettivamente a noi, in luogo d'invitarci ad opprimerli, ci porta a risparmiarli, a curarli, ad amarli, perchè ci riesce piacevole ec. E si può osservare che tale ella riesce anche ad altri animali di specie diversa, che perciò gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e di amarli ec. Così i piccoli degli animali non deboli quando son maturi, sono risparmiati ec. dagli animali maturi della stessa specie (ancorchè non sieno lor genitori), ed eziandio d'altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale, o se per natura non sono portati a farsene cibo ec.); ed apparisce in essi animali una certa o amorevolezza o compiacenza verso questi piccoli. Similmente negli uomini verso i piccoli degli animali che cresciuti non son deboli. E di questa compiacenza non n'è solamente cagione la piccolezza per se (ch'è sorgente di grazia, come ho detto altrove [ p.200] [ pp.1880-81] nè la sola sveltezza che in questi piccoli suole apparire (siccome ancora nelle specie piccole di animali) e che è cagion di piacere per la vitalità che manifesta e la vivacità ec. secondo il detto altrove [ p.221] [ pp.1716-17] [ p.1999] [ pp.2336-37] {+da me sull'amor della vita, onde segue quello del vivo ec.,} ma v'ha la 3557 sua parte eziandio la debolezza. (29-30. Sett. 1823.). { v. p. 3765. }

3712,1   17. Ott. 1823.

[3712,1]  Tutte le qualità e cagioni che producono la grazia nelle persone o portamenti o azioni ec. umane, sono più efficaci, e gli effetti loro più notabili negli osservatori ec. di sesso diverso. I quali concepiscono quella tal grazia per molto maggiore ch'essa medesima non apparisce agli osservatori del sesso stesso. Ma tal differenza d'idee non ha punto che fare colla natura nè della grazia in genere, nè 3713 di quella tale in ispecie. E quel grand'effetto non è della grazia, ma della diversità del sesso aiutata dalla grazia, o viceversa della grazia aiutata ec. in quanto aiutata ec. Tutto ciò dicasi ancora della bellezza ec. (17. Ott. 1823.)

3955,1   8. Dec. 1823. Festa della Concezione Immacolata di Maria Vergine Santissima.

[3955,1]  Grazia dal contrasto. Parolacce in bocca di donne o di forme e maniere maschili, o gentili e delicate ec. Parole, discorsi, modi, atti, pensieri ec. tiranti al maschile, {assennati, dotti ec.} in donne di forme ec. maschili o all'opposto ec. S'intende di donne avvenenti ec. {+e che la maschilità non passi i termini del grazioso nello sconveniente ec. V. p. 3961 }. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.)

4293,2   Firenze. 21. Sett. 1827.

[4293,2]  Se fosse possibile che io m'innamorassi, ciò potrebbe accadere piuttosto con una straniera che con un'italiana. Quel tanto o di nuovo o d'ignoto che v'ha ne' costumi, nel modo di pensare, nelle inclinazioni, nei gusti, nelle maniere esteriori, {nella lingua} di una straniera, è molto a proposito per far nascere o per mantenere in un amante quella immaginazion di mistero, quella opinione di vedere e di conoscere nella persona amata assai meno di quello che essa nasconde in se stessa, di quel ch'ella è, quella idea di profondità, di animo recondito e segreto, ch'è il primo e necessario fondamento dell'amor più che sensuale. Oltre alla grazia che accompagna naturalmente ciò ch'è straniero, come straordinario. (Firenze. 21. Sett. 1827.)