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Greci. Loro lingua, letteratura, carattere ec. ec.

Greeks. Their language, literature, character, etc.
735,1   8-14. Marzo 1821.

[735,1]  La lingua greca da' suoi principii fino alla fine, non lasciò mai di arricchirsi, e acquistar sempre, massimamente nuovi vocaboli. Non è quasi scrittor greco {di qualsivoglia secolo,} che venga nuovamente in luce, il quale non possa servire ad impinguare il vocabolario greco di qualche novità. 736 Non è secolo della buona lingua greca (la quale si stende molto innanzi, cioè almeno a Costantino, giacchè credo che S. Basilio e S. Crisostomo si citino nel Glossario sebbene anche nel Vocabolario) ne' cui scrittori la lingua non si trovi arricchita di nuove voci e anche modi, che non si osservano ne' più antichi. E questi incrementi erano tutti della propria sostanza e del proprio fondo, giacchè la lingua greca fu oltremodo schiva d'ogni cosa forestiera, ma trovava nelle sue radici e nella immensa facilità e copia de' suoi composti, la facoltà di dir tutto quello che bisognava, e di conformare la novità delle parole alla novità delle cose, senza ricorrere ad aiuti stranieri. Insomma il tesoro e la natura, e non solamente ricchezza, ma fertilità naturale e propria della lingua greca, era tale da bastare da per se sola, a tutte le novità che occorresse di esprimere, come un paese così fertile che fosse sufficiente ad alimentare 737 qualunque numero di nuovi abitatori o di forestieri. E questo si può vedere manifestamente anche per quello che interviene oggidì. Giacchè in tanta diversità di tempi e di costumi e di opinioni, in tanta novità di conoscenze e di ritrovati, e fino d'intere scienze e dottrine, qualunque novità massimamente scientifica occorra di significare e denominare, si ha ricorso alla lingua greca. Nessuna lingua viva, ancorchè pure le lingue vive sieno contemporanee alle nostre cognizioni e scoperte, si stima in grado di bastare a questo effetto, e s'invoca una lingua morta e antichissima per servire alla significazione ed enunziazione di quelle cose a cui le lingue viventi e fiorenti non arrivano. La rivoluzione francese, richiedendosi alla novità delle cose, la novità delle parole, ha popolato il vocabolario francese ed anche europeo, di nuove voci greche. La fisica, la Chimica, la storia naturale, le matematiche, 738 l'arte militare, la nautica, {la medicina, la metafisica} la politica ogni sorta di scienze o discipline, ancorchè rinnovellate e diversissime da quelle che si usavano o conoscevano dagli antichi greci, ancorchè nuove di pianta, hanno trovato in quella lingua il capitale sufficiente ai bisogni delle loro nomenclature. Ogni scienza o disciplina nuova, comincia subito dal trarre il suo nome dal greco. E questa lingua ancorchè da tanti secoli spenta, resta sempre inesauribile, e provvede a tutto, e si può dire che prima mancherà all'uomo la facoltà di sapere di conoscere e di scoprire, prima saranno esaurite tutte le fonti dello scibile, di quello che manchi alla lingua greca la facoltà di esprimerlo, e sia inaridita la fonte delle sue denominazioni e parole. Il qual uso, ancorchè io lo biasimi e condanni per le ragioni che ho dette altrove [ p.48] [ p.50], non è però che non renda evidente e palpabile l'onnipotenza immortale di quella lingua.

838,1   21-24. Marzo 1821.

[838,1]  Quanto più l'indole, la struttura, l'andamento di una lingua, è conforme alle regole naturali, semplice, diritto ec. tanto più quella lingua è adattata alla universalità. E per lo contrario tanto meno, quanto più ella e [è] figurata, composta, contorta, quanto più v'ha nella sua forma di arbitrario, di particolare e proprio suo, o de' suoi scrittori ec. non della natura comune delle cose. Le prime qualità spettano per eccellenza alla lingua francese, quantunque la lingua italiana le possieda molto più della latina, anzi senza confronto; tuttavia in esse (e felicemente) cede alla francese, come tutte le lingue moderne {Europee,} quantunque nessuna di queste ceda in esse qualità alla latina, anzi la vinca di gran lunga, e neppure alla greca.

863,1   24. Marzo 1821

[863,1]  Come la proprietà delle parole è ben altro che la secchezza e nudità di ciascuna, così anche la semplicità e naturalezza e facilità della struttura di una lingua e di un discorso, è ben altro che l'aridità e geometrica esattezza di esso. Così distinguete il carattere dell'ottima e antica scrittura greca da quello della moderna e riformata francese. Così quello dell'ottima e antica e propria lingua e scrittura italiana, sì da quello della 864 francese, sì da quello dell'odierna italiana. La quale quando anche non fosse barbara per le parole, modi ec. è barbara pel geometrico, sterile, secco, esatto dell'andamento e del carattere. Barbara per questo, tanto assolutamente, quanto relativamente all'essere del tutto straniera e francese, e diversa dall'indole della nostra lingua; ben altra cosa che lo straniero de' vocaboli o frasi, le quali ancorchè straniere non sono essenzialmente inammissibili, nè cagione assoluta di barbarie; bensì l'indole straniera in qualunque lingua è sostanzialmente barbara, e la vera cagione della barbarie di una lingua, che non può non esser barbara, quando si allontana, non dalle frasi o parole, ma dal carattere e dall'indole sua. E tanto più barbaro è l'odierno italiano scritto, quanto il sapore italiano di certi vocaboli e modi per lo più ricercati ed antichi, e la cui italianità risalta e dà negli occhi; contrasta colla innazionalità ed anche coll'assoluta differenza del carattere totale della scrittura. (24. Marzo 1821.).

915,1   4-6. Aprile 1821.

[915,1]  Tale infatti era la schiavitù nelle antiche repubbliche. Tale in grecia, tale quella degl'Iloti, stirpe tutta schiava presso i Lacedemoni, oriunda di Elos (῞Ελος) terra (oppidum) o città (così Strabone presso il Cellar. 1. 967.) del Peloponneso, presa a forza da' Lacedemoni nelle guerre, credo, Messeniache, e ridottane tutta la popolazione in ischiavitù, {sì essa come i suoi} discendenti in perpetuo. V. l'Encicloped. Antiquités, art. Ilotes, e il Cellario 1. 973. Tale la schiavitù presso i Romani, della quale v. fra gli altri il Montesquieu, 916 Grandeur etc. ch. 17. innanzi alla metà. Floro 3. 19. Terra frugum ferax, (Sicilia) et quodammodo suburbana provincia, latifundiis civium Romanorum tenebatur. Hic ad cultum agri frequentia ergastula, catenatique cultores, materiam bello praebuere. E quanta fosse la moltitudine degli schiavi presso ai Romani si può congetturare dalla guerra servile, e dal pericolo che ne risultò. Ne avevano i Romani, cred'io, d'ogni genere di nazioni; e Floro l. c. nomina un servo Siro cagione e capo della guerra servile; Frontone nell'ultima epist. greca, una serva Sira ec. ec. cose che si possono vedere in tutti gli scrittori delle antichità Romane. {+ V. il Pignorio de Servis , e, se vuoi, l'articolo originale del Cav. Hager nello Spettatore di Milano 1. Aprile 1818. Quaderno 97. p. 244. fine - 245. principio, dove si tocca questo argomento della gran moltitudine de' servi romani, e se ne adducono alcuni esempi e prove, e si cita il detto Pignorio che dovrebbe trovarsi nel Grevio ec. Cibale schiava Affricana è nominata nel Moretum.}

926,1 [926,2]   10. Aprile 1821

[926,2]  In qualunque nazione o antica o moderna s'incontrano grandi errori contrari alla natura, come dovunque grandi cognizioni contrarie alla natura; quivi non s'incontra niente o ben poco di grande di bello di buono. E questo è l'uno de' principali motivi per cui le nazioni orientali, ancorchè grandi, ancorchè la loro storia rimonti a tempi antichissimi, tempi ordinariamente compagni del grande e del bello; ancorchè ignorantissime in ultima analisi, e quindi prive dei grandi ostacoli della ragione e del vero, e questo anche oggidì; tuttavia non offrano quasi niente di {vero} grande nè di {vero} bello, e ciò tanto 927 riguardo alle azioni, ai costumi, all'entusiasmo e virtù della vita, quanto alle produzioni dell'ingegno e della immaginazione. E la causa per la quale i Greci e i Romani soprastanno a tutti i popoli antichi, è in gran parte questa, che i loro errori e illusioni furono nella massima parte conformissime alla natura, sicchè si trovarono egualmente lontani dalla corruzione dell'ignoranza, e dal difetto di questa. Al contrario de' popoli orientali le cui superstizioni ed errori, che sebbene moderni e presenti, si trovano per lo più di antichissima data, furono e sono in gran parte contrarie alla natura, e quindi con verità si possono chiamar barbare. E si può dire che nessun popolo antico, nell'ordine del grande e del bello, può venire in paragone de' greci e de' Romani. Il che può derivare anche da questo, che forse i secoli d'oro degli altri popoli, come degli Egiziani, degl'Indiani, de' Cinesi, de' Persiani ec. ec. essendo venuti più per tempo, giacchè questi popoli sono molto più antichi, la memoria loro non è passata fino a noi, ma rimasta nel buio dell'antichità, col quale viene a coincidere la epoca dei detti secoli; e per lo contrario ci è pervenuta la memoria sola della loro corruzione e barbarie, succeduta naturalmente alla civiltà, e abbattutasi ad esser contemporanea della grandezza e del fiore dei popoli greco e Romano, la qual grandezza occupa 928 e signoreggia le storie nostre, alle quali per la maggior vicinanza de' tempi ha potuto pervenire, e perch'ella signoreggiò effettivamente in tempi più vicini a noi. Anzi si può dire che quanto ci ha di grande {e di bello} rispetto all'antichità nelle storie, e generalmente in qualunque memoria nostra, tutto appartiene all'ultima epoca dell'antichità, della quale i greci e i Romani furono effettivamente gli ultimi popoli. Ὦ Ἕλληνες ἀεὶ παῖδες ἐοτὲ ec. Platone in persona di quel sacerdote Egiziano. (10. Aprile. 1821). { V. p. 2331. }

956,1   19 Aprile 1821

[956,1]  La lingua greca va considerata rispetto all'italiana nell'ordine di lingua madre, (o nonna) quanto ai modi, ma non quanto alle parole. Dico quanto ai modi, massimamente per la sua conformità naturale o somiglianza in questa parte colla lingua latina sua sorella, e madre della nostra, e di più perchè gli scrittori latini, dal nascimento della loro letteratura, modellarono sulla greca le forme della loro lingua, e così hanno tramandata a noi una lingua formata in grandissima parte sui modi della greca. Del che vedi un bell'articolo del Barone Winspear (Bibliot. Ital. t. 8. p. 163.) nello Spettatore di Milano, 1. Settembre 1817. Parte italiana, Quaderno 83. p. 442. dal mezzo al fine della pagina. E così pure, parte per lo studio immediato de' greci esemplari, (del che vedi ivi p. 443. dal principio al mezzo) parte per lo studio de' latini, e la derivazione della lingua italiana dalla latina, parte e massimamente per una naturale conformità, che forse per accidente, ha la struttura e costruzione della lingua nostra colla greca (come dice espressamente la Staël nella B. Italiana 957 Vol. 1. p. 15. la costruzione gramaticale di quella lingua è capace di una perfetta imitazione de' concetti greci, a differenza della tedesca della quale ha detto il contrario), per tutte queste ragioni si trova una evidentissima e somma affinità fra l'andamento greco e l'italiano, massime nel più puro italiano, e più nativo e vero, cioè in quello del trecento. Da tutto ciò segue che la lingua greca, come madre della nostra rispetto ai modi, sia e per ragione e per fatto adattatissima ad arricchire e rifiorire la lingua italiana d'infinite e variatissime forme e frasi e costrutti {(Cesari)} e idiotismi ec. Non così quanto alle parole, che non possiamo derivare dalla lingua greca che non è madre della nostra rispetto ad esse; fuorchè in ordine a quelle che gli scrittori o l'uso latino ne derivarono, e divenute precisamente latine, passarono all'idioma nostro come latine e con sapore latino, non come greche. Le quali però ancora, sebbene incontrastabili all'uso dell'italiano, tuttavia soggiacciono in parte, malgrado la lunga assuefazione che ci abbiamo, ai difetti notati da me p. 951-952. Che p. e. chi dice filosofia eccita un'idea meno sensibile di chi dice sapienza, non vedendosi in quella parola e non sentendosi come in questa seconda, l'etimologia, cioè la derivazione della parola dalla cosa, il qual sentimento è quello che produce la vivezza ed efficacia, 958 e limpida evidenza dell'idea, quando si ascolta una parola. (19. Aprile 1821.).

981,1   25. Aprile 1821

[981,1]  Alla p. 740. La lingua greca si era conservata sempre pura, in gran parte per la grande ignoranza in cui erano i greci del latino. La quale si fa chiara sì da altri esempi che ho allegati in altro pensiero [ p.44] (cioè quelli di Longino nel giudizio timidissimo che dà di Cicerone, e di Plutarco nella prefazione alla Vita di Demostene, della quale v. il Toup ad Longin. p. 134.) sì ancora da questo, che laddove i latini citavano ad ogni momento parole e passi greci, {colle lettere greche,} gli scrittori greci non mai {citavano {o usavano} parole latine se non con elementi greci,} e con maraviglia, e come cosa unica notò il Mingarelli in un'opera di Didimo Alessandrino, Teologo del quarto secolo, da lui per la prima volta pubblicata, due o tre parole latine barbaramente scritte in caratteri latini. (Didym. Alexandr. De Trinitate Lib. 1. cap. 15. Bonon. typis Laelii a Vulpe 1769. {fol.} p. 18. gr. et lat. cura Johannis Aloysii Mingarellii. Vide ib. eius not. 3. e la Lettera a Mons. Giovanni Archinto Sopra un'opera inedita di un antico teologo stampata già in Venezia nella Nuova Raccolta del Calogerà 1763. tomo XI. e ristampata nell'Appendice alla detta opera: Capo 3. pag. 465. fine - 466. principio. del che non si troverà 982 così facilmente altro esempio in altro scrittore greco.) {+ Il che dimostra sì che gli stessi scrittori sì che i lettori greci erano ignorantissimi del latino, da che gli scrittori non giudicavano di poter citare parole latine, com'elle erano scritte; e di rado anche le usavano in lettere greche, al contrario de' latini rispetto alle voci greche e passi greci in caratteri latini ec.} Quanto poi i greci dovessero lottare colle circostanze per mantenersi in questa verginità anche prima di Costantino, e dopo la conquista della Grecia fatta dai Romani si può raccogliere da queste parole del Cav. Hager, nel luogo cit. qui dietro (p. 980.) p. 245. Basta consultare la celebre opera di S. Agostino, De civitate Dei , onde vedere quanto i Romani al medesimo tempo erano solleciti d'imporre non solo il loro giogo, ma anche la loro lingua a' popoli da loro sottomessi: Opera data est, ut imperiosa civitas, non solum iugum, verum etiam linguam suam, domitis gentibus per pacem societatis, imponeret (Lib. XIX, cap. 7.) Ai Greci medesimi, dice Valerio Massimo, non davano giammai risposta che in lingua latina: illud quoque magna perseverantia custodiebant, ne Graecis unquam nisi latine responsa darent, (Lib. II., c.2. n.2.) e ciò quantunque la lingua greca fosse tanto famigliare a' Romani; nulla dimeno per diffondere la lingua latina obbligavano perfino que' Greci, che non la sapevano, a spiegarsi per mezzo di un interprete in latino: Quin etiam... per interpretem loqui cogebant... quo scilicet latinae vocis honos per omnes gentes venerabilior diffunderetur. (ibid.).

988,1   29. Aprile. 1821.

[988,1]  I latini erano veramente δίγλωττοι rispetto alla lingua loro e alla greca 1. perchè parlavano l'una come l'altra, ma non così i greci generalmente, anzi ordinariamente: 2. perchè scrivendo citavano del continuo parole e passi greci, in lingua e caratteri greci, ovvero usavano parole o frasi greche nella stessa maniera; ma non i greci viceversa, del che vedi p. 981. { e p. 1052. capoverso 3. } { e p. 2165.}

999,2   30. Aprile. 1821.

[999,2]  In prova di quanto la lingua greca, fosse universale, e giudicata per tale, ancor dopo il pieno stabilimento, e durante la maggiore estensione del dominio romano e de' romani pel mondo; si potrebbe addurre il Nuovo Testamento, Codice della nuova religione sotto i primi imperatori, scritto tutto in greco, quantunque da scrittori {Giudei (così tutti chiamano gli Ebrei di que' tempi),} quantunque l'Evangelio di S. Marco si creda scritto in Roma e ad uso degl'italiani, {+giacchè è rigettata da' {tutti i} buoni critici l'opinione che quell'Evangelio fosse scritto originariamente in latino;} (Fabric. B. G. 3. 131.) quantunque v'abbia un'Epistola di S. Paolo cittadino Romano, diretta a' Romani, un'altra agli Ebrei; quantunque v'abbiano le Epistole dette Cattoliche, cioè universali, di S. Giacomo, e di S. Giuda Taddeo. Ma senza entrare nelle quistioni intorno alla lingua originale del nuovo testamento, o delle diverse sue parti, osserverò quello che dice il Fabric. B. G. edit. vet. t. 3. p. 153. lib. 4. c. 5. §. 9 parlando dell'Epistola di S. Paolo a' Romani: graece scripta est, non latine, etsi Scholiastes Syrus notat scriptam esse Romane ‎‏ומאבח‏‎, quo vocabulo Graecam 1000 linguam significari, Romę tunc et in omni fere Romano imperio vulgatissimam, Seldenus ad Eutychium observavit. E p. 131. nota (d.) §. 3. parlando delle testimonianze Orientalium recentiorum che dicono essere stato scritto il Vangelo di S. Marco in lingua romana, dice che furono o ingannati, o male intesi dagli altri, nam per Romanam linguam etiam ab illis Graecam quandoque intelligi observavit Seldenus . Intendi l'Opera di Giovanni Selden intitolata: Eutychii Aegyptii Patriarchae Orthodoxorum Alexandrini Ecclesię suae Origines ex eiusdem Arabico nunc primum edidit ac Versione et Commentario auxit Joannes Seldenus . {+ Per lo contrario Giuseppe Ebreo nel proem. dell'Archeol. §. 2. principio e fine, chiama Greci tutti coloro che non erano Giudei, o sia gli Etnici, compresi p. cons. anche i romani. E così nella Scrittura Ἕλληνες passim opponuntur Iudaeis, et vocantur ethnici, a Christo alieni (Scapula). Così ne' Padri antichi. Il che pure ridonda a provare la mia proposizione. E Gioseffo avendo detto di scrivere p. tutti i Greci (cioè i non ebrei), scrive in greco. V. anche il Forcell. v. Graecus in fine. }

1001,1   1. Maggio 1821

[1001,1]  La lingua greca, benchè a noi sembri a prima vista il contrario, e ciò in gran parte a cagione delle circostanze in cui siamo tutti noi Europei ec. rispetto alla latina, è più facile della latina; dico quella lingua greca antica quale si trova ne' classici ottimi, e quella lingua latina quale si trova ne' classici del miglior tempo; e l'una e l'altra comparativamente, qual'è presso gli scrittori dell'ottima età dell'una e dell'altra lingua. E ciò malgrado la maggiore ricchezza grammaticale ed elementare della lingua greca. Questa dunque è la cagione perch'ella fosse più atta della latina ad essere universale: {+e n'è la cagione sì per se stessa e immediatamente, sì per la somiglianza che produce fra la lingua volgare e quella della letteratura, fra la parlata e la scritta.} (1. Maggio 1821).

1015,1   6. Maggio 1821.

[1015,1]  Dalle quali osservazioni si potrebbe anche dedurre che le parole francesi derivate dal greco, e che non si trovano negli scrittori latini, e che io in parecchi pensieri, ho supposto [ p.109] che fossero nel volgare latino, come planer ec. fossero venute nella lingua francese immediatamente dalle antiche communicazioni avute colla lingua e letteratura greca. Questo però non mi par molto probabile, trattandosi che la lingua greca fu spenta nelle Gallie lunghissimo tempo innanzi la nascita della francese: che la latina vi prevalse interamente; e che della celtica ch'era pur la nazionale, appena si trova vestigio nella francese (v. p. 1012. capoverso 1.). Quanto meno dunque si dovrebbero trovar della greca! Laddove se ne trovano tanti che han fatto un dizionario apposta, delle parole francesi derivate dal greco. Inoltre questo argomento non può valer di più di quello che vaglia 1016 per le parole italiane dello stesso genere, le quali si potrebbero suppor derivate dalla magnagrecia, e dalla Sicilia, piuttosto che dal latino: mentre però la lingua greca si spense in quei paesi tanto innanzi al sorgere della lingua italiana, e vi si stabilì la latina: che per conseguenza vi è tanto più vicina alla nostra, in ordine di tempo: anzi immediatamente vicina. { V. p. 1040. fine.} Del resto anche in Sicilia durò la letteratura greca (se non anche la lingua) lungo tempo dopo il dominio romano. Diodoro fu siciliano, e così altri scrittori greci. E vedi Porfir. Vit. Plotin. cap. 11. donde par che apparisca che in Sicilia a quel tempo vi fossero cattedre o scuole greche di sofisti, come si può dire, in tutte le parti dell'imperio romano, in Roma, nelle Gallie a tempo di Luciano ec. Cecilio Siculo, benchè romano di nome, e vissuto in Roma ec. scrisse in greco. V. Costantino Lascaris nel Fabricio, B. Gr. t.14. p. 22-35. edit. vet. (6. Maggio 1821). {+Ma nel terzo secolo T. Giulio Calpurnio Siciliano, poeta Bucolico, contemporaneo di Nemesiano, scrisse in latino. E così altri Siciliani ec.}

1023,2   8. Maggio 1821

[1023,2]  Alcuni scrittori greci degli ultimissimi tempi dell'impero greco, furono anche superiori in eleganza a molti de' tempi più antichi ma corrotti, come gli scrittori latini del cinquecento in Italia superarono bene spesso gli antichi latini posteriori a Cicerone e a Virgilio. Dopo il secolo d'Augusto non è stato mai tempo in cui sì generalmente (come nel 500.) si scrivesse con coltura e con pulitezza la lingua de' romani. Andrès, l. cit. qui sopra, p. 96. (8. Maggio 1821).

  1024,1.2

[1024,1]  1024 Sebbene la lingua Celtica fosse così bella ed atta alla letteratura, {e per conseguenza, formata, e stabilita e ferma (espressioni del Buommattei in simil senso),} come si vede oggidì ne' monumenti che ne avanzano, e come ho detto p. 994. fine sebben fosse così antica e radicata ec. nondimeno laddove i greci ancorchè sudditi romani, e vivendo in Roma o in Italia, scrivevano sempre in greco {e non mai in latino;} nessuno scrittor gallo, nelle medesime circostanze, scrisse mai {che si sappia} in lingua celtica, ma in latino. (9. Maggio 1821).

[1024,2]  Da Demostene in poi la Grecia non ebbe altro scrittore che in ordine alla lingua e allo stile, somigliasse, anzi uguagliasse gli ottimi antichi, se non Arriano (e questo senza la menoma affettazione, o sembianza d'imitazione, o di lingua o stile antiquato, come i nostri moderni imitatori del trecento o del cinquecento). Nè Polibio, nè Dionigi Alicarnasseo {(sebben questi più degli altri, e gli può venir dopo),}Plutarco, nè lo stesso Luciano atticissimo ed elegantissimo (di eleganza però ben diversa dalla nativa eleganza degli antichi, e della perfetta e propria lingua e stile greco) non possono essergli paragonati per questo capo. (9. Maggio 1821).

1029,1   11. Maggio 1821

[1029,1]  1029 La lingua latina superò per esempio la lingua antica Spagnuola, la Celtica ec. mediante la semplice introduzione nella Spagna, nelle Gallie ec. del governo, leggi, costumi Romani. Ma a superar la greca non le bastò neppure il trasportar nella Grecia la stessa Roma, e quasi la stessa Italia. (11. Maggio 1821).

1030-31   11. Maggio 1821

[1029,3]  { Alla p. 245.} La lingua francese si mantiene e si manterrà lungo tempo universale, a cagione della sua struttura ed indole. E certo però che l'introduzione di questa lingua nell'uso comune, e il principio materiale della sua universalità, si deve ripetere e dalla somma influenza politica della Francia nel tempo passato; e dalla sua influenza morale come la più civilizzata nazione del mondo, e per conseguenza dalle sue mode, ec. o vogliamo dire dalla moda di esser francese, 1030 dal regno e dittatura della moda, che la Francia ha tenuto e tiene ec.; e principalissimamente ancora dalla sua letteratura, dalla estensione di lei, e dalla superiorità ed influenza che ella ha acquistata sopra le altre letterature, non per altro, se per essere esclusivamente e propriamente moderna, e perchè la letteratura precisamente moderna è nata (a causa delle circostanze politiche, morali, civili ec.) prima che in qualunque altra nazione, in Francia, e quivi è stata coltivata più che in qualunque altro luogo, e più modernamente o alla moderna che in qualunque altro paese. Ma la durata di questa universalità, quando anche cessino le dette ragioni, (come in parte sono cessate) essa la dovrà alla sua propria indole; laddove quella tal quale universalità acquistata già dalle lingue spagnuola, italiana ec. sono finite insieme colle ragioni estrinseche che la producevano, non avendo esse lingue disposizione intrinseca alla universalità. Con queste osservazioni rettifica quello che ho detto p. 240 - 245. E in quanto alla letteratura, ed alla influenza morale ec. ec. è certo che queste furono le ragioni estrinseche della universalità della lingua greca, la quale però ne aveva anche le sue ragioni intrinseche, mancanti affatto alla latina, che perciò non fu mai veramente universale, 1031 nè durò, come la greca ancor dura, non ostante che abbondasse delle ragioni estrinseche di universalità. (11. Maggio 1821). { V. p. 1039. fine.}

1038,1   12. Maggio 1821

[1038,1]  Nei tempi bassi furono veramente δίγλωττοι i tedeschi e gl'inglesi, ossia la parte colta di queste nazioni, che scrivevano il latino, se ne servivano per le corrispondenze, lettere ec. e parlavano le lingue nazionali. E così pure gl'italiani, i francesi, gli spagnuoli, che parlavano già un volgare assai diverso dal latino scritto. Ma questa:

1039,2   12. Maggio 1821

[1039,2]  Alla p. 1031 principio. Come la letteratura, così la lingua francese è precisamente moderna, sì per l'influenza somma nella lingua della letteratura che la forma (e nel nostro caso l'ha singolarmente formata e determinata, mutandola assai da quella ch'era da principio, e dalla sua stessa indole primitiva); sì per l'influenza immediata {sulla lingua francese} delle stesse cagioni che hanno influito sulla letteratura francese, e formatala. 1040 Or come la lingua francese è strettamente moderna, e quindi strettamente propria all'odierna universalità, per esser modellata sulla ragione, e oggi (secondo il vero andamento del secolo) quasi sulla matematica; così la lingua greca era propria alla universalità de' tempi suoi, massime fra' popoli del meriggio orientali e occidentali, che sono {e furono sempre} più immaginosi; e ciò per essere strettamente antica, e questo per essere strettamente modellata (nel perfetto) sulla natura. A differenza della latina modellata piuttosto sull'arte. E si può dire che la perfezione della lingua greca era conforme, ed aveva il suo fondamento nella natura, non essendo perciò meno perfetta, nè artificiata; e la perfezione della latina era conforme, ed aveva il suo modello, il suo tipo, il suo fondamento, la sua norma nell'arte. (12. Maggio 1821).

1046,2   14. Maggio 1821

[1046,2]  Principalissime cagioni dell'essersi la lingua greca per sì lungo tempo mantenuta incorrotta (v. Giordani nel fine della Lettera sul Dionigi) furono indubitatamente la sua ricchezza, e la sua libertà d'indole e di fatto. La qual libertà produce in buona parte la ricchezza; la qual libertà è la più 1047 certa, anzi necessaria, anzi unica salvaguardia della purità di qualunque lingua. La quale se non è libera primitivamente e per indole, stante l'inevitabile mutazione e novità delle cose, deve infallibilmente declinare dalla sua indole primitiva, e per conseguenza alterarsi, perdere la sua naturalezza e corrompersi: laddove ella conserva l'indole sua primitiva, se fra le proprietà di questa è compresa la libertà. E quindi si veda quanto bene provveggano alla conservazione della purità del nostro idioma, coloro che vogliono togliergli la libertà, che per buona fortuna, non solo è nella sua indole, ma ne costituisce una delle principali parti, e uno de' caratteri distintivi. E ciò è naturale ad una lingua che ricevè buona parte di formazione nel trecento, tempo liberissimo, perchè antichissimo, e quindi naturale, e l'antichità e la natura non furono mai soggette alle regole minuziose e scrupolose della ragione, e molto meno della matematica. Dico antichissimo, rispetto alle lingue moderne, nessuna delle quali data da sì lontano tempo il principio vero di una formazione molto inoltrata, e di una notabilissima coltura, ed applicazione alla scrittura: nè può di gran lunga mostrare in un secolo così remoto sì grande universalità e numero di scrittori e di parlatori ec. che le servano anche oggi di modello. E questa antichità 1048 di formazione e di coltura, antichità unica fra le lingue moderne, è forse la cagione per cui l'indole primitiva della lingua italiana formata, è più libera forse di quella d'ogni altra lingua moderna colta (siccome pure dell'esser più naturale, più immaginosa, più varia, più lontana dal geometrico ec.).

1067,2   20. Maggio 1821

[1067,2]  Le cause per cui la lingua greca formata fu liberissima d'indole e di fatto, a differenza della latina, sono:

1086,2   25. Maggio 1821

[1086,2]  Siccome la perfezione gramaticale di una lingua dipende dalla ragione e dal genio (la lingua francese è perfetta dalla parte della ragione, ma non da quella del genio), così ella può servire di scala per misurare il grado della ragione e del genio ne' vari popoli. (Con questa scala il genio francese sarà trovato così scarso e in così basso grado, come in alto grado la ragione di quel popolo.) Se per esempio non avessimo altri monumenti che attestassero il genio felice de' Greci, la loro lingua pur basterebbe. (Lo stesso potremo dire degl'italiani avuto riguardo alla proporzione de' tempi moderni, che 1087 non sono quelli del genio, coi tempi antichi.) Quando una lingua, generalmente parlando, {+(cioè non di una o più frasi, di questa o quella finezza in particolare, ma di tutte in grosso)} è insufficiente a rendere in una traduzione le finezze di un'altra lingua, egli è una prova sicura che il popolo per cui si traduce ha lo spirito men coltivato che l'altro. (Che diremo dunque dello spirito de' francesi dalla parte del genio? La cui lingua è insufficiente a rendere le finezze non di una sola, ma di tutte le altre lingue? Che la Francia non abbia avuto mai, {+ v. p. 1091.} nè sia disposta per sua natura ad avere geni veri ed onnipotenti, e grandemente sovrastanti al resto degli uomini, non è cosa dubbia per me, e lo viene a confessare implicitamente il Raynal. Dico geni sviluppati, perchè nascerne potrà certo anche in Francia, ma svilupparsi non già, stante le circostanze sociali di quella nazione.) Sulzer ec. l. cit. qui dietro. p. 97. [ p.1086] (25. Maggio 1821).

1093,1   27. Maggio 1821.

[1093,1]  La letteratura di una nazione, la quale ne forma la lingua, e le dà la sua impronta, e le comunica il suo genio, corrompendosi, corrompe conseguentemente anche la lingua, che le va sempre a fianco e a seconda. E la corruzione della letteratura non è mai scompagnata dalla corruzione della lingua, influendo vicendevolmente anche questa sulla corruzione di quella, come senza fallo, anche lo spirito della lingua contribuisce a determinare e formare lo spirito della letteratura. Così è accaduto alla lingua latina, così all'italiana nel 400, nel 600, e negli ultimi tempi, così pure nel 600, e negli ultimi tempi alla spagnuola: tutte corrotte al corrompersi della rispettiva letteratura. Eppure la lingua greca, con esempio forse unico, corrotta, anzi, dirò, imputridita la letteratura, si mantenne incorrotta 1094 più secoli, e molto altro spazio poco alterata, come si può vedere in Libanio, in Imerio, in S. Gregorio Nazianzeno, e altri tali sofisti più antichi o più moderni di questi, che sono corrottissimi nel gusto, e non corrotti {o leggermente corrotti} nella lingua. Tanta era per una parte la libertà, la pieghevolezza, e dirò così la capacità della lingua greca formata, che poteva anche essere applicata a pessimi stili, senza allontanarsi dall'indole della sua formazione, e senza perdere le sue forme proprie, e il suo naturale; ed essere adoperata da una letteratura guasta senza guastarsi essa stessa, adattandosi tanto al buono come al cattivo, e ricevendo nella immensa capacità delle sue forme, e nella sua varietà, copia e ricchezza, sì l'uno come l'altro. Simile in ciò all'italiana, dove si può scrivere purissimamente cose di pessimo gusto, ed usare un pessimo stile, in ottima o non corrotta lingua, come ho detto altrove [ pp.243-45] [ p.321] [ pp.686.sgg.] [ pp.766-67]. Dal che nasce la difficoltà di scriver bene in italiano, a differenza del francese, che avendo una sola lingua, ha anche un solo stile, e chiunque scrive in francese, non può non iscrivere in istile appresso a poco, buono. E però non dobbiamo farci maraviglia di quello che dicono, che tutti i francesi più o meno scrivono bene.

1134,1   29. Maggio-5. Giugno 1821.

[1134,1]  Osservo che la lingua latina è più atta a queste speculazioni che la greca {, contro quello che può parere a prima giunta, per causa della sua minore antichità vera o supposta}.

1295,1   8-9. Luglio 1821.

[1295,1]  Alla p. 1138 fine, aggiungi - 4. La lingua latina ha prodotto tre figlie, che ancor vivono, che noi stessi parliamo, e le di cui antichità, origini, progressi ec. dal principio loro fino al dì d'oggi, si conoscono o si possono ottimamente o sempre meglio conoscere. Che in somma è quanto dire che la lingua latina ancor vive. E la considerazione di queste lingue fatta coi debiti lumi, ci può portare e ci porta a scoprire moltissime proprietà della lingua latina antichissima, che non si potrebbero, o non così bene dedurre dagli scrittori latini; e ciò stante l'infinita tenacità del 1296 volgo che mediante il parlar quotidiano, ha conservato dai primordi della lingua latina fino al dì d'oggi, e conserva tuttavia nell'uso quotidiano (e le ha pure introdotte nelle scritture) molte antichissime particolarità della lingua latina; come dimostrerò discorrendo dell'antico latino volgare. Sicchè lo studio comparativo delle tre lingue latino-moderne, fatto con maggior cura, di quello che finora sia stato, e con maggiore intenzione all'effetto di scoprire le antichità della favella materna, ci può condurre a conoscer cose latine antichissime, e primitive, o quasi primitive. La quale facoltà di uno studio comparativo sulla lingua greca parlata, non si ha, benchè la lingua greca viva ancora al modo che vive la latina. Oltre che non si hanno tante comodità di conoscere così bene il greco moderno, e le sue origini, e progressi, e generalmente la storia della lingua greca da un certo tempo in qua; come si hanno di conoscere quello che noi possiamo chiamare il latino moderno, e la storia della lingua latina dalla sua formazione e letteratura fino al dì d'oggi, come dirò poi.

1350,1   20. Luglio 1821.

[1350,1]  1. La differenza delle lingue, e la maggiore o minor copia de' termini, maggiore o minor precisione e universalità loro, e certezza di significato e stabilità. V. Sulzer, negli Opuscoli interessanti di Milano, vol. 4. p. 65-70. 79-80. La maggiore o minor copia di parole esprimenti idee chiare ec. v. ib. p. 53-54 [ p.1205]. Una delle grandi ragioni per cui i greci negli studi astratti e profondi (sì filosofici che gramatici ec. ec. ec.) come in ogni altro genere di cognizioni andarono avanti a tutti gli antichi, ai latini ec. io credo certo che sia la gran facilità che aveva la loro lingua ad esprimere, ed esprimere precisamente le nuove cose, le nuove e particolari idee di ciascuno. Facilità che si sperimenta anche oggi nell'attingere da quella lingua a preferenza di ogni altra i nomi delle nuove o più precise e sottili cose ed idee, e le intere nomenclature ec.

1363,1 [1363,2]   21.Luglio 1821.

[1363,2]  I greci ponevano nella stessa Roma iscrizioni greche, quali sono le famose Triopee fatte porre da Erode Attico, benchè trattino di oggetti, si 1364 può dir, tutti e del tutto romani. (21.Luglio 1821.)

1366,1   22. Luglio 1821.

[1366,1]  Non basta che Dante, Petrarca Boccaccio siano stati tre sommi scrittori. Nè la letteratura nè la lingua è perfetta e perfettamente formata in essi, nè quando pur 1367 fosse ciò basterebbe a porre nel 300 il secol d'oro della lingua. Qual poeta, anzi quale scrittore, anzi quale ingegno maggiore di Omero ebbe mai, non dirò la Grecia, ancorchè sì feconda per sì gran tempo, {ma il mondo}? E tuttavia nessuno può riporre la perfetta formazione e il secol d'oro della lingua greca, nel tempo, e neppur nella lingua d'Omero: {+ (v. se vuoi, la lettera al Monti sulla Grecità del Frullone, in fine. Proposta ec. vol. 2. par. 1. appendice.} quantunque la lingua greca sia molto più formata in Omero, che non è l'italiana massime in Dante; perchè Dante fu quasi il primo scrittore italiano, Omero non fu nè il primo scrittore nè il primo poeta greco. E la lingua greca architettata (siccome lingua veramente antica) sopra un piano assai più naturale ec. del nostro, era capace di arrivare alla perfezione sua propria in molto meno tempo dell'italiana, ch'è pur lingua moderna, e spetta (necessariamente) al genere moderno. (22. Luglio 1821.). {v. p. 1384.fine.}

1403,1   29. Luglio 1821.

[1403,1]  Alla p. 1338. Notate in questo proposito, per dimostrare l'influenza della lingua o dei nomi sulle cognizioni, che una sufficiente notizia della lingua e delle proprietà delle voci greche, non solo giova sommamente allo studioso di medicina per ben conoscere l'indole ec. delle malattie ec. ec. non solo abbrevia d'assai il detto studio ec. e lo facilita ec., ma forse senza detta notizia, molte volte, non 1404 dico lo studioso, ma lo stesso medico non arriverà ad avere di qualche cosa denominata in medicina con termine greco, un'idea così chiara e precisa, come la concepisce subito il grecista, ancorchè ignorante di medicina, appena ode quel tal nome. Avendo questa bellissima proprietà gran parte delle parole greche applicate alle scienze ec. ch'elle son quasi perfette definizioni delle cose che significano; e questo a causa della precisione che riceve quella lingua dai composti ec. qualità che nello stesso grado non si può, generalmente parlando, trovare in verun'altra lingua. (29. Luglio 1821.)

1494,1   13-14. Agosto. 1821.

[1494,1]  Qual lingua è più varia della latina? (se non forse la greca). E quale è più propria? neppur forse la greca. E dalla proprietà deriva naturalmente la varietà, come ho detto p. 1479. Ella era {strettamente} propria per legge, e non avrebbe scritto latino ma barbaro, chi non avesse scritto con proprietà: laddove la greca potendo essere altrettanto e più propria, era più libera, ed ho già osservato altrove [ p.244] come ciascuno scrittor greco, abbia un vocabolarietto particolare, cioè faccia uso continuo delle stesse voci, e si restringa ad una sola parte della sua lingua, con che la proprietà non può esser perfetta. Ai latini bisognava una perfetta cognizione ed uso della loro lingua, non solo in grosso ma in particolare, e quindi il vocabolario che si può formare a ciascun buono scrittore latino è 1495 generalmente molto più ampio che a qualunque greco classico. E pur la lingua greca era più ricca della latina. Ma la lingua di ciascun latino era più ricca che di ciascuno scrittor greco. Eccetto gli scrittori greci più bassi, come Luciano, Longino ec. i quali sono ricchissimi, e tanto più quanto il loro stile è meno antico, perchè i contemporanei, come Arriano, Dionigi Alicarnasseo, sono più antichi di stile, e meno ricchi di lingua. La stessa {immensa} ricchezza della lingua greca impoveriva gli scrittori, finch'ella non fu studiata con un'arte perfetta ch'è sempre propria de' tempi imperfetti e scaduti.

1513,1   18. Agos. 1821.

[1513,1]  I costumi delle nazioni cambiano bene spesso d'indole, massime coll'influenza del commercio, de' gusti, delle usanze ec. straniere. E siccome l'indole della favella è sempre il fedelissimo ritratto dell'indole della nazione, 1514 e questa è determinata principalmente dal costume, ch'è la seconda natura, e la forma della natura; perciò mutata l'indole de' costumi, inevitabilmente si muta, non solo le parole e modi particolari che servono ad esprimerli individualmente, ma l'indole, il carattere, il genio della favella. Pur troppo è certissimo che l'indole de' costumi italiani essendo affatto cambiata, massime dalla rivoluzione in poi, ed essendo al tutto francese, è perduta quasi effettivamente la stessa indole della lingua italiana. Si ha un bel dire. Una conversazione del gusto, dell'atteggiamento, della maniera, della raffinatezza, {della leggerezza, dell'eleganza} francese, non si può assolutamente fare in lingua italiana. Dico italiana di carattere; e piuttosto la si potrebbe tenere con parole purissime italiane, che conservando il carattere essenziale di questa favella. Così dico dell'indole dello scrivere che oggi piace universalmente. E troppo vero che non si può maneggiare in lingua italiana, e meno quanto all'indole che quanto alle parole. È troppo vero che l'influenza generale del 1515 costume francese in Europa, deve ed ha realmente mutata l'indole di tutte le lingue colte, e le ha tutte francesizzate, ancor più nel carattere, che nelle voci. E in tutta Europa si travaglia a richiamar le lingue e letterature alla loro proprietà nazionale. Ma invano. Nelle parole ch'è il meno importante si potrà forse riuscire: ma nell'indole, ch'è il tutto, è impossibile, se ciascheduna nazione non ripiglia il suo proprio costume e carattere; e se noi italiani massimamente (che siamo più soggetti all'influenza, e a pigliar l'impronta straniera, perchè non siamo nazione, e non possiamo più dar forma altrui) non torniamo italiani. Il che dovremmo pur fare: e coloro che ci gridano, parlate italiano, ci gridano in somma siate italiani, che se tali non saremo, parleremo sempre forestiero e barbaro. Ma non essendo nazione, e perdendo il carattere nazionale, quali svantaggi derivino alla società tutta intera, l'ho spiegato diffusamente altre volte [ pp.865-66.]

1518,1   18. Agos. 1821.

[1518,1]  Da queste osservazioni si deduce che dopo che i costumi greci furono radicati in Roma; dopo che i romani andavano ad imparar le maniere del bel vivere in Grecia, come si va ora a Parigi>; dopo che la moda, la bizzarria, l'ozio derivato dalla monarchia, l'influenza della letteratura greca ec. ebbe grecizzati i costumi e la conversazione di Roma; dopo che le case de' nobili eran piene di filosofi, di medici, di precettori, di domestici e uffiziali greci d'ogni sorta; 1519 dopo che la letteratura romana fu definitivamente modellata sulla greca, come la russa, la svedese, la inglese del secolo d'Anna sulla francese; dopo tutto ciò la lingua romana doveva necessariamente (quando anche non si sapesse di fatto) imbarbarire a forza di grecismo, sì quanto ai particolari, sì quanto all'indole. E bisogna attentamente osservare che il grecismo di que' tempi, non era già quello d'Erodoto o di Senofonte, e perciò la lingua e stile romano non fu mai semplice nè inartifiziato; ma quello di Luciano, di Polibio ec. cioè contorto, lavorato, elegante artifiziosamente, e similissimo all'andamento del latino. (v. p. 1494-6.) Il quale andamento molto si sbaglierebbe chi lo credesse passato dal latino nel greco. Fu tutto l'opposto, e derivò dall'influenza del greco di allora, il quale nè allora nè mai fu soggetto all'influenza del latino. E se {+la lingua} e lo stile latino classico fu sommamente più artifiziato per indole, che il greco classico, ciò si deve attribuire all'indole della grecità contemporanea al classico latino. (18. Agos. 1821.)

1608,2   2 Sett. 1821.

[1608,2]  Tanta è la facoltà produttrice della lingua greca, e tale la sua mirabile disposizione, e capacità di qualsivoglia novità, 1609 che in essa, può dirsi che concepita appena un'idea per nuova ch'ella sia, è già fatta la nuova parola che l'esprima. Tanto costava l'arricchir quella lingua quanto il concepire un'idea, o menoma parte o modificazione d'idea in qualunque modo nuova. Laddove nelle altre lingue, concepita un'idea nuova, ci vuole bene spesso del bello e del buono per esprimerla. E questo nuoce e ritarda sommamente la chiarezza e determinatezza della stessa concezione, perchè si può dire che un'idea non si concepisce mai chiaramente, nè è mai ben determinata e ferma nell'intelletto del suo stesso ritrovatore, finch'egli non ha trovato una parola o modo perfettamente corrispondente, e non l'ha saputa ben esprimere e fissare con questo mezzo a se stesso, e quasi rinchiuderla e incassarla in detta parola. Questo è ciò che i greci faceano immediatamente, e quindi si conferma quello che altrove ho detto [ pp.1350], cioè che la loro superiorità nella filosofia ec. fra gli antichi, possa venire in gran parte 1610 dalla natura di loro lingua. (2 Sett. 1821.)

1715,2   16. Sett. 1821.

[1715,2]  L'individuo, ordinariamente, è tanto grande o piccolo quanto la società, il corpo ec. la patria, a cui egli specialmente appartiene {, o s'immagina, prefigge, cerca di appartenere}. In una piccola patria, gli uomini son piccoli, se istituzioni e opinioni straordinariamente felici, non lo ingrandiscono, come nelle città greche, ciascuna 1716 delle quali era patria. Ma il principal mezzo è di allargare al possibile, se non altro, l'idea della propria società, come ciascuna città greca {e loro individui} riguardavano (anche col fatto) per loro patria tutta la Grecia e sue appartenenze, e per compatriota chiunque non era βάρβαρος. Senza ciò la Grecia non sarebbe stata quello che fu, neppure in quei tempi tutti propri della grandezza. (16. Sett. 1821.)

1848,1   5-6. Ott. 1821.

[1848,1]  Alla p. 1840 principio. Eccovi infatti, contro quello che a prima vista parrebbe, che le nazioni le più distinte nell'immaginazione, i popoli meridionali insomma, dalle 1849 prime tracce che abbiamo della storia umana fino a' dì nostri, si trovano aver sempre primeggiato nella filosofia, e massime nelle grandi scoperte che le appartengono. Grecia, Egitto, India, poi Arabi, poi Italiani nel risorgimento. La profonda filosofia di Salomone e del figlio di Sirac, non era ella meridionale? L'Oriente non ha primeggiato in tutta l'antichità in ordine al pensiero, alla profondità, alle cognizioni le più metafisiche, alla morale ec.? Confucio non fu meridionale? Donde venne la filosofia tra' latini? dalla Grecia. Chi si distinse in essa fra tutti gli scrittori latini {+per ciò che spetta alla profondità}? gli spagnuoli Seneca, Lucano, possiamo anche dir Quintiliano, ec. E nella teologia? gli Affricani Tertulliano, S. Agostino, ec. nella teologia e filosofia insieme? Arnobio Affricano, e Lattanzio (credo) parimente. Fra i greci quante sottigliezze, quante astrazioni, quante sette, quante dispute, quanti scritti acutissimi in materie teologiche dal principio della Chiesa fino agli ultimi secoli della 1850 Grecia. Si può dir che la teologia Cristiana sia tutta greca. E quell'opera profondissima del Cristianesimo donde venne? dalla Palestina. Mostratemi della filosofia antica in qualsivoglia parte settentrionale {+o antartica} dell'Asia, dell'Affrica, dell'Europa. Quanto alle due prime mostratemi ancora, se potete, della filosofia moderna, ch'io ve ne mostrerò non poca nelle loro parti meridionali. Quello che dico della filosofia dico pur della teologia (inseparabile dalla metafisica), a qualunque credenza ella appartenga.

1862,1   7. Ott. 1821.

[1862,1]  Ho detto [ pp.1350.sgg.] [ p.1609] che i greci furono i più filosofi e profondi tra gli antichi, perchè la loro lingua si presentava mirabilmente (sì come si presta ancora forse meglio di ogni altra) alla filosofia ed alla precisione, come ad ogni altra cosa e qualità. Bisogna osservare che questo pregio non l'ebbe ella dalla filosofia, così che questo si debba attribuire alla filosofia de' greci, piuttosto che questa al detto pregio. Poichè la lingua greca fu formata, e resa onnipotente assai prima che i greci avessero filosofia, e prima ancora che si fosse intrapresa l'analisi delle lingue, e creata la gramatica, nelle quali cose i greci furono poi sottilissimi specialmente intorno alla lingua loro. Ma la lingua greca era tal quale noi la vediamo, e l'ammiriamo, assai prima della gramatica, inventata, si può dire, dagli stessi greci, ne' tempi in cui la loro lingua o aveva già perduto, o stava per perdere (forse anche in forza delle regole ritrovate o osservate) il suo nativo 1863 colore ec. Anzi la lingua greca, dopo che fu analizzata, e ridotta a regole, dopo le circoscrizioni, le dispute, gli scrupoli de' gramatici, divenne forse meno atta alla filosofia, come ad ogni altra cosa, perchè meno libera, e meno capace (secondo il parere e il desiderio de' pedanti) di novità. Altrettanto nè più nè meno si può dire della lingua italiana. La libertà è la prima condizione di una lingua sì filosofica, che qualunque. I francesi l'hanno quanto alle parole. Ma ridotta ad arte, ogni lingua perde la sua libertà e fecondità. Allora ella varia quanto alle forme che riceve, secondo che alla sua formazione presiede la ragione o la natura ec. Primitivamente l'indole di tutte le lingue è appresso a poco la stessa, almeno dentro una stessa categoria di climi e caratteri nazionali. (7. Ott. 1821.)

1898,seg.   10-12 Ott. 1821.

[1896,2]  Quello che bisogna osservare si è gli elementi e la natura di ciò che forma 1897 la perfezione e l'indole di una lingua. Ora la lingua francese formata ne' tempi che per noi sono moderni, contiene in se stessa i principii di corruzione ed alterazione che ho notati di sopra; perocch'ella, secondo la natura di tali tempi, è sottoposta nella sua forma alla servitù della ragione. Laddove la lingua italiana formata in tempi che per noi sono antichi, e secondo l'indole di detti tempi, dotata essenzialmente della libertà della natura, capace d'indeterminata moltiplicità di forme, di stili, e quasi di lingue, non può mai corrompersi, purchè s'abbia l'occhio a conservarle appunto queste qualità, senza le quali non può stare la sua vera indole primitiva; onde sebbene d'indole antica, ella, anzi perciò appunto ch'è d'indole antica, è e sarà sempre capace di tutto ciò che è o sarà per esser moderno; temperando sempre i suoi diversissimi stili secondo la natura degli argomenti. 1898 Ond'ella è e potrà sempre essere adattata così all'antico come al moderno, cioè al bello come al vero, e alla natura come alla ragione, perocchè questa è compresa nella natura, ma non già viceversa. E potrà anche unire insieme le due qualità del bello e del vero, in un medesimo stile. Come appunto la lingua greca, vera figlia della natura e del bello, fu tanto atta alla filosofia, quanto forse nessuna delle moderne, le quali a lei tuttora ricorrono ne' loro bisogni filosofici ec.; la lingua greca si conservò per tanti secoli e tante vicissitudini di cose incorrotta; la lingua greca si può con certezza presumere che se oggi vivesse, oggi conservando il suo stesso primitivo carattere, sarebbe capacissima e forse più d'ogni altra anche moderna, di tutte le cose moderne, siccome ne può far fede il vedere quante di queste non si sappiano denominare se non ricorrendo a essa lingua; la lingua greca si adatterebbe 1899 all'analisi, a ogni sottigliezza della nostra moderna ragione, senza però perder nulla della sua bellezza, della sua antica indole, e della sua adattabilità alla antica natura, perocchè la natura può considerarsi come antica.

1926,1   16. Ott. 1821.

[1926,1]  La lingua italiana è certo più atta alle traduzioni che non sarebbe stata la sua madre latina. Fra le lingue ch'io conosco non v'è che la greca alla quale io non ardisca di anteporre la nostra in questo particolare, nel quale però poca esperienza fecero i greci della lor lingua. (16. Ott. 1821.)

1962,1   21. Ott. 1821.

[1962,1]  Un des grands avantages des dialectes germaniques en poésie, c'est la variété et la beauté de leurs épithètes. L'allemand sous ce rapport aussi, peut se comparer au grec; l'on sent dans un seul 1963 mot plusieurs images, comme, dans la note fondamentale d'un accord, on entend les autres sons dont il est composé, ou comme de certains couleurs réveillent en nous la sensation de celles qui en dépendent. L'on ne dit en français que ce qu'on veut dire, et l'on ne voit point errer autour des paroles ces nuages à mille formes, qui entourent la poésie des langues du nord, et réveillent une foule de souvenirs. A la liberté de former une seule épithète de deux ou trois, se joint celle d'animer le langage en faisant avec les verbes des noms: (proprietà egualmente del greco, dell'italiano, e dello spagnuolo) le vivre, le vouloir, le sentir, sont des expressions moins abstraites que la vie, la volonté, le sentiment; et tout ce qui tend à changer la pensée en action donne toujour plus de mouvement au style. La facilité de renverser à son gré la construction 1964 de la phrase (ho detto altrove [ pp.109-11] [ pp.950-52] [ pp.1226-28] che come le parole, così le frasi e costruzioni ec. possono esser termini, e che quella lingua che più abbonda di termini, {in pregiudizio delle parole,} suole per analogia esser matematica nella frase ec., e che la francese è tutta un gran termine) est aussi très favorable à la poésie, et permet d'exciter, par les moyens variés de la versification, des impressions analogues à celles de la peinture et de la musique (impressioni vaghe.) Enfin l'esprit général des dialectes teutoniques, c'est l'indépendance: les écrivains cherchent avant tout à transmettre ce qu'il sentent; ils diroient volontiers à la poésie comme Héloïse à son amant: S'il y a un mot plus vrai, plus tendre, plus profond encore pour exprimer ce que j'eprouve, c'est celui-là que je veux choisir. Le souvenir des convenances de société poursuit en France le talent 1965 jusque dans ses émotions les plus intimes; et la crainte du ridicule est l'épée de Damoclès, qu'aucune fête de l'imagination ne peut faire oublier. De l'Allemagne, tome 1. 2de part. ch. 9. vers la fin. (21. Ott. 1821.)

2014   30. Ott. 1821.

[2012,2]  Non bisogna confondere la purità {della lingua} la quale è di debito in tutte le scritture di qualunque nazione, coll'eleganza, la quale non è di debito se non in alcune 2013 scritture, ed in altre non solo non necessaria ma impossibile; nè perchè la lingua italiana è capacissima di eleganza, e perchè ne sentiamo un grandissimo sapore nella più parte de' nostri buoni scrittori, credere che gli scritti didascalici ec. se e dove non ci riescono eleganti, non sieno italiani. Torno a dire che la precisione moderna ch'è estrema, e che in tali scritti e generi è di prima necessità, e che oggi si ricerca sopra tutte le qualità ec. è assolutamente di sua natura incompatibile colla eleganza: ed infatti il nostro secolo che è quello della precisione, non è certo quello della eleganza in nessun genere. Bensì ell'è compatibilissima colla purità, come si può vedere in Galileo, che dovunque è preciso e matematico quivi non è mai elegante, ma sempre purissimo italiano. Perocchè la nostra lingua, come qualunque altra è incapace di uno stile 2014 che abbia due qualità ripugnanti e contrarie essenzialmente, ma è capacissima dello stile preciso, non meno che dell'elegante, a somiglianza della greca, e al contrario della francese, ch'essendo capacissima di precisione è incapace di eleganza (quella che noi, i latini i greci intendevano per eleganza), e della latina, capacissima di eleganza e incapace di precisione, e però corrotta appena fu applicata alle sottigliezze teologiche, scolastiche ec. (fra le quali fu allevata per lo contrario la nostra, e crebbe la greca) ed anche a quelle della filosofia greca, dopo Cicerone; e quindi affatto inadattabile alle cose moderne, ed alle traduzioni di cose moderne. (30. Ott. 1821.)

2025,1   1. Nov. dì d'Ognissanti. 1821.

[2025,1]  Gli antichi poeti e proporzionatamente gli scrittori in prosa, non parlavano mai delle cose umane e della natura, se non per esaltarle, ingrandirle, quando anche parlassero delle miserie {+e di argomenti, e in istile malinconico} ec. Così che la grandezza costituiva il loro modo di veder le cose, e lo spirito della loro poesia. Tutto al contrario accade ne' poeti, e negli 2026 scrittori moderni, i quali non parlano nè possono parlare delle cose umane e del mondo, che per deprimerne, impiccolirne, avvilirne l'idea. Quindi è che i linguaggi antichi sempre innalzano e ingrandiscono, massime quelli de' poeti, i moderni sempre impiccoliscono e abbassano {e annullano} anche quando sono poetici. {+Anzi appunto in ciò consiste lo spirito poetico d'oggidì (che ha sempre, e massime oggi, grandi rapporti col filosofico di ciascun tempo). Gli antichi si distinguevano dal volgo coll'inalzare le cose al di sopra dell'opinione comune; i moderni poeti col deprimerle al di sotto di essa. In ciò pure v'è grandezza, ma del contrario genere.} Onde avviene che gli scritti moderni tradotti p. e. in latino, o le cose moderne trattate in latino, suonano tutt'altro da quello che intendono, e ne segue un effetto discordante tra la grandezza e l'altezza del linguaggio, e la strettezza e bassezza delle idee, ancorchè fra noi poeticissime. (Come accaderebbe trasportando le nostre letterature in Oriente). E viceversa traducendo gli antichi negl'idiomi moderni, o trattando in questi le cose antiche.

2057,1   6. Nov. 1821.

[2057,1]  La poca libertà {+e la somma determinazione e precisazione del carattere e della forma} della lingua latina che può parere strana 1. in una lingua antica, 2. in una lingua parlata {e scritta} da tanta moltitudine e diversità di gente e di nazioni, 3. in una lingua d'un popolo liberissimo, e formata e ridotta a letteratura, nel tempo che la sua libertà era anzi sì eccessiva da degenerare in anarchia, oltre le cagioni dette altrove [ pp.2014-15], ebbe certo fra le principali la seguente.

2083   13. Nov. 1821.

[2080,1]  A queste considerazioni appartiene ciò che l'autrice ha detto immediatamente prima. Les dialectes germaniques ont pour origine une langue mère, dans laquelle ils puisent tous. Cette source commune renouvelle et multiplie 2081 les expressions d'une facon toujours conforme au génie des peuples. Les nations d'origine latine ne s'enrichissent pour ainsi dire que par l'extérieur; elles doivent avoir recours aux langues mortes, aux richesses pétrifiées pour étendre leur empire. Il est donc naturel que les innovations en fait de mots leur plaisent moins qu'aux nations qui font sortir les rejetons d'une tige toujours vivante. - La lingua madre delle teutoniche moderne, non è più viva della latina. Ma la differenza è che la latina fu formata e determinata, l'antica teutonica no. Quella visse ed è morta, questa non è morta, perchè non è, si può dire, vissuta. La forma certa della lingua latina influisce sempre più o meno sulle sue figlie. Quando queste nacquero, benchè nuove, {e non formate,} contenevano in se stesse un non so che di vecchio e di formato, e questo vecchio {e questo formato} era morto. {+Quindi sempre un non so che di gêne nelle nostre lingue, se si paragonano all'infinita libertà e potenza della tedesca e della greca.} La madre 2082 delle moderne teutoniche non essendo mai stata formata, si può dire che appena sia madre; si può dire che le sue figlie non sieno figlie, ma una continuazione di lei, una formazione e determinazione di essa, che non avea mai ricevuto forma ec. Ella dunque ancor vive; e le lingue moderne teutoniche derivano dall'antico senza interruzione, senza una intermedia rinnovazione totale di forme, che pone quasi un muro di separazione fra le lingue meridionali e le loro antiche sorgenti. La lingua antica teutonica si presta dunque al moderno come si vuole; e la radice delle sue figlie ancor vive, perch'ella non ebbe mai una tal forma che la determinasse e circoscrivesse e attaccasse inseparabilmente al tempo suo, ad un carattere di una tal età, all'indole antica ec. {+e la diversificasse dalla lingua di un altro tempo, per derivata ch'ella fosse da lei, e simile a lei, e debitrice a lei ec.} L'ebbe bensì la latina, ed ella è morta col carattere e le circostanze di quei tempi a' quali fu attaccata, ne' quali ricevè piena forma, e determinazione. 2083 Non l'ebbe la greca, ed ella perciò si rassomiglia sommamente alla tedesca, ma solo per queste circostanze e qualità esteriori, non già per le qualità intrinseche, le quali sono tanto diverse, quanto il carattere meridionale dal settentrionale. {+E perciò sarebbe sciocco il credere che il carattere della lingua tedesca somigliasse a quello della greca sostanzialmente. Bisognerebbe veder tutte due queste lingue ben formate, e allora la discrepanza dell'indole, sarebbe somma.} Bensì, stante la detta conformità esteriore, la lingua tedesca è adattabile a tutte le qualità intrinseche e proprie della lingua greca; ma non senza perdere la sua natura, il suo spirito e gusto nativo, la sua originalità. Lo sarebbe nè più nè meno anche la greca rispetto alla tedesca.

2085   13. Nov. 1821.

[2083,1]  L'antico teutonico dunque non si può diversificare dal moderno tedesco, nè considerar questo e quello come due individui, ma come un solo, anticamente fanciullo, oggi adulto. Dove che l'italiano p. e. e il latino sono due individui parimente maturi, e diversi l'uno dall'altro. Tutto ciò non prova l'adattabilità e conformabilità particolare della lingua tedesca, ma la conformabilità comune a tutte le 2084 lingue non mai state formate, e la fecondità comune a tutte le lingue la cui origine non si può fissare a cinque o sei secoli addietro, come dell'italiana, ma si perde nella caligine dei tempi. Perciò la lingua tedesca ha ancora e potrà avere, finchè non riceverà perfetta forma, indole tanto moderna quanto antica, o piuttosto nè l'una nè l'altra; a differenza dell'inglese che è pur sua sorella carnale, ma che per diverse circostanze, ha ricevuto maggior forma e determinazione, e proprietà. La lingua ebraica se oggi si continuasse a scrivere, sarebbe nel caso della tedesca, e ci fu veramente negli scritti de' rabbini, i quali sono veramente ebraici, sebbene tanto abbiano affare coll'antico ebraico, quanto il tedesco coll'antico teutonico, il quale appena si conosce. Laddove nè gli scritti latini de' bassi tempi, nè gl'italiani, sono o furono latini perchè il latino ricevè una forma certa e determinata, 2085 fuor della quale non v'è latinità. Ma v'è sempre teutonicità ed ebraicità fuor dell'antico teutonico ed ebraico, che non furono mai formati nè circoscritti, in modo che si potesse dire, questa frase ec. non è teutonica. Così proporzionatamente discorrete del greco, la cui libertà a differenza del latino, nacque indubitatamente dalla differenza delle circostanze sociali e politiche, e dalla molta maggior quantità di tempo in cui la lingua greca fiorì per iscrittori ottimi e sommi, non come linguisti, ma come scrittori. (13. Nov. 1821.)

2085,2   14. Nov. 1821.

[2085,2]  L'Allemand est en lui-même une langue aussi primitive et d'une construction presque aussi savante que le grec. 2086 Ceux qui ont fait des recherches sur les grandes familles des peuples, ont cru trouver les raisons historiques de cette ressemblance: toujours est-il vrai qu'on remarque dans l'allemand un rapport grammatical avec le grec; il en a la difficulté sans en avoir le charme; car la multitude des consonnes dont les mots sont composés les rendent plus bruyants que sonores. On diroit que ces mots sont par eux-mêmes plus forts que ce qu'ils expriment, et cela donne souvent une monotonie d'énergie au style... J. J. Rousseau a dit que les langues du Midi étoient filles de la joie, et les langues du Nord, du besoin... L'allemand est plus philosophique de beaucoup que l'italien, plus poétique par sa hardiesse que le français, plus favorable au rhythme des vers que l'anglais: mais il lui reste encore ec. V. la pag. qui dietro.

2091   14. Nov. 1821.

[2090,1]  Ciò non accade se non perchè il tedesco non è ben formato, non ha indole nè costruzione ec. decisa, e decisamente propria. (E come altrimenti se en Allemagne, il n'y a de goût fixe sur rien, tout est indépendant, tout est individuel. L'on juge d'un ouvrage par l'impression qu'on en reçoit, et jamais par les règles, puisqu'il n'y en a point de généralement admises: chaque auteur est libre de se créer une sphère nouvelle. 2de part. ch.1. p. 186. Qual è la nazione e la letteratura, tale la lingua, e viceversa. Non formata quella, non formata, non ben regolata, non determinata, non 2091 circoscritta questa.) Il greco infatti sarebbe stato capacissimo del periodo latino, e d'ogni qualità latina (come si vide cogli effetti, secondo che dico altrove [ pp.735.sgg.] [ pp.1093-94)]: non così viceversa, perchè il latino era pienamente formato, e così la letteratura latina, stante le circostanze sociali e politiche della nazione. L'italiano è così facilmente e pienamente adattabile al periodo ec. francese, come pur troppo vediamo, ma non senza perdere la sua originalità, e il gusto proprio e naturale della nazione che lo parla. E questo appunto è il caso del tedesco, quando si adatta al francese, {+(e se non lo è, ciò appunto vuol dire che il tedesco non è ancora formato)} questo il caso del greco quando in certo modo si adattò al latino, ec. Quest'adattabilità insomma non è diversa dalla corruttibilità, e l'atto di essa, non è diverso dalla corruzione. {+(Ma la corruzione vien dopo il perfezionamento, e se un tal atto non par corruzione nel tedesco, ciò vuol dire ch'egli non è ancora perfetto, nè in grado di manifestare una corruzione ec.)}

2093,1 [2093,2]   15. Nov. 1821.

[2093,2]  Che la lingua tedesca abbia più che qualunque altra moderna conservato lo spirito, l'andamento ec. della teutonica, cioè si rassomigli alla sua madre più di ogni altra lingua colta europea, non deriva da altro se non da questo che nè la madre fu mai nè la figlia è peranche interamente formata. 2094 Questo fa che la lingua tedesca, essendo moderna, possa ancora decisamente rassomigliarsi ad una lingua antica, e servendo alle cose moderne possa avere ed abbia un'indole antica, qualità antiche, proprietà non proprie di que' tempi ne' quali è adoperata. E questo pur fa vicendevolmente che la lingua teutonica essendo antica possa pur contenere tanta disposizione che basti alle cose moderne, perciocch'ella non fu mai circoscritta nè determinata da nessuna forma completa datale da un uso stretto o di società o di letteratura ch'ella non ebbe mai. (Bensì si può credere che la lingua tedesca, quando sarà finita di formare conserverà tanto della sua indole antica che la rassomigli alla greca, e all'italiana in queste qualità esteriori, e ciò per la conformità delle circostanze sociali e politiche ch'ella ha con queste due lingue, e la differenza 2095 ch'ella ha con la latina e colla francese rispetto alle dette circostanze ec.)

2094   15. Nov. 1821.

[2093,2]  Che la lingua tedesca abbia più che qualunque altra moderna conservato lo spirito, l'andamento ec. della teutonica, cioè si rassomigli alla sua madre più di ogni altra lingua colta europea, non deriva da altro se non da questo che nè la madre fu mai nè la figlia è peranche interamente formata. 2094 Questo fa che la lingua tedesca, essendo moderna, possa ancora decisamente rassomigliarsi ad una lingua antica, e servendo alle cose moderne possa avere ed abbia un'indole antica, qualità antiche, proprietà non proprie di que' tempi ne' quali è adoperata. E questo pur fa vicendevolmente che la lingua teutonica essendo antica possa pur contenere tanta disposizione che basti alle cose moderne, perciocch'ella non fu mai circoscritta nè determinata da nessuna forma completa datale da un uso stretto o di società o di letteratura ch'ella non ebbe mai. (Bensì si può credere che la lingua tedesca, quando sarà finita di formare conserverà tanto della sua indole antica che la rassomigli alla greca, e all'italiana in queste qualità esteriori, e ciò per la conformità delle circostanze sociali e politiche ch'ella ha con queste due lingue, e la differenza 2095 ch'ella ha con la latina e colla francese rispetto alle dette circostanze ec.)

2103,1   16. Nov. 1821.

[2103,1]  Le stesse circostanze sociali e politiche e cronologiche che renderono la lingua latina tanto più determinata, e meno libera della greca, e tanto più legata rispetto a questa, quanto più perfetta rispetto alla medesima, resero ancora la letteratura latina assai più determinata, perfetta, formata e raffinata della greca, e forse di qualunque altra siasi mai vista, anche (senza dubbio) fra le moderne. Ma queste medesime circostanze, e queste medesime perfezioni la resero (siccome la lingua) assai meno originale e varia della greca. I latini scrittori furono grandi per arte, i greci per natura, parlando di ambedue generalmente. {+I latini ebbero un gusto certo, formato, ragionato, i greci più naturale che acquisito, e però vario, e originale ec. Qual è la lingua tale è sempre insomma la letteratura, e viceversa.}

2112,1   18. Nov. 1821.

[2112,1]  Come anche le costruzioni, l'andamento, la struttura ch'io chiamo naturale in una lingua, distinguendola dalla ragionevole, logica, geometrica, abbia una proprietà universale, e sia da tutti più o meno facilmente appresa (almeno dentro una stessa categoria di nazioni e di tempi), e come per conseguenza la semplicissima e naturalissima (sebbene perciò appunto figuratissima) struttura della lingua greca, dovesse facilitare la di lei universalità; si può vedere in questo, che le scritture le più facili in qualunque lingua per noi nuova o poco nota, sono quasi sempre e generalmente 2113 le più antiche e primitive, e quelle al cui tempo, la lingua o si veniva formando, e non era ancor pienamente formata, o non peranche era incominciata a formare. Così accade nello spagnuolo, così ne' trecentisti italiani (i più facili scrittori nostri), così nella stessa oscurissima lingua tedesca, i cui antichi romanzi (come di un certo romanzo del 13zo sec. intitolato Nibelung, dice espressamente la Staël) sono anche oggi assai più facili e chiari ad intendersi, che i libri moderni. Accade insomma il contrario di quello che a prima vista parrebbe, cioè che una lingua non formata, o non ben formata e regolata, {e poco logica,} sia più facile della perfettamente formata {, e logica}. (Eccetto le minuzie degli arcaismi, che abbisognano di Dizionario per intenderli ec. difficoltà che per lo straniero apprentif è nulla, e non è sensibile se non al nazionale ec. ec. {+Eccetto ancora certi ardiri propri della natura, e diversi secondo l'indole delle nazioni delle lingue, e degl'individui in que' tempi, i quali ardiri piuttosto affaticano, di quello che impediscano di capire. V. p. 2153.}) Parimente infatti 2114 i più antichi scrittori greci sono i più facili e chiari, perchè i più semplici, e di costrutti e frasi le più naturali, e lo studioso che intende benissimo Senofonte, Demostene, Isocrate ec. si maraviglia di non intendere i sofisti, e Luciano, e Dion Cassio, e i padri greci, e altri tali; e molto sbaglierebbe quel maestro che facesse incominciare i suoi scolari dagli scrittori greci più moderni, credendo, come può parere a prima giunta, che i più antichi, e più perfettamente greci, debbano esser più difficili. Così pure accade nel latino, che i più antichi sono i più facili, e di dizione più somigliante di gran lunga alla greca, che tale fu infatti la letteratura latina ne' suoi principii, e la lingua latina, anche prima della letteratura, e l'una e l'altra indipendentemente ancora dall'imitazione e dallo studio degli esemplari e letteratura greca. Son più facili gli antichi poeti latini, che i prosatori del secol d'oro. (18. Nov. 1821.)

2122   19. Nov. 1821.

[2122,2]  Quando il centro della lingua non è la capitale, {il che non può essere se non quando capitale non v'è,} esso non può nè pretendere nè esercitare di fatto una più che tanta influenza (quando anche le capitali n'esercitano poca, se poca influenza hanno politica e sociale). Così accadde in Grecia. Atene non esercitò nè pretese più che tanto impero sulla lingua. In Germania nessun paese l'esercita o lo pretende.

2126,1   19. Nov. 1821.

[2126,1]  La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove [ pp.2060-65]. riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, 2127 spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d'Italia, e per lingua cortigiana l'Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d'Italia in que' tempi. Simile fu il caso d'Omero e della Grecia a' suoi tempi e poi. Simile è quello dell'Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev'essere assolutamente la massima fondamentale d'ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra' tedeschi. (19. Nov. 1821.)

2127,1   20. Nov. 1821.

[2127,1]  Vien pure accagionato il Sig. Botta di alcuni termini familiari, che parvero non comportabili dalla dignità storica... Si mise in campo a sua discolpa l'osservazione, esser pregio particolare della lingua italiana, l'adattarsi a tutti i tuoni, anche ne' più 2128 gravi argomenti. Di fatti, chi ben guardi addentro la materia, non è forse vero, che questo idioma non si formò già nelle corti, bensì in una repubblica tempestosa, nella quale esprimere l'energia de' sentimenti popolari, non già fornire occorreva locuzioni temperate a gente placida, o simulata. Da questa impronta originaria ricevette la lingua mentovata il privilegio d'essere per l'appunto in modo singolare sì acconcia a descrivere rivoluzioni politiche. Pref. del Sig. L. di Sevelinges alla sua traduzione della Storia ec. di C. Botta, in francese, volgarizzata dal Cav. L. Rossi. Milano, Botta Storia ec. 1819. 3za ediz. t.1. p. LXI-II.

2130,2   20. Nov. 1821.

[2130,2]  Pare sproposito, e pure è certo che una lingua è tanto più atta alla più squisita eleganza e nobiltà del parlare il più elevato, e dello stile più sublime, quanto la sua indole è più popolare, quanto ella è più modellata sulla favella domestica e familiare 2131 e volgare. Lo prova l'esempio della lingua greca e italiana e il contrario esempio della Francese. La ragione è, che sola una tal lingua è suscettibile di eleganza, la quale non deriva se non dall'uso peregrino e ardito e figurato e non logico, delle parole e locuzioni. Ora quest'uso è tutto proprio della favella popolare, proprio per natura, proprio in tutti i climi e tempi, ma soprattutto ne' tempi antichi, o in quelle nazioni che più tengono dell'antico, e ne' climi meridionali. Quindi è che lo stesso esser popolare per indole, dà ad una lingua la facoltà e la facilità di dividersi totalmente dal volgo e dalla favella parlata, e di non esser popolare, e di variar tuono a piacer suo, e di essere energica, nobile, sublime, ricca, bella, tenera ogni volta che le piace. Insomma l'indole popolare di una lingua rinchiude tutte le qualità delle quali una lingua umana possa esser capace (siccome la natura rinchiude tutte le qualità e facoltà di cui l'uomo 2132 o il vivente è suscettibile, ossia le disposizioni a tutte le facoltà possibili); rinchiude il poetico come il logico e il matematico ec. (siccome la natura rinchiude la ragione): laddove una lingua d'indole modellata sulla conversazione civile, o sopra qualunque gusto, andamento ec. linguaggio ec. di convenzione, non rinchiude se non quel tale linguaggio e non più (siccome la ragione non rinchiude la natura, nè vi dispone l'uomo, anzi la esclude precisamente), secondo che vediamo infatti nella lingua latina, e molto più nella francese, proporzionatamente alle circostanze che asservissent e legano quest'ultima al suo modello ec. molto più che la latina ec. (20. Nov. 1821.)

2135,1   21. Nov. 1821.

[2135,1]  Questa è la facoltà appunto della lingua italiana, e lo sarebbe stata della greca. Per questo io preferisco l'italiana a tutte 2136 le viventi in fatto di traduzioni.

2150,1   23. Nov. 1821.

[2150,1]  2150 Lo stile, e la lingua di Cicerone non è mai tanto semplice quanto nel Timeo, perocch'egli è tradotto dal greco di Platone. E pure Platone fra i greci del secol d'oro è (se non vogliamo escludere Isocrate) senza controversia il più elegante e lavorato di stile e di lingua, e il Timeo è delle sue opere più astruse, e forse anche più lavorate, perch'esso principalmente contiene il suo sistema filosofico. Platone il principe della raffinatezza nella lingua e stile greco prosaico, riesce maravigliosamente semplice in latino, e nelle mani di Cicerone, a fronte della lingua e stile originale degli altri latini, e di esso Cicerone principe della raffinatezza nella prosa latina. {+La maggiore raffinatezza ed eleganza dell'aureo tempo della letteratura greca, riesce semplicità trasportata non già ne' tempi corrotti ma nell'aureo della letteratura latina, e per opera del suo maggiore scrittore.} (23. Nov. 1821.)

2166,1   26. Nov. 1821.

[2166,1]  Può far meraviglia molto ragionevole che Marcaurelio scrivesse i suoi libri τῶν εἰς 2167 ἑαυτόν, delle considerazioni di se stesso come lo chiama il Menagio, piuttosto in greco che in latino, essendo romano, non allevato in Grecia (nè credo che mai ci fosse), ed avendo posto molto e felice studio nelle lettere e nella lingua nativa, come apparisce sì da altre notizie che danno di lui gli Storici, sì massimamente da ciò ch'egli scrive a Frontone e Frontone a lui. Non poteva aver egli di mira, cred'io, la maggior diffusione del suo lavoro, scrivendolo in una lingua più divulgata. Ma io credo certissimo che egli non fosse indotto a preferir la lingua greca alla latina se non per la maggiore libertà di quella. Della quale libertà egli aveva bisogno in un'opera profondamente ed intimamente filosofica, e attenente alla scienza della vita e del cuore umano, ed alle sottili speculazioni psicologiche. Non dubito ch'egli non disperasse di potere riuscire 2168 a trattare un tale argomento in latino, a parlare a se stesso, e di se stesso, cioè del cuor suo ec. (non delle sue cose pubbliche come fa Cicerone) in latino. Questa lingua aveva già avuto un Cicerone e un Seneca, e un Tacito, eppure ancor non bastava a una certa filosofia veramente intima. La lingua greca aveva avuto scrittori filosofici profondi, ma senza ciò, la sua pieghevolissima e liberissima indole, si prestava a qualsivoglia genere di argomento, grado di filosofia, ec. ancorchè nuovo. La lingua latina per lo contrario: ed oltracciò quello era un tempo, dove, come accade dopo una decisa corruzione e licenza, che richiamandosi gl'istituti umani alla buona strada, essi cadono nell'eccesso contrario; la lingua latina e il gusto di quel tempo (come oggi in Italia) peccava di servilità, timidità (in vitium ducit culpae fuga [ Horace, Ars poetica, 31 ]), come si può vedere nelle opere di Frontone, e come dicevano i maestri di devozione, 2169 che le anime recentemente convertite, sogliono patire di scrupoli, e sarebbe anzi mal segno se non ne patissero. Questo durò poco, perchè la lingua e letteratura colle cose latine tornò a precipitare indietro ben presto. Ma in quel tempo lo stile di Seneca, e altri tali stili filosofici si condannavano altamente dai letteratori latini, come oggi dagli italiani quello di Cesarotti ec. e ciò serviva d'impaccio e di spauracchio a chi volesse scrivere filosoficamente in latino, come oggi volendo scriver buon italiano, nessuno s'impaccia più di pensare. Marcaurelio pertanto dovè sentire questo pericolo, disperare di poter essere profondo filosofo nella lingua nativa voluta dal suo tempo, e senza violare il gusto corrente, e dar nel naso ai critici, i quali già lo riprendevano di cattiva {e negligente} lingua, e di licenza dopo ch'egli s'era dato alla filosofia, e dallo studio delle parole a quello delle cose, 2170 come apertamente lo riprende Frontone de Orationibus . Trovossi adunque obbligato per esprimere i suoi più intimi sentimenti, a sceglier la lingua greca, a creder più facile di esprimere le cose sue più proprie, in una lingua forestiera ed altrui, che nella propria e nativa. (Il qual bisogno pur troppo si farebbe molte volte sentire agl'italiani rispetto al francese, se gl'italiani pensassero, ed avessero cose proprie da dire.)

2172,1   26. Nov. 1821.

[2172,1]  Sono tanto più {ardite} poetiche le lingue e gli stili antichi, che i moderni, che {+(per quanto qualunque di esse antiche sia affine a qualunque delle moderne, per quanto questa sia fra le moderne arditissima, poeticissima liberissima e ciò per clima, carattere nazionale ec.)} anche nella lingua italiana la più poetica e ardita delle perfettamente formate fra le moderne, {e figlia germana della latina,} un ardire della prosa latina non riesce comportabile se non in verso, un ardire proprio dell'epica latina, non si può tollerare se non nella nostra lirica. Anzi la più ardita delle nostre poesie (o per genere, o per istile particolare dell'autore ec.) quando va più avanti in ardire, non va più là di quello che andassero i greci o i latini nella loro poesia più rimessa; anzi spessissimo una frase, metafora ec. prosaica ed usitata (forse anche familiare) in latino o in greco, non può esser che lirica in italiano.

2173,3   27. Nov. 1821.

[2173,3]  Lo spirito della lingua {e dello stile} latino è più ardito e poetico che quello della greca (non solo in verso ma anche in prosa), e nondimeno egli è meno libero assai. Queste due qualità si accordano benissimo. La lingua greca aveva la facoltà di non essere ardita, la lingua latina non l'aveva. La lingua greca poteva non solo essere ardita 2174 e poetica quanto la latina (come lo fu bene spesso), non solo più della latina (come pur lo fu), ma in tutti i possibili modi, laddove la latina non poteva esserlo se non dentro un determinato modo, genere, gusto, indole di ardiri. La libertà di una lingua si misura dalla sua maggiore o minore adattabilità a' diversi stili, dalla maggiore o minore quasi quantità di caratteri ch'essa contiene in se stessa, o a' quali dà luogo. ec. Ma ch'ella sia di un tal carattere ardito, ch'ella [abbia] per proprietà un certo tal genere di ardire, ciò non prova ch'ella sia libera. Ci può dunque essere una lingua serva ed ardita, come una lingua timida e serva, (tale è la francese) una lingua libera e non ardita, come una lingua ardita e libera. Bensì da che una lingua è libera, non dipende che dallo scrittore ec. il renderla ardita. L'ardire dello spirito proprio della lingua latina formata e letterata, venne dalla 2175 natura {poetica} dei popoli meridionali, da quella degli scrittori che la formarono, dall'energia e vivacità degl'istituti politici e dei costumi e dei tempi romani. La poca libertà della medesima lingua venne dall'uso sociale che la strinse, l'uniformò, le prescrisse e determinò quella tale strada, quel tal carattere e non altro. La lingua greca sebbene in mano di popoli vivacissimi per clima, carattere, politica, costumi, opinioni ec. nondimeno inclinò più a far uso dello stile semplice che dell'ardito, e ciò per la natura dei tempi candidi ne' quali essa principalmente fiorì, e fu applicata alla letteratura. Ma dai soli scrittori dipendeva il farla ardita più della latina, e in qualunque genere, come fecero infatti ogni volta che vollero. Laddove non dipendeva dagli scrittori latini dopo che la lingua fu formata, il ridurla al semplice, al candido, al piano, al riposato della 2176 lingua greca, se non fino a un certo segno. Onde accade alle frasi latine trasportate in greco, o viceversa, quello appresso appoco che ho detto p. 2172 ma più nel caso di trasportare le frasi greche in latino, le quali vi riescono troppo semplici, di quello che nel caso contrario, perchè la lingua greca si presta a tutto.

2176,2   27. Nov. 1821.

[2176,2]  La somiglianza del tedesco col greco, attribuita, come abbiamo veduto [ pp.2081.sgg.], a cagioni storiche, apparisce dalle mie osservazioni, che non ha bisogno d'altre ragioni se non delle naturali e universali, per cui qualunque lingua meno affine alla greca, in circostanze ed epoche simili a quelle della tedesca, si rassomiglierebbe egualmente 2177 alla greca, come fa l'italiana le cui circostanze politiche, le cui epoche ec. somigliano a quelle della tedesca. E queste circostanze hanno avuto tanta forza che sebbene la lingua italiana è figlia di una lingua perfettamente formata (a differenza della teutonica), e fu da' suoi primi scrittori (che non sapevano sillaba di greco, o non lo credevano applicabile) cercata di modellare sulla sola lingua e letteratura madre, soli modelli ch'essi avessero in vista, nondimeno ella nelle stesse mani di questi scrittori è divenuta assai più simile alla greca, che alla propria madre. (27. Nov. 1821.)

  2180,1.2

[2180,1]  Della pedanteria e scrupoli intorno alla purità della lingua, novità delle parole ec. introdottisi nella letteratura latina fino nell'aureo secolo, anzi regnanti appresso a poco come oggi in Italia, scrupoli ignoti alla Grecia ne' buoni tempi della sua lingua, la quale perciò dovette esser necessariamente tanto più libera rispetto alla latina anche aurea, vedi soprattutto l'Arte Poet. di Orazio. (28. Nov. 1821.)

[2180,2]  Anche dopo introdotto in Grecia lo studio dell'atticismo ec. l'essere o non essere ateniese di nascita o allevato in Atene, non fu mai prevenzione per giudicare favorevolmente o sfavorevolmente di uno scrittore neppur quanto alla purità della lingua; almeno non lo fu tanto quanto rispetto alla toscaneria o fiorentineria nel 500 (e anche oggi), e nell'opinione degli 2181 Accademici della Crusca circa il giudicar classici o non classici di lingua gli scrittori altronde esimi e famosi (anche in genere di stile); siccome neppure fu stimato vizio lo scrivere espressamente in altro dialetto (non solo il mescolare all'atticismo parole o modi ec. forestieri, o il ridurre l'atticismo a nient'altro che dialetto comune, e formato di tutto ciò ch'era proprio de' diversi paesi greci), come fece Arriano nell'Indica, {+e forse anche in altre opere, v. p. 2231.} Ecateo Milesio (ma molto prima) ec. Anzi Atene dopo prevaluto nella Grecia l'atticismo, ebbe appresso a poco la sorte di Firenze, cioè non produsse nulla di buono, nel che v. un passo di Cicerone in una nota al Dial. del Capro, nella Proposta del Monti, voce Becco. - ec. ec. (28. Nov. 1821.)

2181,1   28. Nov. 1821.

[2181,1]  La lingua greca rassomiglia certo alla latina (generalmente però e complessivamente parlando) più che all'italiana, com'è naturale di due sorelle. Ma sebbene 2182 di queste due sorelle la sola latina ci è madre, nondimeno l'italiana e la spagnola somigliano più alla greca che alla latina. Siccome la lingua francese benchè figlia della latina e sorella delle due sopraddette, somiglia più all'inglese, che a queste altre ec. ec. (28. Nov. 1821.)

2239,2   10. Dic. dì della Venuta della S. Casa. 1821.

[2239,2]  Osservando bene, potrete vedere che la prosa (ed anche la poesia) latina, nelle metafore, 2240 eleganze, ardimenti abituali e solenni, giro della frase, costruzione ec. è molto più poetica della greca, la quale (parlo della classica ed antica) ha un andamento assai più rimesso, posato, piano, semplice, meno ardito, anzi non soffrirebbe in nessun caso quelle metafore ardite e poetiche che a' prosatori latini sono familiari, e poco meno che volgari. E se non le soffrirebbe, ciò non è perch'ella ne abbia ed usi delle altre equivalenti, ma intendo dire ch'ella non soffrirebbe un'egual misura e grado di ardimento ne' traslati e in tutta l'elocuzione della prosa la più alta, come è quella di Demostene, a petto a cui Cicerone è un poeta per lo stile e la lingua, laddove egli è quasi un prosatore ne' concetti, passioni ec. rispetto a Demostene poeta, o certo più poeta di Cicerone. Quindi una frase prosaica latina sarebbe poetica in greco, una frase epica 2241 o elegiaca in latino sarebbe lirica in greco ec. Quasi gl'istessi rispetti ha la lingua latina coll'italiana, similissima in queste parti alla greca, e però non è maraviglia se il latinismo dello stile diede qualche durezza ai cinquecentisti, e sforzò e snaturò alquanto il loro scrivere. (10. Dic. dì della Venuta della S. Casa. 1821.)

2266   21. Dic. 1821.

[2264,1]  Suole la lingua italiana de' nomi sostantivi retti dalla preposizione con servirsi in modo di avverbi, come con verità per veramente, con gentilezza per gentilmente, {+ con effetto per effettivamente, con facilità per facilmente (Casa, let.43. di esortazione .}. Molto più questa facoltà è adoperata dalla lingua spagnuola (dalla quale, almeno in parte, ell'è forse derivata nell'italiana). Tale usanza 2265 è poco o niente familiare ai latini, anzi si può giudicar quasi barbara in quella lingua. E nondimeno io son persuaso ch'ella fosse solenne al volgare latino. Eccovi Orazio, 3.29. carm. V. 33. seqq.
cetera fluminis
Ritu feruntur, nunc medio alveo
cum pace
(cioè pacificamente) delabentis Etruscum
In mare: nunc lapides adesos ec.

Il qual esempio non portato dal Forcell. credo che difficilmente troverà il simile negli scrittori latini. Nel Forcell. non trovo alla voce Cum cosa che faccia al proposito, se non forse il §. Aliquando redundare videtur. Vedilo, e l'Append. se ha nulla, e il Glossar. e i comentatori di Orazio. {+ Solamente trovo nel Forcell. in Pax alquanto sopra la fine, un esempio di Livio citato, e un altro accennato, dove si legge cum bona pace, e potrebbe riferirsi al mio proposito, ma propriamente non vale pacificamente, ma senza far guerra, senza molestare, in pace in somma come noi diciamo.} Osservo ancora che questo costume proprio dell'italiano e dello spagnolo è anche proprio del greco, certo assai più di questo che del latino scritto. E siccome è certo che le dette lingue {moderne} non possono averlo derivato dal greco, così è ben verisimile 2266 che l'abbiano dal volgare latino, tanto più simile al greco che non è il latino scritto (per la qual cosa anche l'indole dello spagnolo e dell'italiano somiglia più al greco che al latino scritto). E più simile per due cagioni 1. che egli è più antico, serba meglio i caratteri della sua origine, di quel tempo cioè in cui esso insieme col greco derivò da una stessa fonte, 2. che il greco scritto, cioè quel solo che noi ben conosciamo, fu senza paragone più simile al greco parlato, di quello che il latino parlato allo scritto. (21. Dic. 1821.)

2284,2   25. Dic. dì di Natale. 1821.

[2284,2]  Qual autor greco più facile di Senofonte? anzi qual autor latino? e forse anche qual autore in qualunque lingua, massime antica, può essere, o avrebbe potuto esser più facile, figurandoci anche una lingua a nostro talento? E pure egli è pienissimo di locuzioni, modi, forme figuratissime, irregolarissime. Ma esse sono naturali, e ciascuno le comprende, e qualunque principiante di greco, proverà gran facilità ad intender Senofonte (forse sopra qualunque altro autore, massime della stessa antichità), di qualunque nazione egli sia, e quantunque quelle frequentissime e stranissime figure di Senofonte, non sieno meno contrarie alle regole della sintassi greca, che all'ordine 2285 logico universale del discorso. Tanto è vero che la natura non è meno universale della ragione, e che adoperando naturalmente le facoltà proprie di una lingua, per molto ch'elle si allontanino dalla logica, non si corre rischio di oscurità, e che una lingua di andamento naturale, se non è così facile come quella di andamento logico, certo non è oscura, e fra le antiche poteva (e può) esser giudicata facilissima, e servire anche alla universalità. (25. Dic. dì di Natale. 1821.)

2288,1   26. Dic. 1821.

[2288,1]  La lingua latina così esatta, così regolata, e definita, ha nondimeno moltissime frasi ec. che per la stessa natura loro, e del linguaggio latino, sono di significato così vago, che a determinarlo, e renderlo preciso non basta qualsivoglia scienza di latino, e non avrebbe bastato l'esser nato latino, perocch'elle son vaghe per se medesime, e quella tal frase e la vaghezza della significazione sono per essenza loro inseparabili, nè quella può sussistere senza questa. Come Georg. 1.44 et Zephyro putris se gleba resolvit. Quest'è una frase regolarissima, e nondimeno regolarmente e gramaticalmente indefinita di significazione, perocchè nessuno potrà dire se quel Zephyro significhi al zefiro, per lo zefiro, 2289 col zefiro ec. Così quell'altra: Sunt lacrimae rerum ec. della quale altrove ho parlato [ p.1337]. E cento mila di questa e simili nature, regolarissime, latinissime, conformissime alla gramatica, e alla costruzione latina, prive o affatto, o quasi affatto d'ogni figura di dizione, e tuttavolta vaghissime e indefinibili di significato, non solo a noi, ma agli stessi latini. Di tali frasi abbonda assai più la lingua greca. Vedete come dovevano esser poetiche le lingue antiche: anche le più colte, raffinate, adoperate, regolate. Qual è la lingua moderna, che abbia o possa ricevere non dico molte, ma qualche frasi ec. di significato indefinibile, e per la sua propria natura vago, senz'alcuna offesa ec. della gramatica? La italiana forse alcun poco, ma molto al di sotto della latina. La tedesca credo che in questa facoltà vinca la nostra, e tutte le altre moderne. Ma ciò solo perch'ella non 2290 è ancora bastantemente o pienamente formata; perch'ella stessa non è definita, è capace di locuzioni indefinite, anzi, volendo, non potrebbe mancarne. Così accade in qualunque lingua, nè solo nelle locuzioni, ma nelle parole. La vaghezza di queste va in ragion diretta della poca formazione, {+uniformità, unità ec.} della lingua, e questa, della letteratura e conversazione, e queste, della nazione. Ho notato altrove [ pp.1953-57] [ pp.2080.sgg.] [ pp.2087-89] [ pp.2177-78] come la letteratura tedesca non avendo alcuna unità, non abbia forma, giacchè per confessione dei conoscitori, il di lei carattere è appunto il non aver carattere. Non si può dunque dir nulla circa le facoltà del tedesco, che non può esser formato nè definito, non essendo tale la letteratura, (per vastissima ch'ella sia, e fosse anche il decuplo di quel che è) e mancando affatto la conversazione. Quindi anche le loro parole e frasi denno per necessità avere (come hanno) moltissimo d'indefinito. 2291 (26. Dic. 1821.)

2312,3   31 Dic. 1821.

[2312,3]  I greci conoscevano la letteratura latina appresso a poco come i francesi conoscono oggidì le letterature straniere (specialmente l'italiana), e com'essi le hanno conosciute da poi che la lingua letteratura e costumi loro sono stati 2313 pienamente formati. Eccetto quella differenza che è prodotta dalla diversità de' tempi e del commercio fra le nazioni, per cui la Francia conosce certo più le letterature forestiere, di quel che la Grecia conoscesse la latina. Ma parlo proporzionatamente. E non è questa la sola somiglianza (estrinseca però) che passa fra lo spirito, il costume, la letteratura francese, e la greca. (31 Dic. 1821.)

2131,1 [2331,1]   6. Gen. dì dell'Epifania. 1822.

[2331,1]  Alla p. 928. L'Asia fu la prima a brillare nel mondo per la potenza: essa ebbe le prime nazioni le prime patrie, e perciò ella regnò o colle colonie, o colle leggi medesime e col governo le altre parti del mondo che da lei furono popolate. Dopo l'Asia, o contemporaneamente, l'Egitto divenne nazione e patria, e l'Egitto divenne conquistatore e quasi centro del mondo sotto Sesostri ec. La Grecia chiamata bambina presso Platone, perchè recentissima rispetto alle dette nazioni; la Grecia, quel piccol tratto d'Europa, divenne à son tour il centro del mondo, e la più potente parte di esso, perchè? Perch'ella in quel tempo era divenuta nazione e patria, mentre l'Asia e l'Egitto aveano cessato di esserlo, e conservava il costume naturale, perduto dagli Asiatici ec. E dopo 2332 che la Grecia a causa di questa preponderanza, essendosi resa formidabile ai più grandi regni, pervenne poi anche a conquistarli, distrusse l'immenso impero Persiano, compreso l'Egitto, e mediante le conquiste di Alessandro, l'Asia l'Affrica, l'Europa divennero effettivamente greche, e provincie greche, dopo tutto ciò per qual motivo quell'Italia fin allora sconosciuta nel mondo, ignota nel numero delle nazioni e delle potenze, crescendo a poco, ingoiò la Grecia e il suo impero, e stabilì il propro regno sulle ruine di quello di Semiramide, di Ciro, di Alessandro ec. ec.? Perchè l'Italia più tardi delle altre parti del mondo era divenuta nazione: la natura già fuggita anche dalla Grecia, restava in questo fondo d'Europa: vi sorgeva la mediocre civiltà (più vicina all'eccesso della barbarie, che all'eccesso della civilizzazione a cui dopo gli Assiri, gli Egizi, i Persiani, erano arrivati anche i greci); e questa li fece padroni del mondo: e sempre che la mezzana civiltà troverassi in mezzo o a popoli non tocchi affatto da incivilimento, o a popoli 2333 pienamente inciviliti (quale fu poi il caso de' settentrionali sull'impero romano, e lo è oggi di nuovo, massime riguardo alla Russia, sul resto d'Europa); sempre che una nazione una patria esisterà in mezzo a popoli che non abbiano mai avuta, o per l'estremo incivilimento abbiano perduta la nazione e la patria; la mezzana civiltà trionferà di tutto il mondo, e quella nazione che resta, o che nasce, per piccola che sia, diverrà conquistatrice, e segnerà il suo nome nel catalogo delle nazioni che hanno dominato universalmente; finchè questo medesimo dominio non la ridurrà allo stato delle potenze da lei vinte, e distruggerà il suo potere. Il che oggi, stante la marcia accelerata delle cose umane, avverrà più presto che non soleva anticamente.

2370,1   31. Gen. 1822.

[2370,1]  Non basta. Questa radice, non solo è delle antichissime nella lingua greca, ma di quelle che s'avevano per antiquate negli stessi antichi tempi della greca letteratura. V. il simposio di Senofonte, c. 8. §. 30, dove ricerca l'etimologia del nome di Ganimede e per provare che Γανυ, viene da una radice che significa godimento, diletto, ec. ricorre ad Omero. Dunque al tempo di Senofonte, ell'era già disusata, e certo non era volgare, quantunque ella si trovi anche in alcuni pochi autori o contemporanei o posteriori a lui: il che non dee far maraviglia perchè l'imitazione di Omero durò sempre nella poesia greca; le sue parole e la sua lingua furono sempre tenute proprie d'essa poesia; oltre che il poeta usa senza biasimo molte parole antiquate per più ragioni che ve l'autorizzano, ed anche glielo prescrivono. Ora questa voce {(e suoi derivati)} non si trova quasi che ne' poeti, e si può dir poetica. Così durano fra 2371 nostri scrittori, e massime poeti, molte parole ec. di Dante, disusate nel resto ec. E dal luogo di Senofonte si vede che quella voce era sin d'allora in Grecia, quel che sarebbe fra noi una voce detta dantesca.

2398-99   29. Marzo. Venerdì dell'Addolorata. 1822.

[2397,2]  Il Vocab. della Crusca non ha interi due terzi delle voci, {o significati e vari usi loro,} e nè pure un decimo dei modi di quegli stessi autori e libri che registra nell'indice. E questi non sono appena una terza o quarta parte di quegli autori e libri italiani de' buoni secoli che secondo ogni ragione vanno considerati e sono autentici nella lingua, anche nella pura lingua antica. Aggiungeteci ora i libri moderni bene scritti, e le voci e modi che usati o non usati ancora da buoni scrittori, sono necessarissimi a chi vuole scriver 2398 (com'è dovere) delle cose presenti, e a' presenti o futuri, massime le spettanti alle scienze immateriali o materiali, e che tutti mancano al Vocabolario; si può far ragione che questo non contenga più d'una quarantesima parte della lingua italiana in genere (a dir molto); e non più d'una trentesima dell'antica in particolare, ossia di quella che s'ha per classica. Del che non si può far carico ai compilatori, se non quanto alle mancanze relative agli autori de' quali professano d'aver fatto spoglio e formatone il vocabolario. Perchè del resto nessuna lingua viva ha, nè può avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre (finch'ella vive) all'arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell'italiana (per indole sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch'ella è più vasta di tutte le viventi: mentre veggiamo che nè pur la greca ch'è morta, s'è potuta mai comprendere in un Vocabolario nè men quanto alle voci, che ogni nuovo scrittore, ne porta delle nuove. 2399 {+Molto meno quanto ai modi ne' quali ell'è infinita e a disposizione degli scrittori, come appunto la nostra, e ciascuno scrittor greco ne forma de' nuovi a suo piacere, e in gran numero.} Or non è cosa ridicolissima che mentre nessun'altra nazione stima che la sua lingua sia determinata e prescritta dal suo vocabolario, non ostante che questo sia molto meglio fatto, molto più esteso (relativamente) del nostro, e che la lingua loro possa più facilmente o meglio esser compresa in un vocabolario; noi la cui lingua è impossibile (sopra qualunque altra) che vi si possa comprendere, che di più, abbiamo un vocabolario inesattissimo nelle cose stesse che porta, molto più inferiore alla ricchezza della nostra lingua di quello che le convenga o se le debba perdonare di essere, fatto sopra un piano sopra cui nessun altro è fatto, cioè sopra il piano dell'antico, mentre noi siamo moderni, e della pura autorità quando la lingua è viva; noi dico vogliamo che un vocabolario così ridondante d'imperfezioni, e poco proprio della lingua nostra {(e d'ogni lingua viva),} abbia su di questa una virtù, {un'autorità} e un dominio, che i più perfetti vocabolari delle altre nazioni (anche nazioni unite come la francese e l'inglese) nè si arrogano, nè sognano, nè pensano che 2400 sia menomamente proprio dell'essenza loro, nè compatibile colla natura delle lingue vive, e che nessuno s'immagina mai di riconoscere in essi. (29. Marzo. Venerdì dell'Addolorata. 1822.)

2402,1   23. Aprile 1822.

[2402,1]  Intorno alla gelosia che avevano i romani della preminenza della loro lingua sulla greca, vedi Dione p. 946. nota 86. (23. Aprile 1822.)

2408,1   1. Maggio 1822.

[2408,1]  Che la lingua greca si conservasse incorrotta, o quasi incorrotta, tanto più tempo della latina, e anche dopo scaduta già la latina ch'era venuta in fiore tanto più tardi, si potrà spiegare anche osservando, che la letteratura (consorte indivisibile della lingua) sebbene era scaduta appresso i greci, pur aveva ancor tanto di buono, ed era eziandio capace di tal perfezione, che talvolta non aveva che invidiare all'antica. Esempio ne può essere la Spedizione di Alessandro, e l'Indica d'Arriano, opere di stile e di lingua così purgate, così uguali in ogni parte e continuamente a se stesse, senza sbalzi, risalti, slanci, voli o cadute di sorte alcuna (che sono le proprietà dello scriver sofistico e guasto, in qualsivoglia genere, lingua, e secolo corrotto), di semplicità e naturalezza e facilità, {chiarezza, nettezza ec.} così spontanea ed inaffettata, così ricche, così 2409 proprie, così greche insomma nella lingua, e nella maniera, e nel gusto, che quantunque Arriano fosse imitatore, cioè quello stile e quella lingua non fossero cose naturali in lui ma procacciate collo studio de' Classici (come è necessario in ogni secolo dove la letteratura non sia primitiva) e principalmente di Senofonte, non per questo si può dire ch'egli non le avesse acquistate in modo che paiano e si debbano anzi chiamar sue, nè se gli può negare un posto se non uguale, certo vicinissimo a quello degl'imitati da lui. Ora il tempo d'Arriano fu quello d'Adriano e degli Antonini, nel qual tempo la letteratura latina, con tutto che fosse tanto meno lontana della greca dal suo secol d'oro, non ha opera nessuna che si possa di gran lunga paragonare a queste d'Arriano ne' suddetti pregi, come anche in quelli d'una ordinata e ben architettata narrazione, e altre tali virtù dello scriver di storie. Tacito fu alquanto anteriore, e nella perfezion della lingua non si potrebbe ragguagliar troppo bene ad Arriano: forse neanche nelle doti di storico appartenenti 2410 al bello letterario, sebben egli l'avanza di molto in quelle che spettano alla filosofia, politica ec. Ma quel che mantiene la lingua, è la bella letteratura, non la filosofia nè le altre scienze, che piuttosto contribuiscono a corromperla, come fece lo stile di Seneca. E però Plutarco contemporaneo di Tacito, e com'esso, alquanto più vecchio d'Arriano, non si può recar per modello nè di lingua nè di stile, essendo però stato forse più filosofo di tutti i filosofi greci, molti de' quali sono esempi di perfettissimo scrivere. Ma non erano così sottili come Plutarco, siccome Cicerone non lo era quanto Seneca, questi corrottissimo nello scrivere, e quegli perfettissimo. (1. Maggio 1822.)

2420,1   6. Maggio 1822.

[2420,1]  Il punto d'onore (come dicono gli spagnuoli) fu conosciuto egualmente dagli antichi e dai moderni, e quasi da tutte le società, benchè poco o 2421 niente civili, in qualunque tempo, come anche da' Messicani, anche da' selvaggi. Ed è naturale all'uomo posto in relazione cogli uomini. Tuttavia in questo punto gli antichi differiscono dai moderni, e i selvaggi dai civili, infinitamente, e l'utilità del punto d'onore che fra gli antichi e i selvaggi era somma, fra i moderni e civili è nulla o quasi nulla, o anche il contrario dell'utilità. Le ragioni eccole.

  2448-2450

[2448,1]  La conclusione è che bisogna a tutti i patti, e malgrado qualunque difficoltà, riassumer l'uso di spiegar le nuove idee col comporre, derivare, e formare nuove parole dalle radici della propria lingua; essendo questo, per natura delle cose (che tutto opera per modificazione degli elementi, e non per aggiunzione di sempre nuovi elementi, {+per modificazione o composizione e non per moltiplicazione}), l'unico, proprio, ed assoluto mezzo di rendere una lingua sufficiente ed uguale a qualunque numero d'idee, ed a qualunque novità d'idee; e renderla tale non accidentalmente ma per propria essenza, e non per alcuni momenti, come può essere adesso p. e. la francese, ma per sempre finch'ella conserva il suo carattere: come s'è veduto manifestamente nella lingua greca che da' tempi antichissimi fino a oggidì, è stata ed è eternamente capace di qualunque novità d'idee, 2449 antiche o moderne che sieno, e per diversissime che vogliano essere da quelle che correvano quando la lingua greca era in fiore. E simile in ciò credo che le sia la tedesca. Abbia cura di conservarsi tale.

[2449,1]  Perocchè tali son tutte ne' loro principii. Ma perfezionandosi, e però civilizzandosi, e pigliando commercio con lingue e letterature e nazioni straniere, e così impinguandosi di parole forestiere che per lei divengono radicali, dismette l'uso della composizione ec.: e per pochi momenti supplisce bene a' suoi bisogni colle radici pigliate in prestito, ma di lì a poco, o diviene una stalla d'Augia a forza di stranierismi moltiplicati in infinito, o volendosi conservar pura, non può più parlare, perchè s'è lasciato cadere il solo istrumento che avesse per supplire alla novità delle idee conservandosi pura, cioè il coltivare e far fruttare le sue proprie radici. E forse perciò conservarono sempre i greci questa facoltà, perchè poco pigliarono da' forestieri, o non volendo prenderne per la nota loro superbia nazionale, o perchè realmente non si trovavano intorno altra nazione letterata e 2450 civile, dalla quale potessero prendere, sebbene con molte commerciarono, ma la letteratura le scienze e la civiltà de' greci, da' tempi noti in poi, furono sempre puramente greche.

[2450,1]  E così accadde cosa osservabilissima: cioè che la lingua greca per essersi conservata pura, divenne e si mantenne (ed ancora si mantiene) la più potente e ricca e capace di tutte le lingue occidentali. Non per altro se non perch'ella restringendosi in se sola, non lasciò mai di porre a frutto e a moltiplico il proprio capitale. E viceversa per esser divenuta così potente, si mantenne pura più lungo tempo di qualunqu'altra (ancor dopo ch'ebbe a fare con una nazione civile e signora sua, come la latina). Giacchè non ebbe alcun bisogno nè di parole nè di modi stranieri per esprimere qualunque cosa occorresse: e i greci avendo alle mani facile e pronto e spendibile il capitale proprio, non si curarono dell'altrui, il quale sarebbe stato loro più difficile a usare, e manco manuale del proprio. L'opposto di quello che avviene a noi per aver trasandato di porre a frutto il nostro bellissimo e vastissimo capitale, che benchè sia tale (oltre che la maggior parte ce n'è ignota), non basta 2451 nè potrà mai bastare al continuo e sempre nuovo bisogno della società favellante, se non lo faremo fruttare, come non solo concede amplissimamente, ma porta e vuole l'indole e la natura sua. (30. Maggio 1822.). { V. p. 2455. }

2451,3   30. Maggio 1822.

[2451,3]  Quanto sia più naturale e semplice l'andamento della lingua greca (tuttochè poeticissima), che non è quello della latina; e quindi quanto men proprio suo, e quanto la lingua greca dovesse esser meglio disposta all'universalità che non era la lingua latina, si può vedere anche da questo. 2452 Sebben l'italiana e la spagnuola son figlie vere e immediate della latina, pure è molto ma molto più facile di tradurre naturalmente e spontaneamente in italiano o in ispagnuolo gli ottimi autori greci, che gli ottimi latini. E tanto è più facile quanto i detti autori greci son più buoni, cioè più veramente e puramente greci. Siccome per lo contrario, quanto ai latini, è tanto meno difficile, quanto meno son buoni, cioè meno latini, come p. e. Boezio tradotto con molta naturalezza dal Varchi, e le Vite de' SS. Padri (che non hanno quasi più nulla del latino) tradotte egregiamente dal Cavalca, e gli Ammaestram. degli antichi da F. Bartolomeo da S. Concordio ec. ec. Cicerone, Sallustio, Tito Livio, difficilissimamente pigliano un sapore italiano, se non lasciano affatto l'indole e l'andamento proprio. Al contrario di Erodoto, Senofonte, Demostene, Isocrate ec. Ora essendo l'andamento delle lingue moderne generalmente assai più piano e meno figurato ec. delle antiche, questo è un segno che la lingua greca, adattandosi alle moderne molto più della latina, doveva esser molto più semplice e naturale nella sua costruzione e forma. (30. Maggio 1822.)

2455,2   3. Giugno. 1822.

[2455,2]  { Alla p. 2451. } L'Alfieri fu arditissimo e frequentissimo formatore di parole derivate o composte nuovamente dalle nostrali, e sebbene io non credo ch'egli, facendo questo avesse l'occhio alla lingua greca, nondimeno questo suo costume dava alla lingua italiana una facoltà e una forma similissima (materialmente) all'una delle principalissime e più utili facoltà e potenze della lingua greca. Io non cercherò s'egli si servisse di questo mezzo d'espressione colla misura e moderatezza e discrezione che si richiede, nè se guardasse sempre alla necessità o alla molta utilità, nè anche se tutti i suoi derivati e composti, o se la maggior parte di loro sieno ben fatti. Ma li porto per esempio acciocchè, considerandoli, si veda più distintamente e per prova, {+quante idee sottili o rare o non mai ancora precisamente significate,} quante cose difficilissime e quasi impossibili ad esprimersi in altro modo (anche con voci forestiere), si esprimano chiarissimamente e precisamente e facilmente con questo mezzo, senza punto uscire della lingua nostra, e senza quindi nuocere alla purità. Certo 2456 è che quando l'Alfieri chiama il Voltaire Disinventore od inventor del nulla, {+(vere {principali} e proprie qualità ed attributi della sapienza moderna)} quel disinventore dice tanto e tal cosa, quanto e quale appena si potrebbe dire per via d'una lunga circollocuzione, o spiegare e sminuzzare pazientemente, {stemperatamente} e languidamente in un periodo. (3. Giugno. 1822.)

2475,1   14. Giugno. 1822.

[2475,1]  Dell'antica fratellanza della lingua greca colla latina, ossia della comune origine d'ambedue, e come in principio l'una non differisse dall'altra, ma fossero in Italia e in Grecia una lingua sola, vedi un bel luogo di Festo portato dal Forcellini v. Graecus in fine. (14. Giugno. 1822.)

2486,1   21. Giugno. 1822.

[2486,1]  Ho detto altrove del καλὸς κᾀγαϑός [κἀγαθός] de' greci [ pp.64-65] [ p.112], come dimostri il sentimento e la forza ch'aveva in quella nazione la bellezza, e la sublimità che le attribuivano, pigliandola per parte e nome di virtù. Aggiungi l'uso della loro lingua di chiamar καλά tutte le cose buone, oneste, virtuose, utili. V. fra gli altri, Senof. Ἀπομν. β. γ'. κεφ. η'. Alla immaginazione degl'italiani (come le sopraddette cose a quella de' greci) si deve sotto lo stesso aspetto attribuire l'uso che fanno 2487 delle parole significanti la grazia esterna per dinotare la probità, onestà, bontà ec. de' costumi: uomo di garbo, galantuomo. (21. Giugno. 1822.)

2513,1   29. Giugno, di' di San Pietro, mio natalizio. 1822.

[2513,1]  Queste verità sono confermate dalla storia di qualunque letteratura e lingua. La purità dell'Atticismo non divenne un pregio nell'idea de' greci, nè fu sinonimo d'eleganza presso loro, se non dopo che i greci ebbero a udire ed usare familiarmente voci e frasi forestiere. Omero, Erodoto, Senofonte medesimo (specchio d'Atticismo) erano 2514 stati elegantissimi con voci e frasi forestiere, poco usate da' greci de' loro tempi; anzi per mezzo appunto d'esse voci e frasi, fra l'altre cose. Non si pregia la purità, nè anche si nomina, se non dopo la corruzione, cioè quand'essa è pellegrina. E prima della corruzione si pregia il forestiero perchè pellegrino. Ennio, Plauto, Terenzio, Lucrezio ec. specchi della eleganza latina, son pieni di grecismi, cioè di barbarismi. Al tempo di Cicerone, di Orazio, e molto più di Seneca, di Frontone ec. che l'Italia parlava già mezzo greco, erano sorti i zelanti della purità, e il grecismo lodato in Plauto e in Cecilio (Oraz. ad Pison. ) era impugnato ne' moderni, e proibito affatto da' pedanti, e usato con moderazione dai savi, e Cicerone se ne scusa spesso, e loda ed ama e deplora la purità dell'antico sermone, e la favella di sua nonna, ch'al tempo di sua nonna tutti i buoni scrittori posponevano al grecismo, quanto potevano 2515 farlo senza riuscire oscuri presso un popolo allora ignorante del forestiero, e del greco, e delle voci e frasi che non fossero nazionali. Dal che, e non da altro, e forse dalla stessa poca loro perizia del greco, nacque che gli antichi scrittori latini, benchè abbondanti di grecismi e barbarismi, pur si riputassero e fossero modelli del puro sermone Romano, rispetto agli scrittori più moderni. E lo stesso dico degli antichi italiani.

2572,1   20. Luglio 1822.

[2572,1]  Dire che la lingua latina è figlia della greca, perchè vi si trovano molte parole e modi greci introdottivi parte dalla letteratura, parte dal commercio e vicinanza delle colonie greco-italiane, parte dall'antico commercio avuto colla nazione greca sempre mercatrice, parte derivanti dalla stessa comune origine d'ambe le lingue, è lo stesso appunto che vedendo la nostra presente 2573 lingua italiana piena di francesismi, e modellata sulla francese, conchiudere che la lingua italiana è figlia della francese. Anzi v'ha più di francese nella presente lingua italiana (che è quasi una traduzione, e una scimia della francese) di quel che v'abbia di greco nella lingua latina, massime poi dell'antica. Del resto la parità va molto bene a proposito, perchè infatti le lingue italiana e francese sono appunto sorelle, come la greca e la latina. (20. Luglio 1822.)

2578,1   25. Luglio, di' di S. Giacomo, 1822.

[2578,1]  La lingua latina ebbe un modello d'altra lingua regolata, ordinata, e stabilita, su cui formarsi. Ciò fu la greca, la quale non n'ebbe alcuno. Tutte le cose umane si perfezionano grado per grado. L'aver avuto un modello, al contrario della lingua greca, fu cagione che la lingua latina fosse più perfetta della greca, e altresì che fosse meno libera. (Nè più nè meno dico delle letterature greca e latina rispettivamente; questa più perfetta, quella più originale e indipendente e varia.) I primi scrittori greci, anche sommi, ed aurei, come Erodoto, Senofonte ec. erano i primi ad applicar la dialettica, e l'ordine ragionato all'orazione. Non 2579 avevano alcun esempio di ciò sotto gli occhi. Quindi, com'è naturale a chiunque incomincia, infinite sono le aberrazioni loro dalla dialettica e dall'ordine ragionato. Le quali aberrazioni passate poi e confermate nell'uso dello scrivere, sanzionate dall'autorità, e dallo stesso errore di tali scrittori, sottoposte a regola esse pure, o divenute regola esse medesime, si chiamarono, e si chiamano, e sono eleganze, e proprietà della lingua greca. Così è accaduto alla lingua italiana. La ragione è ch'ella fu molto e da molti scritta nel 300, secolo d'ignoranza, e che anche allora fu applicata alla letteratura in modo sufficiente per far considerare quel secolo come classico, dare autorità a quegli scrittori, {+presi in corpo e in massa,} e farli seguire da' posteri. I greci o non avevano affatto alcuna lingua coltivata a cui guardare, o se ve n'era, era molto lontana da loro, come forse la sascrita, l'egiziana, ec. e poco o niente nota, neanche ai loro più dotti. Gl'italiani n'avevano, cioè la 2580 latina e la greca. Ma quel secolo ignorante non conosceva la greca, pochissimo la latina, massime la latina buona e regolata. {+(Fors'anche molti conoscendo passabilmente il latino, e fors'anche scrivendolo con passabile regolatezza, erano sregolatissimi in italiano, per incapacità di applicar quelle regole a questa lingua, che tutto dì favellavano sregolatamente; di conoscere o scoprire i rapporti delle cose ec.)} Quei pochi che conobbero un poco di latino, scrissero con ordine più ragionato, come fecero principalmente i frati, Passavanti, F. Bartolommeo, Cavalca ec. Dante, e più ancora il Petrarca e il Boccaccio che meglio di tutti conoscevano il buono e vero latino, meno di tutti aberrarono dall'ordine dialettico dell'orazione. Questi principalmente diedero autorità presso i posteri a' loro scrittori contemporanei, la massima parte ignoranti, non solo di fatto, ma anche di professione laici e illetterati, e che non pretendevano di scrivere se non per bisogno, come i nostri castaldi. I quali abbondarono di sragionamenti, e disordini gramaticali d'ogni sorta.

2589,1   30. Luglio 1822.

[2589,1]  La letteratura greca fu per lungo tempo (anzi lunghissimo) l'unica del mondo (allora ben noto): e la latina (quand'ella sorse) naturalissimamente non fu degnata dai greci, essendo ella derivata in tutto dalla greca; e molto meno fu da essi imitata. Come appunto i francesi poco degnano di conoscere e neppur pensano d'imitare la letteratura russa o svedese, o l'inglese del tempo d'Anna, tutte nate dalla loro. Così anche, la lingua greca fu l'unica formata e colta nel mondo allora ben conosciuto (giacchè p. e. l'India non era ben conosciuta). Queste ragioni fecero naturalmente che la letteratura e lingua greca si conservassero tanto tempo incorrotte, che d'altrettanta durata non si conosce altro esempio. Quanto alla lingua n'ho già detto altrove [ pp.996-98] [ pp.1093-94] [ pp.2408-10]. Quanto alla letteratura, lasciando stare Omero, è prodigiosa la durata della letteratura greca non solo incorrotta, ma nello stato di creatrice. Da Pindaro, Erodoto, Anacreonte, Saffo, Mimnermo, gli altri lirici ec. ella dura senza interruzione fino a Demostene; se non che, dal tempo di Tucidide a Demostene, ella si restringe alla sola Atene per 2590 circostanze ch'ora non accade esporre. V. Velleio lib.1. fine. Nati, anzi propagati e adulti i sofisti e cominciata la letteratura greca {(non la lingua)} a degenerare, (massime per la perdita della libertà, da Alessandro, cioè da Demostene in poi), ella con pochissimo intervallo risorge in Sicilia e in Egitto, e ancora quasi in istato di creatrice. Teocrito, Callimaco, Apollonio Rodio ec. Finito il suo stato di creatrice, e dichiaratasi la letteratura greca imitatrice e figlia di se stessa, cioè ridotta (come sempre a lungo andare interviene) allo studio e imitazione de' suoi propri classici antichi, l'esser questi classici, suoi, e questa imitazione, di se stessa, la preserva dalla corruzione, e purissimi di stile e di lingua riescono Dionigi Alicarnasseo, Polibio, e tutta la ϕορά di scrittori greci contemporanei al buon tempo della letteratura latina; i quali appartengono alla classe, e sono in tutto e per tutto una ϕορά d'imitatori dell'antica letteratura greca, e di quella ϕορά durevolissima di scrittori greci classici, ch'io chiamo ϕορά creatrice. Corrotta già 2591 la letteratura latina, e sfruttata e indebolita, la greca sopravvive alla sua figlia ed alunna, e s'ella produce degli Aristidi, degli Erodi attici, e altri tali retori di niun conto nello stile (non barbari però, e nella lingua purissimi), ella pur s'arricchisce d'un Arriano, d'un Plutarco, d'un Luciano, ec. che quantunque imitatori, pur sanno così bene scrivere, e maneggiar lo stile e la lingua antica o moderna, che quasi in parte le rendono la facoltà creatrice. Aggiungi che in tal tempo la Grecia, colla sua letteratura e lingua incorrotta, era serva, e l'Italia signora colla sua letteratura e lingua imbastardita e impoverita. (30. Luglio 1822.)

2594,1   6. Agosto 1822.

[2594,1]  Ho detto altrove [ p.111] [ pp.950-52] [ p.1704-706] che le voci greche nelle lingue nostre non sono altro che termini (in proporzione però del tempo da ch'elle vi sono introdotte: p. e. filosofia e tali altre voci greche venuteci mediante il latino, sono alquanto più che termini), cioè ch'elle non esprimono se non se una pura idea, senz'alcun'altra concomitante. Per questa ragione appunto, oltre le altre notate altrove, le voci greche sono infinitamente a proposito nelle nostre scuole e scienze, perocch'elle rappresentano costantemente e schiettamente quella nuda, secca e semplicissima idea alla quale sono state appropriate; e perciò servono alla precisione 2595 molto meglio di quello che possano mai fare le voci tolte dalle proprie lingue, le quali voci benchè fossero formate, composte ec. di nuovo, sempre porterebbero seco qualche idea concomitante. Ma per questa medesima ragione le voci greche sono intollerabili nella bella letteratura (barbare poi nella poesia, benchè i francesi si facciano un pregio, un vezzo e una galanteria d'introdurcele), dove intollerabili sono le idee secche e nude, o la secca e nuda espressione delle idee. (6. Agosto 1822.)

2595,1   6. Agosto 1822.

[2595,1]  A ciò che ho detto altrove [ pp.2455-56] di quel verso dell'Alfieri, Disinventore od inventor del nulla, soggiungi. Quest'appunto è la mirabile facoltà della lingua greca, ch'ella esprime facilmente, senza sforzo, senza affettazione, pienamente e chiarissimamente, in una sola parola, idee che l'altre lingue talvolta non possono propriamente e interamente esprimere in nessun modo, non solo in una parola, ma nè anche in più d'una. E questo non lo conseguisce la detta lingua per altro mezzo che della immensa facoltà de' composti.

2609,1   18. Agosto. Domenica. 1822.

[2609,1]  L'immenso francesismo che inonda i costumi e la {letteratura e la} lingua degl'italiani e degli altri europei, non è bevuto se non dai libri francesi, e dall'influenza delle loro mode, e coll'andarli a trovare in casa loro, il che per quanto sia frequente, non può mai esser gran cosa. Laddove Roma e l'Italia da' tempi del secondo Scipione in poi, e massime sotto i primi imperatori, era piena di greci (greci proprii, o nativi d'altri paesi grecizzati); n'eran piene le case de' nobili, dove i greci erano chiamati e ricevuti e collocati stabilmente in ogni genere di uffici, da quei della cucina, fino a quello di maestro di filosofia ec. ec. (V. Luciano περὶ τῶν ἐπὶ μισϑῷ συνόντων, 2610 e l'epig. di Marziale del graeculus esuriens ec. ec.); n'eran pieni i palazzi e gli offici pubblici: oltre che tutti i ricchi mandavano i figli a studiare in Grecia, e questi poi divenivano i principali in Roma e in Italia, nelle cariche, nel foro ec. Quindi si può stimar quale e quanto dovesse necessariamente essere il grecismo de' costumi, e letteratura, e quindi della lingua in Italia a quei tempi. Aggiunto che anche le donne avevano a sapere il greco, lo studio che tutti più o meno facevano de' loro libri, e il piacere che ne prendevano, e le biblioteche che ne componevano ec. ec. (18. Agosto. Domenica. 1822.)

2619,1   2. Settem. 1822.

[2619,1]  2619 È curioso l'osservare come l'universalità sia passata dalla lingua greca ch'è la più ricca, vasta, varia, libera, ardita, espressiva, potente, naturale di tutte le lingue colte, alla francese ch'è la più povera, limitata, uniforme, schiava, timida, languida, inefficace, artifiziale delle medesime. E più curioso che l'una e l'altra lingua abbiano servito all'universalità appunto perchè possedevano in sommo grado le predette qualità, che sono contrarie direttamente fra loro. E pur tant'è, ed anche oggidì dalla lingua francese in fuori, non v'è, e mancando la lingua francese, non vi sarebbe lingua meglio adattata all'universalità della greca, ancorchè morta, (2. Settem. 1822.) ed ancorch'ella sia precisamente l'estremo opposto alla lingua francese. (2. Sett. 1822.)

2622,1   9. Sett. 1822.

[2622,1]  Le nazioni civili dell'Asia, dopo la conquista d'Alessandro erano veramente δίγλωττοι cioè parlavano e scrivevano la lingua greca, non come propria, ma come lingua colta, e nota universalmente, 2623 e letta da per tutto (e così deve intendersi il luogo di Cic. pro Archia), e come noi o gli svedesi o i russi o gli olandesi scrivono il francese: noi (più di rado) per cagione della sua universalità; quegli altri, come anche i polacchi, e al tempo di Federico i prussiani, per non aver lingua che sia o fosse ancora abbastanza capace ec. Nè si dee credere che le lingue patrie di quelle nazioni, fossero spente, neanche diradate dall'uso, e sostituita loro la greca nella conversazione quotidiana, come accadde della latina, nelle nazioni latinizzate. Restano anche oggi le lingue asiatiche antiche, o dialetti derivati da quelle, o composti di quelle e d'altre forestiere, come dell'arabica ec. E v. ciò che s'è detto altrove [ pp.1000-1001] di Giuseppe Ebreo, e Porfirio Vit. Plotini c.17. nel Fabric. B. G. t.4. p. 119-120. (e quivi la nota) κατὰ μὲν πάτριον διάλεκτον. Di questi δίγλωττοι che scrivevano in lingua non loro, e pure scrivevano anche egregiamente, fu Luciano da Samosata, {+v. le sue opp., dove fa cenno della sua lingua patria,} e tali altri di que' tempi; anzi tutti gli Asiatici 2624 che scrissero in greco (eccetto quelli delle Colonie, come Arriano, Dionigi Alicarnasseo ec.), alcuni Galli non Marsigliesi nè d'altra colonia greco-gallica (come Favorino), alcuni Africani, massime Egiziani (perchè nel resto dell'Affrica, {esclusa la Cirenaica,} trionfò la lingua latina, ma come lingua de' letterati e del governo ec. non come popolare, per quanto sembra), alcuni italiani (come M. Aurelio) ec. ec. (9. Sett. 1822.) {+Questo appunto fu quello che la lingua latina non ottenne mai, o quasi mai, cioè d'esser bene intesa, parlata, letta, scritta da quelli che non la usavano quotidianamente come propria, e così si deve intendere il citato luogo di Cic. latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Pur non erano tanto ristretti neppur allora, quanto all'uso quotidiano, essendo già stabilito il latino in Affrica ec.}

2630,2   5. Ottobre. 1822.

[2630,2]  Ho detto [ p.244] che gli scrittori greci hanno ciascuno un vocabolarietto a parte 2631 non escono mai o quasi mai, e nella totalità del quale ciascun d'essi si distingue benissimo da ciascun altro, e ch'esso vocabolario, massime ne' più antichi è molto ristretto, e che la lingua greca ricchissima in genere, non è più che tanto ricca in veruno scrittore individuo; e tanto meno è ricca quanto lo scrittore è più antico e classico, e quindi i più antichi e classici si distinguono fra loro nelle parole e frasi più di quel che facciano parimente fra loro i più moderni, che son più ricchi assai, ed abbracciano ciascuno una maggior parte della lingua, onde debbono aver fra loro più di comune che gli antichi non hanno fra loro medesimi, come che le parole e frasi di ciascuno generalmente prese, sieno tutte ugualmente proprie della lingua.

2633,1   8. Ottobre. 1822.

[2633,1]  2633 Dalle suddette cose si può conoscere che l'immensa ricchezza della lingua greca, non pregiudicava alla facilità di scriverla, e quindi non s'opponeva alla sua universalità, non essendo necessaria più che tanta ricchezza (o usata o conosciuta e posseduta) non solo per iscrivere e parlar greco, ma eziandio per iscriverlo e parlarlo egregiamente; e bastando poche radici per questo; poichè restavano liberi i composti all'arbitrio dello scrittore, o quando anche non restassero liberi, infiniti composti e derivati portava seco ciascuna radice, onde lo scrittore pratico di poche radici veniva subito ad avere una lingua molto sufficiente a tutti i suoi bisogni. Il che scemava infinitamente la difficoltà che si prova nelle lingue, perchè un vocabolario sufficientissimo 2634 allo scrittore o parlatore si riduceva sotto pochi elementi, e procedeva da pochi principii ossia radici, e quindi era molto più facile ad impararlo ed impratichirsene, che se esso senza essere niente maggiore, avesse contenuto tutta la lingua, ma fosse proceduto da più numerose e diverse radici. Tutte queste circostanze siccome quelle notate nel pensiero precedente non si trovavano nella lingua latina, che meno ricca della greca, era però per la sua ricchezza più difficile a scrivere e a parlare che la greca non fu, perchè la ricchezza (ancorchè minore) della latina, bisognava averla tutta in contanti, a volere scrivere e parlar latino, e massimamente a farlo bene. E l'orecchie latine erano delicatissime come le francesi, circa il vero e 2635 proprio andamento (e la purità) della loro lingua, che rispetto alla greca era liberissimo, cioè sommamente vario, ed in gran parte ad arbitrio. (8. Ottobre. 1822.)

2635,1   10. Ottobre. 1822.

[2635,1]  La lingua greca ch'è la più antica delle colte ben conosciute, è anche fra tutte le lingue colte la più capace di significar l'idee e gli oggetti più propriamente moderni cioè i più difficili a significarsi e di supplire ai bisogni d'espressioni, prodotti dall'ampiezza, varietà e profondità delle nozioni moderne. E il fatto stesso lo dimostra, ricorrendosi tutto dì alla lingua greca ec. come ho detto altrove [ pp.735-38] [ pp.1843-45]. (10. Ottobre. 1822.)

  2655,2.3

[2655,2]  Quin adeo de fin. 1. 3. ausus est Cicero latinam quoque linguam dicere locupletiorem quam graecam, qua de re saepe se disseruisse confirmat. Sed contradicunt merito primum ipse Cicero tusc. II. 15. et apud Augustinum contra acad. II. 26; tum Lucretius 1. 140. 831; Fronto apud Gellium II. 26. Maius ad Cic. de repub. p. 67. not. (18. Dic. 1822.)

[2655,3]  De Massiliae graecis legibus et litteratura, triplicique lingua, graeca scilicet, latina et gallica, lege Varron. apud Isid. Orig. XV. 1. 63. et ap. Hieron. prolog. lib. II. comm. ad Gal. (scil. in ep. D. Pauli ad Galat.). Confer etiam Caesarem Bell. Civil. II. 12. Tacitum Agric. IV. Silium XV. 169. Homeri editio seu recensio massiliensis 2656 laudatur inter nobiles in scholiis venetis. Maius loc. sup. cit. p. 75. not.1. (18. Dic. 1822.)

2694,1   17. Maggio. 1823.

[2694,1]  2694 Formata una volta una lingua illustre, cioè una lingua ordinata, regolare, stabilita e grammaticale, ella non si perde più finchè la nazione a cui ella appartiene non ricade nella barbarie. La durata della civiltà di una nazione è la misura della durata della sua lingua illustre e viceversa. E siccome una medesima nazione può avere più civiltà, cioè dopo fatta civile, ricadere nella barbarie, e poi risorgere a civiltà nuova, ciascuna sua civiltà ha la sua lingua illustre nata, cresciuta, perfezionata, corrotta, decaduta e morta insieme con lei. Il qual rinnuovamento e di civiltà e di lingua illustre, ha, nella storia delle nazioni conosciute, o vogliamo piuttosto dire, nella storia conosciuta, un solo esempio, cioè quello della nazione italiana. Perchè niuna delle altre nazioni state civili in antico, sono risorte a civiltà moderna e presente, e niuna delle nazioni presentemente civili, fu mai civile (che si sappia) in antico, se non l'italiana. Così niun'altra nazione può mostrare due lingue illustri da 2695 lei usate e coltivate generalmente, (come può far l'italiana) se non in quanto la nostra antica lingua, cioè la latina, si diffuse insieme coi nostri costumi per l'Europa a noi soggetta, e fece per qualche tempo italiane di costumi e di lingua e letteratura le Gallie, le Spagne, la Numidia (che non è più risorta a civiltà) ec.

2705,1   21. Maggio 1823.

[2705,1]  Di alcune cagioni che anche ne' bassi tempi poterono introdurre vocaboli e modi greci nel volgare o ne' volgari d'Italia, vedi Perticari Apologia di Dante, capo 39. p. 386.(21. Maggio 1823.).

2715,2   23. Maggio 1823.

[2715,2]  Di quelli che nel 500. volevano restringere la lingua italiana della poesia a quella del Petrarca, e della prosa a quella del solo Boccaccio, vedi Perticari Degli Scritt. del 300. l. 2. c. 12. p. 178. colle similitudini che ivi pone de' greci e de' latini, e Apologia di Dante c. 41. p. 407-10. (23. Maggio 1823.).

2716-17   23. Maggio 1823.

[2715,3]  Ho detto altrove [ pp.787.sgg.] che la lingua francese, povera di forme, è tuttavia ricchissima e sempre più si arricchisce di voci. Distinguo. La lingua francese è povera di sinonimi, ma ricchissima di voci denotanti ogni sorta di cose e di idee, e ogni menoma parte di ciascuna cosa e di ciascuna idea. Non può molto variare nella espressione d'una cosa medesima, ma può variamente esprimere le più varie e diverse cose. Il che non possiamo noi, benchè possiamo ridire 2716 in cento modi le cose dette. Ma certo è sempre varia quella scrittura che può esser sempre propria, perchè ad ogni nuova cosa che le occorre di significare, ha la sua parola diversa dalle altre per significarla. Anzi questa è la più vera, la più sostanziale, la più intima, la più importante, ed anche la più dilettevole varietà di lingua nelle scritture. E quelle scritte in una lingua soprabbondante di sinonimi, per lo più sono poco varie, perchè la troppa moltitudine delle voci fa che ciascheduno scrittore per significare ciaschedun oggetto, scelga fra le tante una sola o due parole al più, e questa si faccia familiare e l'adoperi ogni volta che le occorre di significare il medesimo oggetto; e così ciascheduno scrittore in quella lingua abbia il suo vocabolarietto diverso da quel degli altri, e limitato: come altrove ho detto [ pp.244-45] [ pp.2386-87] [ pp.2397-400] [ pp.2630-32] accadere agli scrittori greci ed italiani. E osservo che sebbene 2717 la lingua greca è molto più varia della latina, nondimeno per la detta ragione le scritture greche, massime quelle degli ottimi e originali, sono meno varie delle latine per ciò che spetta ai vocaboli e ai modi. (23. Maggio 1823.). { V. p. 2755.}

2717,1   23. Maggio. 1823.

[2717,1]  Chi vuol vedere un piccolo esempio della infinita varietà della lingua greca, e come ella sia innanzi un aggregato di più lingue che una lingua sola, secondo che ho detto altrove [ pp.2060-62] e vuol vederlo in uno stesso scrittore e in uno stesso libro; legga il Fedro di Platone. Nel quale troverà, non dico tre stili, ma tre vere lingue, l'una nelle parole che compongono il Dialogo tra Socrate e Fedro, la quale è la solita e propria di Platone, l'altra nelle due orazioni contro l'amore, in persona di Lisia e di Socrate; la terza nell'orazione di questo in lode dell'amore. Perciocchè Platone in queste orazioni adopra e vocaboli e frasi e costrutti 2718 notabilissimamente e visibilmente diversi da quelli che compongono la lingua ordinaria de' suoi Dialoghi, sebbene in questi egli tratta bene spesso le medesime o simili materie a quelle delle tre suddette orazioni, massime dell'ultima. E i vocaboli, le frasi, i costrutti dell'ultima orazione (di stile tutta poetica, ma non perciò tumida o esagerata o eccessiva o tale che non sia vera prosa) sono pure diversissimi da quelli delle altre due. Nè in veruna di queste tre lo scrittore fa forza alla lingua, o dimostra affettazione, come fecero poi quei greci più recenti che si scostarono dalla maniera propria per seguire e imitare l'altrui. Ma certo chi non conoscesse altra lingua greca che la consueta di Platone, non senza una certa difficoltà potrebbe intendere quelle tre orazioni. (23. Maggio. 1823.).

2728-29   28. Maggio. 1823.

[2728,1]  Ma io escludo dal bene scrivere i professori di scienze matematiche o fisiche, e {di quelle} che tengono dell'uno e dell'altro genere insieme, o che all'uno o all'altro s'avvicinano. E di questa sorta di scienze in verità non abbiamo buoni {ed eleganti} scrittori nè antichi nè moderni, se non pochissimi. I greci trattavano queste scienze in modo mezzo poetico, perchè poco sperimentavano e molto immaginavano. Quindi erano in esse meno lontani dall'eleganza. Ma certo essi ne furono tanto più lontani, quanto più furono esatti. {+ Platone è fuori di questa classe.} Gli antichi lodano assai lo stile d'Aristotele e di Teofrasto. Può essere ch'abbiano riguardo ai loro scritti politici, morali, metafisici, piuttosto che ai naturali. Io dico il vero che nè in questi 2729 nè in quelli non sento grand'eleganza. {+ (Quel ch'io ci trovo è purità di lingua e un sufficiente e moderato atticismo: l'uno e l'altro, effetto del secolo e della dimora anzi che dello scrittore {, e insomma natura e non arte} . Niuna eleganza però nè di stile nè di parole. Anzi sovente grandissima negligenza sì nella scelta sì nell'ordine e congiuntura de' vocaboli; poca proprietà, e non di rado niuna sintassi.)} Ben la sento e moltissima in Celso, vero e forse unico modello fra gli antichi e i moderni del bello stile scientifico-esatto. Col quale si potrà forse mettere Ippocrate. I latini ebbero pochi scrittori scientifici-esatti. E di questi, fuori di Celso, qual è che si possa chiamare elegante? Non certamente Plinio, il quale se si vorrà chiamar puro, si chiamera così, perchè anch'egli per noi fa testo di latinità. Lascio Mela, Solino, Varrone, Vegezio, Columella ec. Il nostro Galileo lo chiami elegante chi non conosce la nostra lingua, e non ha senso dell'eleganza. (V. Giordani, Vita del Cardinale Pallavicino ). Il Buffon sarebbe unico fra' moderni per il modo elegante di trattare le scienze esatte: ma oltre che la storia naturale si presta all'eleganza più d'ogni altra di queste scienze; tutto ciò che è elegante in lui, è estrinseco alla scienza propriamente detta, 2730 ed appartiene a quella che io chiamo qui filosofia propria, la quale si può applicare ad ogni sorta di soggetti. Così fece il Bailly nell'Astronomia. Sempre che usciamo dei termini dottrinali e insegnativi d'una scienza esatta, siamo fuori del nostro caso. La scienza non è più la materia ma l'occasione di tali scritture; {+non s'impara la scienza da esse, nè questa fa progressi diretti, per mezzo loro, nè riceve aumento diretto dalle proposizioni ch'esse contengono:} elle sono considerazioni sopra la scienza. (28. Maggio. Vigilia del Corpus Domini. 1823.). I pensieri di Buffon non compongono e non espongono la scienza, non sono e non contengono i dogmi della medesima, o nuovi dogmi ch'esso le aggiunga, ma la considerano, e versano sopra di lei e sopra i suoi dogmi. Si può ornare una materia coi pensieri e colle parole. Tutte le materie sono capaci dell'ornamento de' pensieri, perchè sopra ogni cosa si può pensare, e stendersi col pensiero quanto si voglia, più o meno lontano dalla materia strettamente presa. Ma non tutte si possono ornare colle parole. Il Buffon adornò la scienza con pensieri 2731 filosofici, e a questi pensieri non somministrati ma occasionati dalla storia naturale, applicò l'eleganza delle parole, perch'essi n'erano materia capace. Ma i fisici, i matematici ordinariamente non possono e non vogliono andar dietro a tali pensieri, ma si ristringono alla sola scienza.

2731,2   30. Maggio. 1823.

[2731,2]  In proposito della prontissima decadenza della letteratura latina, e della lunghissima conservazione della greca, è cosa molto notabile, come dopo Tacito, cioè dall'imperio di Vespasiano in poi (fino al quale si stendono le 2732 sue storie) la storia latina restò in mano dei greci, e le azioni nostre furono narrate da Appiano, Dione, Erodiano, anche prima della traslocazione dell'imperio a Constantinopoli, e dopo questa da Procopio, Agazia, Zosimo ec. Senza i quali la storia del nostro impero da Vespasiano in poi, sarebbe quasi cieca, non avendo altri scrittori latini che quei miserabili delle Vite degli Augusti, piene di errori di fatto, di negligenza, di barbarie, e Ammiano non meno barbaro, per non dir di Orosio e d'altri tali più miserabili ancora. Così quella nazione che ne' tempi suoi più floridi aveva narrato le sue proprie cose, e i suoi splendidissimi gesti, e le sue altissime fortune, e forse prima d'ogni altra, aveva dato in Erodoto l'esempio e l'ammaestramento di questo genere di scrittura; dopo tanti secoli, quando già non restava se non la lontana memoria della sua grandezza, estinto il suo imperio e la sua potenza, fatta 2733 suddita di un popolo che quando ella scriveva le sue proprie storie, ancora non conosceva, seguiva pure ad essere l'istrumento della memoria dei secoli, e i casi del genere umano e di quello stesso popolo dominante che l'aveva ingoiata, ed annullato da gran tempo la sua esistenza politica, erano confidati unicamente alle sue penne. Tanto può la civilizzazione, e tanto è vero che la civilizzazione della Grecia ebbe una prodigiosa durata, e vide nascere e morire quella degli altri popoli (anche grandissimi), i quali erano infanti, anzi ignoti, quand'ella era matura e parlava e scriveva; e giunsero alla vecchiezza e alla morte, durando ancora la sua maturità, e parlando essa tuttavia e scrivendo. Veramente la Grecia si trovò sola civile nel mondo ai più antichi tempi, e senza mai perdere la sua civiltà, dopo immense vicissitudini di casi, così universali 2734 come proprie, dopo aver veduto passare l'intera favola del più grande impero, che nella di lei giovanezza non era ancor nato; dopo aver communicata la sua civiltà a cento altri popoli, e vedutala in questi fiorire e cadere, tornò un'altra volta, in tempi che si possono chiamar moderni, a trovarsi sola civile nel mondo, e nuovamente da lei uscirono i lumi e gli aiuti che incominciarono la nuova e moderna civiltà nelle altre nazioni.

2735,1   31. Maggio. 1823.

[2735,1]  Nam si quis minorem gloriae fructum putat ex graecis versibus percipi, quam ex latinis, vehementer errat; propterea, quod graeca leguntur in omnibus fere gentibus, latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Quare si res hae, quas gessimus, orbis terrae regionibus definiuntur, cupere debemus, quo manuum nostrarum tela pervenerint, eodem gloriam, famamque penetrare. Cic., Orat. pro Archia poeta, cap. 10. Dunque se le cose latine continebantur suis finibus, le cose greche legebantur anche extra suos fines, dunque anche da quelli che non parlavano naturalmente il greco, dunque s'elle legebantur in omnibus fere gentibus, quasi tutte le nazioni intendevano il greco benchè non 2736 fossero greche, dunque il mondo era δίγλωσσος, dunque la lingua greca era universale di quella universalità ch'oggi ha la francese. Nè per suis finibus si possono intendere i termini dell'impero latino, i quali certamente non erano angusti ai tempi di Cicerone, e lo dimostra anche quello che segue nel medesimo passo addotto. (31. Maggio. 1823.).

2756   5. Giugno. ottava del Corpus Domini. 1823.

[2755,1]  Alla p. 2717. Dico che la lingua francese è più ricca dell'italiana quanto alle parole non sinonime. Intendo de' nomi e de' verbi. Nelle altre parti dell'orazione la ricchezza nostra è incomparabile non solo colla lingua francese, ma pur colla latina, e forse con ogni lingua viva. Questa ricchezza è utile, e reca alla nostra lingua un'immensa ed inesauribile fecondità di frasi 2756 e di forme, e allo scrittore italiano la facoltà di poterne sempre foggiar delle nuove, non solo conformi all'indole e proprietà della lingua, ma che non paiano neppur nuove (forse neanche allo stesso scrittore), perchè nascono come da se, dal fondo della lingua, chi ben lo conosce, e lo sa coltivare e scaturiscono dalla natura di essa. Da ciò deriva una incredibile varietà. Ma la sostanziale e necessaria ricchezza di una lingua non può consistere nelle particelle ec. bensì ne potrebbe nascere, se queste si applicassero alla composizione delle parole, come fa la lingua greca, la quale è ricchissima di nomi e di verbi (che sono la sostanza e la principal ricchezza di una favella) non per altra cagione principalmente, se non per la estrema abbondanza di preposizioni e particelle d'ogni sorta, e per l'uso larghissimo ch'ella ne fa nella composizione d'ogni maniera di vocaboli. (5. Giugno. ottava del Corpus Domini. 1823.).

2771,2 [2771,3]   12-13 Giugno. 1823

[2771,3]  Come la lingua latina abbia conservato l'antichità più della greca, si dimostra ancora con queste considerazioni. 1. La lingua latina conserva nell'uso comune de' suoi buoni tempi e de' seguenti (non solo degli anteriori) i temi, o altre voci regolari di verbi che tra' greci, avendo le stesse radici che in latino, ma essendo però difettivi o anomali, non conservano i loro primi temi o quelle tali voci regolari, o non le usano se non di rarissimo, 2772 o talmente ch'essi temi ed esse voci non si trovano se non presso gli antichissimi autori, o presso i poeti soli, i quali in ciascuna lingua che ha favella poetica distinta, conservano sempre gran parte d'antichità per le ragioni che ho detto altrove [ pp.2639.sgg.] Dovechè la lingua latina usa essi temi ed esse voci universalmente sì nella prosa come nel verso, ed usale ne' secoli in ch'ella era già formata e piena, ed usale eziandio non come rare, nè come quasi licenze o arcaismi, ma tutto dì e regolarmente e come temi e voci proprie e debite di quei verbi a' quali appartengono. Per esempio il verbo do, si è il tema di δίδωμι (e nota che questo verbo in greco non è neppure anomalo nè difettivo, {+ma l'uso l'ha cangiato interamente dal suo primo stato, a differenza del verbo latino do.)}. Il qual tema conservasi nel latino in tutti i composti d'esso verbo, come { credo, edo, trado,} addo, subdo, { prodo, vendo, perdo,} indo, condo, reddo, dedo, ec. {+ (ne' quali per istraordinaria anomalia è mutata la coniugazione di do dalla prima nella terza: non così in circumdo as, venundo as, pessundo as ec.).} Ma in nessun composto del verbo δίδωμι comparisce nel greco il suo vero tema. ῎Eδω voce e tema di verbo anomalo o difettivo, non si troverà, 2773 credo, in greco se non presso i poeti, ma tra' latini edo e il suo composto comedo sono voci e verbi di tutti i secoli e di tutte le scritture. Eo ἔω tema da cui nascono in greco tanti verbi, non si trova nè fra' poeti greci nè fra' prosatori ma egli è comune e proprio ai latini, e ne nasce un verbo usitatissimo, co' suoi composti, che tutti conservano il tema intatto {e conservano altresì tutta la sua coniugazione perfettamente,} redeo, abeo, exeo, ineo, subeo, coeo, { adeo, circumeo, pereo, intereo, obeo, prodeo, introeo, veneo, praetereo, transeo,} ec. Nessun composto greco conserva il tema ἔω. Lateo è il medesimo che λήϑω, voce, e tempo ben raro negli scrittori greci, e verbo difettivo in greco, ma tema comune e usitatissimo, e verbo quasi perfetto e regolare in latino. { Il tema λήϑω trovasi espressamente in Senofon. Simpos. c. 4. §. 48. } I Dori e gli Eoli dicevano probabilmente λάϑω. Patior che sta in luogo dell'attivo patio (il quale pur si trova nell'antica latinità) è più vicino al πήϑω, (Dor. ed Eol. πάϑω) inusitato in greco, che non è l'usitato πάσχω. Composti, per-petior ec. Il verbo fero, s'io non m'inganno, ha più voci in latino che in greco. Del tema sto equivalente all'inusitato στάω, altrove [ pp.2142.sgg.] {+ Il tema στάω non si trova, ch'io sappia in greco. Il verbo si trova, cioè ἕστην [ἔστην] ἕστηκα στήσας, στάς ec. ma è difettivo. Il verbo sto è intero.}

2779,2   13-14. Giugno 1823.

[2779,2]  Che il proprio tema de' verbi ἱστάω, ἱστημι [ἵστημι,] ἵσταμαι fosse στάω, come forse ho detto nella mia teoria de' continuativi [ pp.2142-45] parlando di sisto, e che l'iota sia una giunta fatta al tema per proprietà di lingua, si conosce sì dalle molte voci di questi verbi che mancano di quell'i paragogico, e da tutti i loro derivati che parimente 2780 ne mancano, sì dal verbo ἵπταμαι il quale colla medesima paragoge (ch'esso perde in molte voci) è fatto dall'inusitato πτάω (v. la Gramm. di Pad. p. 210.) {+ o πετάω, onde πετάομαι, πέταμαι, πέτομαι che vagliono altresì volare, e che in origine non debbon esser altro che il verbo πετάω pando explico che ancora esiste, trasportato alla significazione del volare per lo spiegar delle ali ec. e vedi la pag. 2826. }

2793,2   17. Giugno. 1823.

[2793,2]  Gli scrittori greci de' secoli medii e bassi, cioè dal terzo inclusive in poi, sono pieni d'improprietà di lingua (com'è quella di Coricio sofista del sesto secolo nell'Orazione εἰς Σοῦμμον στρατηλάτην in Summum ducem, §. 11. ap. Fabric. B. G. edit. vet. vol. 8. p. 869. lib. 5. cap. 31. di usare la voce δικαστής in vece di κριτής o di μάρτυς), pieni di frasi strane quanto alla lingua, pieni di solecismi, e di mille contravvenzioni alle antiche regole della sintassi e grammatica greca, ma non hanno barbarismi. La loro lingua per tutto ciò che appartiene all'eleganza, è diversissima da quella degli antichi scrittori: ma per tutto il resto è la stessa. Si può dir ch'essi ignorino il buon uso della lingua che scrivono, che non la sappiano adoperare; ma la lingua che scrivono è quella degli antichi: quella che gli antichi scrissero 2794 bene, essi la scrivono male. Molte loro parole che non si trovano negli antichi, sono però cavate dal fondo della lingua greca o per derivazione o per composizione ec.; rade volte ripugnano all'indole d'essa lingua, e per esser chiamate buone, greche, pure e di buona lega, non manca loro se non la sanzione dell'antichità. In somma il grecismo di questi scrittori è per lo più cattivo o pessimo, ma la loro lingua è pura. Le voci e frasi poetiche versate a due mani nelle prose, le voci o frasi antiquate, le metafore o strane affatto e barbare, o poetiche, non offendono la purità della lingua, ed appartengono piuttosto al conto dello stile. Il periodo di questi scrittori, il giro della dicitura, per lo più rotto, slegato, saltellante, ineguale, ovvero intralciato, duro, aspro, monotono, e lontanissimo dalla semplicità e dalla maestà dell'antica elocuzione greca, appartiene certo in gran parte alla lingua, al cui genio è contrarissima la struttura dell'orazione di quei bassi scrittori, ma non nuoce alla purità. Il numero e l'armonia è diversissimo 2795 in questi scrittori da quel ch'egli è negli antichi, ma ciò non solo per la negligenza di quelli, bensì ancora per la diversa pronunzia introdotta appoco appoco nella lingua greca, massimamente estendendosi ella a tanti e sì diversi e tra se lontani paesi, e subentrando a sì diverse favelle, o prendendo luogo accanto ad esse e in compagnia di esse, o in mezzo ad esse: giacchè bisogna considerare che la più parte degli scrittori greci dal 3. secolo in poi, non furono greci di nazione, o certo non furono greci di paese, ma Asiatici ec., e greci solamente di lingua, e questo ancora non sempre dalla nascita, ma per istudio, come p. e. Porfirio, della cui lingua patria, vedi la Vita di Plotino, capo 17. e l'Holstenio de Vita et scriptis Porphyrii cap. 2. (17. Giugno. 1823.). { V. p. 2827.}

2829,1   27. Giugno. 1823.

[2829,1]  Ho detto altrove [ p.999] che il greco moderno è senza paragone più simile al greco antico che non l'italiano al latino. Fra le altre moltissime particolarità basti osservare che una delle cose che massimamente distinguono le lingue moderne dalle antiche, e fra queste l'italiana, spagnuola ec. dalla latina, si è che le moderne mancano dei casi de' nomi; il che 2830 basterebbe quasi per se solo a diversificare il genio e lo spirito delle nostre lingue, da quel delle antiche. Ora il greco moderno conserva gli stessi casi dell'antico. Conserva ancora l'uso della composizione fatta coi vocaboli semplici e colle preposizioni e particelle. Ma già non v'è bisogno d'altra prova che di gittar l'occhio sopra una pagina di greco vernacolo correttamente scritto, per conoscere la visibilissima e, direi quasi, totale somiglianza ch'esso ha coll'antico, e quanto ella sia maggiore, anzi di tutt'altro genere che non è quella che passa tra l'italiano e il latino, giacchè questa consiste principalmente nel materiale de' vocaboli e delle radici, e quella, oltre di ciò, in grandissima parte dell'indole e dello spirito. Ho detto, correttamente scritto, perchè certo fra il greco moderno scritto o parlato da un ignorante e quello scritto da un uomo colto, ci corre tanto divario quanto fra questo e il greco antico. Vedi il contratto in greco moderno barbaro pubblicato da Chateaubriand nell'Itinerario. Ma ciò è naturale, e succede in tutte le lingue e nazioni, e certo il greco antico parlato, anche dai non plebei, e scritto 2831 dagl'ignoranti era ben diverso da quello che scrivevano i dotti, come il latino rustico, dall'illustre. Vedi la pag. 2811. Il greco moderno colto, giacchè ed ogni lingua può esser colta, e niuna lingua non colta può valer nulla, potrebbe certo divenire una lingua bella, efficace, ricca, potente, e forse, per la gran parte che conserva sì delle ricchezze come delle qualità e della natura dell'antico, una lingua superiore o a tutte o a molte delle moderne colte e formate. (27. Giugno. 1823.).

2846,1   29-30. Giugno 1823.

[2846,1]  Se questo è, che certo non si può negare, resta solamente che si spieghi con dire che la lingua tedesca non ha carattere proprio, o che il suo proprio carattere si è di non averne alcuno, oltre i cui limiti non possa passare, il che viene a dir lo stesso. Che una lingua per ricca, varia, libera, vasta, potente, pieghevole, {docile,} duttilissima ch'ella sia, possa ricevere, non solo l'impronta di altre lingue, ma per così dir, tutte intiere in se stessa tutte le altre lingue; ch'ella si rida della libertà, della infinita moltiplicità, della immensità della lingua greca, e dopo averla tutta abbracciata, ed ingoiatone tutte le innumerabili forme, ella si trovi ancora tanta capacità come per lo innanzi, e possa ricevere e riceva, sempre che vuole, tutte le forme 2847 delle lingue le più inconciliabili colla stessa greca (che con tante si concilia) e fra loro; delle lingue teutoniche, slave, orientali, americane, indiane; questo, dico, non può umanamente accadere, se non in una lingua che non abbia carattere; non è accaduto alla greca ch'è stata ed è la più libera, vasta e potente e la più diversissimamente adattabile di tutte le lingue formate che si conoscono; non è accaduto e non accade, che si sia mai saputo o si sappia a nessun'altra lingua perfetta di questo mondo.

2849,1   29-30. Giugno 1823.

[2849,1]  Parlando dell'adattabilità, {o pieghevolezza, e della} varietà e libertà 2850 di una lingua, bisogna distinguere l'imitare dall'agguagliare, o rifare, le cose dalle parole. Una lingua perfettamente pieghevole, varia, ricca e libera, può imitare il genio e lo spirito di qualsivoglia altra lingua, e di qualunque autore di essa, può emularne e rappresentarne tutte le varie proprietà intrinseche, può adattarsi a qualunque genere di scrittura, e variar sempre di modo, secondo la varietà d'essi generi, e delle lingue e degli autori che imita. Questo fra tutte le lingue perfette antiche e moderne potè sovranamente fare la lingua greca, e questo fra le lingue vive può, secondo me, sovranamente la lingua italiana. Perciò io dico che questa e quella sono piuttosto ciascuna un aggregato di più lingue che una lingua, non volendo dire ch'elle non abbiano un carattere proprio, ma un carattere composto e capace di tanti modi quanti lor piaccia. Questo è imitare, come chi ritrae dal naturale nel marmo, non mutando la natura del marmo in quella dell'oggetto imitato; non è copiare nè rifare, come chi da una figura di cera ne ritrae un'altra tutta 2851 compagna, pur di cera. Quella è operazione pregevole, anche per la difficoltà d'assimulare un oggetto in una materia di tutt'altra natura; questa è bassa e triviale per la molta facilità, che toglie la maraviglia; e in punto di lingua è dannoso, perchè si oppone alla forma e natura ed essenza propria ch'ella o ha o dovrebbe avere. Imitando in quel modo s'imitano le cose, cioè lo spirito ec. delle lingue, degli autori, dei generi di scrittura; imitando alla tedesca s'imitano le parole, cioè le forme materiali, le costruzioni, l'ordine de' vocaboli di un'altra lingua (il che una lingua perfetta, anzi pure formata, non dee mai poter fare, nè può per natura fare); e probabilmente s'imitano queste, e non le cose; cioè non s'arriva ad esprimer l'indole, la forza, la qualità, il genio della lingua e dell'autore originale (benchè pretendano di sì), appunto perchè in un'altra e diversissima lingua se ne imitano anzi copiano le parole: e mad. di Staël ancora è di questo sentimento in un passo che ho recato altrove della prima lettera alla Biblioteca Italiana, 1816. n. 1 [ p.962] [ p.94].

2852,1   29-30. Giugno 1823.

[2852,1]  2852 Una traduzione in lingua greca fatta alla maniera tedesca, una traduzione dove non s'imita, ma si copia, o vogliamo dire s'imitano le parole, dovendosi nelle traduzioni imitar solo le cose, si è quella de' libri sacri fatti da' Settanta. Ora la medesima lingua greca, quella così immensamente pieghevole e libera, nondimeno, percioch'ella è pur lingua formata e perfetta, riesce in quella traduzione (fatta certo in antico e buon tempo) affatto barbara e ripugnante a se stessa, e non greca; e di più, quantunque noi non possiamo per la lontananza de' tempi, e la scarsezza delle notizie grammaticali ec. e la diversità de' costumi e dell'indole, neppur leggendo gli originali ebraici, pienamente giudicare e sentir qual sia il {proprio} gusto de' medesimi, e il vero genio di quella lingua, nondimeno possiamo ben essere certissimi che questo gusto e questo genio non è per niente rappresentato dalla version de' Settanta, che non è quello che noi vi sentiamo leggendola, che non ve lo sentirono i greci contemporanei o posteriori, e ch'ella in somma fu ben lontana dal fare ne' greci lo stesso effetto, nè di gran lunga simile, neppure analogo a 2853 quello che facevano ne' lettori ebrei gli originali. {#Seppure però la lingua ebraica ha genio, o altra indole come quella di non averne veruna. E certo la lingua ebraica per essere informe, può forse esser bene rappresentata e imitata con una traduzione in qualsivoglia lingua, che per esser troppo esatta sia anch'essa informe. Il che non accadrebbe in verun caso. Vedi la pag. 2909. 2910 fine - 2913. Vedi anche una giunta a questa pagina nella p. 2913.} Ch'è appunto il fine che dovrebbero avere le traduzioni, e che i tedeschi pretendono di pienamente e squisitamente conseguire col loro metodo. Aggiungasi dopo tutto ciò che la traduzione de' Settanta, barbara per troppa conformità estrinseca coll'originale, non le è di gran lunga così scrupolosamente e onninamente conforme, come le vantate traduzioni tedesche agli originali loro.

2866,1   1. Luglio 1823.

[2866,1]  Ho detto sovente che ciascuno autor greco ha, per così dire, il suo Vocabolarietto proprio [ pp.244-45] [ pp.2630-32] [ p.2716-17]. Ciò vale non solamente in ordine all'usare ciascun d'essi sempre o quasi sempre quelle tali parole per esprimere quelle tali cose, laddove gli altri altre n'usano, o in ordine ai loro modi e frasi familiari e consuete, ma eziandio in ordine al significato delle stesse parole o frasi che anche gli altri usano, o che tutti usano. Perocchè chi sottilmente attende e guarda negli scrittori greci, vedrà che le stesse parole e frasi presso un autore hanno un senso, e presso un altro un altro, e ciò non solamente trattandosi di autori vissuti in diverse epoche, il che non sarebbe strano, ma eziandio di autori contemporanei, e compatriotti ancora, come p. e. di Senofonte e 2867 Platone, i quali furono di più condiscepoli, e trattarono in parte le stesse materie, e la stessa Socratica filosofia. Dico che il significato delle parole o frasi in ciascuno autore è diverso: ora più ora meno, secondo i termini della comparazione, e secondo la qualità d'esse parole; e per lo più la differenza è tale che i poco accorti ed esercitati non la veggono, ma ella pur v'è, benchè picciolissima. Un autore adoprerà sempre una parola nel significato proprio, e non mai ne' metaforici. Un altro in un significato simile al proprio, o forse proprio ancor esso, e non mai negli altri sensi. Un altro l'adoprerà in un senso traslato, ma con tanta costanza, che occorrendo di esprimere quella tal cosa, non adoprerà mai altra voce che quella, e adoprando questa voce, non la piglierà mai in altro senso, onde si può dire che presso lui questo significato è il proprio di quella voce: {+(come accade che i sensi metaforici de' vocaboli pigliano spesse volte assolutamente il luogo del proprio, che si dimentica)} e questo caso è molto frequente. Un altro adoprerà quella voce colla stessa costanza, o con poco manco, in 2868 un altro senso traslato, più o meno diverso, e talvolta vicinissimo {e similissimo,} ma che pur non è quel medesimo. E tutta questa varietà (con altre molte differenze simili a queste) si troverà nell'uso di uno stesso verbo, di uno stesso nome, di uno stesso avverbio in autori contemporanei e compatriotti. Alla qual varietà, come ben sanno i dotti in queste materie, è da por mente assai, e da notar sempre in ciascuno autore, massime ne' classici, qual è il preciso senso in cui egli suole o sempre o per lo più adoperare ciascuna parola o frase. Trovato e notato il quale, si rende facile la intelligenza dell'autore, e se ne penetra la proprietà e l'intendimento vero delle espressioni, e si spiegano molti suoi passi che senza la cognizione del significato da lui solito d'attribuirsi a certe parole, non s'intenderebbero; com'è avvenuto a molti interpreti e grammatici ec. che spiegando questi passi secondo l'uso ordinario di quelle tali parole o frasi, e non considerandole in quello particolare ch'esse sogliono aver presso quello scrittore, o non hanno saputo 2869 strigarsi o si sono ingannati. E così accade anche ai ben dotti, che però non abbiano pratica di quel tale autore, e vi sieno principianti, o che ne leggano qualche passo spezzato. Certo non prima si arriva a pienamente e propriamente intendere qualunque autor greco che si abbia presa pratica del suo particolar Vocabolario, e de' significati di questo: e tal pratica è necessario di farla in ciascuno autore che si prende nuovamente o dopo lungo intervallo a leggere: benchè in alcuni costa più in altri meno, e in certi costa tanto, che solo i lungamente esercitati e familiarizzati colla lezione e studio di quel tale autore sono capaci di bene intenderne e spiegarne la proprietà delle voci e frasi, e della espressione sì generalmente, sì in ciascun passo. Insomma questi solo conoscono la sua grecità, la quale, si può dire, in ciascuno autor greco, più o meno è diversa. (1. Luglio 1823.).

3009,1   23. Luglio 1823.

[3009,1]  { Alla p. 2841.} Lo stile e il linguaggio poetico in una letteratura già formata, e che n'abbia uno, non si distingue solamente dal prosaico nè si divide e allontana solamente dal volgo per l'uso di voci e frasi che sebbene intese, non sono però adoperate nel discorso familiare nè nella prosa, le quali voci e frasi non sono per lo più altro che dizioni e locuzioni antiche, andate, fuor che ne' poemi, in disuso; ma esso linguaggio si distingue eziandio grandemente dal prosaico e volgare per la diversa inflessione materiale di quelle stesse voci e frasi che il volgo e la prosa adoprano ancora. Ond'è che spessissimo una tal voce o frase è poetica pronunziata o scritta in un tal modo, e prosaica, anzi talora affatto impoetica, anzi pure ignobilissima e volgarissima in un altro modo. E in quello è tutta elegante, in questo affatto triviale, eziandio talvolta per li prosatori. Questo mezzo di distinguere e separare il linguaggio d'un poema da quello della prosa e del volgo inflettendo o condizionando diversamente 3010 dall'uso la forma estrinseca d'una voce o frase prosaica e familiare, è frequentissimamente adoperato in ogni lingua che ha linguaggio poetico distinto, lo fu da' greci sempre, lo è dagl'italiani: anzi parlando puramente del linguaggio, e non dello stile, poetico, il detto mezzo è l'uno de' più frequenti che s'adoprino a conseguire il detto fine, e più frequente forse di quello delle voci o frasi inusitate. Or questa diversa e poetica inflessione e pronunzia de' vocaboli correnti, che altro è per l'ordinario, se non inflessione e pronunzia antica, usitata dagli antichi prosatori, nell'antico discorso, ed ora andata in disuso nella prosa e nel parlar familiare? di modo che quelle parole così pronunziate e scritte non altro sono veramente che parole antiche e arcaismi, in quanto così sono scritte e pronunziate? nè altro è ordinariamente dire inflessioni, licenze, voci poetiche se non arcaismi? Vedi in questo proposito una bella riflessione di Perticari, Apologia, Capo 14. fine p. 131-2. Certo questa diversità d'inflessione per la più parte non è se 3011 non quello ch'io dico: così ne' poeti greci, così ne' latini (più schivi però dell'antico, e quindi il loro linguaggio poetico è assai meno distinto dalla lor prosa quanto a' vocaboli, che il greco), così negl'italiani. Perocchè non è da credere che la inflession d'una voce sia stimata, e quindi veramente sia, più elegante o per la prosa o pel verso, perchè e quanto ella è più conforme all'etimologia, ma solamente perchè e quanto ella è meno trita dall'uso familiare, essendo però bene intesa e non riuscendo ricercata. (Anzi bene spesso è trivialissima l'inflessione regolare ed etimologica, ed elegantissima e tutta poetica la medesima voce storpiata, come dichiaro in altro luogo [ pp.2075-76)]. E questo non esser trita, nè anche ricercata, ma pur bene intesa, come può accadere a una voce, o ad una cotale inflessione della medesima? Il pigliarla da un particolar dialetto {o l'infletterla secondo questo} fa ch'ella non riesca trita all'universale, ma difficilmente può far ch'ella e non paia ricercata e sia bene intesa da tutti. {+Oltre ch'ella riesce anche trita a quella parte della nazione di cui quel dialetto è proprio.} In verità i dialetti particolari sono scarso sussidio e fonte al linguaggio poetico, e all'eleganza qualunque. Lo vediamo noi italiani in Dante, dove le 3012 voci e inflessioni veramente proprie di dialetti particolari d'Italia fanno molto mala riuscita, nè la poesia nostra, nè verun savio tra' nostri o poeti o prosatori ha mai voluto imitar Dante nell'uso de' dialetti, non solo generalmente, ma neppure in ordine a quelle medesime voci e pronunzie o inflessioni da lui adoperate. Circa l'uso e mescolanza de' dialetti greci nella inflessione delle parole appresso Omero, non volendo rinnovare le infinite discussioni già fatte da tanti e tanti in questo proposito, solamente dirò che o le circostanze della Grecia e d'Omero erano diverse da quelle che noi possiamo considerare, e quindi per l'antichità ed oscurità della materia non potendo nulla giudicarne di certo e di chiaro, niuno argomento ne possiamo dedurre; ovvero (e così penso) quelle inflessioni che in Omero s'attribuiscono a' dialetti, e da' dialetti si stima che Omero le prendesse, {o tutte o gran parte} erano in verità proprie della lingua greca comune del suo tempo, o d'una lingua, o vogliamo dir d'un uso più 3013 antico ancora di lui; dalla qual lingua comune, o fosse più antica, o allora usitata, Omero tolse quelle inflessioni ch'egli si stima aver pigliato da questo e da quel dialetto indifferentemente e confusamente. Non volendo ammetter nulla di questo, dirò che in Omero la mescolanza de' dialetti dovè riuscir così male come in Dante. Circa i poeti greci posteriori, i quali tutti (fuor di quelli che scrissero in dialetti privati, come Saffo, Teocrito ec.) seguirono interamente Omero, come in ogni altra cosa, così nella lingua, e da lui tolsero quanto il loro linguaggio ha di poetico, cioè della sua lingua formarono quella che si chiama dialetto poetico greco, ossia linguaggio poetico comune, la questione non è difficile a sciogliere. Perocchè quelle inflessioni ch'essi adoperavano, benchè proprie di particolari dialetti, essi non le toglievano da' dialetti ma dal dialetto o linguaggio Omerico, di modo ch'elle riuscivano eleganti e poetiche, non in quanto proprie di privati dialetti, ma in quanto antiche ed Omeriche; ed erano bene intese 3014 dall'universale della nazione, nè parevano ricercate perchè tutta la nazione benchè non usasse familiarmente nè in iscrittura prosaica le inflessioni e voci Omeriche, le conosceva però e v'aveva l'orecchio assuefatto per lo gran divulgamento de' versi d'Omero cantati da' rapsodi per le piazze e le taverne, e saputi a memoria fino da' fanciulli. {# 1. V. p. 3041.} Il che non accadde a' poemi di Dante, il quale non fu mai in Italia neppur poeta di scuola, come Omero in Grecia presso i grammatisti medesimi, o certo presso i grammatici (vedi il Laerz. del Wetstenio, tom. 2. p. 583. not. 5.); nè il dialetto o linguaggio poetico italiano è o fu mai quello di Dante. Dico generalmente parlando, e non d'alcuni pochi e particolari poeti, suoi decisi imitatori, come Fazio degli Uberti, l'autore del Quadriregio Federico Frezzi, ed alcuni dell'ultimo secolo, come il Varano. Neppur la lingua del Petrarca è quella di Dante, nè da lui fu presa, nè punto si serve de' particolari dialetti.

3021,1   24. Luglio. 1823.

[3021,1]  Alle molte cose da me dette altrove [ pp.244] [ pp.2004-205] [ pp.2631-35] per mostrare come la lingua greca non ha bisogno che di poche radici per essere ricchissima, stante l'infinito uso ch'ella fa delle derivazioni e composizioni ec., e com'ella moltiplichi in infinito i suoi vocaboli primitivi, ec. aggiungi la voce media ch'ella ha, e il bellissimo uso ch'ella fa delle 3022 voci passive de' suoi verbi. Perocchè di moltissimi verbi greci si può dire che ciascuno di essi non è uno, ma tre, e serve per tre; avendo l'attivo, il medio, e il passivo de' medesimi, ciascuno un significato diverso proprio, oltre ai metaforici che ha per ciascuno di loro, e questi anche diversi, cioè l'attivo diverso dal medio ec. O vogliamo dire che ciascuno di tali verbi ha tre ben distinti significati propri, oltre ai metaforici. Nè questi significati si possono confondere insieme, perocchè ciascuno di loro corrisponde a una diversa e distinta inflessione. Onde non si accumulano i significati in una stessa parola, e non ne segue l'oscurità e ambiguità, nè la povertà e uniformità che da tale accumulamento deriva nella lingua ebraica. E pur quei tre non sono in sostanza che un verbo, e non hanno che un tema. L'uso che i latini fanno del passivo non è paragonabile a quello che ne fanno i greci (oltre che il passivo latino è difettivo e scarso, avendo bisogno in gran parte dell'ausiliare sum). Appresso i quali il passivo 3023 ha sovente una significazione propria attiva o neutra, diversa però da quella dell'attivo, e da quella del medio ec. ec. (24. Luglio. 1823.)

3041,1   26. Luglio 1823. di' di S. Anna.

[3041,1]  3041 Alla p. 3014. Io credo per certo che in qualunque modo, quelle inflessioni, voci, frasi ec. che in Omero si credono proprie di tale o tal altro dialetto, fossero al suo tempo per qualsivoglia cagione conosciute ed intese da tutte le nazioni greche, o se non altro, da una tal nazione (come forse la ionica), alla qual sola, in questo caso, egli avrà avuto in animo di cantare e di scrivere, e avrà probabilmente cantato e scritto. Quanto agli altri poeti, se le ragioni che ho addotte per ispiegare come, malgrado l'uso de' dialetti, essi fossero universalmente intesi, non paressero bastanti, si osservi che effettivamente in Grecia, siccome altrove, i poeti cessarono ben presto di cantare al popolo, (e così pur gli altri scrittori), e il linguaggio poetico greco divenne certo inintelligibile al volgo, dal cui idioma esso era anche più separato che non è la lingua poetica italiana dalla volgare e familiare. Scrissero dunque i poeti per le persone colte, le quali intendendo e studiando tuttodì e sapendo a memoria i versi d'Omero, e citandoli, parodiandoli, alludendovi a ogni tratto 3042 nella colta conversazione e nella scrittura, intendevano anche facilmente gli altri poeti, e il linguaggio poetico greco, benchè composto delle proprietà di vari dialetti. Perocchè esso era tutto Omerico, come ho detto, sia in ispecie sia in genere; cioè le inflessioni, le frasi, le voci che lo componevano, o erano le identiche Omeriche (e tali erano in fatti forse la più gran parte), o erano di quel tenore, di quella origine, derivate o formate da quelle di Omero, o tolte dai fonti e dai luoghi ond'egli le trasse, e ciò secondo i modi e le leggi da lui seguite. Quei poeti che scrissero dopo Omero al popolo, e per il popolo composero, come i drammatici, poco o nulla mescolarono i dialetti, e ne segue effettivamente che se talvolta il loro stile è Omerico, come quello di Sofocle, il loro linguaggio però non è tale. Esso è attico veramente, {+siccome fatto per gli Ateniesi,} se non forse nei pezzi lirici, i quali anche per la natura del soggetto e del genere, sarebbero stati poco alla portata degl'ignoranti. In effetto Frinico appresso Fozio (cod. 158.) conta fra' modelli, regole 3043 norme del puro e schietto sermone attico i tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, e i Comici in quanto sono attici, perocchè questi talora per ischerzo o per contraffazione mescolarono qualche cosa d'altri dialetti, e ciò non appartiene al nostro proposito, ed alcuni tragici, forse, avendo rispetto al gran concorso de' forestieri che d'ogni parte della Grecia accorrevano alla rappresentazione dei drammi in Atene, non avranno avuto riguardo di usare alcuna cosa d'altri dialetti. Ma generalmente si vede che il dialetto de' drammatici greci è un solo. E del resto, siccome tra noi e ne' teatri di tutte le colte nazioni, benchè la più parte dell'uditorio sia popolo, nondimeno i drammi che s'espongono, non sono scritti nè in istile nè in lingua popolare, ma sempre colta, e bene spesso anzi poetichissima e diversissima dalla corrente e familiare ed eziandio dalla prosaica colta; così si deve stimare che accadesse appresso a poco più o meno anche in Grecia e in Atene, dove i giudici de' drammi che concorrevano al premio, 3044 non era finalmente il popolo, ma uno scelto e piccol numero d'intelligenti, e dove le persone colte fra quelle che componevano l'uditorio, erano per lo meno in tanto numero come fra noi. { V. il Viaggio d'Anacar. cap. 70.}

3192,1   18. Agos. 1823.

[3192,1]  Per li nostri pedanti il prender noi dal francese o dallo spagnuolo voci o frasi utili o necessarie, non è giustificato dall'esempio de' latini classici che altrettanto faceano dal greco, come Cicerone massimamente e Lucrezio, nè dall'autorità di questi due e di Orazio nella Poetica, che espressamente difendono e lodano il farlo. Perocchè i nostri pedanti coll'universale dei dotti e degl'indotti tengono la lingua greca per madre della latina. Ma hanno a sapere ch'ella non fu madre della latina, ma sorella, nè più nè meno che la francese e la spagnuola sieno sorelle dell'italiana. Ben è vero che la greca letteratura e 3193 filosofia fu, non sorella, ma propria madre della {+letteratura e filosofia} latina. Altrettanto però deve accadere alla filosofia italiana, e a quelle parti dell'italiana letteratura che dalla filosofia debbono dipendere o da essa attingere, per rispetto alla letteratura e filosofia francese. La quale dev'esser madre della nostra, perocchè noi non l'abbiamo del proprio, stante la singolare inerzia d'Italia nel secolo in che le altre nazioni d'Europa sono state e sono più attive che in alcun'altra. E voler creare di nuovo e di pianta la filosofia, e quella parte di letteratura che affatto ci manca (ch'è la letteratura propriamente moderna); oltre che dove sono gl'ingegni da questa creazione? ma quando anche vi fossero, volerla creare dopo ch'ella è creata, e ritrovare dopo trovata ch'ell'è da più che un secolo, e dopo cresciuta e matura, e dopo diffusa e abbracciata e trattata continuamente da tutto il resto d'Europa del pari; sarebbe cosa, non solo inutile, ma stolta e dannosa, mettersi a bella posta lunghissimo tratto addietro degli 3194 altri in una medesima carriera, volersi collocare sul luogo delle mosse quando gli altri sono già corsi tanto spazio verso la meta, ricominciare quello che gli altri stanno perfezionando; e sarebbe anche impossibile, perchè nè i nazionali nè i forestieri c'intenderebbono se volessimo trattare in modo affatto nuovo le cose a tutti già note e familiari, e noi non ci cureremmo di noi stessi, e lasceremmo l'opera, vedendo nelle nostre mani bambina e schizzata, quella che nelle altrui è universalmente matura e colorita; e questo vano rinnovamento piuttosto ritarderebbe e impaccerebbe di quel che accelerasse e favorisse gli avanzamenti della filosofia, e letteratura moderna e filosofica. Erano ben altri ingegni tra' latini al tempo che s'introdussero e crebbero gli studi nel Lazio; ben altri ingegni, dico, che oggi in Italia non sono. Nè però essi vollero rinnovare nè la filosofia nè la letteratura (la quale essendo allora poco filosofica, si potea pur variare passando a nuova nazione), ma trovando l'una e l'altra in alto stato, e grandissimamente avanzate e mature appresso i 3195 greci, da questi le tolsero, e gli altrui ritrovamenti abbracciarono e coltivarono; e ricevuti e coltivati che gli ebbero, allora, secondo l'ingegno di ciascheduno e l'indole della nazione, de' costumi, del governo, del clima, della lingua, delle opinioni romane, modificarono ed ampliarono le cose da' greci trovate, e diedero loro abito e viso e attitudini domestiche e nuove. Se vuol dunque l'Italia avere una filosofia ed una letteratura moderna e filosofica, le quali finora non ebbe mai, le conviene di fuori pigliarle, non crearle da se; e di fuori pigliandole, le verranno principalmente dalla Francia (ond'elle si sono sparse anche nelle altre nazioni, a lei molto meno vicine e di luogo e di clima {e di carattere} e di genio e di lingua ec. che l'italiana), e vestite di modi, forme, frasi e parole francesi (da tutta l'Europa universalmente accettate, e da buon tempo usate): dalla Francia, dico, le verrà la filosofia e la moderna letteratura, come altrove ho ragionato [ pp.1029-30], e volendole ricevere, nol potrà altrimenti che ricevendo altresì assai parole e frasi di là, ad esse intimamente e indivisibilmente spettanti e fatte proprie; 3196 siccome appunto convenne fare ai latini {delle voci e frasi greche} ricevendo la greca letteratura e filosofia; e il fecero senza esitare. E noi colla stessa giustificazione, ed anche col vantaggio della stessa facilità il faremo, essendo la lingua francese sorella dell'italiana siccome della latina il fu la greca, e producendo la filosofia e la filosofica letteratura francese una letteratura moderna ed una filosofia italiana, siccome già la greca nel Lazio. E tanto più saremo fortunati degli altri stranieri che dal francese attinsero voci e modi per la filosofia e letteratura, quanto che noi nel francese avremo una lingua sorella, e non, com'essi, aliena e di diversissima origine. (18. Agos. 1823.)

3216   20-21. Agos. 1823.

[3214,1]  Ho detto in principio che la melodia nella musica non è determinata se non dall'assuefazione o da leggi arbitrarie. Delle melodie determinate dall'assuefazione, e che per ciò sono melodie, perchè quelle tali successioni di tuoni convengono con quelle che gli orecchi sono assuefatti a udire, ho discorso fin qui. Le melodie determinate da leggi arbitrarie, sono quelle che il popolo e i non intendenti non gustano, se non se nel modo specificato di sopra, senza nè conoscere nè sentire ch'elle sieno melodie, cioè che quei tuoni così succedendosi e intrecciandosi e alternandosi, armonizzino, cioè convengano, tra loro; quelle che pel popolo e per li non intendenti, non sono infatti melodie, ma solo per gl'intendenti; quelle che gl'intendenti soli gustano in virtù del giudizio, quali sono infiniti altri diletti umani (v. Montesquieu, Essai sur le goût. De la sensibilité. p. 392.), massime nelle arti; quelle che non 3215 sono melodie se non perchè ed in quanto corrispondono alle regole circa la successiva combinazione de' tuoni, consegnate in una scienza o arte, non dettata dalla natura ma dalla matematica, universale e universalmente riconosciuta in Europa, come lo sono tutte le altre arti e scienze {in questa parte del mondo} legata insieme dal commercio e da una medesima civiltà ch'ella stessa si è fabbricata e comunicata di nazione a nazione, ma non riconosciuta fuori d'Europa nè dalle nazioni non civili, nè da quelle che hanno un'altra civiltà da esse fabbricata o d'altronde venuta; qual è sopra tutte la nazion Chinese, la quale ed ha una scienza musicale, e in essa non conviene punto con noi. Ho detto che la nostra scienza o arte musicale fu dettata dalla matematica. Doveva dire costruita. Essa scienza non nacque dalla natura, nè in essa ha il suo fondamento, come le più dell'altre; ma ebbe origine ed ha il suo fondamento in quello che alla natura somiglia e supplisce e quasi equivale, in quello ch'è giustamente chiamato seconda natura, ma che altrettanto a torto quanto 3216 facilmente e spesso è confuso e scambiato, come nel caso nostro, colla natura medesima, voglio dire nell'assuefazione. Le antiche assuefazioni de' greci {+(per non rimontar più addietro, che nulla rileva al proposito)} furono l'origine e il fondamento della scienza musicale da' greci determinata, fabbricata, e a noi ne' libri e nell'uso tramandata, dalla qual greca scienza, viene per comun consenso e confessione la nostra europea, che non è se non se una continuazione, accrescimento e perfezione di quella, siccome tante altre e scienze ed arti (anzi quasi tutte le nostre) che la moderna Europa ricevè dall'antica Grecia e perfezionò, e a molte cangiò faccia appoco appoco del tutto. La greca musica popolare, le ragioni della quale non altrove erano che nell'assuefazione (siccome quelle di qualsivoglia musica popolare), fu l'origine, il fondamento, e per così dir l'anima e l'ossatura della musica greca scientifica, e quindi altresì della nostra, che di là viene. Ma siccome accade a tutte le arti ch'elle col crescere, col perfezionarsi, col maggiormente determinarsi, si dilungano appoco appoco da ciò che fu loro origine, fondamento, {subbietto primitivo} e ragione, o fosse la natura 3217 o l'assuefazione o altro, e talvolta giungono fino a perderlo affatto di vista, ed esser fondamento e ragione a se stesse, il che è intervenuto in buona parte alla poetica, intervenne ancora all'arte musica. {#Maggiormente sconvenevole però si è questo nella musica che nella poesia. Perocchè la scienza musicale, in ordine alla musica è di più basso e ben più lontano rango, che non è la poetica in ordine alla poesia. Il contrappunto è al musico quel che al poeta è la grammatica. La musica non ha un'arte che risponda a quel ch'è la poetica alla poesia, la rettorica all'oratoria. Ben potrebbe averla, ma niuno ancora ha pensato a ridurre a principii e regole le cagioni degli effetti morali della musica e del diletto che da lei deriva, e i mezzi per produrli ec.} Quindi è che spessissimo sia giudicato buono ed ottimo dagl'intendenti, e perciò piaccia loro sommamente, e che sia melodia per essi, quello che dal popolo e da' non intendenti è giudicato o mediocre o cattivo, che poco o niun effetto produce in essi, che poco o nulla gli diletta, che per essi non è assolutamente melodia: sebbene ei lodano sovente ed ammirano cotali composizioni di tuoni, o in vista delle qualità indipendenti dall'armonizzare della loro combinazione successiva, che di sopra ho descritte, o mossi dalla fama del compositore, o dalla voce degl'intendenti, o dal favore, o dal diletto altre volte ricevuto nelle composizioni del medesimo, o dalla coscienza della propria ignoranza, o dalla maraviglia delle difficoltà e stranezze che in tali composizioni ravvisano, o dalla stessa novità, benchè per essi nulla dilettevole musicalmente, o in fine da cento altre cause estrinseche e accidentali, o diverse e indipendenti dal diletto che nasce dal senso della melodia, cioè della convenienza scambievole de' tuoni nel succedersi 3218 l'uno all'altro. E per lo contrario interviene spessissimo che quelle successioni de' tuoni le quali per il popolo sono squisitissime, carissime, bellissime, spiccatissime e dilettosissime melodie, non ardisco dire non piacciano agli orecchi degl'intendenti, ma con tutto ciò dispiacciano al loro giudizio, e ne sieno riprovate, tanto che per essi talora non sieno neppur melodie quelle che per tutti gli orecchi e per li loro altresì, sono melodie distintissime, evidentissime, notabilissime e giocondissime. Il che si può vedere in fatto nel giudizio degl'intendenti circa il comporre di Rossini, e generalmente circa il modo della moderna composizione, la quale da tutti è sentita esser piena di melodia {+molto più che le antiche e classiche,} e da chiunque sa è giudicata non reggere in grammatica ed essere scorrettissima e irregolare. Tutto ciò non per altro accade se non perchè gl'intendenti giudicano, e giudicando sentono (cioè col fattizio, ma reale sensorio dell'intelletto e della memoria) secondo i principii e le norme della loro scienza; e i non intendenti sentono e sentendo giudicano secondo le loro assuefazioni relative al proposito. Le quali assuefazioni segue e si propone 3219 o loro si accosta il moderno modo di comporre, assai più che l'antico, ignorando o trascurando più o manco i canoni dell'arte, di che gli antichi furono peritissimi e religiosissimi osservatori.

3224,1   20-21. Agos. 1823.

[3224,1]  Perocchè io non dubito che i mirabili effetti che si leggono aver prodotto la musica e le melodie greche sì ne' popoli, ossia in interi uditorii, sì negli eserciti, siccome quelle di Tirteo, sì ne' privati, come in Alessandro; effetti tanto superiori a quelli che l'odierna musica non solo produca, ma sembri pure, assolutamente parlando, capace di mai poter produrre; effetti che necessitavano i magistrati i governi i legislatori a pigliar provvidenze e fare regolamenti e quando ordini, quando divieti, intorno alla musica, come a cosa di Stato (v. il Viag. d'Anacarsi, Cap. 27. trattenimento secondo); (e parlo qui degli effetti della musica greca che si leggono nelle storie e avvenuti fra' greci civili, non di que' che s'hanno nelle favole, accaduti a' tempi salvatichi); non 3225 dubito, dico, che questi effetti, e la superiorità della greca musica sulla moderna, che pur quanto a' principii ed alle regole, dalla greca deriva, non venga da questo, ch'essendo fra' greci l'arte musicale, sebbene adulta, pur tuttavia ancora scarsa, non offriva ancora abbastanza al compositore da coniare o inventar di pianta nuove melodie che niun'altra ragione avessero di esser tali se non le regole sole dell'arte; nè da poter gittarne sopra queste regole unicamente, o sopra le forme e melodie musicali da altri inventate di pianta, delle quali non poteva ancora avervi così gran copia, come ve n'ha tra' moderni. Ma quel ch'è più, l'arte, sebben cominciò anche tra' greci a corrompersi e declinare da' suoi principii, e da' suoi propri obbietti o fini e instituti, anzi molto avanzò nella corruzione (v. Viag. d'Anac. l. c.), non giunse tuttavia di gran lunga ad allontanarsi tanto come tra noi, e così decisamente e costantemente, dalla sua prima origine, dal primo fondamento e ragione delle sue regole, dalla prima materia delle sue composizioni, cioè le popolari melodie; nè a dimenticare, 3226 come oggi, impudentemente e totalmente il suo primo e proprio fine, cioè di dilettare e muovere l'universale degli uditori ed il popolo; nè, molto meno, giunse a rinunziar quasi interamente e formalmente a questo fine, e scambiarlo apertamente in quello di dilettare, o maravigliare, o costringere a lodare e applaudire una sola e sempre scarsissima classe di persone, cioè quella degl'intendenti: il quale per verità è il fine che realmente si propone la musica tedesca, inutile a tutti fuori che agl'intendenti, e non già superficiali, ma ben profondi. Non fu così la Musica greca. E in questo ravvicinamento della moderna musica al popolare, ravvicinamento così biasimato dagl'intendenti, e che sarà forse cattivo per il modo, ma in quanto ravvicinamento al popolare è non solo buono, ma necessario, e primo debito della moderna musica; in questo ravvicinamento, dico, vediamo quanto l'effetto della musica abbia guadagnato e in estensione, cioè nella universalità, e in vivezza, cioè nel maggior diletto, ed anche talor maggior commovimento degli animi. 3227 Che se in niuna parte, e meno in quest'ultima, gli effetti della moderna musica sono per anche paragonabili a quelli che si leggono della greca, è da considerarsi che l'uomo oggidì è disposto in modo da non lasciarsi mai veementemente muovere a nessuna parte; che analogamente a questa generale disposizione, neanche le melodie assolutamente popolari d'oggidì, son tali {nè di tal natura} che possano facilmente ricevere dal compositore una forma da produrre in veruno animo un più che tanto effetto; e che in ultimo i compositori non iscelgono nè quelle melodie popolari o parti di esse che meglio si adatterebbero alla forza e profondità dell'effetto, nè in quelle che scelgono, ci adoprano quei mezzi che si richieggono a produrre un effetto simile, nè così le lavorano e dispongono come converrebbe per tal uopo: e ciò non fanno perchè nol vogliono e perchè nol sanno. Nol sanno perchè privi essi medesimi d'ispirazione veramente sublime e divina, e di sentimenti forti e profondi nel comporre in qualsiasi genere, non possono nè scegliere nè usar lo scelto in modo da 3228 produr negli uditori queste siffatte sensazioni ch'essi mai non provarono nè proveranno. Nol vogliono, perchè appunto non conoscendo tali sensazioni, nulla o ben poco le stimano, nè altro fine si propongono che il diletto superficiale e il grattar gli orecchi, al che di gran lunga pospongono le grandi e nobili e forti emozioni, di cui mai non fecero esperimento. Ma che maraviglia? quando gli antichi musici erano i poeti, quegli stessi che per la sublimità de' concetti, per la eleganza e grandezza dello spirito brillano nelle carte che di loro ci rimangono, o perdute queste coi ritmi da loro inventati e applicativi, vivono immortali i loro nomi nella memoria degli uomini, e ciò talora eziandio per egregi e magnanimi fatti? E quando all'incontro i moderni musici, stante le circostanze della loro vita, e delle moderne costumanze a loro riguardo, sono per corruzione, per delizie, per mollezza e bassezza d'animo il peggio del peggior secolo che nelle storie si conti? la feccia della feccia delle generazioni? Da vita, opinioni e costumi vili, adulatorii, dissipati, 3229 effeminati, infingardi, come può nascer concetto alto, nobile, generoso, profondo, virile, energico? Ma questo discorso porterebbe troppo innanzi, e condurrebbe necessariamente al parallelo della musica e de' musici colle altre arti e loro professori, a quello della moderna musica coll'antica, e delle moderne usanze colle antiche relative al proposito; e finalmente a trattare della funesta separazione della musica dalla poesia e della persona di musico da quello di poeta, attributi anticamente, e secondo la primitiva natura di tali arti, indivise e indivisibili (v. il Viag. d'Anac. l. c. {+particolarmente l'ult. nota al c. 27.}). Il qual discorso da molti è stato fatto, e qui non sarebbe che digressione. Però lo tralascio.

3235,2   22. Agos. 1823.

[3235,2]  Platone nel Sofista verso il fine, ediz. dell'Astio, Opp. di Plat. Lips. 1819. sgg. t. 2. p. 362. v. 2. sgg. A. penult. pagina del Dialogo. {+Πόϑεν οὖν ὄνομα ἑκατέρῳ τις ἂν λήψεται πρέπον; ἢ δῆλον δὴ χαλεπὸν ὄν, διότι τῆς} τῶν γενῶν κατ᾽ εἴδη διαιρέσεως παλαιά τις, ὡς ἔοικεν, αἰτία (ἴσ. ἀηδία. Ast.) τοῖς ἔμπροσϑεν καὶ ἀξύννους παρῆν, ὥστε μηδ᾽ ἐπιχειρεῖν μηδένα διαιρεῖσϑαι∙ καϑὸ δὴ τῶν ὀνομάτων ἀνάγκη μὴ σϕόδρα εὐπορεῖν; 3236 Unde iam nomen utrique eorum quisquam arripiet conveniens? an dubium non est quin difficile sit, propterea quod ad generum in species distributionem vetustam quandam, ut videtur, et inconsideratam superiores habebant offensionem atque fastidium, ita ut ne conaretur quidem ullus dividere; quocirca etiam nomina non satis nobis possunt in promptu esse? Astius. Vuol dir Platone e si lagna, che gli antichi greci (e così tutti gli antichi d'ogni nazione) ebbero poche idee elementari, onde la loro lingua (e così tutte le lingue fino a una perfetta maturità e coltura, e fino che la nazione non filosofa) mancava di termini esatti, e sufficienti ai bisogni del dialettico massimamente e del metafisico. Ond'è che Platone il quale volle sottilmente filosofare, ed esercitare l'esatto raziocinio, e considerare profondamente la natura delle cose, fu arditissimo nel formare de' termini di questa fatta, ed abbonda sommamente di voci nuove e sue proprie, esatte e logiche ovvero ontologiche, {# Vedi la pref. di Timeo al suo Lessico Platonico appo il Fabric. B. G. edit. vet. 9.419.} che da niuno altro si trovano adoperate, o che da' suoi scritti furono tolte. E notisi che Platone faceva questa lagnanza della sua 3237 lingua, la più ricca, la più feconda, la più facile a produrre, la più libera, la più avvezza e meno intollerante di novità, ed oltre a questo, nel più florido, perfetto ed aureo secolo d'essa lingua, e quasi ancora nel più libero e creatore. Nondimeno a Platone parve scarsa a' bisogni dell'esatto filosofare la stessa lingua greca nel suo miglior tempo, e trattando materie sottili egli ebbe bisogno di parere ardito agli stessi greci in quel secolo, e di fare scusa e addur la ragione del suo coniar nuove voci. Nè certo {si dirà che} Platone le coniasse o per trascuratezza {e poco amore} della purità ed eleganza della lingua, di ch'egli è fra gli Attici il precipuo modello, nè per ignoranza d'essa lingua, e povertà di voci derivante da questa ignoranza. (22. Agos. 1823.)

3251-53   23. Agos. 1823.

[3251,1]  3251 Tornando al proposito debbono esser, come ho detto, cose osservate queste proporzioni che passano tra le diverse nature dei climi e i diversi caratteri delle rispettive pronunzie e geni delle rispettive lingue, ed altresì il modo di queste proporzioni, cioè il modo in che il clima opera sulle favelle, e da quali proprietà del clima quali proprietà derivino alle pronunzie e alle lingue. Ma forse non sarà stato egualmente notato che trovandosi in un medesimo clima e paese essere stati in diversi tempi diversi caratteri di pronunzia e di lingua, queste diversità corrispondettero sempre alle qualità fisiche degli uomini che ciascuna d'esse pronunzie e lingue, l'una dopo l'altra usarono, le quali fisiche qualità variarono secondo le diverse circostanze morali, politiche, religiose, intellettuali ec. che in diverse generazioni in quel medesimo clima e paese ebber luogo. Ond'è che sebbene il clima meridionale naturalmente ispira dolcezza ne' caratteri delle pronunzie e de' suoni, tuttavia suono della lingua greca, e quello della lingua romana, certo più molle che non era a quel tempo, e che adesso non è, il suono delle 3252 lingue settentrionali, pur fu molto men delicato e più forte di quello che oggi si sente nella nuova lingua dello stesso Lazio e di Roma e d'Italia. E ciò non per altra {cagione fisica immediata,} se non perchè, stante le loro circostanze morali e politiche e il lor genere di vita e di costumi, gli antichi Greci e Romani (il che anche per mille altri segni e notizie si prova) furono di corpo molto più forti che i moderni italiani non sono. { La stessa pronunzia della moderna lingua francese (e così delle altre) si è addolcita coi costumi della nazione, come dice Voltaire ec. giacchè un dì si pronunziava come oggi si scrive ec.} Ond'è che siccome la pronunzia francese per la geografica posizione e natural qualità del suo clima, ch'è mezzo tra meridionale e settentrionale, tiene quasi tanto delle pronunzie del sud quanto di quelle del nord, {#pendendo però più al sud} ed è un temperamento dell'une e dell'altre e un anello che queste a quelle congiunge {#Puoi vedere la pp. 2989-91.,} così il carattere delle pronunzie greca e latina, tiene, non dirò già il proprio mezzo tra il settentrionale e il meridionale, ma tra il carattere dell'italiana, ch'è l'uno estremo delle moderne pronunzie meridionali, e l'estremo assoluto della dolcezza; e quello della pronunzia settentrionale meno aspra e che più 3253 s'accosti a dolcezza, e sia per questa parte l'estremo delle pronunzie settentrionali, alle meridionali più vicino. O volessimo piuttosto dire che le pronunzie greca e latina sieno medie tra l'italiana {+ch'è la più meridionale,} e la francese, che non è nè ben meridionale nè per anco settentrionale. {+Le lingue orientali, la greca moderna, la turca, quelle de' selvaggi e indigeni d'America sotto la zona, parlate e scritte in climi assai più meridionali che quel d'Italia o di Spagna, sono tuttavia molto men dolci dell'italiana e della spagnuola, e taluna anche delle settentrionali europee. Ciò per la rozzezza o per la acquisita barbarie de' popoli che l'usano o che l'usarono, per li costumi aspri e crudeli ec. antiche o moderne ch'esse lingue si considerino.} (23. Agos. 1823.)

  3371-3372
3371
3372
3626,segg.   8. Ott. 1823.

[3625,1]  Alla p. 2821 fine. Nótisi il significato continuativo di confuto nell'esempio di Titinnio appo il Forcell. dove questo verbo sta nel senso proprio, e questo si è quello di confundo, ma continuato, come excepto in un luogo di Virgilio da me altrove esaminato [ p.1107], per excipio. Nótisi ancora che nell'improprio suo ma più comune significato, confuto è vero continuativo di confundo. Anche noi diciamo (e così i francesi ec.) confondere uno colle ragioni, confondere le ragioni di uno, confondere l'avversario ec. e ciò vale confutare, ma questo esprime azione e quello è quasi un atto, e quasi il termine e l'effetto del confutare ec. Le quali osservazioni confermano la derivazione di confuto da noi e dagli etimologi stabilita. Così mi par di spiegare la traslazione del suo significato da quel di mescere insieme a quel di confutare, e così mi par di doverlo intendere; non ispiegarlo per compescere e derivar la metafora da questo lato, come fa il Vossio (ap. Forcell.) il quale anche 3626 par che derivi confuto da futum nome (dunque da questo anche futo?), per la solita ignoranza in materia de' continuativi. E se tal derivazione egli dà (come è anche più naturale ch'ei faccia) anche al confuto di Titinnio, e lo spiega pure per compesco, s'inganna assai. { V. p. 3635 } Significazioni analoghe a quella nostra metaforica di confondere gli avversari ec. vedile nel Forcell. in confundo, confusio, confusus , {# nel Gloss. in Confundere ,} avvertendo che la lingua latina antichissima aveva delle metafore e degli usi di parole molto più simili ai moderni che non ebbe poi l'aurea latinità, o piuttosto il latino più illustre scritto; e n'ebbe in grandissima copia; e che queste parole e questi usi, e generalmente le proprietà del volgare o familiar latino, più si veggono negli scrittori de' bassi tempi (or v. gli esempi di Sulpicio Severo nel Forc. in confundo e confusus), e ne' volgari moderni che negli aurei scrittori, perchè questi seguivano più l'illustre, e quelli il familiare, questi fuggivano il volgo, e quelli o per ignoranza o 3627 per elezione, gli andavan dietro, questi avevano una lingua illustre e una parlata, quelli non avevano già più una lingua illustre che fosse per essere intesa quando anche l'avessero saputa scrivere, ma lingua scritta e parlata era per loro una cosa sola, o tra se molto meno diversa che non nell'aureo secolo e ne' prossimi a quello. Siccome eziandio tra gli scrittori aurei, i più antichi e i più familiari, semplici e rimessi di stile, più conservano dell'antico latino, più rappresentano della frase volgare e parlata, {+più hanno delle voci e locuzioni, e delle significazioni ed usi di voci, conformi ai volgari. Così Cornelio, Fedro, Celso ec.} più somigliano quella degli scrittori bassi e de' volgari moderni. I più antichi (coi quali vanno quelli che più si tennero all'antico per loro instituto, come Varrone, Frontone ec.) perchè il linguaggio illustre e scritto non era ancor ben formato e determinato, nè molto nè ben distinto dal parlato e familiare. I più semplici e rimessi perchè o per istituto o per un poco meno di abilità nello scrivere {e minore studio fatto della lingua, o minor diligenza posta nel comporre,} non vollero o non seppero troppo scostarsi dal linguaggio più noto e succhiato da loro col latte, cioè dal familiare e parlato. Onde a noi 3628 paiono amabilissimi e pregevolissimi per la loro semplicità ec. ma certo a' contemporanei dovettero riuscire poco colti. Osservo infatti che fra gli scrittori dell'aureo secolo quelli che fra noi tengono le prime lodi per la semplicità e dello stile e della lingua (la quale in loro è sempre notabilmente affine alla frase italiana e moderna, ed anche a quella de' tempi bassi), o non si trovano pur nominati dagli antichi, o appena, o in modo che la loro stima si vede essere stata come di autori, al più, di second'ordine. Tali sono Corn. Nepote, Celso, Fedro, giudicato dal Le Fèvre il più vicino alla semplicità di Terenzio (v. Desbillons Disputat. II. de Phaedro, in fine), e simili. De' quali gli stessi moderni, vedendo la diversità della loro frase da quella degli altri aurei, e giudicandola non latina (perchè non molto illustre) hanno disputato se appartenessero al secol d'oro, ed anche se fossero antichi, ed hanno penato a riconoscerli per autori dell'aurea latinità; e le Vite di Cornelio sono state attribuite ad Emilio Probo {+(autore assai basso)} per ben lungo tempo e in molte edizioni ec., Celso è stato creduto più moderno di quello che è, ec. Fedro è stato attribuito al Perotti, 3629 e negato da molti che la sua latinità fosse latina ec. (v. la cit. Disput. del Desbillons). Non così è accaduto nè anticamente accadde agli scrittori greci più semplici. Effetto e segno che il linguaggio illustre in Grecia era, come altrove ho sostenuto [ pp.844.sgg.], assai men diviso dal volgare e parlato, e che la lingua e lo stile greco per sua natura e per sua formazione e circostanze è più semplice ec. Onde lo stile e la lingua p. e. di Senofonte fu subito acclamata, non men che fosse quella di Platone ch'è lavoratissima, ec. e gli scrittori greci più semplici e familiari non hanno aspettato i tempi moderni a divenir famosi e lodati ec. Senofonte e Platone nel loro secolo sono i due estremi quello della semplicità e bella sprezzatura, questo dell'eleganza, diligenza e artifizio. Pur l'uno e l'altro furono sempre quanto allo stile quasi parimente stimati da' Greci e contemporanei e posteri, e così da' latini e dagli altri in perpetuo ec. (8. Ott. 1823.)

3638,3   9. Ott. 1823.

[3638,3]  Primos in orbe deos fecit timor. Intorno a ciò altrove [ p.2208] [ pp.2387-89]. Or si aggiunga, che siccome quanto è maggior l'ignoranza tanto è maggiore il timore, e quanta più la barbarie tanta è più l'ignoranza, però si vede che le idee de' più barbari e selvaggi popoli circa la divinità, se non forse in alcuni climi tutti piacevoli, sono per lo più spaventose ed odiose, come di esseri tanto di noi invidiosi e vaghi del nostro male quanto più forti di noi. Onde le immagini ed idoli che costoro si fabbricano de' loro Dei, sono mostruosi e di forme terribili, non solo per lo poco artifizio di chi fabbricolle, ma eziandio perchè tale si fu la intenzione e la idea dell'artefice. E vedesi questo medesimo anche in molte nazioni che benchè lungi da civiltà pur non sono senza cognizione ed 3639 uso sufficiente di arte in tali ed altre opere di mano ec. come fu quella de' Messicani, {#i cui idoli più venerati eran pure bruttissimi e terribilissimi d'aspetto come d'opinione. Molte nazioni selvagge, o ne' lor principii, riconobbero per deità questi o quelli animali più forti dell'uomo, e forse tanto più quanto maggiori danni ne riceveano, e maggior timore ne aveano, e minori mezzi di liberarsene, combatterli, vincerli ec. La forza superiore all'umana è il primo attributo riconosciuto dagli uomini nella divinità. V. p. 3878.} E certo egli è segno di civiltà molto cresciuta e bene istradata il ritrovare in una nazione e la idea e le immagini o simboli o significazioni della divinità, piacevoli o non terribili. Come fu in Grecia, sebben molto a ciò dovette contribuire la piacevolezza e moderatezza di quel clima, che nulla o quasi nulla offre mai di terribile. Perocchè le forze della natura vedute negli elementi ec., riconosciute per superiori di gran lunga a quelle degli uomini, e, a causa dell'ignoranza, credute esser proprie di qualche cosa animata e capace, come l'uomo, di volontà, poichè è capace di movimento, di muovere ec.; sono state le cose che hanno suscitata l'idea della divinità (perchè gli uomini amano e son soliti di spiegar con un mistero un altro mistero, e d'immaginar cause indefinibili degli effetti che non intendono, e di rassomigliare l'ignoto al noto; come le cause ignote de' movimenti naturali, alla volontà ed all'altre forze note che producono i movimenti animali ec.), ond'è ben naturale che tale 3640 idea corrispondesse alla natura di tali effetti, e fosse terribile se terribili, moderata se moderati, piacevole se piacevoli ec. e più e meno secondo i gradi ec. Se non che nell'idea primitiva dovette sempre prevalere o aver gran parte il terribile, perchè essendo l'uomo naturalmente inclinato più al timore che alla speranza, {+come altrove in più luoghi [ pp.458-59] [ pp.1303-304] [ pp.2206-208.] [ pp.3433-35] } una forza superiore affatto all'umana, dovette agl'ignoranti naturalmente aver sempre del formidabile. Oltre che in ogni paese v'ha tempeste, benchè più o meno terribili ec. E tra le varie divinità di una nazione che ne riconosca più d'una, di una mitologia ec., le più antiche son certamente le più formidabili e cattive, e le più amabili e benefiche ec. son certamente le più moderne. {Le nazioni più civilizzate adoravano gli animali utili, domestici, mansueti ec. come gli egizi il bue, il cane, o loro immagini. Le più rozze, gli animali più feroci, o loro sembianze (v. la parte 1. della Cron. del Peru di Cieça, cap. 55. fine. car. 152. p. 2.). Quelle p. e. il sole o solo o principalmente, queste, o sola o principalmente la tempesta ovvero ec. ec. {+E a proporzione della rozzezza o civiltà, gli Dei ec. malefici e benefici erano stimati più o men principali e potenti, ed acquistavano o perdevano nell'opinione e religion del popolo, e nelle mitologie, e riti ec.} V. p. 3833.} Come della mitologia greca e latina ec. senza dubbio si dee dire. Infatti anche indipendentemente da questa osservazione, s'hanno argomenti di fatto per asserire che p. e. Saturno, Dio crudele e malefico, {+e rappresentato per vecchio, brutto, e d'aspetto come d'indole e di opere, odioso,} fu l'uno de' più antichi Dei della Grecia o della nazione onde venne la greca e latina mitologia, e più antico di Giove ec. Effettivamente la detta mitologia favoleggia che Saturno regnò prima di Giove, 3641 e da costui fu privato del regno. La qual favola o volle espressamente significare la mutazione delle idee de' greci ec. circa la divinità, e il loro passaggio dallo spaventoso all'amabile ec. cagionato dal progresso della civiltà, e decremento dell'ignoranza; o (più verisimilmente) ebbe origine e occasione da questo passaggio, di essere inventata naturalmente.

3749,2   21. Ott. 1823.

[3749,2]  La lingua latina illustre fu, non solo tra le antiche, ma forse fra tutte, la più separata e diversa, e la meno influita e dominata dalla volgare. Parlo della lingua latina illustre prosaica (ch'è poco dissimile dalla poetica) {+rispetto all'altre pur prosaiche} perchè p. e. la lingua poetica greca fu certo (almen dopo Omero ec.) anche più divisa ec. dalla greca volgare. Ma ciò come poetica, non come illustre, e qualunque linguaggio {appo qualunque nazione} è veramente poetico e proprio della poesia, di necessità e per natura sua è distintissimo dal volgare; chè tanto è quasi a dir linguaggio proprio poetico, quanto linguaggio diverso assai dal volgare. {+S'egli ha ad esser assai diverso dal prosaico illustre, molto più dal volgare.} Fra le lingue illustri moderne, la più separata e meno dominata dall'uso è, cred'io, l'italiana, massime oggi, perchè l'Italia ha men società d'ogni altra colta nazione, e perchè la letteratura fra noi è molto più esclusivamente che altrove, propria de' letterati, e perchè l'Italia non ha lingua illustre moderna ec. Per tutte queste ragioni la 3750 lingua italiana illustre è forse di tutte le moderne quella che meglio e più generalmente osserva e conserva la proprietà delle voci e modi. Ciò presso i buoni scrittori, cioè quelli che ben posseggono e trattano la lingua illustre, i quali oggi son men che pochissimi, e quelli che scrivono la lingua illustre, i quali oggi sono in minor numero di quelli che non la scrivano, o il fanno più di rado che non iscrivono la volgare. Perocchè oggi la lingua più comunemente scritta e intesa in Italia nelle scritture, non è l'illustre ma la barbara e corrotta volgare; e però ella non conserva punto la proprietà delle parole ec. ma sommamente se n'allontana, come fa la volgare. E p. e. quel fisico e morale, fisicamente e moralmente ec. nel senso francese, è oggi del volgare italiano, e dello scritto non illustre, non men ch'e' sia dell'illustre e del volgare francese ec. Ma presso i nostri buoni scrittori di qualunque secolo (non che gli ottimi), si vedrà forse più che in niun'altra lingua illustre moderna, 3751 osservata e conservata la proprietà delle parole e dei modi ec. Cioè l'uso loro esser totalmente e sempre, o quasi totalmente e quasi sempre, o più e più spesso che nell'altre lingue illustri, e in assai maggior numero di parole e modi ec., conforme al significato ch'essi ebbero da principio nella lingua e ne' primitivi scrittori italiani, ed anche alla loro nota etimologia, ed al senso ed uso ch'essi ebbero nella lingua onde alla nostra derivarono, cioè massimamente nella latina, madre della nostra. Certo la proprietà latina nell'uso e significato delle parole e dei modi, {+(siccome la forma, lo spirito ec. della latinità, della dicitura latina, il modo dell'orazione in genere, del compor le parole, dell'esporre e ordinar le sentenze, dello stile ec. ec. E quanto a queste cose, anche in ordine alla lingua greca l'italiano illustre è la lingua più simile ch'esista ec. ec.)} è molto meglio e in assai maggior parte conservata nell'italiano veramente illustre, per insino al dì d'oggi, che in alcun'altra lingua; e forse più nell'italiano illustre degli ultimi nostri buoni scrittori, che nel linguaggio de' più antichi e migliori scrittori francesi, spagnuoli ec. (21. Ott. 1823.)

3946,2   6. Dec. 1823.

[3946,2]  La lingua greca appartiene veramente e propriamente alla nostra famiglia di lingue (latina, italiana, francese, spagnuola, e portoghese), non solo perch'ella non può appartenere ad alcun'altra, e farebbe famiglia da se o solo colla greca moderna; non solamente neppure per esser sorella o, come gli altri dicono, madre della latina (nel primo de' quali casi ella dovrebbe esser messa almeno colla latina, e nel secondo è chiaro ch'ella va posta nella nostra famiglia), ma specialmente e principalmente perchè la sua letteratura è veramente madre della latina, la qual è madre delle nostre, e quindi la letteratura greca è veramente l'origine delle nostre, le quali in grandissima parte non sarebbero onninamente quelle che sono e quali sono (se non se per un incontro affatto fortuito) s'elle non fossero venute di là. E come la letteratura è quella che dà forma e determina la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la stessa cosa, o certo 3947 cose non separabili, e di qualità compagne e corrispondenti; e come per conseguenza la letteratura greca (oltre le tante voci e modi particolari) fu quella che diede veramente e principalmente forma alla lingua latina, e ne determinò la maniera di essere, il carattere e lo spirito, di modo che la lingua e letteratura latina, quando anche fossero nate, formate e cresciute senza la greca, non sarebbero certamente state quelle che furono, ma altre veramente, e in grandissima parte diverse per natura e per indole e forma, e per qualità generali e particolari, e sì nel tutto, sì nelle parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico, tutto questo, la letteratura greca (oltre lo studio immediato fattone da' formatori delle nostre lingue, come da quelli della latina) viene a esser veramente la madre e l'origine prima delle nostre lingue, come la latina n'è la madre immediata; le quali lingue (anche la francese che insieme colla sua letteratura è la più allontanata dalla sua origine, e dalla forma latina, e dall'indole della latina, e quindi eziandio della greca) non sarebbero assolutamente tali quali sono, ma altre e in grandissima parte diverse sì nello spirito, sì in cento e mille cose particolari, se non traessero primitivamente origine in grandissima parte dal greco per mezzo del latino. E veramente la lingua greca mediante la sua letteratura è prima (quanto si stende la nostra memoria dell'antichità) e vera ed efficacissima causa dell'esser sì la lingua e letteratura latina, sì le nostre lingue e letterature, anche la francese, tali quali elle sono, 3948 e non altre; chè per natura elle ben potrebbero essere diversissime in molte e molte cose, anche essenziali ed appartenenti allo spirito ed all'indole ec. e alquanto diverse più o meno in altre molte cose più o meno essenziali o non essenziali. E forse non mancano esempi di altre letterature e lingue antiche o moderne, anche meridionali ec., che non essendo venute dal greco, sono diversissime, anche per indole ec. e nel generale ec. non meno o poco meno che ne' particolari, dalla latina e dalle nostrali. E ne può esser prova il vedere quanto la francese si è allontanata, anche di spirito, dalla latina e dalla greca alle quali era pur conformissima nel 500 ec. (vedi la p. 3937.), senz'aver mutato clima ec. Certo i tempi nostri son diversissimi da quelli de' greci e de' latini, quando anche il clima sia conforme, diversissime sono state e sono le nostre nazioni, {#loro governi, opinioni, costumi, avvenimenti e condizioni qualunque,} sì tra loro, {#sì ciascuna di esse da se medesima in diversi tempi,} sì dalla greca, e dalla latina eziandio. Nondimeno le loro lingue e letterature sono state conformi, massime fino agli ultimi secoli, e tra loro, e tra' vari lor tempi, e colla greca e latina ec. Sicchè tal conformità non si deve attribuire nè solamente nè principalmente al clima, nè ad altre circostanze naturali o accidentali, ma all'accidente di esser derivate effettivamente dal greco e latino, chè ben potevano non derivar da nessuno, o derivare d'altronde ec. ec.

3964,3   9. Dec. 1823. Vigilia della Venuta della Santa Casa di Loreto.

[3964,3]  Parlo altrove [ p.961] [ pp.3012-14] [ pp.3041-47] de' dialetti d'Omero. Posto che il dialetto Ionico non fosse il comune o il più comune, e perciò prescelto, l'avere Omero scritto in un dialetto piuttosto che nella lingua comune, non prova altro se non che questa a' suoi tempi non v'era; e il non esservi prova che non vera ancora letteratura greca formata, perchè nè questa poteva esservi senza quella, e la mancanza di lingua comune è segno certo ed effetto non d'altro che della mancanza di letteratura nazionale o della sua infanzia, poca diffusione ec. Similmente dico di {# (2) Democrito ec. Ctesia è più moderno, ma forse anteriore al pieno della letteratura ateniese, di} Erodoto {# (1) V. p. 3982.} e degli altri che ne' più antichi tempi scrissero ne' dialetti loro nativi e non in lingua comune. Del resto se Omero usò {e mescolò} anche gli altri dialetti più di quello che poi fosse fatto dagli altri scrittori greci, anche poeti, prevalendo però in lui l'ionico, il simile fece Dante, che 3965 usò e mescolò i dialetti d'Italia molto più che poi gli altri, anche poeti, e a lui vicini, non fecero, e che oggi niuno farebbe, perchè v'è lingua comune, e questa certa e formata e determinata, e tutto ciò principalmente a causa della letteratura. Se poi alcuni, come Empedocle e Ippocrate, non essendo ioni ec., scrissero nell'ionico, { V. p. 3982.} ciò fu perchè Omero l'aveva usato e fatto famoso e atto alla scrittura, e creduto solo o principalmente capace di essere scritto, nel modo stesso che poi l'abbondanza degli scrittori ateniesi, maggiore che quella degli altri, rese comune, e per sempre, il dialetto attico, o una lingua partecipante massimamente dell'attico, e lo ridusse ad essere il greco propriamente detto sì nell'uso dello scrivere, sì in quello del parlare, massime delle persone colte; e nel modo stesso che in Italia per simil cagione è avvenuto rispetto al toscano, mentre prima, come in Grecia l'ionico invece dell'attico, così in Italia si era fatto comune ec. non il toscano, ma il siculo ec. per la coltura di quella corte e poeti ec. e loro abbondanza preponderante ec. {Del resto l'uso dell'ionico fatto anticam. dagli non ionici prova con certezza che il ionico o era il greco comune, o il più comune, o il solo o il più applicato e quindi atto alla letteratura e al dir colto ec. o il più famoso ec. v. p. 3991.} Onde molto s'ingannano, secondo me, quelli sì antichi (v. i luoghi cit. alla pagina 3931.) sì moderni (che sono, io credo, non pochi) i quali riconoscono l'uso o preponderanza del dialetto ionico in Omero, in Ippocrate ec. e nelle scritture dell'antica Grecia da questo, che il dialetto ionico, secondo loro, o almen quello di detti scrittori {+quale egli si è} ec. era l'antico dialetto attico, e usato dagli ateniesi. Il che, se non hanno altri argomenti per provarlo, certamente non è provato dall'uso di quegli scrittori, poichè che diritto e che mezzo aveva allora il dialetto ateniese per esser preferito agli altri nelle scritture? Essi cadono nel solito errore, 3966 sì comune per sì lungo tempo (e fin oggi) in Italia, anche fra' più dotti e imparziali, circa il dialetto toscano, cioè di credere che l'attico prevalesse agli altri dialetti per se (mentre niun dialetto prevale per se, giacchè quanto all'ordine, forma ec. esso non l'ha prima della letteratura, quanto alla bellezza del suono materiale ec. questo è un sogno, perchè a tutti i popoli {+e parti di essi} è più bello degli altri suoni quello che gli è dettato dalla natura, e quindi quello del dialetto nativo, e imparato nella fanciullezza ec.), e non per causa della preponderante letteratura e scrittori attici, la qual causa a' tempi d'Omero ec. non esisteva, anzi Atene non aveva, che si sappia, scrittore alcuno, non che n'abbondasse particolarmente ec. Neanche era potente, nè commerciante, nè che si sappia, assai culta, o più culta degli altri, seppure aveva coltura alcuna notabile. Bensì lo erano gl'ioni ec. e questo appunto produsse o fece possibile un Omero ec. Se poi hanno altre prove della detta proposizione, certo ragionano a rovescio pigliando per effetto la causa, e per causa l'effetto. Poichè se quello fu allora il dialetto attico, ciò venne appunto perch'esso aveva avuto scrittori e letteratura, e così fattosi comune ec., ovvero a causa del commercio {+e potenza} e della coltura degl'ioni, alla qual coltura non avrà poco contribuito la stessa letteratura che n'aveva avuto origine ec. Del resto gli attici erano molto facili ad adottare le voci e modi greci stranieri, e anche i barbari, almeno ne' tempi susseguenti; e lo dice Senofonte in un luogo da me citato e discusso altrove [ p.741] [ pp.785-86] [ pp.793]. (9. Dec. 1823. Vigilia della Venuta della Santa Casa di Loreto.)

3973   11. Dec. 1823.

[3972,1]  3972 Risulta da quello che in più luoghi si è detto [ pp.838.sgg.] [ pp.1683-84] [ pp.1946-51] [ pp.1953-57] [ pp.3253-62] circa la natura di una lingua atta (massime ne' nostri tempi) veramente alla universalità, che ella non solo non può esser più delle altre lingue capace di traduzioni, di assumer l'abito dell'altre lingue, o tutte o in maggior numero o meglio che ciascun'altra, di piegarvisi più d'ogni altra, di rappresentare in qualunque modo le altre lingue; ma anzi ella dev'essere per sua natura l'estremo contrario, cioè sommamente unica d'indole, di modo ec. e sommamente incapace d'ogni altra che di se stessa, ed in se stessa minimamente varia, e da se medesima in ogni caso il men che si possa diversa. E una lingua che tenga l'estremo contrario è di sua natura, massime a' tempi nostri, estremamente incapace dell'universalità. Non bisogna dunque figurarsi che una lingua universale nè debba nè possa portare questa utilità di supplire alla cognizione di tutte le altre lingue, di esser come lo specchio di tutte l'altre, di raccoglierle, per così dir, tutte in se stessa, col poterne assumer l'indole ec.; ma solo di servire in vece di tutte le altre lingue, e di esser loro sostituita. Anzi ella non può veramente altro ch'esser sostituita all'uso dell'altre e di ciascuna altra, e non supplire ad esse ec. Ben grande sarebbe quella utilità, ma essa è contraria direttamente alla natura di una lingua universale. Tale si è infatti la francese. Nè i francesi dunque nè gli stranieri si lusinghino di avere in quella lingua tutto ciò che potrebbero avere nell'altre, ma una lingua diversissima per sua natura dall'altre, il cui uso a quello di tutte l'altre possono facilmente sostituire. Nè stimino che volendo conoscer 3973 l'altre lingue, autori ec. il possederla francese, li dispensi più che alcun'altra lingua dallo studio di tutte l'altre, anzi per questo effetto la francese non serve a nulla, ed i francesi per parlare come nativa una lingua sommamente disposta alla universalità, si debbono contentare di avere una lingua incapacissima di traduzioni, inettissima a servir loro di specchio e di esempio, e fin anche di mezzo, per conoscere qualunque altra lingua, autore ec. Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni {+Sebbene i francesi coll'estrema trascuranza che hanno dell'altre lingue mostrano essere persuasi del contrario.}. La natura della greca era appunto l'opposto. Ella infatti perciò, anche nel tempo antico, non potè essere universale che debolissimamente e incomparabilmente alla possibile universalità di una lingua, ed anche all'effettiva presente universalità della francese, malgrado le molte qualità, e massimamente le infinite circostanze estrinseche (potenza, commercio, letteratura e civiltà unica della nazione che la parlava) che favorirono, (e per lunghissimo tempo), e quasi necessitarono la sua universalità, molto più che le circostanze estrinseche della francese ec. (11. Dec. 1823.)

3988,1   16. Dec. 1823.

[3988,1]  3988 Bello non assoluto. I greci e i romani (erano nazioni di buon gusto?) pregiavano, almeno nelle donne, la fronte bassa, e l'alta stimavano difettosa, per modo che le donne se la coprivano ec. V. le note del De Rogati alla sua traduzione di Anacr. od.29. sopra Batillo. Sul coprire o mostrar la fronte il che {+e la quale} ha tanta parte nel differenziare le fisonomie, nè gli antichi nè i moderni, nè la moda oggidì è mai d'accordo con se stessa. Non è dubbio che quella nazione di cui parla Ippocrate (v. la p. 3961.), avvezza a non vedere che teste lunghe, benchè tali essi ed esse a dispetto della natura, pur contuttociò naturalmente avrebbe e avrà sentita una mostruosità e bruttezza notabilissima e, secondo lei, incontrastabile ogni volta che avrà veduto teste, non dico piatte, ma discrete ec. Così dite degli altri barbari di cui p. 3962. E così di cento mila altri usi contro natura, selvaggi o civili, antichi {(greci, romani ec.)} o moderni ec. spettanti alla conformazione o reale o apparente (come quella de' guardinfanti ec.) del corpo umano. [ p.1078] (16. Dec. 1823.)

3991,2   18. Dec. 1823.

[3991,2]  Alla p. 3965. marg. È da notare che molto più antichi di Empedocle, Ippocrate ec. furono Saffo ed altri, massime poeti, famosi, i quali scrissero ne' dialetti natii diversi dall'ionico. Mostra dunque che non Omero, ma la preponderante civiltà, coltura (della quale ne dan chiaro segno e le cose e lo stile e lingua delle odi di Anacreonte, molto, se non altro, più giovane di Saffo), commercio, {#ricchezza, lusso, mollezza ec.} e quindi {#arti, mestieri, scienze, belle arti, v. p. 3995.} letteratura ec. degli Ioni rendesse comune il loro dialetto, e ciò molto dopo Omero, ed essendo 3992 già sparsa la letteratura per la Grecia, e varia di dialetti, ed altri dialetti applicati propriamente e per se stessi (non confusamente cogli altri, come in Omero) alla letteratura, almeno alla poesia. Erodoto fu circa contemporaneo d'Ippocrate. (18. Dec. 1823.). { Simonide contemporaneo all'incirca di Anacreonte, dice il Fabric. che scrisse in dorico. Si veggano i suoi frammenti, e più vi si troverà dell'ionico che del dorico; in particolare poi i suoi giambi ed alcuni altri frammenti sono al tutto o ionici o comuni, cioè attici: parte l'uno, parte l'altro. Come però Simonide scrivea per mercede in lode di questo o di quello (v. il Fabr.), è naturale che in tali casi seguisse i dialetti di chi pagava. Quindi i suoi epigrammi, fatti pure per mercede o per casi particolari e luoghi ec., erano forse e si trovano in dorico, e così altri frammenti. V. p. 3997.}

4001,2   24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.

[4001,2]  Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia, avanti il dominio de' romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel volgare latino in quelle parti, e quindi ne' volgari moderni {+in quelle parti,} e quindi nel comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e nel 4002 regno, come mostra il Perticari nell'Apologia, ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s'è discorso [ pp.1014-16] [ p.2655] delle Colonie greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni al latino noto ec. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

4026,7   9. Feb. 1824.

[4026,7]  Dico altrove {+ p. 2827.} che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne' secoli inferiori, alterandone l'armonia, alterarne la costruzione l'ordine e l'indole ec. perchè da un medesimo periodo o costrutto diversamente 4027 pronunziato, non risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de' secoli inferiori (come pure i latini, gl'italiani, e tutti gli altri ne' tempi di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un'armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec. Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli, anche de' migliori, ed anch'essi atticisti, formati sugli antichi, imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall'antico e della qualità predetta, che quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de' principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere gl'imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli antichi, da' classici originali e de' buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso gusto nell'armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l'ordine della lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino, perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch'è fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì non è antico. (Così dicasi dell'alterazione cagionata ne' costrutti ec. dalla mutata pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono universalmente l'alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e diverso da quello de' loro antichi. Si 4028 conosce a prima vista, {e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato)} per la differenza e per la detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de' migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o apparente, come dico altrove [ pp.4026-4028)] del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile, diverso principalmente per questo (quanto all'estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano) da' nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che di Cesare, e de' più antichi e semplici, che Cicerone nell'Oratore dice mancar tutti del numero {+s'intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p. seg.}. Che dirò di Lucano, dell'autore del Moretum, Stazio ec. rispetto a Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell'alterazione della lingua sì greca, sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l'ordine, e quindi alla frase e frasi, e quindi all'indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le {semplici} parole per servire al numero, {+e grattar l'orecchio avido di nuovi e spiccati suoni,} o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in greco, o troncandole come tra noi (l'uso de' troncamenti è singolarmente proprio del Pallavicini, e de' secentisti e de' più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb. 1824.). Veggasi il detto altrove [ pp.848-49] su d'alcuni sforzati costrutti d'Isocrate per evitare il concorso {(conflitto)} delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove [ pp.1157-60] sul vario gusto de' greci, lat. e ital. in diversi tempi, circa il concorso, l'abbondanza ec. delle vocali.) Ora se questo accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto 4029 migliaia d'altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne' secoli bassi ne' quali ec. fra gl'imitatori ec. la più parte, com'era allora non greci di patria, ma dell'Asia, e questa anche alta, non la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e tanti altri ec. ec.? (10. Feb. 1824.)

4050,8   21. Marzo. 1824.

[4050,8]  Della superiorità della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho detto [ p.1117] [ p.2142] [ pp.2784-86] in proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere determinato, si può dire lo stesso 4051 rispetto agl'incoativi, di cui i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini, sebbene si servono molto spesso, a significar l'incoazione, di verbi in ίζω fatti da quelli che significano l'azione o passione positiva, o aggiungono a' temi in άω, έω ec. il ζ facendone άζω, έζω ec. Ma queste forme non sono così precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti verbi così formati ne hanno tutt'altra, infiniti significano lo stesso che il primo tema (del che altrove [ pp.2825-26] [ pp.3284.sgg.], sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti non hanno altro tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti abbiano perduta col tempo siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non l'abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in ίζω o ζω è frequentativa. Anche de' frequentativi determinati ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i latini ma gl'italiani (e moltissimi generi, come pure in latino ve n'è più d'uno), i francesi ec. Mancano ancora de' verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e gl'italiani ec. hanno, e più d'un genere. (21. Marzo. 1824.)

4052,1   21. Marzo. 1824.

[4052,1]  La ricchezza e varietà e potenza {e fecondità} della lingua italiana non solo s'ha a considerare nella copia de' suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella ha per poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione. (formati già moltissimi, e da potersene formar con giudizio, sempre che si voglia e bisogni). Servano di esempio le tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec. de' verbi, da me annoverate altrove [ pp.1116-17] [ pp.1240-42] [ p.3764]. Le tante diminutive de' nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua nostra vince d'assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce confusione nè indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici in ciascun genere, sono però di qualità e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di significazione. (21. Marzo. 1824.)

4088,5   15. Maggio. 1824.

[4088,5]  Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato, che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come mollipes), gran parte de' quali, se non la massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva. (15. Maggio. 1824.)

4102,5   15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.

[4102,5]  Al detto altrove [ pp.735-40] della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita nè spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome finto espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche personaggio immaginario, {+come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de' medici,} o nominar qualche nuovo essere allegorico, o nuovamente nominare i già consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad altra lingua (qualunque sia la sua propria, in tutta l'Europa e America civile) che alla greca. (15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

4173,8   14. Aprile. 1826. Bologna.

[4173,8]  Magnum videlicet illis (Athenaei) temporibus videbatur, duabus linguis posse loqui: quod in nescio quo habitum loco miraculi refert Galenus: δίγλωττóς τις, inquit, ἐλέγετο πάλαι, καὶ ϑαῦμα τοῦτ᾽ ἦν, ἄνϑρωπος εἷς, ἀκριβῶν διαλέκτους δύο. Bilinguis olim quidam dicebatur: eratque res miraculo mortalibus, homo unus duas exacte linguas tenens. Haec Galenus in secundo de Differentiis pulsuum. Casaub. Animadv. in Athenae. lib. 1. cap. 2. (Bologna 14. Aprile. 1826.)

4202,1   22. Settembre. 1826. Bologna.

[4202,1]  La ricchezza della lingua greca, e la decisa differenza di stili che ella ammetteva, differenza così grande, che faceva quasi di ciascuno stile una lingua diversa, si può conoscere anche dal veder che gli antichi ebbero dei lessici voluminosi dedicati a un qualche stile in particolare, come noi potremmo far lessici a parte per la nostra lingua poetica o prosaica (due divisioni che la nostra lingua ammette, ma la greca assai più). Eccovi in Fozio Bibliot. i capi o codici 146. 147. Λεξικòν τῆς καϑαρᾶς ἰδέας (cioè styli simplicis o cosa simile). ᾽Aνεγνώσϑη λεξικὸν κατὰ στοιχεῖον καϑαρᾶς ἰδέας. μέγα καὶ πολύστιχον τὸ βιβλίον· μᾶλλον δὲ πολύβιβλoς ἡ πραγματεία. καὶ χρήσιμον, εἴπερ τι ἄλλο, τoῖς τòν χαρακτῆρα μεταχειριζομένοις τῆς τοιαύτης ἰδέας. 147. Λεξικòν σεμνῆς ιδέας. ᾽Aνεγνώσϑη λεξικòν σεμνῆς ἰδέας. εἰς μέγεϑoς ἐξετείνετο τὸ τεῦχος, ὡς ἄμεινον εἶναι δυσὶ μᾶλλον τεύχεσιν ἢ τρισὶ τoῖς ἀναγινώσκoυσι τὸ ϕιλοπóνημα (solemnis Photio vox hoc sensu) περιέχεσϑαι. κaτὰ στοιχεῖον δὲ ἡ πραγματεία. καὶ δῆλον ὡς χρησίμη τoῖς εἰς μέγεϑoς καὶ ὄγκoν ἐπαίρειν τoὺς λόγους αὐτῶν [αὑτῶν] ἐν τῷ συγγράϕειν ἐϑέλουσιν. 146. Lexicon Purae Ideae. Lexicon legi Ideae purae litterarum ordine. Magnus est hic liber, ut multi potius, quam unus esse videatur. Utilis autem, si quis alius, iis est, qui hanc Ideam tractant. 147. Lexicon Gravis styli. Legi Ideae gravioris Lexicon, quod ipsum quoque in immensum crevit, ut legentibus aptius fore arbitrer, si in duos opus illud, aut tres tomos distribuatur. Digestum item est litterarum ordine, patetque utile esse iis, qui sublimi tumidoque dicendi genere excellere studio habent (Schotti versio.). (Bologna. 22. Settembre. 1826.)

4203,1   24. Settembre. 1826. Bologna.

[4203,1]  4203 Ebbero i Greci, come i moderni, anche delle voluminose storie teatrali e drammatiche (come ne ebbero delle filosofiche, geometriche, pittoriche, statuarie, e d'ogni genere di discipline). Fozio nella Bibliot. cod. 161. dando conto dei libri di Ecloghe o Estratti di Sopatro sofista, dice che il quarto suo libro contiene degli estratti, fra gli altri, ἐκ τοῦ ὀγδóoυ λóγου τῆς τοῦ ῾Ρoύϕου δραματικῆς ἱστορίας, oἷς παράδοξά τε καὶ ἀπίθανα ἐστὶν εὑρεῖν, καὶ τραγωδῶν [τραγῳδῶν] καὶ κωμωδῶν [κωμῳδῶν] πράξεις τε καὶ λόγους καὶ ἐπιτηδεύματα, καὶ τοιαῦϑ᾽ ἕτερα. E che il quinto libro σύγκειται αὐτῷ ἔκ τε τῆς ῾Ρoύϕου μουσικῆς ἱστορίας πρώτου καὶ δευτέρου καὶ τρίτου βιβλίoυ. ἐν ᾧ τραγικῶν τε καὶ κωμικῶν ποικίλην ἱστορίαν εὑρήσεις. (Tragicor. ac Comicor. Schott.) οὐ μὴν δὲ ἀλλὰ καὶ διϑυραμβοποιῶν τε καὶ αὐλητῶν καὶ κιϑaρωδῶν [κιθαρῳδῶν]∙ ἐπιϑαλαμίων τε ὠδῶν [ᾠδῶν] καὶ ὑμεναίων καὶ ὑπορχημάτων ἀϕήγησιν, (epithalamiorumq. carminum et hymenaeorum atq. cantilenarum in chorea enumerationem. Schottus) περί τε ὀρχηστῶν καὶ τῶν ἄλλων τῶν ἐν τoῖς ῾Eλληνικoῖς ϑεάτροις ἀγωνιζομένων∙ ὅϑέν τε καὶ ὅπως oἱ τoύτων ἐπὶ μέγα κλέoς παρ᾽ αὐτoῖς ἀναδραμóντες γεγóνασιν, εἴ τε ἄῤῥενες εἴ τε καὶ τὴν ϑήλειαν ϕύσιν διεκληρώσαντο∙ τίνες τε τίνων ἐπιτηδευμάτων ἀρχὴ διεγνώσϑησαν (quinam etiam singulorum auctores ac principes studiorum exstiterint. Schott.), καὶ τoύτων δὲ τίνες τυράννων ἢ βασιλέων ἐρασταὶ καὶ ϕίλοι γεγóνασιν. οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τίνες τε oἱ ὰγῶνες, καὶ ὅϑεν, ἐν oἷς ἕκαστος τὰ τῆς τέχνης ἐπεδείκνυτο. καὶ περὶ ἑορτῶν δὲ ὅσαι πάνδημοι τoῖς ᾽Aϑηναίοις. ταῦτα δὴ πάντα καὶ εἴ τι ὅμοιον, ὁ πέμπτoς (τοῦ Σωπάτρου) ἀναγινώσκοντί σοι παραστήσει λóγoς. ῾O δὲ ἕκτoς αὐτῷ συνελέγη λόγος ἔκ τε τῆς αὐτῆς ῾Ρoύϕoυ μουσικῆς (ἱστορίας) βίβλου πέμπτης καὶ τετάρτης. αὐλητῶν δὴ καὶ αὐλημάτων ἀϕήγησιν ἔχει, ἄνδρές τε ὅσα ηὔλησαν καὶ δὴ καὶ γυναῖκες. καὶ ῞Oμηρος δὲ αὐτῷ καὶ ῾Hσίoδoς καὶ ᾽Aντίμαχoς oἱ ποιηταὶ τῆς διηγήσεως μέρος, (huius narrationis partem 4204 efficiunt. Schott.) καὶ τῶν ἄλλων πλεῖστοι τῶν εἰς τοῦτο τὸ γένος τῶν ποιητῶν ἀναγoμένων. E segue dicendo di altri libri di altri scrittori dai quali era estratto il sesto libro di Sopatro. E l'undecimo dice essere estratto, fra gli altri, ἐκ τῆς τοῦ ᾽Iώβα [Ἰόβα] (Iubae) τοῦ βασιλέως ϑεατρικῆς ἱστορίας ἑπτακαιδεκάτoυ λóγoυ, della quale opera fa menzione anche Ateneo, lib. 4. (Bologna. 1826. 24. Sett. Domenica.). { V. p. 4238. }

4211,7   5. ottobre. 1826. Bologna

[4211,7]  L'autor greco della Vita di S. Gregorio Papa, detto il Magno, avendo parlato delle opere di questo Santo, e particolarmente de' suoi Dialoghi, 4212 soggiunge (appresso Fozio. cod. 252. col. 1400. ed. grec. lat. Credo però che questa Vita si trovi stampata intera, e sarà in fronte alle opp. di S. Gregorio ): ᾽Aλλὰ γὰρ πέντε καὶ ἑξήκοντα καὶ ἑκατòν ἔτη oἱ τὴν ῥωμαίαν ϕωνὴν ἀϕιέντες τῆς ἐκ τῶν πõνων αὐτοῦ ὠϕελείας μόνοι ἀπήλαυον. Zαχαρίας δέ, ὃς τoῦ ἀποστολικoῦ ἀνδρὸς ἐκείνου χρόνοις ὕστερον τoῖς εἰρημένοις κατέστη διάδοχoς, τὴν ἐν τῇ ῥωμαϊκῇ μóνῃ συγκλειομένην γνῶσιν καὶ ὠϕέλειαν εἰς τὴν ᾽Eλλάδα γλῶσσαν ἐξαπλώσας, κοινὸν τὸ κέρδος τῇ oἰκουμένῃ πάσῃ ϕιλανϑρώπως ἐποιήσατο. οὐ τοὺς διαλóγους δὲ καλουμένους μóνους, ἀλλὰ καὶ ἄλλους αὐτοῦ ἀξιολóγοuς πóνους ἐξελληνίσαι ἔργον ἔϑετο. Ma per ispazio di 165 anni, solamente quelli che parlano latino godettero della utilità delle sue opere. Poi Zacaria, che in capo al detto spazio di tempo successe a quell'apostolico uomo (nel papato), trasportati in lingua greca i colui scritti, fece cortesemente comune a tutta la terra la notizia e la utilità di quelli, ristretta fino allora ai soli Latini. E non solo i così detti dialoghi, ma prese anche a voltare in greco altri scritti del medesimo degni di considerazione. - Testimonianza insigne della universalità della lingua greca eziandio ai tempi dello scrittore di questa Vita, cioè, credo, nel sesto secolo, se costui fu contemporaneo o poco posteriore al detto Zaccaria papa. (Bologna. 5. Ott. 1826.)

4214,3   12. ottobre. 1826. Bologna

[4214,3]  I francesi non hanno lingua poetica perchè hanno rigettata la lingua antica, perchè non sopportano l'antico nel verso niente più che nella prosa: e senza l'antico non vi può esser lingua poetica. I Latini che ebbero pochissima antichità di lingua, perchè il progresso della loro letteratura fu rapidissimo, e che rigettarono, ad eccezione di pochissime e piccolissime parti conservate nel verso, quella poca antichità che avevano, non ebbero lingua poetica propriamente, nè avrebbero avuto dicitura e stile poetico se non avessero usato nella poesia costruzioni ardite, e nuovi significati e metafore di parole, che i francesi non sopportano nella loro. {#(1) Notisi quindi che presso i latini ciascun poeta era artefice della sua lingua poetica; la lingua poetica dei latini era opera individuale del poeta, e se il poeta non se la facea, non l'aveva: dove in italiano e in greco ella era cosa universale, e il poeta l'avea già prima di porsi a comporre. E da ciò forse può nascere l'abuso e la soverchia copia del verseggiare e dei verseggiatori ec. ec.} Del resto l'avere i latini e i francesi a differenza dei greci e degl'italiani, rigettata ne' loro buoni e perfetti secoli l'antichità della lingua, venne, fra l'altre cose, dal non aver essi avuto nelle loro lingue antiche scrittori veramente sommi, a differenza dei greci, che ebbero Omero, Esiodo, Archiloco, Ippocrate, Erodoto ec. e degl'italiani, ch'ebbero Dante, Petrarca, Boccaccio, insomma (come i greci) la letteratura già stabilita, fissata e formata prima della lingua e della maturità della civilizzazione. (Bolog. 12. Ott. 1826.)

4223,1   17. ottobre. 1826. Bologna

[4223,1]  Ora, benchè il nostro rettorico abbia appena osservata e accennata di scorcio la vera causa, non si può negare che questa non sia una bella osservazioncella. E questa è forse quanto di buono o di notabile v'ha nel suo libro. (Bolog. 17. Ott. 1826.). { v. p. 4224.}

4237,3   Recanati. 20. Dic. 1826.

[4237,3]  Universalità della lingua greca anticamente. V. Dati, loc. citato qui sopra, p. 627. fin. e segg.

4251   7. Marzo. Mercoledi' di quattro tempora. 1827.

[4250,3]  Parrebbe che tutta quella infinita cura che pose Isocrate circa la collocazione delle parole e la struttura della dizione, non ad altro l'avesse egli posta, 4251 fuorchè a proccurare la più perfetta, la più squisita, la maggior possibile, la più singolare chiarezza. Questa dote non si osserva negli altri autori che l'hanno, se non in quanto nel leggerli non si patisce, vale a dir non si sentono impedimenti e difficoltà. In Isocrate ella si osserva, perchè non solo non si patisce leggendolo, ma per essa si prova un certo piacere. Negli altri ella è qualità negativa, in questo è positiva; ha un certo senso, un sapore proprio. Quel piacere che dà in molti autori una temperata difficoltà che si prova leggendoli, e superando facilmente quella difficoltà ad ogni passo, quel medesimo dà nel leggere Isocrate la somma e straordinaria facilità. Par di sentirvi quel gusto che si prova quando in buona disposizione di corpo, e volontà di far moto, si cammina speditamente per una strada, non pur piana, ma lastricata. Io non credo che si trovi autor così chiaro e facile in alcuna altra lingua, come è Isocrate (e certo senza compagni) nella greca. Esso è facilissimo anche ai principianti in quella lingua, che è pur la più difficile (se non prevale in ciò la tedesca) di tutte le lingue del mondo. Tanto più mirabile in questo, quanto che si sa bene con quanto studio Isocrate cercasse gli altri pregi della dicitura, e soprattutto fuggisse il concorso delle vocali; + difficoltà certo grandiss., ed inceppamento; {come ognun vedrebbe provandovisi;} il quale però non ha punto impedito quella maravigliosa facilità. (7. Marzo. Mercoledì di quattro tempora. 1827.)

4263,2   27. marzo. 1827. Recanati

[4263,2]  Alla p. 4249. fin. Il medesimo Chesterfield nota più volte come pregi distintivi e dei principali della letteratura nostra, e come di quelli che principalmente la possono far degna della curiosità degli stranieri, l'aver degli eccellenti storici, e delle eccellenti traduzioni dal latino e dal greco, mostrando poi di aver l'occhio particolarmente a quelle della Collana. Va bene il primo capo. Il secondo non può servire ad altro che a mostrar l'ignoranza grande dei forestieri circa le cose nostre. Perchè se la nostra letteratura è povera in alcuno articolo, lo è certamente in quel delle buone traduzioni dal latino e dal greco. Di quelle specialmente della Collana non ve n'è appena una che si possa leggere, quanto alla lingua e allo stile, e per se; e che non dica poi, almeno per la metà, il rovescio di quel che volle dire e disse l'autor greco e latino. Tutte le letterature (eccetto forse la tedesca da poco in qua) sono povere di traduzioni veramente buone: ma l'italiana in questo, se non si distingue dall'altre come più povera, non si distingue in modo alcuno. Solamente è vero che noi cominciammo ad aver traduzioni dal latino e dal greco classico (non buone, ma traduzioni semplicemente), molto 4264 prima di tutte le altre nazioni. Il che è naturale perchè anche risorse prima in Italia che altrove, la letteratura classica, e lo studio del vero latino, e del greco. E n'avemmo anche in gran copia. E queste furono forse le cagioni che produssero tra gli stranieri superficialmente acquainted with le cose nostre quella opinione, che ebbe tra gli altri il Chesterfield. { Scriveva il Chester. quelle cose circa il 1750: il Tradutt. ital. del Maff. furon pubblicati del 1720.} Nondimeno in quel medesimo tempo, anzi alquanto innanzi, avveniva al Maffei in Baviera, dov'ei si trovava, quel ch'egli scrive nella prefazione de' suoi Traduttori italiani ossia notizia de' Volgarizzamenti d'antichi scrittori latini e greci, che sono in luce indirizzata a una colta Signora, da lui frequentata colà. Vostro costume era d'antepor la (lingua) francese alle altre, per l'avvantaggio di goder per essa gli antichi autori latini e greci, della lettura de' quali sommamente vi compiacete, avendogli traslatati i francesi. Qui io avea bel dire, che questo piacere potea conseguirsi ugualmente con l'italiana, e che già fin dal felice secolo del 1500 la maggior parte de' più ricercati antichi scrittori era stata in ottima volgar lingua presso di noi recata, che suscitandomisi contra tutti gli astanti, e gl'italiani prima degli altri, restava fermato, che solamente in francese queste traduzioni si avessero. Ed ecco dagli stranieri {negato agl'italiani formalmente, e} trasferito alla letteratura francese quel medesimo pregio (e circa il medesimo tempo) che altri stranieri come il Chesterfield attribuivano alla italiana. Nella qual prefazione il Maffei afferma aver gl'italiani tradotto prima, più, e meglio delle altre nazioni. Per provar la qual proposizione, assunse di comporre, e compose quel suo catalogo dei nostri volgarizzatori. E quanto a me concedo {e credo vere} le due prime parti di essa proposizione, almen relativamente al tempo in cui il Maffei la scriveva. Concederò anche la terza, relativamente allo stesso tempo, purchè quel meglio delle altre, non escluda il male e il pessimamente assoluto. (Recanati. 27. Marzo. 1827.). { V. p. 4304 fine. }

4284,2   Firenze. 1. luglio. 1827.

[4284,2]  Una delle cause della imperfezione e confusione delle ortografie moderne, si è che esse si sono quasi interamente ristrette all'alfabeto latino, avendo esse molto più suoni, massime vocali, che non ha quell'alfabeto. Ciò si vede specialmente nell'inglese, dove per conseguenza uno stesso segno vocale deve esprimere ora uno ora un altro suono, senza regola fissa, e servire a più suoni. I caratteri dell'alfabeto latino non bastano a molte lingue moderne. E generalmente si vede che le ortografie sono tanto più imperfette, quanto le lingue sono più 4285 distanti per origine e per proprietà dal latino, sulla ortografia del quale tutte, malgrado di ogni repugnanza, furono architettate.

4291,2   Firenze. 20. Sett. 1827.

[4291,2]  Dice la Staël che la lingua tedesca è una scienza, e lo stesso si può, e con più ragione ancora, dir della greca. Quindi è accaduto che siccome le scienze si perfezionano, e i moderni sono in esse superiori agli antichi, per le più numerose e accurate osservazioni, così e per lo stesso mezzo la notizia del greco, dal rinascimento degli studi, si è accresciuta e si accresce tuttavia, e che i moderni sono in essa d'assai superiori a quelli del 5 o del 4 cento, e forse in alcune parti (come in quella delle etimologie, parte così favolosamente trattata da Platone), agli stessi greci antichi; anzi, che gli scolari di greco oggidì, ne sappiano più de' maestri de' passati tempi. E come le scienze non hanno limiti conosciuti nè forse arrivabili, e nessuno si può vantare di possederle intere; così appunto accade della lingua greca, la cognizione della quale sempre si estende, nè si può conoscere se e quando arriverà al non plus ultra, nè 4292 basta l'avere spesa tutta la vita in questo studio, per potersi vantare di essere un grecista perfetto. (Firenze. 20. Sett. 1827.)