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Gusti diversi. Buon gusto, cattivo gusto, ec.

Different tastes. Good taste, bad taste, etc.
1404,1   29. Luglio 1821.

[1404,1]  Le Cinesi si storpiano per farsi il piede piccolo riputando bellezza, quello ch'è contro natura. Che accade il noverare le tante barbare cioè snaturate usanze e opinioni intorno alla bellezza umana? Certo è però che tutti questi barbari, e i cinesi ec. trovano più bella una persona snaturatasi e rovinatasi in quei tali modi, che una persona bellissima e foggiata secondo natura. Anzi 1405 questa parrà loro anche deforme in quelle tali parti ec. Dunque essi provano il senso del bello, come noi nelle cose contrarie; dunque chi ha ragione de' due? perchè dunque si chiamano barbari simili gusti?

1411,1   30. Luglio 1821.

[1411,1]  La semplicità è quasi sempre bellezza sia nelle arti, sia nello stile, sia nel portamento, negli abiti ec. ec. ec. Il buon gusto ama sempre il semplice. Dunque la semplicità è assolutamente e astrattamente bella e buona? Così si conclude. Ma non è vero. Perchè dunque suol esser bella?

1434,2   1. Agosto 1821.

[1434,2]  In uno stesso tempo e nazione, quegli prova un vivo senso di eleganza, in tale o tal parola, o metafora, o frase, o stile, perocchè non v'è assuefatto; questi nessuno, per la contraria ragione. Una stessa persona, oggi prova gran gusto di eleganza in uno scrittore, che alquanto dopo, quand'egli s'è avvezzato ad altri scritti più eleganti, non gli pare elegante per nulla, anzi forse inelegante. Così è accaduto a me, circa l'eleganza degli scrittori italiani. Così coll'assuefazione (e non altro) si forma il gusto, il quale come ci tende capaci di molti piaceri, che per l'addietro malgrado la presenza degli 1435 stessi oggetti ec. non provavamo, così anche ci spoglia di molti altri che provavamo, e generalmente, o almeno bene spesso, e sotto molti aspetti, ci rende più difficili al piacere. (1. Agosto 1821.)

1668,1   10. Sett. 1821.

[1668,1]  I contadini, e tutte le nazioni meno civilizzate, massime le meridionali, amano e sono dilettate soprattutto da' colori vivi. Al contrario le nazioni civili, perchè la civiltà che tutto indebolisce, mette in uso e in pregio i colori smorti ec. Questo si chiama buon gusto. Perchè? come dunque si suppone che il buon gusto abbia norme e modelli costanti, e invariabili? s'egli ci allontana dalla natura, in che altra cosa stabile faremo noi consistere questo tipo, questa norma? Non è questa oltracciò una prova che tutto è relativo, e dipende dall'assuefazione, e circostanze, 1669 anche i piaceri, i gusti ec. che paiono i più naturali, e spontanei? giacchè l'uomo polito, senza bisogno di alcuna riflessione, si ride di un villano che stima far gran figura col suo gilet di scarlatto, e degli altri villani o villane che l'ammirano. E pure che ragione naturale v'è di riderne? Le stesse nostre classi colte pochi anni sono, quando erano meno o civilizzate o corrotte, avevano lo stesso gusto de' nostri villani, ma in assai maggior grado. Ora i colori amaranto, barbacosacco, napoleone, ed altri simili mezzi colori sono di moda, e questo effetto si attribuisce a piccole cagioni, ma in vero egli tiene alla natura generale dell'incivilimento. (10. Sett. 1821.)

1669,1   10. Sett. 1821.

[1669,1]  La detta osservazione è anche una prova dell'indebolimento che è sempre {e in tutti i sensi} compagno ed effetto della civiltà. (10. Sett. 1821.)

1671,1   11. Sett. 1821.

[1671,1]  Le teorie delle quali i romantici han fatto tanto romore a' nostri giorni, avrebbero dovuto restringersi a provare che non c'è bello assoluto, nè quindi buon gusto stabile, e norma universale di esso per tutti i tempi e popoli; ch'esso varia secondo gli uni e gli altri, e che però il buon gusto, e quindi la poesia, le arti, l'eloquenza ec. de' tempi nostri, non denno esser quelle stesse degli antichi, nè quelle della Germania, le stesse che le francesi; che le regole assolutamente parlando non esistono. Ma essi son andati più avanti, hanno ricusato o male interpretato 1672 il giudizio e il modello della stessa natura parziale, sola norma del bello; il fanatismo e la smania di essere originali (qualità che bisogna bene avere ma non cercare) gli ha precipitati in mille stravaganze; hanno errato anche bene spesso in filosofia, ne' principj, e nella speculativa non solo delle arti ec. ma anche della natura generale delle cose, dalla quale dipendono tutte le teorie di qualsivoglia genere. - Il primo poema regolare venuto in luce in Europa dopo il risorgimento, dice il Sismondi, è la Lusiade (pubblicata un anno avanti la Gerusalemme). Questo è detto abusivamente: per regolare, non si può intendere se non simile a' poemi d'Omero e di Virgilio. Regolare non è assolutamente nessun poema. Tanto è regolare il Furioso, quanto il Goffredo. L'uno potrà dirsi esclusivamente epico, l'altro romanzesco. Ma in quanto poemi tutti due sono {ugualmente} regolari; e lo sono e lo sarebbero parimente altri poemi di forme affatto diverse, purchè si contenessero ne' confini della natura. I generi ponno essere infiniti, e ciascun genere, 1673 da che è genere, è regolare, fosse anche composto di un solo individuo. Un individuo non può essere irregolare se non rispetto al suo genere o specie. Quando egli forma genere, non si dà irregolarità per lui. Anche dentro uno stesso genere (come l'epico) si danno mille specie, ed anche mille differenze di forme individuali. Qual divario dall'Iliade all'Odissea, dall'una e l'altra all'Eneide. Pur tutti questi si chiamano poemi epici, e potrebbero anche non chiamarsi. Anzi si potrebbe dire che se l'Iliade è poema epico, l'Eneide non lo è, o viceversa. Tutto è quistione di nomi, e le regole non dipendono se non dal modo in cui la cosa è: non esistono prima della cosa, ma nascono con lei, o da lei. (11. Sett. 1821.)

1688,2   13. Sett. 1821.

[1688,2]  Si parla tuttogiorno di convenienze. E si crede ch'elle sieno fisse, universali, invariabili, e su di loro si fonda tutto il buon gusto. Or quante cose che sono convenienti, e quindi belle, e quindi di buon gusto in Italia, non lo sono in Francia, ne' costumi, nel tratto, nello scrivere, nel teatro, nell'eloquenza, nella poesia ec. Dante non è egli un 1689 mostro per li francesi nelle sue più belle parti; un Dio per noi? Così discorrete, e su questo esempio ragionate di tutte le possibili convenienze in ordine al confronto delle idee che noi o altre nazioni ne hanno, con quelle che ne hanno i francesi. (13. Sett. 1821.)

1699,1   14. Sett. 1821.

[1699,1]  Del resto che cosa è dunque il buon gusto? Qual tipo ha egli? La natura? Anzi ella ci ha fatti diversissimi da quel che siamo, e quindi datoci diversissimi gusti. E ciò non solo nelle forme umane, ma in ordine a tutti gli oggetti del buon gusto. ec. ec. ec. (14. Sett. 1821.)

1733,1   18. Sett. 1821.

[1733,1]  1733 Quanto possa l'assuefazione e l'opinione anche sul gusto de' sapori, ch'è pure un senso naturale e innato, e ciò non ostante, varia spessissimo fino in un medesimo individuo, secondo la differenza e delle assuefazioni e delle opinioni intorno al buono o cattivo de' sapori, è manifesto per l'esperienza giornaliera e comparativa sì de' gusti successivi di un individuo, sì de' gusti e giudizi de' diversi individui. (18. Sett. 1821.)

  1940,1.2

[1940,1]  Quanto influisca l'opinione, la prevenzione, la ricordanza, l'assuefazione ec. sul gusto o disgusto che producono negl'individui i sapori, o considerati come semplici, o in composizione, è cosa giornalmente osservabile e osservata. (18. Ott. 1821.)

[1940,2]  Ho detto [ pp.1663-65] [ p.1748] [ p.1760] che un color piacevole, malamente si chiama bello, come non si ponno chiamar belli i sapori che piacciono. Osservo ed aggiungo che la categoria del bello spetta più a' sapori che ai colori. I sapori hanno armonia, cioè convenienza, la quale se non si chiama bellezza, ciò non deriva che dal costume. Un sapore ch'è buono o cattivo isolato, diviene il contrario in tale o tal composizione. I sapori sono per lo più composti, e non piacciono nè disgustano se non per l'armonia o disarmonia che hanno tra loro, in ciascuna composizione. Della quale armonia o disarmonia giudica l'assuefazione, e tutte quelle qualità 1941 umane che giudicano e sentono il bello, e ne diversificano infinitamente il giudizio, come appunto accade nei sapori, de' quali si suol dire {più appropriatamente} de gustibus non est disputandum. Quanto ai sapori elementari, come il dolce, l'amaro ec. gl'individui sono meno discordi nel giudicarne, perch'essi son fuori dell'armonia la quale dipende dalla sola assuefazione. Non però in modo che anche nel giudizio di essi non influiscano le assuefazioni e le circostanze individuali, nazionali ec. Osservando che l'armonia o disarmonia de' sapori è determinata nella massima parte dall'assuefazione, non ci maraviglieremo che le cucine e i gusti delle diverse nazioni, differiscano tanto più quanto esse nazioni sono più lontane e diverse; onde molti cibi e bevande predilette presso una nazione, sono disgustosissime a' forestieri; e così pur sappiamo di molti cibi o bevande presso noi detestabili, e di cui gli antichi i più gastronomi e lussuriosi {e di buon gusti} erano ghiottissimi. E di ciò, stante le dette 1942 considerazioni non ci maraviglieremo, nè faremo difficoltà di crederlo, massime vedendo tante decise contrarietà di gusti fra le nazioni {moderne} le più polite e le più vicine, come fra i francesi e gl'inglesi. Il gusto o disgusto dei sapori elementari, e il più o meno piacevole o dispiacevole dei medesimi, è determinato in gran parte dalla natura, ed è esso medesimo elementare, come quello dei colori, dei suoni, degli odori. (Intendo per sapori {e odori} elementari i naturali, o le qualità specifiche del sapore, come la dolcezza nel zucchero, benchè il zucchero non sia sostanza semplice.) Ma nella loro armonia che è determinata il più dall'assuefazione, variano i gusti de' luoghi, de' tempi, degl'individui, come in tutte le altre armonie: i popoli naturali amano dei cibi o bevande disgustosissime per noi, e viceversa ec.

2184,1   28. Nov. 1821.

[2184,1]  Non solo l'uomo è opera delle circostanze, in quanto queste lo determinano a tale o tal professione ec. ec. ma anche in quanto al genere, al modo, al gusto di quella tal professione a cui l'assuefazion sola e le circostanze l'hanno determinato. P. e. io finchè non lessi se non autori francesi, l'assuefazione parendo natura, mi pareva che il mio stile naturale fosse quello solo, e che là mi conducesse l'inclinazione. Me ne disingannai, passando a diverse letture, ma anche in queste, e di mese in mese, variando il gusto degli autori ch'io leggeva, variava l'opinione ch'io mi formava circa la mia propria 2185 inclinazione naturale. E questo anche in menome e determinatissime cose, appartenenti o alla lingua, o allo stile, o al modo e genere di letteratura. Come, avendo letto fra i lirici il solo Petrarca, mi pareva che dovendo scriver cose liriche, la natura non mi potesse portare a scrivere in altro stile ec. che simile a quello del Petrarca. Tali infatti mi riuscirono i primi saggi che feci in quel genere di poesia. I secondi meno simili, perchè da qualche tempo non leggeva più il Petrarca. I terzi dissimili affatto, per essermi formato ad altri modelli, o aver contratta, a forza di moltiplicare i modelli, le riflessioni ec. quella specie di maniera o di facoltà, che si chiama originalità. (Originalità quella che si contrae? e che infatti non si possiede mai se non s'è acquistata? Anche Mad. di Staël dice che bisogna leggere più che si possa per divenire 2186 originale. Che cosa è dunque l'originalità? facoltà acquisita, come tutte le altre, benchè questo aggiunto di acquisita ripugna dirittamente al significato e valore del suo nome.). (28. Nov. 1821.)

2596,1   6. Agosto 1822.

[2596,1]  2596 Quanta sia l'influenza dell'opinione e dell'assuefazione anche sui sensi, l'ho notato altrove [ p.1733] coll'esempio del gusto, che pur sembra uno de' sensi più difficili ad essere influiti da altro che dalle cose materiali. Aggiungo una prova evidente. Io mi ricordo molto bene che da fanciullo mi piaceva effettivamente e parevami di buon sapore tutto quello che (per qualunque motivo ch'essi s'avessero) m'era lodato per buono da chi mi dava a mangiare. Moltissime delle quali cose, ch'effettivamente secondo il gusto dei più, sono cattive, ora non solo non mi piacciono, ma mi dispiacciono. Nè per tanto il mio gusto intorno ai detti cibi s'è mutato a un tratto, ma appoco appoco, cioè di mano in mano che la mente mia s'è avvezzata a giudicar da se, e s'è venuta rendendo indipendente dal giudizio e opinione degli altri, e dalla prevenzione che preoccupa la sensazione. La qual assuefazione ch'è propria dell'uomo, e ch'è generalissima, potrà essere ridicolo, ma pur è verissimo il dire che influisce anche in queste minuzie, e determina il giudizio 2597 del palato sulle sensazioni che se gli offrono, e cambia il detto giudizio da quello che soleva essere prima della detta assuefazione. In somma tutto nell'uomo ha bisogno di formarsi; anche il palato: ed è cosa facilissimamente osservabile che il giudizio de' fanciulli sui sapori, e sui pregi e difetti dei cibi relativamente al gusto, è incertissimo, confusissimo e imperfettissimo: e ch'essi in moltissimi, anzi nel più de' casi non provano punto nè il piacere che gli uomini fatti provano nel gustare tale o tal cibo, nè il dispiacere nel gustarne tale o tal altro. Lascio i villani, e la gente avvezza a mangiar poco, o male, o di poche qualità di cibi, il cui giudizio intorno ai sapori (anzi il sentimento ch'essi ne provano) è poco meno imperfetto e dubbio che quel dei fanciulli. Tutto ciò a causa dell'inesercizio del palato.

2636,1   13. Ott. 1822.

[2636,1]  Non c'è regola nè idea nè teoria di gusto universale {ed eterno}. Qual potrebb'ella essere, se non la natura? (e qual cosa è, o vero, essendo, si può immaginare e intendere e concepire da noi, fuori della natura?) ma qual natura, se non l'umana? Poichè le cose che cadono sotto la categoria del buon gusto o del cattivo gusto, non sono considerate se non per rispetto all'uomo. Or non è ella cosa manifestissima, che la natura dell'uomo si diversifica moltissimo secondo i climi, {secoli,} costumi, assuefazioni, governi, opinioni, circostanze fisiche, morali, politiche, ec. e queste, individuali, nazionali ec. ec.? Resta dunque per tutta idea e teoria di gusto 2637 universale {ed eterno,} un idea ed una teoria, che comprenda solamente, e si fondi, e si formi di quei principii che, relativamente al gusto, si trovano esser comuni a tutti gli uomini, e tenere alla primitiva e immutabile natura umana. Ma questi principii, dico io che sono pochissimi, ed applicabilissimi, conformabilissimi, e fecondi di numerosissime e diversissime conseguenze (siccome lo sono tutti i principii naturali, e veramente elementari, perchè la natura è semplicissima, pochi principii ha posto, e questi, infinitamente e diversissimamente { e anche contrariamente } modificabili { Contrariamente. Non si trovano forse mille contrarietà fra le indoli, opinioni, costumi, di diversi tempi, nazioni, climi, individui, popoli civili fra loro, e rispetto ai non civili, e questi fra se medesimi, ec.? Pur tutti hanno i medesimi principii elementari costituenti la natura umana.}): dal che segue che questa idea e questa teoria d'un gusto che sia veramente universale {ed eterno,} si riduce a pochissime regole, ed è infinitamente meno circoscritta e distinta di quel che comunemente si crede; e lascia luogo a infiniti 2638 gusti diversissimi ed anche contrarii fra loro (che noi riproviamo, e perchè ripugnano al gusto nostro o individuale o nazionale, {e questo forse momentaneo,} li crediamo, al nostro solito, contrarii all'universale ed eterno): anzi non solo lascia loro luogo, ma li produce, non meno che quello ch'a noi pare il solo vero buon gusto ec. (13. Ott. 1822.)

3206,1   20. Agosto. 1823.

[3206,1]  Dimostrato che nell'idea del bello non convengono nè gli uomini naturali fra loro, nè gli spiriti incorrotti e semplici come quelli de' fanciulli, e quindi ch'essa idea non si trova una in natura; e che d'altronde gli uomini colti, savi, esercitati, profondi, 3207 gli artisti medesimi e i poeti ec. disconvengono circa il bello, ed anche in cose essenziali, più o meno, secondo la differenza delle nazioni, climi, opinioni, assuefazioni, costumi, generi di vita, secoli; disconvengono, dico, eziandio bene spesso dove credono di convenire (perocchè tra loro non s'intendono); disconvengono tra loro, e dai fanciulli, e dagli uomini o naturali o ignoranti; e che tali differenze circa l'idea del bello, si trovano fra individuo e individuo in una stessa nazione, si trovano in un medesimo individuo in diverse età e circostanze, si trovano, e costantemente, fra nazione e nazione, clima e clima, secolo e secolo, civili e non civili; si trovano fra barbari e barbari, dotti e dotti, ignoranti e ignoranti, selvaggi e selvaggi, colti e colti, {+più e men barbari, più e men civili,} fanciulli e fanciulli, adulti e adulti, intendenti e intendenti, artisti ed artisti, speculatori e speculatori, filosofi e filosofi; dimostrato, dico, tutto questo, come ho già fatto in molti luoghi [ pp.1183.sgg.] [ pp.1367-68] [ pp.1413.sgg.], viene a esser provato che il bello ideale, unico, eterno, immutabile, universale, è una chimera, poichè nè la natura l'insegna o lo mostra, nè i filosofi o gli artisti l'hanno mai scoperto o lo scuoprono, a forza di osservazioni 3208 e di cognizioni, come si sono scoperte e si scuoprono le altre idee stabili e invariabili appartenenti alle scienze del vero ec. ec. (20. Agosto. 1823.)

3210,1   20-21. Agos. 1823.

[3210,1]  E di qui, e non d'altronde, nasce la diversità de' gusti musicali ne' diversi popoli. Dico ne' popoli, e non dico negl'intendenti, i quali avendo tutti un'arte uniforme, distinta in regole, universalmente abbracciata e riconosciuta, co' suoi principii fissi e invariabili e universali, siccome quelli di qualsivoglia altra scienza che tale è in Italia quale in Polonia, in Portogallo, in Isvezia; nel giudicare di una melodia musicale, non mirano all'orecchio, ma alle regole {e a' principii} ch'essi hanno nella loro arte o scienza, cioè nel contrappunto; ed essendo esse regole e principii dappertutto gli stessi e dappertutto ugualmente riconosciuti, i giudizi che i diversi intendenti pronunziano non possono grandemente 3211 disconvenire gli uni dagli altri, e tanto meno quanto essi più sono intendenti. Ma non così de' popoli, e de' non intendenti, i quali non hanno altra regola e canone che l'orecchio, e questo non ha altri principii che le sue proprie assuefazioni, e non già alcuni dettati e infusi universalmente dalla natura, come si crede. E però le nostre melodie non paiono pur melodie a' turchi a' Cinesi nè ad altri barbari, o diversamente da noi, civili. Che se questi pure alcuna volta se ne dilettano, il diletto non nasce in loro dalla melodia, cioè dal senso della successiva armonia de' tuoni, la quale essi non sentono nè comprendono, posto pur ch'ella fusse tra noi l'una delle più popolari; ma nasce da' puri suoni per se, e dalla delicatezza, facilità, rapidità, volubilità del loro succedersi, mescolarsi, alternarsi (sia nella voce o in istrumenti), dalla dolcezza delle voci o degl'istrumenti, dal sonoro, dal penetrante e da simili qualità de' medesimi, dalla soavità eziandio de' rapporti rispettivi d'un tuono coll'altro in quanto alla facilità e alla delicatezza del passaggio da questo a quello (laddove i passaggi nelle 3212 musiche de' barbari sono asprissimi, perchè fatti da tuoni a tuoni troppo lontani o da corde a corde troppo distanti), e insomma da cento qualità {+(per così dire, estrinseche)} della nostra musica che nulla hanno a fare colla rispettiva scambievole armonia o convenienza de' tuoni nella lor successione, cioè colla melodia, e col senso e gusto della medesima, che nè i turchi nè gli altri barbari, udendo la nostra musica, non provano punto mai. La qual cosa appunto, salva però la proporzione, accade ai non intendenti di musica e al popolo fra noi, quando egli odono, come tutto dì avviene, di quelle melodie che nulla o troppo poco hanno del popolare. Niun diletto ne provano, se non quello, per così dire, estrinseco, che di sopra ho descritto, e che nasce dalle qualità della musica, diverse e indipendenti dall'armonia de' tuoni nella successione. Di queste non popolari melodie, che sono la più gran parte della nostra musica, parlerò poco sotto. E per conchiudere il discorso de' barbari e delle nazioni che hanno circa la musica idee e gusti e sentimenti affatto diversi da' nostri, dico che in essi, siccome 3213 fra noi, le assuefazioni determinano quali sieno le successive collegazioni de' tuoni che sieno tenute per melodie, e le assuefazioni cagionano, siccome fra noi, il {senso e il} piacere d'esse melodie, quando elle sono udite. E questo, se in essi popoli, non v'ha teoria musicale, accade a tutta la nazione. Se alcun d'essi popoli ha teoria musicale, come l'hanno i Chinesi, diversa però dalla nostra, gl'intendenti fra loro hanno altra cagione che determina il loro giudizio e produce in loro il diletto circa le melodie; e questa cagione si è, come nei nostri intendenti, la conformità {di quelle cotali} successioni de' tuoni co' principii e i canoni della loro teoria o arte o scienza musicale, i quali principii e canoni essendo diversi da' nostri, diverso eziandio dev'essere il giudizio di quegl'intendenti circa le varie, o nazionali o forestiere, melodie, da quello de' nostri, e diverso similmente il piacere. E così è infatti nella China, dove e il popolo (che dappertutto, dovunque esiste una musica, avrebbe giudicato nello stesso modo) e gl'intendenti (il che non potrebbe avvenire nelle nazioni barbare che non hanno teoria musicale 3214 sufficientemente distinta per principii e regole, e ordinata e compiuta, come l'hanno i Chinesi), giudicarono espressamente più bella la loro musica che l'Europea, la quale i nostri, favoriti in ciò espressamente da un loro imperatore, volevano introdurvi, insieme colle nostre teorie. E ciò furono, se ben mi ricorda, i Gesuiti.

3229,1   20-21. Agos. 1823.

[3229,1]  Tornando al nostro primo proposito, il qual fu di mostrare che l'armonia o convenienza scambievole de' tuoni nelle loro combinazioni successive, è determinata, siccome ogni altra convenienza, dall'assuefazione; si vuol notare che quest'assuefazione in fatto di melodie (come anche di armonie) non è sempre αὐτόματος del popolo, 3230 ma bene spesso in lui prodotta e originata dalla stessa arte musica. Perocchè a forza di udir musiche e cantilene composte per arte, (il che a tutti più o meno accade) anche i non intendenti, anzi affatto ignari della scienza musicale, assuefanno l'orecchio a quelle successioni di tuoni che naturalmente essi non avrebbero nè conosciute nè giudicate per armoniose (o ch'elle sieno inventate di pianta dagli uomini dell'arte, o da loro fabbricate sulle melodie popolari, e di là originate); in virtù della quale assuefazione essi giungono appoco appoco {+e senza avvedersi del loro progresso,} a trovare armoniose tali successioni, a sentirvi una melodia, e quindi a provarvi un diletto sempre maggiore, e a formarsi circa le melodie una più capace, più varia, più estesa facoltà di giudicare, la qual facoltà, che in altri arriva a maggiore in altri a minor grado, è poi per essi cagione del diletto che provano nell'udir musiche; giudizio e diletto determinato, dettato, e cagionato, non già dalla natura primitiva e universale, ma dall'assuefazione accidentale e varia secondo i tempi, i luoghi e le nazioni. 3231 Io di me posso accertare che nel mio primo udir musiche (il che molto tardi incominciai) io trovava affatto sconvenienti, incongrue, dissonanti e discordevoli parecchie delle più usitate combinazioni successive di tuoni, che ora mi paiono armoniche, e nell'udirle formo il giudizio e percepisco il sentimento della melodia. {+Nè più nè meno accade nella pittura, scultura, architettura. Senz'alcuna cognizione della teoria, nè della pratica immediata dell'arte, a forza di veder dipinti, statue, edifizi, moltissimi si formano un giudizio, e una facoltà di gustare e di provar piacere in tal vista, e nella considerazione di tali oggetti, la qual facoltà non aveano per l'innanzi, e si acquista appoco appoco per mezzo dell'assuefazione, la quale determina in questi tali (e sono i più che parlino di belle arti) l'idea delle convenienze pittoriche ec. del bello ec. {+e quindi anche del brutto ec.,} col divario che il soggetto della pittura e scultura si è l'imitazione degli oggetti visibili, della quale ognun vede la verità o la falsità, onde le idee del bello e del brutto pittorico e scultorio, in quanto queste arti sono imitative, è già determinata in ciascheduno prima dell'assuefazione Non così nell'architettura e nella musica, meno imitative, e questa imitativa di cose non visibili ec. Così discorrasi in ordine alla poesia, ed al gusto e giudizio che l'uomo se ne forma e n'acquista, ec.}

3952,1   7. Dec. 1823.

[3952,1]  3952 Dal detto altrove [ pp.109-11] [ pp.1234-36] [ pp.1701-706] circa le idee concomitanti annesse alla significazione o anche al suono stesso e ad altre qualità delle parole, le quali idee hanno tanta parte nell'effetto, massimamente poetico ovvero oratorio ec., delle scritture, ne risulta che necessariamente l'effetto d'una stessa poesia, orazione, verso, frase, espressione, parte qualunque, maggiore o minore, di scrittura, è, massime quanto al poetico, infinitamente vario, secondo gli uditori o lettori, e secondo le occasioni e circostanze anche passeggere e mutabili in cui ciascuno di questi si trova. Perocchè quelle idee concomitanti, indipendentemente ancora affatto dalla parola o frase per se, sono differentissime per mille rispetti, secondo le dette differenze appartenenti alle persone. Siccome anche gli effetti poetici ec. di mille altre cose, anzi forse di tutte le cose, variano infinitamente secondo la varietà e delle persone e delle circostanze loro, abituali o passeggere o qualunque. Per es. una medesima scena della natura diversissime sorte d'impressioni può produrre e produce negli spettatori secondo le dette differenze; come dire se quel luogo è natio, e quella scena collegata colle reminiscenze dell'infanzia ec. ec. se lo spettatore si trova in istato di tale o tal passione, ec. ec. E molte volte non produce impressione alcuna in un tale, al tempo stesso che in un altro la fa grandissima. Così discorrasi delle parole e dello stile che n'è composto e ne risulta, e sue qualità e differenze ec. e questa similitudine è molto a proposito.

3984,2   15. Dec. 1823.

[3984,2]  Bello non assoluto. Diversissime usanze, opinioni, gusti ec. circa le chiome, sì sopra l'acconciamento loro, come sopra il portarle o no, raderle, lasciare crescerle fino a terra, fino agli omeri, fino al collo, tagliarle all'intorno della testa ec. ec. presso gli antichi e i moderni e le varie nazioni, selvagge, barbare, civili ec. ec. ec. in vari tempi ec. anche egualmente colti e di buon gusto ec. ec. (15. Dec. 1823.)

3988,1   16. Dec. 1823.

[3988,1]  3988 Bello non assoluto. I greci e i romani (erano nazioni di buon gusto?) pregiavano, almeno nelle donne, la fronte bassa, e l'alta stimavano difettosa, per modo che le donne se la coprivano ec. V. le note del De Rogati alla sua traduzione di Anacr. od.29. sopra Batillo. Sul coprire o mostrar la fronte il che {+e la quale} ha tanta parte nel differenziare le fisonomie, nè gli antichi nè i moderni, nè la moda oggidì è mai d'accordo con se stessa. Non è dubbio che quella nazione di cui parla Ippocrate (v. la p. 3961.), avvezza a non vedere che teste lunghe, benchè tali essi ed esse a dispetto della natura, pur contuttociò naturalmente avrebbe e avrà sentita una mostruosità e bruttezza notabilissima e, secondo lei, incontrastabile ogni volta che avrà veduto teste, non dico piatte, ma discrete ec. Così dite degli altri barbari di cui p. 3962. E così di cento mila altri usi contro natura, selvaggi o civili, antichi {(greci, romani ec.)} o moderni ec. spettanti alla conformazione o reale o apparente (come quella de' guardinfanti ec.) del corpo umano. [ p.1078] (16. Dec. 1823.)

4020,2   21. Gen. 1824.

[4020,2]  Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del Saggio sull'epica poesia del Voltaire ne' suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia appresso il Milocco colla data di Londra> nel 1760 (volumi 3), volume 2° principio. (21. Gen. 1824.)

4188,8   17. Luglio. 1826. Bologna

[4188,8]  Propterea dicebat Bion μὴ δυνατòν εἶναι τοῖς πολλοῖς ἀρέσκειν, εἰ μὴ πλακoῦντα γενóμενον ἢ Θάσιον: non posse aliquem vulgo omnibus placere, nisi placenta fieret aut vinum Τhasium. Casaub. ad Athenae. l. 3. c. 29. (Bologna. 17. Luglio. 1826.)