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Idee, quanto legate colle parole.

Ideas, how closely they are linked to words.
2487,1   22. Giugno. 1822.

[2487,1]  Quel che si dice, ed è verissimo, che gli uomini per lo più si lasciano governare dai nomi, da che altro viene se non da questo che le idee e i nomi sono così strettamente legati nell'animo nostro, che fanno un tutt'uno, e mutato il nome si muta decisamente l'idea, benchè il nuovo nome significhi la stessa cosa? Splendido esempio ne furono i romani, esecratori del nome regio, i quali non avrebbero tollerato un re chiamato re, e lo tollerarono chiamato imperatore, dittatore, ec. e dichiarato inviolabile (cosa nuova) col nome vecchio della potestà tribunizia. E che non avrebbero tollerato un re così detto, si vede. Perocchè Cesare il quale, bench'avesse il supremo comando, pur sospirava quel nome, non parendoli essere re, se non fosse così chiamato, (e ciò pure per la sopraddetta qualità dell'animo nostro, bench'egli fosse spregiudicatissimo), fattosi 2488 offerire la corona da Antonio ne' Lupercali, fu costretto rigettarla esso stesso da' tumulti ed esecrazioni di quel popolo già vinto e schiavo, e che poi chiamato di nuovo alla libertà, non ci venne. E gl'imperatori che furono dopo, e che da principio (cioè finchè il nome d'imperatore non fu divenuto anche nella immaginazion loro e del popolo, lo stesso e più che re) ebbero lo stesso desiderio di Cesare, non crederono che quel popolo domo si potesse impunemente ridurre a sostenere il nome di re, benchè non dubitarono di fargli avere un re e di fargli tollerare ed anche amare la cosa significata da questo nome. (22. Giugno. 1822.)

2584,1   27. Luglio. 1822.

[2584,1]  Nelle parole si chiudono e quasi si legano le idee, come negli anelli le gemme, anzi s'incarnano come l'anima nel corpo, facendo seco loro come una persona, in modo che le idee sono inseparabili dalle parole, e divise non sono più quelle, sfuggono all'intelletto e alla concezione, e non si ravvisano, come accadrebbe all'animo nostro disgiunto dal corpo. (27. Luglio. 1822.)

2591,1   31. Luglio, di' di S. Ignazio Loiola. 1822.

[2591,1]  La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la storia delle lingue è la storia della mente umana. (L'histoire de chaque langue est l'histoire des peuples qui l'ont parlée ou qui la parlent, et l'histoire des langues est l'histoire de l'esprit humain.). (31. Luglio, dì di S. Ignazio Loiola. 1822.)

2658,2   22. Dic. 1822.

[2658,2]  Eademque (mens aut ratio aut sapientia, ut supplet Maius in notis et in addendis, nam superiora in cod. desiderantur) cum accepisset homines inconditis vocibus incohatum quiddam et confusum sonantis (sonantes), incidit (incídit) has et distinxit in partes; et ut signa quaedam, sic verba rebus inpressit, hominesque antea dissociatos iucundissimo inter se sermonis vinclo conligavit. A simili etiam mente, vocis qui videbantur infiniti soni, paucis notis inventis, sunt omnes signati et expressi, quibus et conloquia cum absentibus et indicia voluntatum, et monumenta rerum praeteritarum tenerentur. Accessit eos numerus, (post interventas scil. voces et litteras) res cum ad vitam necessaria, tum 2659 una inmutabilis et aeterna: quae prima inpulit etiam ut suspiceremus in caelum, nec frustra siderum motus intueremur, di numerationibusque noctium ac dierum... (desunt reliqua) Cic. De re publica, l.3. c.2. Rom. 1822. p. 218-9. (22. Dic. 1822.)

2948,1   12. 14. Luglio. 1823.

[2948,1]  Quanto mirabile sia stata l'invenzione dell'alfabeto, oltre tutti gli altri rispetti e modi, si può anche per questa via facilmente considerare. È cosa osservata che l'uomo non pensa se non parlando fra se, e col mezzo di una lingua; che le idee sono attaccate alle parole; che quasi niuna idea sarebbe o è stabile e chiara se l'uomo non avesse, o quando ei non ha, la parola da poterla esprimere non meno a se stesso che agli altri, e che insomma l'uomo non concepisce quasi idea chiara e durevole se non per mezzo della parola corrispondente, nè arriva mai a perfettamente e distintamente concepire un'idea, {anzi neppure a} determinarla nella sua mente in modo ch'ella sia divisa dall'altre, e divenga idea, oscura o chiara che sia, nè a fissarla in modo ch'ei possa richiamarla, riprenderla, raffigurarla nella sua mente e seco stesso quando che sia; non arriva, dico, a far questo mai, finch'egli non 2949 ha trovato il vocabolo con cui possa significar questa idea, quasi legandola e incastonandola; o sia vocabolo nuovo, {o nuovamente applicato,} se l'idea è nuova, o s'egli non conosce la parola con cui gli altri la esprimono, o sia questo medesimo vocabolo che gli altri usano a significarla.

4214,4   13. ottobre. 1826. Bologna

[4214,4]  Istoria naturale. Curioso è l'osservare da quanto piccole, quanto disparate e lontane cause sieno determinate le assuefazioni e le 4215 idee degli uomini le più costanti, e le più universali. La così chiamata istoria naturale è una vera scienza, perocch'ella definisce, distingue in classi, ha principii e risultati. Se la si dovesse chiamare storia perch'ella narra le proprietà degli animali, delle piante ec., il medesimo nome si dovrebbe dare alla chimica, alla fisica, all'astronomia, a tutte le scienze non astratte. Tutte queste scienze narrano, cioè insegnano quello che si apprende dall'osservazione, la quale è il loro soggetto, come altresì della istoria naturale. Solo le arti possono dispensarsi dal narrare, bastando loro il dar precetti. Anche l'ideologia narra, benchè scienza astratta. Oltre che il nome di storia, secondo la sua generale accezione, significa racconto di avvenimenti successivi e susseguenti gli uni agli altri, non di quel che sempre accadde ed accade ad un modo. Questo racconto appartiene alle scienze. Esso è insegnamento. Or tale è il raccontar che fa la storia naturale. Perchè dunque si dà a questa scienza il nome di storia? Perocch'essa fu fondata da Aristotele: il quale la chiamò istoria, perchè questo nome in greco viene da istor (conoscente, {intendente} dotto), verbale fatto dal verbo isémi (scio) e vale conoscenza, { notizia,} erudizione, sapere, dottrina, scienza, {ϕυσικὴ ἱστορία, notizia della natura}. Così la Varia istoria d'Eliano, non è altro che Varia erudizione; così i libri παντοδαπῆς ἱστορίας d'altri scrittori greci, {opere filologiche}. E istoria equivale in certo modo in greco a filosofia, e spesso si prende per questa, specialmente da' più antichi, o da' sofisti-arcaisti. Quindi Aristotele intitolò anche istoria degli animali altra sua opera di zoologia, Teofrasto istoria delle piante opera di fitologia ec. {+ Plinio Istoria naturale opera enciclopedica e non ristretta nei termini della Scienza così nominata. V. p. 4234 }. Ma noi che annettiamo tutt'altra idea al nome istoria, avremmo dovuto tradurlo 4216 , massime trattandosi del nome di una scienza; chè se nelle scienze ogni termine dev'esser preciso e non dar luogo ad equivoco, molto più il nome suo stesso. Nondimeno l'abbiamo adottato tal quale; e per effetto di questa disparatissima causa, il nome di questa scienza, nome che le è stato e sarà sempre e universalmente fisso e inseparabile, produce in tutti un'idea equivoca, che mescola le nozioni di storia a quella di scienza; che fa dare ai cultori e scrittori di questa il nome di storici della natura, il quale niun pensò mai di dare a Lavoisier nè a Volta, nè di chiamar Cassini o Galileo storici degli astri o del cielo. Confusione e imprecisione di idea, da cui niuno si potrà difendere finchè sarà conservato alla detta scienza il detto nome, che non le potrà essere mai tolto presso nazione alcuna sino all'estinzione della presente civiltà, (Bolog. 13. Ott. 1826.) e al sorgimento di un'altra che non derivi da questa.

4233,1   Recanati. 14. Dic. 1826.

[4233,1]  4233 Il tempo non è una cosa. Esso è uno accidente delle cose, e indipendentemente dalla esistenza delle cose è nulla; è uno accidente di questa esistenza; o piuttosto è una nostra idea, una parola. La durazione delle cose che sono, è il tempo: come 7200 battute di un pendolo da oriuolo sono un'ora; la quale ora però è un parto della nostra mente, e non esiste, nè da se medesima, nè nel tempo, come membro di esso, non più di quel che ella esistesse prima dell'invenzione dell'oriuolo. In somma l'esser del tempo non è altro che un modo, un lato, per dir così, del considerar che noi facciamo la esistenza delle cose che sono, o che possono o si suppongono poter essere. Medesimamente dello spazio. Il nulla non impedisce che una cosa che è, sia, stia, dimori. Dove nulla è, quivi niuno impedimento è che una cosa non vi stia o non vi venga. Però il nulla è necessariamente luogo. È dunque una proprietà del nulla l'esser luogo: proprietà negativa, giacchè anche l'esser di luogo è negativo puramente e non altro. Sicchè, come il tempo è un modo o un lato del considerar la esistenza delle cose, così lo spazio non è altro che un modo, un lato, del considerar che noi facciamo il nulla. Dove è nulla quivi è spazio, e il nulla senza spazio non si può dare. Per tanto è manifesto che eziandio fuori degli ultimissimi confini dell'universo esistente, v'è spazio, poichè nulla v'è. E se qualche cosa potesse essere o creata o spinta di là da quegli estremi confini, troverebbe luogo; che è quanto dire non troverebbe nulla che la impedisse di andarvi o di starvi. La conclusione si è che tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee, anzi nomi. E quelle innumerabili e immense quistioni agitate dalla origine della metafisica in qua, dai primi metafisici d'ogni secolo, circa il tempo e lo spazio, non sono che logomachie, nate da malintesi, e da poca chiarezza d'idee e poca facoltà di analizzare il nostro intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte, esistano indipendentemente e per se medesimi, e sian qualche cosa. (Recanati. 14. Dic. 1826.)

4181,1   4. Giugno. 1826. domenica. Bologna

[4181,1]  Alla p. 4178. fine. L'ipotesi dell'eternità della materia non sarebbe un'obbiezione a queste proposizioni. L'eternità, il tempo, cose sulle quali tanto disputarono gli antichi, non sono, come hanno osservato i metafisici moderni, non altrimenti che lo spazio, altro che un'espressione di una nostra idea, relativa al modo di essere delle cose, e non già cose nè enti, come parvero stimare gli antichi, anzi i filosofi fino ai nostri giorni. La materia sarebbe eterna, e nulla perciò vi sarebbe d'infinito. Ciò non vorrebbe dire altro, se non che la materia, cosa finita, non avrebbe mai cominciato ad essere, nè mai lascerebbe di essere; che il finito è sempre stato e sempre sarà. Qui non vi avrebbe d'infinito che il tempo, il quale non è cosa alcuna, è nulla, e però la infinità del tempo non proverebbe nè l'esistenza nè la possibilità di enti infiniti, più di quel che lo provi la infinità del nulla, infinità che non esiste nè può esistere se non nella immaginazione o nel linguaggio, ma che è pure una qualità propria ed inseparabile dalla idea o dalla parola nulla, il quale pur non può essere se non nel pensiero o nella lingua, e quanto al pensiero o 4182 alla lingua. (Bologna. 4. Giugno. 1826. Domenica.)