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Immagini varie poetiche, versi, traduzioni, ec. ec.

Various poetic images, verses, translations, etc.
  1,1.2

[1,1]  1 Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante.

Era la luna nel cortile, un lato
Tutto ne illuminava, e discendea
Sopra il contiguo lato obliquo un raggio...
Nella (dalla) maestra via s'udiva il carro
Del passegger, che stritolando i sassi, Mandava un suon, cui precedea da lungi
Il tintinnìo de' mobili sonagli.

[1,2]  Onde Aviano raccontando una favoletta dice che una donna di contado piangendo un suo bambolo, minacciogli se non taceva che l'avrebbe dato mangiare a un lupo. E che un lupo che a caso di là passava, udendo dir questo alla donna credettele che dicesse vero, e messosi innanzi all'uscio di casa così stette quivi tutto quel giorno ad aspettare che la donna gli portasse quella vivanda. Come poi vi stesse tutto quel tempo e la donna non se n'accorgesse e non n'avesse paura e non gli facesse motto con sasso o altro, Aviano lo saprà che lo dice. E aggiugne che il lupo non ebbe niente perchè il fanciullo s'addormentò, e quando bene non l'avesse fatto non ci sarìa stato pericolo. E fatto tardi, tornato alla moglie senza preda perchè s'era baloccato ad aspettare fino a sera, disse quello che nell'autore puoi vedere. {(Luglio o Agosto 1817.)}

1,4   Agosto, 1817 - Febbraio, 1818

[1,4] 

Tutta la notte piove
E ritornan le feste a la dimane:
Fan del regno a metà Cesare e Giove.

  5,3.4

[5,3]  Come il cocchiere fa guidando i cavalli per la china, che poco concede loro perchè troppo non gli rapiscano.

[5,4] 

Padron, se con lamenti e con rammarichi
Si rimediasse a le nostre miserie,
Bisognerebbe comperar le lagrime
A peso d'or: ma queste tanto possono
Le disgrazie scemar, quanto le prefiche
Svegliare i morti con le loro istorie:
Ne' guai non ci vuol pianto ma consiglio.
[ Philemon, Sardios ]

21,3   Marzo - Settembre, 1818

[21,3] 

Sì come dopo la procella oscura
Canticchiando gli augelli escon del loco
Dove cacciogli il vento (nembo) e la paura;
E il villanel che presso al patrio foco
Sta sospirando il sol, si riconforta (si rasserena)
Sentendo il dolce canto e il dolce gioco;

23,3   Marzo - Settembre, 1818

[23,3]  Vedendo meco viaggiar la luna.

29,2   Dicembre, 1818; Aprile, 1819; Maggio, 1819; Maggio, 1820

[29,2]  Canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati. (Decembre 1818.)

Fácciate alla finestra, Luciola,
Decco che passa lo ragazzo tua,
E porta un canestrello pieno d'ova
Mantato colle pampane dell'uva.
I contadì fatica e mai non lenta
E 'l miglior pasto sua è la polenta.
È già venuta l'ora di partire
In santa pace vi voglio lasciare. Nina, una goccia d'acqua se ce l'hai:
Se non me la {vôi} dà padrona sei.
(Aprile 1819.)
Io benedico chi t'ha fatto l'occhi
Che te l'ha fatti tanto 'nnamorati.
(Maggio 1819.)
Una volta mi voglio arrisicare
Nella camera tua voglio venire.
(Maggio 1820.)

36,1   Gennaio 1-7, 1819.

[36,1]  Sento dal mio letto suonare (battere) l'orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio. Oppure situazione trasportata alla profondità della notte, o al mattino ancora silenzioso, e all'età consistente.

43,3 [?]   10-11 Gennaio, 1819

[43,3]  Non vorrei parer di detrarre al valore delle lodi colle quali V. S. s'è compiaciuta d'ornarmi pubblicamente, se dirò che più dell'onore che me ne viene, mi rallegra la benevolenza di V. S. che mi dimostrano, e questa tanto maggiore quanto essendo più scarso il merito mio, conviene che abbondi quello che ha supplito al suo difetto.

47,1   11 Gennaio - 21 Maggio, 1819

[47,1]  Stridore notturno delle banderuole traendo il vento.

55,2   11 Gennaio - 21 Maggio, 1819

[55,2]  Vita tranquilla delle bestie nelle foreste, paesi deserti e sconosciuti ec. dove il corso della loro vita non si compie meno interamente colle sue vicende, {operazioni} morte, successione di generazioni ec. perchè nessun uomo ne sia spettatore o disturbatore. {nè sanno nulla de' casi del mondo perchè quello che noi crediamo del mondo è solamente degli uomini}.

  55,4.5

[55,4]  Linguaggio {mutuo} delle bestie descritto secondo le qualità manifeste di ciascuna potrebbe essere una cosa originale e poetica introdotta così in qualche poesia, come, ma poi scioccamente se ne serve, il Sanazzaro nell'Arcadia prosa 9. ad imitazione di quella favola, s'io non erro, circa Esiodo.

[55,5]  Voce e canto dell'erbe rugiadose in sul mattino ringrazianti e lodanti Iddio, e così delle piante ec. Sanazzaro ib. e mi pare immagine notabile e simile a quella dei rabbini dell'inno mattutino del sole ec. come anche l'altra immagine del Sanazzaro ivi, di un 56 paese {molto strano}, dove {nascon le genti tutte nere, come matura oliva, e} correvi sì basso il Sole, che si potrebbe di leggiero, se non cuocesse, con la mano toccare.

58,4   11 Gennaio - 21 Maggio, 1819

[58,4]  Per un'Ode lamentevole sull'italia può servire quel pensiero di Foscolo nell'Ortis lett. 19 e 20 Febbraio 1799. p. 200. ediz. di Napoli {1811}.

60,1   21 Maggio - 9 Giugno, 1819

[60,1]  Una bella e notabile similitudine è quella dell'Alamanni nel Girone Canto 17. di un mastino e un lupo che si scontrino a caso (così dice) per una selva, o ec. e la loro sorpresa scambievole e timore e rabbia subita e azzuffamento: come pur quella del Martelli (non mi ricordo quale) di una villanella cercante funghi e corrente dove vede biancheggiare una foglia secca ec. prendendola p. un fungo.

63,2   Giugno 10 - Novembre 19 1819

[63,2]  Una similitudine nuova può esser quella dell'agricoltore che nel mentre che miete ed ha i fasci sparsi pel campo, vede oscurarsi il tempo ed una grandine terribile rapirgli irreparabilmente il grano di sotto la falce: ed egli quivi tutto accinto a raccoglierlo, se lo vede come strappar di mano senza poter contrastare.

  69,3.6

[69,2]  Oh infinita vanità del vero!

[69,5] 

Beati voi se le miserie vostre
Non sapete. Detto, p. e. a qualche animale, alle api ec.

74,1   19 Novembre - 18 Dicembre, 1819

[74,1]  Nell'autunno par che il sole e gli oggetti sieno d'un altro colore, le nubi d'un'altra forma, l'aria d'un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tuono un sembiante tutto proprio di questa stagione più distinto e spiccato che nelle altre anche negli oggetti che non cangiano gran cosa nella sostanza, e parlo ora riguardo a un certo aspetto superficiale {e in parità di oggetti, circostanze ec. e per rispetto a certe minuzie e non alle cose più essenziali giacchè in queste è} manifesto che la faccia dell'inverno è più marcata e distinta dalle altre che quella dell'autunno ec.

  80,1.2

[80,1] 

La speme che rinasce in un sol giorno.
Dolor mi preme del passato, e noia
Del presente, e terror de l'avvenire.

[80,2]  Si può osservare che il Cristianesimo, senza perciò fargli nessun torto ha per un verso effettivamente peggiorato gli uomini. Basta considerare l'effetto che produce sopra i lettori della storia il carattere dei principi cristiani scellerati in comparazione degli scellerati pagani, e così dei privati {dei Patriarchi, Vescovi, e monaci greci (V. Montesquieu, Grandeur ec. Amsterd. 1781. ch. 22) o latini}. Le scelleratezze dei secondi non erano per nessun modo in tanta opposizione coi loro principii. Morto il fanatismo della pietà, e il primo fervore di una religione che si considera come un'opinione propria, e una setta e cosa propria, e di cui perciò si è più gelosi (anche per li sacrifizi che costava il professarla) l'uomo {in società} ritorna naturalmente malvagio, colla differenza che quando gli antichi scellerati operavano o secondo i loro principii, o in opposizione di massime confuse poco note e controverse, i cristiani operavano contro massime certe stabilite definite, e di cui erano intimamente persuasi, e l'uomo è sempre tanto più 81 scellerato quanto più sforzo costa l'esserlo, massimamente contro {se} stesso, come per contrario accade della pietà. E infatti {da} quando il cristianesimo fu corrotto nei cuori, cioè presso a poco {da} quando divenne religione imperiale e riconosciuta per nazionale, e passò in uomini posti in circostanze da esser malvagi, è incontrastabile che le scelleratezze mutaron faccia e il carattere di Costantino e degli altri scellerati imperatori cristiani, vescovi ec. è evidentemente più odioso di quello dei Tiberi dei Caligola ec. e dei Marii e dei Cinna ec. e di una tempra di scelleraggine tutta nuova e più terribile. E secondo me a questo cioè al cristianesimo si deve in gran parte attribuire (giacchè il guasto cristianesimo era una parte di guasto incivilimento) la nuova idea della scelleratezza dell'età media molto differente e più orribile di quella dell'età antiche anche più barbare: e questa nuova idea si è mantenuta più o meno sino a questi ultimi tempi nei quali l'incredulità avendo fatti tanti progressi, il carattere delle malvagità si è un poco ravvicinato all'antico, se non quanto i gran progressi e il gran divulgamento dei lumi chiari e determinati della morale universale molto più tenebrosa presso gli antichi anche più civili, non lascia tanto campo alla scelleraggine di seguire più placidamente il suo corso. { V. p. 710 capoverso 1.}

85,1   19 Dicembre, 1819 - 7 Gennaio, 1820

[85,1]  85

Cum pietatem funditus amiserint
Pi [Pii] tamen dici nunc maxime reges volunt.
Quo res {magis} labuntur, haerent nomina.

85,4   19 Dicembre, 1819 - 7 Gennaio, 1820

[85,4]  Uomo colto in piena campagna da una grandine micidiale e da essa ucciso o malmenato rifugiantesi sotto gli alberi, difendentesi il capo colle mani ec. soggetto di una similitudine.

106,2   27 Marzo - 15 Aprile 1820

[106,2]  Le genti per la città dai loro letti nelle lor case in mezzo al silenzio della notte si risvegliavano e udivano con ispavento per le strade il suo orribil pianto ec.

228,2   30. Agosto 1820.

[228,2]  Uomo o uccello o quadrupede ucciso in campagna dalla grandine. V. p. 85.

  256,1.2

[256,1]  Si mise un paio di occhiali fatti della metà del meridiano co' due cerchi polari.

[256,2]  Una casa pensile in aria sospesa con funi a una stella. (1. Ottobre 1820.).

280,1   16. ottobre 1820.

[280,1]  Il suo divertimento era di passeggiare contando le stelle (e simili). (16. 8.bre 1820.).

1744,1   20. Sett. 1821.

[1744,1]  Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ec. ci destino idee indefinite [ pp.170-72], si spiega perchè piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov'essi non si vedano {e non si scopra la sorgente della luce;} un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov'ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; {+la detta luce veduta in luogo oggetto ec. dov'ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov'ella venga a battere; in un andito veduto al di dentro o al di fuori, e in una loggia parimente ec.} quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell'ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce p. e. un vetro colorato su quegli oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti in somma che per diverse 1745 materiali e menome circostanze giungono alla nostra vista, udito ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuor dell'ordinario ec. Per lo contrario la vista del sole o della luna in una campagna vasta ed aprica, e in un cielo aperto ec. è piacevole per la vastità della sensazione. Ed è pur piacevole per la ragione assegnata di sopra, la vista di un cielo diversamente sparso di nuvoletti, dove la luce del sole o della luna produca effetti variati, e indistinti, e non ordinari. ec. È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov'ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell'astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l'incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll'immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, 1746 i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec. nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, nè ostacolo; dove l'occhio si perda ec. è pure piacevolissima, per l'idea indefinita in estensione, che deriva da tal veduta. Così un cielo senza nuvolo. Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell'incertezza prevale a quello dell'apparente infinità {, e dell'immensa uniformità}. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro; e la vista del cielo è forse meno piacevole di quella della terra, e delle campagne ec. perchè meno varia (ed anche meno simile a noi, meno propria di noi, meno appartenente alle cose nostre ec.) Infatti, ponetevi supino in modo che voi non vediate se non il cielo, separato dalla terra, voi proverete una sensazione molto meno piacevole che considerando una campagna, o considerando il cielo nella sua corrispondenza {e relazione} colla terra, ed unitamente ad essa in un medesimo punto di vista.

1927,2   16. Ott. 1821.

[1927,2]  Quello che altrove ho detto [ pp.1744-47] sugli effetti della luce, o degli oggetti visibili, in riguardo all'idea dell'infinito, si deve applicare parimente al suono, al canto, a tutto ciò che 1928 spetta all'udito. È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un'idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi, {o che paia lontano senza esserlo,} o che si vada appoco appoco allontanando, e divenendo insensibile; {+o anche viceversa (ma meno), o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l'orecchio e l'idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; stando in casa, e udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perchè nè l'udito nè gli altri sensi non arrivano a determinare nè circoscrivere la sensazione, e le sue concomitanze.} un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s'ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti ec. È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede l'oggetto da cui parte. A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà (quando non sia vinto dalla paura) il fragore del tuono, massime quand'è più sordo, quando è udito 1929 in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta, o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocchè oltre la vastità, e l'incertezza e confusione del suono, non si vede l'oggetto che lo produce, giacchè il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de' piedi, o la voce ec. Perocchè l'eco non si vede ec. E tanto più quanto il luogo e l'eco è più vasto, quanto più l'eco vien da lontano, quanto più si diffonde; e molto più ancora se vi si aggiunge l'oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono, nè i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto più quanto più negligentemente son messe, e toccando il soggetto, senza mostrar 1930 l'intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d'ignorare l'effetto e le immagini che son per produrre, e di non toccarli se non per ispontanea, e necessaria congiuntura, e indole dell'argomento ec. V. in questo proposito Virg. Eneide 7. v.8. seqq. La notte, o l'immagine della notte è la più propria ad aiutare, o anche a cagionare i detti effetti del suono. Virgilio da maestro l'ha adoperata. (16. Ott. 1821.)

2257,2   16. Dic. 1821.

[2257,2]  L'altezza di un edifizio o di una fabbrica qualunque sì di fuori che di dentro, di un monte ec. è piacevole sempre a vedere, tanto che si perdona in favor suo anche la sproporzione. Come in una guglia altissima e sottilissima. Anzi quella stessa sproporzione piace, perchè dà risalto all'altezza, e ne accresce l'apparenza e l'impressione e la percezione e il sentimento e il concetto. Ad uno il quale udiva che l'altezza straordinaria di un certo tempio era ripresa come sproporzionata alla grandezza ec. sentii dire che se questo era un difetto, era bel difetto, ed appagava e ricreava 2258 l'animo dello spettatore. La causa naturale ed intrinseca {e metafisica} di questi effetti l'intendi già bene. (16. Dic. 1821.)

4165,9   18. Feb. 1826.

[4165,9]  Κεῖνος ϕέριστος ὅστις ἀγνοεῖ βροτῶν

  4172,8.9

[4172,8]  Et qui rit de nos moeurs ne fait que prévenir Ce qu'en doivent penser les siècles à venir. M. de Rulière, Discours en vers sur les Disputes, rapporté par Voltaire Dict. phil. au mot Dispute.

[4172,9]  Dieu puissant! permettez que ces tems déplorables Un jour par nos neveux soient mis au rang des fables. Ibidem.

4293,4   21. Sett. 1827.

[4293,4]  Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o eccheggiante con un'apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell'idea ec. Però è piacevole il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una gran valle ec. il canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de' buoi ec. nelle medesime circostanze [ pp.1927-30]. (21. Sett. 1827.)