Theme

export to Gephiexport to Word document

Arcaismi. Scrivere all'antica.

Archaisms. Writing in an old-fashioned manner.
1098,3   28. Maggio 1821

[1098,3]  Odio gli arcaismi, e quelle parole antiche, ancorchè chiarissime, ancorchè espressivissime, bellissime, 1099 utilissime, riescono sempre affettate, ricercate, stentate, massime nella prosa. Ma i nostri scrittori antichi, ed antichissimi, abbondano di parole e modi oggi disusati, che oltre all'essere di significato apertissimo a chicchessia, cadono così naturalmente, mollemente, facilmente nel discorso, sono così lontani da ogni senso di affettazione o di studio ad usarli, e in somma così freschi, (e al tempo stesso bellissimi ec.) che il lettore il quale non sa da che parte vengano, non si può accorgere che sieno antichi, ma deve stimarli modernissimi e di zecca. Parole e modi, dove l'antichità si può conoscere, ma per nessun conto sentire. E laddove quegli altri si possono paragonare alle cose stantivite, rancidite, ammuffite col tempo; questi rassomigliano a quelle frutta che intonacate di cera si conservano per mangiarle fuor di stagione, e allora si cavano dall'intonacatura vivide e fresche e belle e colorite, come si cogliessero dalla pianta. E sebbene dismessi e ciò da lunghissimo tempo, o nello scrivere, o nel parlare, o in ambedue, non paiono dimenticati, ma come riposti in disparte, e custoditi, per poi ripigliarli. (28. Maggio 1821).

1243,3   30. Giugno 1821

[1243,3]  1. Il non aver noi mai rinunziato alle nostre 1244 ricchezze di quantunque antico possesso, a differenza della lingua francese, a cui non gioverebbe neppure l'avere avuta altrettanta copia di scrittori e di secoli letterati, quanti noi. Neppure alla varietà, ed anche a quella ricchezza che serve precisamente all'esatta espressione delle cose, gioverebbe alla lingua francese l'avere avuto in questi due secoli dopo la sua rigenerazione, tanti e più scrittori quanti noi in cinque secoli. Non le gioverebbe dico, quanto giova alla nostra lingua la moltitudine dei secoli, e quindi la maggior varietà degli scrittori, delle opinioni, de' gusti, degli stili, delle materie da loro trattate; varietà che non si può trovare nello stesso grado in due secoli soli, benchè fossero più copiosi di scrittori, che questi 5. insieme: e varietà che serve infinitamente alla ricchezza di una lingua, ed alla esattezza e minutezza del suo poter esprimere, giacch'è stata applicata ad esprimere tanto più diverse cose, da tanto più diversi ingegni, e più diversamente disposti; e in tanto più diversi modi. Neppure la lingua tedesca ha rinunziato alle sue antiche ricchezze e possedimenti, come si vede nel Verter, abbondante di studiati e begli ed espressivi arcaismi.

1887,1   10-12 Ott. 1821.

[1887,1]  Ho detto [ pp.343-45] [ pp.1243-44] [ p.1768] [ p.1807] che la lingua italiana non ha mai rinunziato alle sue ricchezze antiche. Ecco come ciò si deve intendere. Tutte le nazioni, tutte le lingue del mondo antiche e moderne, formate ed informi, letterate e illetterate, civili e barbare, hanno sempre di mano {in mano} rinunziato, e di mano in mano incessantemente rinunziano alle parole e frasi antiche, come, e perciò, {ed in proporzione} che rinunziano ai costumi antichi, opinioni ec. Quelle ricchezze alle quali io dico che la lingua italiana non ha mai rinunziato, sono le ricchezze sue {più o meno} disusate, che sono infinite e bellissime, e ponno esserle ancora d'infinito uso; ma non propriamente le voci e locuzioni antiche, cioè quelle che oggi o non si ponno facilmente e comunemente intendere, o comunque intese non ponno aver faccia di naturali, e spontanee, e non pescate nelle Biblioteche de' classici. A queste l'Italia come tutte le altre nazioni nè più nè meno, intende di avere rinunziato; e i soli pedanti 1888 lo negano, o non riconoscono per buona questa rinunzia, e le protestano contro, e non vi si conformano, nè l'ammettono.

2395,2   19. Marzo dì di S. Giuseppe. 1822.

[2395,2]  Nelle scritture de' moderni puristi italiani (p. e. del Botta) per lo più si vede chiaramente un moderno che scrive all'antica, e quindi non ha la grazia dello scrivere antico, non avendone lo spontaneo. Una delle due, o s'ha da parere un 2396 antico che scriva all'antica, vale a dire che questo scrivere paia naturale dello scrittore, e venuto da se; o s'ha da essere un moderno che scriva alla moderna: e volendo parere un moderno, non si dee volere scrivere altrimenti, se si vuol fuggire il contrasto ridicolo e l'affettazione; e molto meno volendo scriver cose moderne, e pensieri di andamento moderno (cioè insomma propri dello scrittore, che mentre vive non sarà mai antico): le quali cose e i quali pensieri, da che mondo è mondo, in qualsivoglia nazione non si sono scritti nè potuti scrivere in altra lingua che moderna (perchè questa sola è loro connaturale, e perciò sola dà il modo di bene e pienamente esprimerli), e non altrimenti che alla moderna. (19. Marzo dì di S. Giuseppe. 1822.) {Quando mai, se si potesse, dovressimo, quanto allo stile, parere antichi che pensassero alla moderna. Laddove nei nostri accade tutto il contrario.}

2683,1   15. Marzo 1823.

[2683,1]  Nè altro vuol dir il parlar antico, che la consuetudine antica di parlare; e sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico, non per altro che per voler più presto parlare come si parlava, che come si parla. Il medesimo, ivi, p. 64. (15. Marzo 1823.)

2718,1   23. Maggio 1823.

[2718,1]  Alla p. 2699. Di quelli scrittori del 300 che usarono lingua più illustre e comune, o manco plebea e provinciale o municipale, vedi Perticari 2719 Degli Scritt. del 300. l. 2. c. 6. È da notare che molte differenze che s'incontrano in questi scrittori fra la loro lingua e la presente, non sono da attribuire alla lingua di quel secolo. Ma elle sono tutte proprie degli scrittori medesimi. I quali in quei primi cominciamenti della nostra lingua illustre, in quella scarsezza di esempi, e quindi di regole della lingua volgare scritta, seguirono quali una strada e quali un'altra, {sì nel trovare o crear le voci ai dati oggetti, sì nel collegarle, come quelli ch'erano i primi; e spesso per mancanza d'arte, per cattivo gusto, per povertà di voci o di modi propria loro o della lingua,} per vaghezza di novità, o per sola ignoranza, {e poca conoscenza della loro stessa lingua scritta o parlata,} e per non sapere scrivere, divisero le loro scritture dalla lingua parlata molto più che non si doveva, o in quelle cose e in quelle guise che non si doveva; non volendo esser plebei, furono qua e là mostri di locuzione; non sapendo esprimersi, inventarono parole e forme tutte loro, tutte barbare; introdussero nelle scritture molti vocaboli e modi latini o provenzali durissimi e 2720 ripugnanti all'indole della favella comune o particolare, illustre o plebea, di quel medesimo secolo. Della qual favella pertanto in queste cose non si può nè si dee fare argomento da quelle scritture. Perchè quelle mostruosità e stranezze, che noi crediamo e chiamiamo comunemente arcaismi, come non si parlano ora nè si scrivono, così non furono mai parlate nè pure in quel secolo, nè scritte se non da uno o da pochi; e quindi non sono proprie della lingua del 300 ma di quei particolari scrittori. E neanche nei secoli seguenti al suddetto, fino a noi, non furono mai parlate da alcuno in Italia, nè scritte se non da qualche pedantesco imitatore, e razzolatore degli antichi, de' quali pedanti ve n'ha gran copia anche oggidì. Ma l'autorità di questi non fa la lingua nè presente nè passata. Vedi anche circa queste mostruosità arbitrarie e particolari di tale o tale 2721 trecentista, il Perticari loc. cit. p. 13-5. e massime p. 136. fine. (23. Maggio 1823.).

3407   9-10. Sett. 1823.

[3404,1]  Venendo alla conchiusione, ripeto che da una lingua così conforme alla nostra, come ho mostrato essere la spagnuola, per ogni verso, e per tante cagioni naturali, accidentali, intrinseche, estrinseche ec.; da una lingua sorella com'essa è all'italiana; da una lingua ec. ec.; molta bella ed utile novità possono trarre gli scrittori italiani moderni, come ne trassero gli antichi e classici nostri. Ma voglio io perciò introdotti nella lingua italiana degli spagnuolismi? Tanto come, consigliando 3405 di attingere dal latino, intendo consigliare che s'introducano nell'italiano de' latinismi. {#Molto meno io vorrei consigliare che la lingua o lo scrittore italiano si modellasse sulla lingua spagnuola, molto alla nostra inferiore in perfezione, benchè conforme in carattere. Oltre che una lingua già perfetta non si dee modellare, anzi dee fuggir di modellarsi sopra alcuna altra, sia quanto si vuole perfettissima. E così a proporz. discorrasi della letteratura ec.} Sono nel latino molte parole, nello spagnuolo alcune, nel greco, nel latino e nello spagnuolo moltissimi modi e forme di dire, {+(e molte significazioni di vocaboli o modi già fatti italiani)} le quali tutte non per altro non sono italiane, se perchè da veruno per anche non introdotte nella nostra lingua. Adoperandole nell'italiano, elle sarebbero così bene intese, cadrebbero così bene e facilmente, parrebbero così spontanee e naturali, sarebbero così lontane da ogni sembianza d'affettate, che niuno s'accorgerebbe non pur ch'elle fossero o greche o latine o spagnuole anzi, o più, che italiane, ma neppur sentirebbe che fossero nuove nella nostra lingua, nè se n'avvedrebbe in altro modo che ricercandone espressamente il vocabolario. O se vi sentisse della novità, ne sentirebbe quel tanto e non più, che dà grazia, eleganza, forza, nobiltà, bellezza allo stile e alla lingua, e dividono l'una e l'altra dal popolo, il che non pur è concesso ma richiesto al nobile scrittore in qualunque genere. Queste 3406 voci, frasi, forme, benchè latine, greche, spagnuole di origine; benchè non mai per l'innanzi usate o sentite in italiano; introdotte che vi fossero, non sarebbero nè latinismi nè grecismi nè spagnolismi, perchè non vi si conoscerebbe nè la latinità, nè la grecità ec., o se vi si conoscerebbe, non vi si sentirebbe, ch'è quel che importa; nè vi si conoscerebbe che per cagioni estrinseche e proprie del lettore, cioè per la cognizione che questi avrebbe di quelle lingue, e degli scrittori italiani ec.; non per cagioni intrinseche, cioè proprie di quella tale scrittura, stile ec. per le qualità di quelle tali voci, frasi ec. rispetto alla lingua italiana o a quel tal genere e stile. Altre voci, frasi, forme, significazioni sono in gran numero nelle dette lingue, che si potrebbero pure utilissimamente introdurre nella italiana, ma non altrove che in certi luoghi, con certi contorni, preparazioni ec. nè senza molta avvertenza, arte, discrezione, giudizio dell'opportunità ec. Con le quali condizioni, nè anche queste (che sono in molto maggior numero dell'altre sopraddette) non riuscirebbero nè latinismi nè grecismi ec. per le stesse ragioni. 3407 Ovunque si senta latinità, grecità ec. o un sapore di non nazionale, indipendentemente dalle cognizioni ec. del lettore, e per propria qualità della parola o frase, o del modo in ch'ella è adoperata, quivi è latinismo, grecismo ec. quivi barbarismo, quivi sempre vizio. E siccome nei contrarii casi suddetti, malgrado la vera novità, niun vizio, anzi pregio vi sarebbe; così in questo caso, niun pregio sarebbevi, e sempre vizio, quando anche la novità non fosse vera, cioè quando bene quella tal parola ec. avesse già esempio d'autor classico nazionale, e n'avesse ancor molti; sia che in tutti questi ella stesse parimente male, o che stando bene in questi, ella stesse male nel dato caso, perchè {+non intelligibile o difficile a intendere, perchè} male adoperata, e senza i debiti riguardi, e in {+occasione e con} circostanze non opportune ec. Similmente accade e si dee discorrere intorno alle parole antiquate. La novità in una lingua, o la rarità ec., insomma il pellegrino, da qualunque luogo sia tolto (o da' forestieri, o dagli antichi classici nazionali ec.), deve sempre parere una 3408 pianta, bensì nuova nel paese o rara, ma nata nel terreno medesimo della lingua nazionale, e non pur della nazionale, ma della lingua di quel secolo, della lingua conveniente a quel genere a quello stile a quel luogo della scrittura. Sempre ch'ella par forestiera {+(e recata d'altronde)} per qualunque ragione, e in qualunque di questi sensi, ella è cattiva. Nel caso contrario è sempre buona.

3465   19. Sett. 1823.

[3465,1]  Quel ch'io dico dell'uso delle favole antiche fatto alla maniera antica (cioè mostrandone persuasione e presentandole in qualunque modo a' lettori o uditori come e' ne fossero persuasi, chè altrimenti il prevalersi della mitologia non ha peccato alcuno), fatto dico da' poeti cristiani antichi o moderni (massime italiani) scrivendo a' Cristiani, si 3466 dee dire dell'eccessivo uso, anzi abuso intollerabile della mitologia che fanno e fecero i pittori e scultori ec. cristiani, non d'Italia solo, ma d'ogni nazione, e niente meno i forestieri che gl'italiani. Se sta ad essi a scegliere il soggetto, potete esser sicuro, massime degli scultori, ch'e' non escirà della mitologia. Ed anche grandissima parte de' soggetti eseguiti per commissione, essendo mitologici, segue che il più delle pitture e massimamente delle sculture che si veggono in Europa (fuor delle Chiese), sieno mitologiche. Par che tutto lo scopo che si propone uno scultore (siccome un poeta) sia che la sua opera paia una statua antica (come un poema antico), dovendo solamente cercare ch'ella sia tanto bella quanto un'antica, o più bella ancora, quantunque, se si vuole, nel genere del bello antico. (19. Sett. 1823.)

3856-58   10-11. Nov. 1823.

[3855,1]  Tra le cagioni del mancar noi (e così gli spagnuoli) di lingua e letteratura moderna propria, si dee porre, e per prima di tutte, la nullità politica e militare in cui è caduta l'Italia non men che la Spagna dal 600 in poi, epoca appunto da cui incomincia la decadenza ed estinzione delle lingue e letterature proprie in Italia e in Ispagna. Questa nullità si può considerare e come una delle cagioni del detto effetto, e come la cagione assoluta di esso. Come una delle cagioni, perocchè se noi manchiamo oggi affatto di voci moderne proprie italiane e spagnuole, politiche e militari, ciò viene perchè gl'italiani e spagnuoli non hanno più, dal 600 in poi, nè affari politici propri, nè milizia propria. Fino dall'estinzione dell'imperio romano, l'Italia è stata serva, perchè divisa; ma sino a tutto il 500 la milizia italiana propria ha esistito, e le corti e repubbliche italiane hanno operato da se, benchè piccole e deboli. Il governo era in mano d'italiani, le dinastie erano italiane in assai maggior numero che poi non furono 3856 ed or non sono. Influiti e dominati da' governi e dagli eserciti stranieri, i governi e gli eserciti italiani, chè tali essi erano ancora, agivano tuttavia essi medesimi, ed avevano affari. Essi erano che si davano agli stranieri, quando a questo, quando a quello, che li chiamavano, che gli scacciavano, o contribuivano a ciò fare, che si alleavano cogli stranieri, o contro di loro, con altri stranieri, o con altri italiani, contro altri italiani, o a favore. L'amicizia de' governi italiani, ancorchè piccolissimi, delle stesse singolari città, era considerata e ricercata dagli stranieri, e la nemicizia temuta; e in qualunque modo i governi e le città italiane erano allora nemiche o amiche di questa o quella straniera potenza. Gl'italiani agivano per se presso o nelle corti straniere, e gli stranieri presso gl'italiani. {+ V. p. 3887.} Quindi è che noi avevamo allora a dovizia voci politiche e militari; più a dovizia ancora delle altre nazioni, perchè la politica e il militare, ridotti ad arte e scienza tra noi, non lo erano presso gli altri. Negli storici, negli scrittori tecnici di politica o di milizia, o d'altre materie appartenenti, e generalmente negli scrittori italiani avanti il seicento, non troverete mai difficoltà veruna di esprimersi in checchessia che spetti agli affari pubblici, economia pubblica, diplomatica, negoziazioni, politica, e a qualsivoglia parte dell'arte militare; mai povertà; e mai li vedrete ricorrere a voci straniere, o che possano pur sospettarsi tali: al contrario li vedrete franchissimi 3857 nell'espressione di tali materie, anzi ricchissimi e abbondantissimi, esattissimi, provvisti di termini per ciascuna cosa e parte di essa, ed anche di più termini per ciascuna, voci tutte italianissime e tanto italiane quanto or sono francesi quelle di cui i francesi e noi ed anche altri in tali materie si servono; e queste voci e questi termini ben si vede che non erano inventati da quegli scrittori, nè debbonsi al loro ingegno, ma all'uso della favella italiana d'allora, e che erano fra noi (come anche fuori non pochi) comunissimi, notissimi, e di significato ben certo e determinato. La più parte di questi, dal 600. in poi, perduti nell'uso del favellare, lo furono e lo sono conseguentemente nelle scritture, di modo che le stesse cose ancora, che noi a que' tempi con parole italianissime, e con più parole eziandio, chiarissimamente e notissimamente esprimevamo, or non le sappiamo esprimere che con voci straniere affatto, o se queste ci mancano, e son troppo straniere per potersi introdurre, o non furono ancora introdotte, non possiamo esprimer quelle cose in verun modo. Moltissime di quelle voci, usandole, sarebbero intese fra noi anche oggidì nel lor proprio e perfetto senso, come allora, e non farebbero oscurità. Ma moltissime, sostituite alle straniere che or s'usano, riuscirebbero oscure, parte per la nuova assuefazione fatta a queste altre voci, parte perchè il loro senso non sarebbe più inteso così determinatamente come 3858 allora. E il simile dico di molte voci con cui potremmo esprimer cose per cui non abbiamo nemmen voci straniere, o che a questi pur manchino, o che tra noi non sieno state ancora introdotte. Moltissime voci militari, civili e politiche sì del nostro 300, sì dello stesso 500, benchè significative di cose or notissime e comunissime, son tali che noi ora, leggendole negli antichi, o non le intendiamo, o non senza studio, o non avvertiamo, almen senza molta acutezza e attenzione, {o imperfettamente} la loro corrispondenza con quelle che oggi ne' medesimi casi comunemente usiamo. Altresì ci accade {non di rado} tale incertezza nelle voci significative di cose, or non più comuni, e spesso in queste ci accade più che nell'altre. Ecco come, mancati gli affari politici e la milizia in Italia, la nostra nazione non ha nè può avere, nè ebbe dal 600 in poi, lingua moderna propria per significar le cose politiche e militari, non ch'ella mai non l'abbia avuta, anzi l'ebbe, ma l'ha perduta, o non l'ha se non antica. E nello stesso modo proporzionatamente e ragguagliatamente discorrasi della Spagna.

3866,1   11. Nov. 1823.

[3866,1]  Il pellegrino e l'elegante che nasce dall'introdurre nelle nostre lingue voci, modi, e significati tolti dal latino, è quasi della stessa natura ed effetto con quello che nasce dall'uso delle nostre proprie voci, modi e significati antichi, o passati dall'uso quotidiano, volgare, parlato ec. Perocchè siccome queste, così quelle (e talor più delle seconde, che siccome erano, così conservano talvolta del barbaro della {loro} origine o dell'incolto di que' tempi che le usarono ec.) hanno sempre (quando sieno convenientemente scelte, ed atte alle lingue ove si vogliono introdurre) del proprio e del nazionale, quando anche non sieno mai per l'addietro state parlate nè scritte in quella tal lingua. E ciò è ben naturale, perocch'esse son proprie di una lingua da cui le nostre sono nate ed uscite, e del cui sangue e delle cui ossa {queste} sono formate. Onde queste tali voci ec. spettano in certo modo all'antichità delle nostre lingue, e riescono in queste quasi come lor {proprie} voci antiche. Sicchè non è senza ragione verissima, se biasimando l'uso o introduzione di voci ec. tolte dall'altre lingue, sieno antiche sieno moderne, (eccetto le voci ec. già naturalizzate) lodiamo quella delle voci ec. latine. Perocchè quelle a differenza di queste, sono come di sangue, così di {aspetto e di} effetto straniero, e diverso 3867 da quello delle altre nostre voci, e delle nostre lingue in genere, e del loro carattere ec. La novità tolta {prudentemente} dal latino, benchè novità assolutissima in fatto, è per le nostre lingue piuttosto restituzione dell'antichità che novità, piuttosto peregrino che nuovo; e veramente (anche quando non sia troppo prudente nè lodevole) ha più dell'arcaismo che del neologismo. Al contrario dell'altre novità, e degli altri stranierismi ec. E per queste ragioni, oltre l'altre, è ancor ragionevole e consentaneo che la lingua francese sia, com'è, infinitamente men disposta ad arricchirsi di novità tolta dal latino, che nol son le lingue sorelle. Perocchè essa lingua è molto più di queste sformata e diversificata dalla sua origine, degenerata, allontanata ec. Onde quel latinismo che a noi sarebbe convenientissimo e facilissimo perchè consanguineo e materno ec. alla lingua francese, tanto mutata dalla sua madre, riescirebbe affatto alieno e straniero e non materno ec. Meglio infatti generalmente riesce e fa prova e si adatta e s'immedesima e par naturale nella lingua francese la novità tolta dall'inglese e dal tedesco (che agl'italiani e spagnuoli sarebbe insopportabile e barbara) che quella dal latino. Questo può vedersi in certo modo anche ne' cognomi e nomi propri inglesi, tedeschi, ec. che si nominino nel francese. Paiono {sovente e gran parte di loro} molto men forestieri che tra noi, e men diversi ed alieni da' nazionali.