23. Maggio. 1823.
[2717,1] Chi vuol vedere un piccolo esempio della infinita
varietà della lingua greca, e come ella sia innanzi un aggregato di più lingue
che una lingua sola, secondo che ho detto altrove pp. 2060-62 e vuol
vederlo in uno stesso scrittore e in uno stesso libro; legga il Fedro di Platone. Nel quale troverà, non dico tre stili, ma tre
vere lingue, l'una nelle parole che compongono il Dialogo tra Socrate e Fedro, la quale è la solita e propria
di Platone, l'altra nelle due orazioni
contro l'amore, in persona di Lisia e
di Socrate; la terza nell'orazione di
questo in lode dell'amore. Perciocchè Platone in queste orazioni adopra e vocaboli e frasi e costrutti
2718 notabilissimamente e visibilmente diversi da
quelli che compongono la lingua ordinaria de' suoi Dialoghi, sebbene in questi egli tratta bene spesso
le medesime o simili materie a quelle delle tre suddette orazioni, massime
dell'ultima. E i vocaboli, le frasi i costrutti dell'ultima orazione (di stile
tutta poetica, ma non perciò tumida o esagerata o eccessiva o tale che non sia
vera prosa) sono pure diversissimi da quelli delle altre due. Nè in veruna di
queste {tre} lo scrittore fa forza alla lingua, o
dimostra affettazione, come fecero poi quei greci più recenti che si scostarono
dalla maniera propria per seguire e imitare l'altrui. Ma certo chi non
conoscesse altra lingua greca che la consueta di Platone, non senza una certa difficoltà potrebbe
intendere quelle tre orazioni. (23. Maggio. 1823.).
