Recanati. 15. 1827. S. Paolo, primo eremita
[4243,7]
Mia, tua, sua plurali fiorentini, e antichi.
[4243,8]
Alla p. 4156.
A noi non pare che così fatti sfoghi, questo gridare, questo pianger forte,
strapparsi i capelli, gittarsi in terra, voltolarsi, dar del capo nelle pareti,
cose usate nelle sventure dagli antichi, usate dai selvaggi, usate tra noi
oggidì dalle genti del volgo, possano essere di niun conforto al dolore; e
4244 veramente a noi non sarebbero, perchè non ci siamo
più inclinati e portati dalla natura in niun modo; e quando anche le facessimo,
le faremmo forzatamente, sarebbe studio e non natura, e però cosa inutile: tanto
è mutata, vinta, cancellata in noi la natura dall'assuefazione. Ma egli è però
certo che questi atti, insegnati dalla natura medesima (il che non si può
volgere in dubbio), sono a chi li pratica naturalmente, un conforto grandissimo
ed un compenso molto opportuno nelle calamità. Quella resistenza che l'animo fa
naturalmente alla sciagura e al dolore, è il più penoso che abbiano le
disavventure, è il maggior dolore che prova l'uomo. Quando l'animo è domato,
ogni calamità, per grave che sia, è tollerabile. Questo domar l'animo, questo
ridurlo a cedere alla necessità e conformarsi allo andamento e alla condizion
delle cose, lo fa in noi il tempo, il quale però il Voltaire chiama
consolatore. Ma lo fa con lunghezza; e quella prima resistenza, oltre
al durar di più, ha questo ancora di più doloroso, che ella si rivolge e si
esercita contro di noi stessi; ella è dell'animo all'animo. Laddove nei selvaggi
e nelle persone volgari, ella si esercita contro le cose esterne, per così dire;
e siccome le sue operazioni sono più vive, così ella langue e manca più presto.
Ella abbatte il corpo, e però travaglia assai meno l'animo; bensì perchè col
corpo anco l'animo è abbattuto, perciò quelle tali persone, dopo quegli atti, si
trovano aversi domato l'animo e ridotto, per dir così, alla dedizione, da loro
stessi, senza aspettare il tempo; onde quando si risvegliano da quei furori, da
quelle smanie, hanno già l'animo accomodato a sopportar la sventura, a poterla
guardar fermamente in viso, senza esser però coraggiosi. Ed è già notato e
notasi giornalmente che nei plebei il dolore delle grandi sventure dura assai
meno che nelle persone colte. Sicchè quegli sfoghi sono veramente una medicina
{#1. quasi un narcotico}
preparata dalla
4245 natura medesima, perchè l'uomo
potesse sopportare i suoi mali più leggermente. E noi siamo ridotti a non saper
nè pure intendere come essi giovino a quelli che naturalmente gli vediamo
esercitare. Ed è questo un altro beneficio della filosofia e della civiltà, che
pretendendo insegnarci a sopportare le calamità meglio che non fa a noi la
natura, e predicandoci il disprezzo del dolore, e facendoci vergognar di
mostrarlo, come di cosa indegna di uomini, e da vigliacchi e indotti; ci ha
privati di quel soccorso che la natura ci aveva apprestato, molto più efficace
di qualsivoglia dei loro. {+V. p. 4283.}
(Recanati 15. 1827. S. Paolo, primo
eremita.).
