Firenze. 18. Sett. 1827.
[4288,2] La materia pensante si considera come un paradosso.
Si parte dalla persuasione della sua impossibilità, e per questo molti grandi
spiriti, come Bayle, nella
considerazione di questo problema, non hanno saputo determinar la loro mente a
quello che si chiama, e che per lo innanzi era lor sempre paruto, un'assurdità
enorme. Diversamente andrebbe la cosa, se il filosofo considerasse come un
paradosso, che la materia non pensi; se partisse dal principio, che il negare
alla materia la facoltà di pensare, è una sottigliezza della filosofia. Or così
appunto dovrebbe esser disposto l'animo degli uomini verso questo problema. Che
la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non sappiamo,
non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia.
Un fatto, perchè noi veggiamo che le modificazioni del pensiero dipendono
totalmente dalle sensazioni, dallo stato del nostro fisico; che l'animo nostro
corrisponde in tutto alle varietà ed alle variazioni del nostro corpo. Un fatto,
perchè noi sentiamo corporalmente il pensiero: ciascun di noi sente che il
pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba; sente che egli pensa con una
parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente di vedere co' suoi
occhi, di toccare colle sue mani. Se la questione dunque si riguardasse, come si
dovrebbe, da questo lato; cioè che chi nega il pensiero alla materia nega un
fatto, contrasta all'evidenza, sostiene per lo meno uno stravagante paradosso;
che chi crede la materia pensante, non solo non avanza nulla di strano, di
ricercato, di recondito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello che è dettato
dalla natura, la proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi in
questa materia; forse le conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diverse
da quel che sono, e i profondi filosofi
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spiritualisti di questo e de' passati tempi, avrebbero ritrovato e
ritroverebbero assai minor difficoltà ed assurdità nel materialismo. (Firenze. 18. Sett. 1827.)
