9. Feb. 1821.
[633,1]
Q136682342Quand on est jeune, on ne songe qu'à vivre dans l'idée d'autrui: il
faut établir sa réputation, et se donner une place honorable dans
l'imagination des autres, et être heureux même dans leur idée: notre
bonheur n'est point réel; ce n'est pas nous que nous consultons, ce
sont les autres. Dans un autre âge, nous revenons à nous; et ce
retour a ses douceurs, nous commençons à nous consulter et à nous
croire.
M.me la Marquise de Lambert,
Traité de la Vieillesse, verso la
fine: dans ses Oeuvres complètes, Paris 1808. 1.re édit. complète. p.
150. Q136682342Il vient un temps dans la vie qui est consacré
à la vérité, qui est destiné à connoître les choses selon leur juste
valeur. La jeunesse et les passions fardent tout. Alors nous
revenons aux plaisirs simples; nous commençons à nous consulter
634 et à nous croire sur notre
bonheur.
Ib. p. 153. Queste
riflessioni sono osservabili. Non solo nella vecchiezza, ma nelle sventure, ogni
volta che l'uomo si trova senza speranza, o almeno disgraziato nelle cose che
dipendono dagli uomini, comincia a contentarsi di se stesso, e la sua felicità,
e soddisfazione, o almeno consolazione a dipender da lui. Questo ci accade anche
in mezzo alla società, o agli affari del mondo. Quando l'uomo vi si trova male
accolto, o annoiato, o disgraziato, o in somma trova quello che non vorrebbe,
ricorre a se stesso, e cerca il bene e il piacere nell'anima sua. L'uomo
sociale, finch'egli può, cerca la sua felicità e la ripone nelle cose al di
fuori e appartenenti alla società, e però dipendenti dagli altri. Questo è
inevitabile. Solamente o principalmente l'uomo sventurato, e massime quegli che
lo è senza speranza, si compiace della sua compagnia, e di riporre la sua
felicità nelle cose sue proprie, e indipendenti dagli altri; e insomma segregare
la sua felicità, dall'opinione e dai vantaggi che ci risultano dalla società, e
ch'egli non può conseguire, o sperare. Forse per questo, o anche
635 per questo, si è detto che l'uomo che non è stato
mai sventurato non sa nulla. L'anima, i desideri, i pensieri, i trattenimenti
dell'uomo felice, sono tutti al di fuori, e la solitudine non è fatta per lui:
dico la solitudine o fisica, o morale e del pensiero. Vale a dire che se anche
egli si compiace nella solitudine, questo piacere, e i suoi pensieri e
trattenimenti in quello stato, sono tutti in relazioni colle cose esteriori, e
dipendenti dagli altri, non mai con quelle riposte in lui solo. Non è però che
la felicità o consolazione dell'uomo sventurato o vecchio, sieno riposte nella
verità, e nella meditazione e cognizione di lei. Che piacere o felicità o
conforto ci può somministrare il vero, cioè il nulla? (se escludiamo la sola
Religione). Ma altre illusioni, forse più savie perchè meno dipendenti, e perciò
anche più durevoli, sottentrano a quelle relative alla società. E questo è in
somma quello che si chiama contentarsi di se stesso, e Q675210omnia tua in te
posita ducere, con che Cicerone (Lael. sive de
Amicit. c. 2.) definisce la sapienza. Un sistema, un
complesso, un ordine, una vita d'illusioni indipendenti, e perciò stabili: non
altro. (9. Feb. 1821.).
