13. Giugno. 1822.
[2473,1]
2473 Alle ragioni da me recate in altri luoghi pp.
1473-74
pp.
1648-49
pp.
2039-41, per le quali il giovane per natura sensibile, e magnanimo e
virtuoso, coll'esperienza della vita, diviene e più presto degli altri, e più
costantemente e irrevocabilmente, e più freddamente e duramente, e insomma più
eroicamente vizioso, aggiungi anche questa, che un giovane della detta natura, e
del detto abito, deve, entrando nel mondo, sperimentare e più presto e più
fortemente degli altri la scelleraggine degli uomini, e il danno della virtù, e
rendersi ben tosto più certo di qualunque altro della necessità di esser
malvagio, e della inevitabile e somma infelicità ch'è destinata in questa vita e
in questa società agli uomini di virtù vera. {{Perocchè gli
altri non essendo virtuosi, o non essendolo al par di lui, non isperimentano
tanto nè così presto la scelleraggine degli uomini, nè l'odio e persecuzione
loro per tutto ciò ch'è buono, nè le sventure di quella virtù che non
possiedono. E sperimentando ancora le soverchierie e le persecuzioni degli
altri, non si trovano così nudi e disarmati per combatterle e respingerle,
come si trova il virtuoso.
2474 In somma il giovane
di poca virtù non può concepire un odio così vivo verso gli uomini, {nè così presto,} com'è obbligato a concepirlo il
giovane d'animo nobile. Perchè colui trova gli uomini e meno infiammati
contro di se, e meno capaci di nuocergli, e meno diversi da lui
medesimo.}}
{{Per lo che, non arrivando mai ad odiare fortemente gli
uomini, e odiarli per massima nata e confermata e radicata immobilmente
dall'esperienza, non arriva neppure così facilmente a quell'eroismo di
malvagità fredda, sicura e consapevole di se stessa, ragionata, inesorabile,
immedicabile {ed eterna,} a cui necessariamente dee
giungere {(e tosto)} l'uomo d'ingegno al tempo
stesso e di virtù naturale. (13. Giugno. 1822.)}}
