10. Feb. 1821.
[638,1] Vorranno i puristi che quando manca alla lingua nostra
il vocabolo di una tal cosa, piuttosto che formarne uno nuovo, o adottarne uno
straniero, o derivarne uno da lingue antiche, si usino circollocuzioni. Lascio
quanto le circollocuzioni troppo frequenti (e converrebbe che fossero
frequentissime) tolgano di grazia, di forza, di proprietà, di rapidità al
discorso, ed inceppino, ritardino,
639 impaccino,
infastidiscano lo scrittore e il lettore, in qualunque caso. Ma dico
primieramente che si daranno infinite occorrenze, dove una di quelle cose che
non hanno vocabolo italiano, accada di esprimerla frequentissimamente, tratto
tratto, più volte nello stesso periodo. Ora quando a grande stento si sarà
trovata una circollocuzione che equivalga veramente, al che sarà spesso
necessario ch'ella sia lunghissima, come ripeterla a ogni tratto, e in un
periodo stesso più volte? come variarla, se appena se n'è trovata una che
equivalga? come abbreviarla, se tolta qualche parola, ella non ha più la stessa
forza, e non dice tutto, non esprime più quella tale idea, se non è tutta
distesa ed intera? Una parola si adatta a prendere tutte le positure,
s'introduce da per tutto, si maneggia facilmente, speditamente, e a beneplacito.
Ma una circollocuzione, un corpo grosso e disadatto, che se non ha tanto di
luogo, non può entrare o giacere, come troverà sito, dirò così, in quelle
pieghe, in quei cantoni, in quegli spicoli, in quegli spazietti,
640 in quei passaggetti, in quelle rivolte (rivolture,
rivoltatine, che in tutti questi modi si può dire, come dice il Firenzuola,
Q136648274le rivolture degli
orecchi) in quelle giratine, in quelle
tortuosità, in quelle angustie e stretture del discorso o del periodo, così
frequenti, dove spessissimo vorrà e dovrà entrare quella tale idea, ed
entrerebbe la parola, la circollocuzione non già?
[640,1] Dico in secondo luogo che infinite cose vi sono, le
quali non si possono esprimere mediante veruna circollocuzione. Verbigrazia
quello che i francesi intendono {così spesso} per la
parola génie (usata nello stesso senso dal Magalotti, come dice il Monti nella
Biblioteca
Italiana). Come esprimere per circollocuzione
quello che non si può definire? Dove manca la facoltà della definizione, manca
parimente della circollocuzione. E queste tali cose che s'intendono chiaramente,
facilmente, e pienamente, per via di una parola convenuta, ma non si potrebbero
nè definire adequatamente, nè dare ad intendere per nessuna circollocuzione,
sono infinite in ogni genere, massimamente poi nelle materie filosofiche della
natura ch'elle sono oggidì, nelle materie astratte ec. Ed è ben naturale,
641 perchè le parole son fatte per le cose: a quella tal
cosa, corrisponde quella tal parola; altre parole, ancorchè molte non
corrispondono. Sussiste la cosa, sussiste l'idea, sussiste la maniera di
significarla e definirla, ma quella maniera, quel mezzo, e non altro.
[641,1] Ogni volta che qualunque disciplina o cognizione, o
speculazione umana, ma specialmente la filosofia, e la metafisica che considera
i principii e gli elementi delle cose, i quali poco o nulla cadono nel sermone e
nell'uso comune, {le intimità, i secreti, le parti delle cose
rimote e segregate dai sensi e dal pensiero dei più;} ogni volta,
dico, che questa ha ricevuto qualche incremento, o preso qualche nuovo sentiero,
o cercata o trovata qualche novità, è stata necessaria, ed effettivamente
adoperata la novità delle parole in qualunque lingua. Lascio la latina che prima
di Lucrezio e Cic. era affatto impotente nelle materie filosofiche, e
che tuttavolta aveva, come abbiamo noi nella francese, il sussidio e la miniera
di una lingua sorella, ricchissima in questo genere, come negli altri. La novità
della filosofia di Platone, domandava la
novità delle parole in quella medesima
642 lingua greca,
si[sì] ricca per ogni capo, e segnatamente
nelle materie filosofiche tanto familiari alla grecia da lunghissimo tempo. E Platone inventava nuove parole; e tali, che in quella stessa lingua,
così pieghevole, e trattabile; così non solamente ricca, ma feconda; così
avvezza alle novità delle parole; così facile così suscettibile così
spontaneamente adattabile alla formazione di nuove voci, riuscivano strane,
assurde e ridicole ai volgari, al comune, alla gente che considera l'effetto,
cioè la novità della voce, e non pesa la cagione, cioè la novità delle cose, e
delle speculazioni. Come τραπεζότης che noi possiamo dire mensalità, e κυαθότης calicità. (non c'è di
meglio per esprimere in italiano questa parola: così mi sono accertato.) V. il Laerz. (in Diog. {Cyn.}
l. 6. segm. 53.) e il Menag. se ha nulla, e potrai
anche riportare quel fatto che il Laerz. riferisce in proposito. {Tanto le
astrazioni ec. sono lontane dall'uso comune.} E queste e altre tali
parole le formava Platone, certo non più
lodato per la sapienza di quello che fosse per la {purità
ed} eleganza della favella Attica, e dello stile, e per tutti i pregi
della eloquenza,
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{della elocuzione,} e del bello scrivere e dire.
(10. Feb. 1821.).
