5-11. Agosto. 1823.
[3095,2] Riprendono {nell'iliade} la
poca unità, l'interesse principale che i lettori prendono per Ettore, il doppio Eroe (Ettore ed Achille), e conchiudono che {se Omero} nelle parti è superiore agli altri
poeti, nel tutto però preso insieme, nella condotta del poema, nella regolarità
è inferiore agli altri epici, particolarmente a Virgilio. Certo se potessero esser vere regole {di poesia} quelle che si oppongono al buono e grande
effetto della medesima e alla natura dell'uomo, io non disconverrei da queste
sentenze.
{In proposito delle cose
contenute nel séguito di questo pensiero, vedi la pag. 470. capoverso 2.}
{In proposito delle cose
contenute nel séguito di questo pensiero, vedi la pag. 470. capoverso 2.}[3095,3]
Omero fu certamente anteriore alle
regole del poema epico. Anzi esse da' suoi poemi furono cavate. Considerandole
dunque come cavate e dedotte da' suoi poemi, e fondate sull'autorità di Omero, e principalmente dell'iliade, dico
che
3096 chi ne le trasse, prese abbaglio, e che
d'allora in poi fino al dì d'oggi, s'ingannarono e s'ingannano tutti quelli che
le seguirono o le sostennero, o le seguono o sostengono (ciò sono tutti i litteratores) come appoggiate sull'esempio di Omero: perchè quest'esempio non sussiste,
e dalla {forma della}
iliade non
nascevano e non si potevano cavar quelle regole. Considerandole poi come
indipendenti da Omero, come sussistenti
da se, e supponendo (il che non è vero) ch'elle sieno il parto della ragione e
della specolazione assoluta, dico senza tergiversazione che Omero, siccome non le conobbe, così neanche le seguì,
ma seguendo la natura, molto miglior maestra delle Poetiche e de' Dottori di
Scuola e delle teorie, s'allontanò effettivamente da esse regole; ed aggiungo
che queste sono errate da chiunque le immaginò, perchè incompatibili colla
natura dell'uomo, perchè seguendole, il poema epico non può produrre il grande e
forte e bello effetto ch'ei deve, o per lo meno
3097
non può produrre il maggiore e migliore effetto che gli sia d'altronde e in se
stesso possibile; e che per conseguenza esse regole sono cattive e false.
[3097,1] Nella Iliade pertanto non v'è unità. Due sono
realissimamente gli Eroi, Ettore e
Achille. Due gl'interessi e diversi
l'uno dall'altro: l'uno pel primo di questi Eroi e per la sua causa, l'altro pel
secondo e per la causa de' greci. Interessi affatto contrarii che Omero volle espressamente destare e
desta, volle alimentare e mantenere continuamente vivi ne' suoi lettori, e
l'ottiene; volle far ciò dell'uno e dell'altro interesse ugualmente e come di
compagnia, e così fece.
[3097,2] È proprio degli uomini l'ammirar la fortuna e il
buon successo delle intraprese, l'essere strascinati da questo e da quella alla
lode, e per lo contrario dalla mala sorte e dal tristo esito al biasimo,
l'esaltare chi ottenne quel che cercò, il deprimere chi non l'ottenne, lo stimar
colui superiore al generale, costui uguale o inferiore,
3098 il credersi minor di quello e da lui superato, maggior di questo
od uguale; in somma il distribuir la gloria secondo la fortuna. Questa proprietà
degli uomini {di tutti i tempi} avea maggior luogo che
mai negli antichi. L'esser fortunato era la somma lode appo loro. (V. fra
l'altre p. 4119
p.
4240
p.
4309 la p. 3072. fine
{+e p. 3342.}) E ciò per varie cagioni.
Primieramente la fortuna non si stimava mai disgiunta dal merito, per modo
ch'eziandio non conoscendo il merito, ma conoscendo la fortuna d'alcuno, si
reputava aver bastante argomento per crederlo meritevole. Come negli stati
liberi pochi avanzamenti si possono ottenere senz'alcuna sorta di merito reale,
e come gli antichissimi popoli nella distribuzione degli onori, delle dignità,
delle cariche, dei premi, avevano ordinariamente riguardo al merito sopra ogni
altra cosa, così e conseguentemente stimavano che gli Dei non compartissero i
loro favori, che la fortuna non si facesse amica, se non di quelli che n'erano
degni: talmente che anche i doni naturali come la bellezza e la forza si
stimavano compagni
3099 ed indizi de' pregi dell'animo
e de' costumi, e la stessa ricchezza o nobiltà e l'altre felicità della nascita
cadevano sotto questa categoria. Secondariamente, non supponendo gli antichi
maggiori beni che quelli di questa vita, fino a credere che i morti, anche posti
nell'Elisio, s'interessassero più della terra che dell'Averno, e che gli Dei
fossero più solleciti delle cose terrene che delle celesti, ne seguiva che
considerassero la felicità come principalissima parte di lode, perocchè il
merito infelice come può giovare a se o agli altri? e come può parer {buono e} grande quello ch'è inutile? e se il merito era
infelice, come poteva risplendere? e non risplendendo e non giovando in questa
terra e per questa vita, dove, secondo le antiche opinioni, avrebbe acquistato
luce e splendore? dove e a che cosa avrebbe giovato?
[3099,1] Era dunque la felicità, principale ed essenzial
cagione e parte di lode e di stima e di ammirazione e di gloria presso gli
antichi, ancor
3100 più che presso i moderni; e
massimamente appo gli antichissimi. Perocchè insomma ella è cosa naturale il
pregiar sopra tutto la felicità, laonde egli è ben ragionevole ch'ella tanto più
sia pregiata quanto i costumi, le opinioni e la vita degli uomini sono più
vicini e conformi alla natura, quali erano in fatti nella più remota antichità.
Omero dunque pigliando a esaltare un
Eroe ed una nazione, e togliendoli per soggetto del suo canto e della sua lode,
e facendo materia del poema l'elogio loro,
si sarebbe fatto coscienza di sceglierli o di fingerli sfortunati, e tali che
non avessero conseguito l'intento di quella impresa di ch'egli prendeva a
cantare. Egli doveva dunque pigliare un Eroe fortunato.
[3100,1] E tanto più quanto questo Eroe era un guerriero, e i
suoi pregi eroici il coraggio e valor dell'animo, e l'impresa una guerra.
Perocchè se ne' tempi moderni eziandio, poca o nulla è la gloria del vinto, e la
lode di quella guerra
3101 che non è terminata dalla
vittoria, molto più si deve stimare che così fosse appo gli antichi. Fra' quali
effettivamente l'esser vinto si teneva per ignominia, e il vincere in
qualsivoglia modo era gloria, non si considerando allora gran fatto altra
giustizia che quella dell'armi, altro diritto che della forza. Oltre che volendo
Omero nel suo poema (siccome poi
vollero gli altri epici) adombrar quasi un modello o un tipo di uomo superiore
al generale e maraviglioso, e scegliendo per tale effetto un guerriero, come
poteva egli farlo superiore agli altri uomini e singolarmente mirabile per le
virtù proprie della sua professione, s'ei non l'avesse fatto vittorioso? anzi
tale che niuno gli potesse resistere? Come poteva egli fare che questo Eroe
fosse vinto, cioè superato dagli altri in quelle virtù e qualità per le quali
egli intendeva di mostrarlo a tutti superiore e fra tutti unico, affine di
produrre la maraviglia, ed eseguire
3102 quel tipo di
compiuto guerriero ch'ei si proponeva? Non è della guerra come d'altre molte
imprese che possono venir fallite e mancare del loro intento a cagione di
ostacoli insuperabili all'uomo e di forze superiori alle umane. Ma la guerra è
dell'uomo coll'uomo, e quindi è forza il far vincitore colui che si vuol far
superiore agli altri uomini e singolare nella sua specie per le virtù guerriere.
Chi cede nella guerra, cede all'uomo, cosa che oggidì potrà essere scusata ma di
rado lodata; fra gli antichiss. non che lodata, era pur di rado scusata, e
generalmente spregiata com'effetto o di viltà o di debolezza, la quale, sebbene
involontaria, era poco meno spregiata della viltà, come lo sono anche oggidì
proporzionatamente e la debolezza e tanti altri difetti degl'individui o delle
nazioni, esteriori o interiori, che non dipendono dalla volontà di chi n'è il
soggetto. Dico che la guerra è
3103 dell'uomo
coll'uomo, sebbene Omero c'intramette
anche gli Dei. Ma questa finzione era per abbellire e non per alterare la natura
della guerra eccetto in alcune parti poco essenziali. Come quando s'introduce
Achille alle prese col Csanto. Nel qual caso, non essendo la
battaglia d'uomo con uomo, ma colla superior potenza di un Dio, Omero non si fa scrupolo d'introdurre
Achille chiedente aiuto e fuggente,
nè stima che questo tolga alla sua superiorità, perch'ei lo vuol far superiore
agli uomini non agli Dei, e vittorioso nella guerra de' mortali, non degli
Eterni. E infatti l'intervento degli Dei, come non doveva (volendo conservare il
buono effetto) alterare, così {effettivamente} non
altera appresso Omero la sostanza della
guerra umana.
[3103,1] Conveniva dunque che l'Eroe e la nazione presa da
Omero a celebrare fossero fortunati
e vittoriosi, massimamente aggiungendosi alle
3104
predette considerazioni generali questa particolarità che l'Eroe da Omero celebrato era greco, e la nazione
era la greca, cioè quella alla quale egli cantava e a cui egli apparteneva, e la
guerra era stata contro i Barbari. Molto conveniente cosa, pigliare per soggetto
del poema epico le lodi e le imprese della propria nazione e una guerra contro i
perpetui e naturali nemici di lei, ciò erano i Barbari. Cosa che raddoppiava,
anzi moltiplicava l'interesse del poema, siccome accade nella Lusiade, siccome
ancora nell'Eneide ec. Onde Isocrate pensa che gran parte della celebrità di Omero e della grazia in che sempre furono i suoi poemi
appo i greci, derivi dal patriotismo de' medesimi {poemi} e dalle battaglie e vittorie contro i Barbari, che in essi
sono celebrate. (Vedilo nel Panegirico, edizione del Battie
Isocr. Oratt. 7. et
epistt.
Cantabrig. 1729. p.
175-6.) Or come poteva Omero fingere o narrar perditori
3105 la sua
nazione e un Eroe della medesima, e ciò in una guerra contro i Barbari? Il che
tra gli antichi sarebbe stato tanto più assurdo che tra i moderni, quando anche
le lodi e l'interesse del poema fossero stati tutti per li greci, e quando
anche, fingendoli sventurati, Omero
avesse mosso le lagrime e i singhiozzi sopra le loro sciagure, sarebbe tuttavia
riuscito assurdo di maniera, che sarebbe eziandio stato pericoloso al poeta.
Frinico ateniese, gran tempo dopo
Omero, fece suggetto di una tragedia
la presa di Mileto fatta da Dario, e mosse gli uditori a pietà sopra
quella sciagura dei greci per modo, che, secondo l'espressione di Longino (sect. 24.) tutto il teatro si sciolse in lagrime.
Gli Ateniesi lo multarono in mille dramme (Plut.
politic. praecept.
Strabo 1. 14. {+Schol. Aristoph.
Vesp.)}
perch'egli avea rinfrescato la memoria delle domestiche calamità e ripostele
sotto gli occhi rappresentandole al vivo (Herodot. l. 6. c. 21.);
3106 di più vietarono {con
decreto} che quella tragedia fosse più recata sulle scene (Tzetz.
Chil. 8. (alibi reperio 7.) hist.
156.): anzi secondo Eliano (Var. l. 13. c. 17.), lagrimando, lo cacciarono dal teatro
esso stesso che stava rappresentando la sua propria tragedia. (V. Fabric.
B. G. in Catal.
Tragicorum, Meurs.
Bibl. Att.
Bentley
Diss. ad Ep. Phalar. p. 256.)
{{v. p.
4078.}}
[3106,1] Adunque per tutte queste cagioni doveva nell'Eroe di
Omero e nella nazione da lui
celebrata concorrere colla virtù la fortuna. Ed ecco l'uno degl'interessi che
campeggiano nell'iliade senza interruzione per tutto il corpo del poema:
interesse il quale consiste nell'ammirazione ispirata dalla straordinaria e
superiore virtù; al quale interesse e alla qual maraviglia, cioè al pieno
effetto di tal virtù descritta e figurata nel poema, richiedevasi
necessariamente la felicità e il buon successo, che in tutti i tempi, ma negli
antichissimi principalmente, sono considerati come il compimento della virtù,
anzi pure come indispensabile perfezione
3107 di lei, o
come solo indizio che possa dimostrarla veramente perfetta e somma.
[3107,1] Altra proprietà dell'uomo si è che laddove la
superiorità, laddove la virtù congiunta colla fortuna non produce se non un
interesse debole, cioè l'ammirazione; per lo contrario la sventura in qualunque
{caso}, ma molto più la sventura congiunta colla
virtù, produce un interesse vivissimo, durevole e dolcissimo. Perocchè l'uomo si
compiace nel sentimento della compassione, perchè nulla sacrificando, ottiene
con essa quel sentimento che in ogni cosa e in ogni occasione gli è gratissimo,
cioè una quasi coscienza di proprio eroismo e nobiltà d'animo. La sventura è
naturalmente cagione di dispregio e anche d'odio verso lo sventurato, perchè
l'uomo per natura odia, come il dolore, così le idee dolorose. Mirando dunque,
malgrado la sciagura, alla virtù dello sciagurato, e non {abbominandolo nè} disdegnandolo quãtunque[quantunque] tale, e finalmente giungendo a compassionarlo, cioè a
voler coll'animo entrare a parte de' suoi
3108 mali,
pare all'uomo di fare uno sforzo sopra se stesso, di vincere la propria natura,
di ottenere una prova della propria magnanimità, di avere un argomento con cui
possa persuadere a se medesimo di esser dotato di un animo superiore
all'ordinario; tanto più ch'essendo proprio dell'uomo l'egoismo, e il
compassionevole interessandosi per altrui, stima con questo interesse che niun
sacrifizio gli costa, mostrarsi a se stesso straordinariamente magnanimo,
singolare, eroico, più che uomo, poichè può non essere egoista, e impegnarsi
seco medesimo per altri che per se stesso. L'uomo nel compatire s'insuperbisce e
si compiace di se medesimo: quindi è ch'egli goda nel compatire, e ch'ei si
compiaccia della compassione.
{Veggansi le pagg. 3291-97. e 3480-2.} L'atto
della compassione è un atto d'orgoglio che l'uomo fa tra se stesso. Così anche
la compassione che sembra l'affetto il più lontano, anzi il più contrario,
all'amor proprio, e che sembra non potersi in nessun modo e per niuna parte
ridurre o riferire a questo amore, non
3109 deriva in
sostanza (come tutti gli altri affetti) se non da esso, anzi non è che amor
proprio, ed atto di egoismo. {+Il quale arriva a prodursi e fabbricarsi un
piacere col persuadersi di morire, o d'interrompere le sue funzioni,
applicando l'interesse dell'individuo ad altrui. Sicchè l'egoismo si
compiace perchè crede di aver cessato o sospeso il suo proprio essere di
egoismo. V. p.
3167.}
{Veggansi le pagg. 3291-97. e 3480-2.} L'atto
della compassione è un atto d'orgoglio che l'uomo fa tra se stesso. Così anche
la compassione che sembra l'affetto il più lontano, anzi il più contrario,
all'amor proprio, e che sembra non potersi in nessun modo e per niuna parte
ridurre o riferire a questo amore, non
3109 deriva in
sostanza (come tutti gli altri affetti) se non da esso, anzi non è che amor
proprio, ed atto di egoismo. {+Il quale arriva a prodursi e fabbricarsi un
piacere col persuadersi di morire, o d'interrompere le sue funzioni,
applicando l'interesse dell'individuo ad altrui. Sicchè l'egoismo si
compiace perchè crede di aver cessato o sospeso il suo proprio essere di
egoismo. V. p.
3167.}[3109,1] Tornando al proposito, il primo dei detti interessi,
cioè quello della maraviglia era rilevato in Omero dalla circostanza che l'ammirazione cadeva sopra la
superiorità, la virtù e la felicità di un eroe e di un esercito nazionale, sopra
un'impresa fatta dalla propria nazione e fatta contro i di lei naturali nemici.
Questa circostanza rendeva non solamente possibile {ma
naturalissima la vivacità e} la durata di tale interesse ne' lettori o
uditori greci (per li quali scriveva Omero) in tutto il corso del poema. Tolta questa circostanza, il
detto interesse non può esser nè molto vivo nè molto durevole. Il lettore non
s'interessa gran fatto per coloro per cui vede continuamente interessarsi lo
stesso poeta. L'interesse del lettore (nel senso in cui presentemente ci
conviene intenderlo) è quasi una cura ch'egli si prende
3110 di quelle persone su cui l'interesse cade. Or dunque il lettore
trova inutile il darsi gran pensiero di quelli a' quali vede aversi bastante
cura da altri. Il poeta e la fortuna da lui narrata fanno quello che avrebbe a
fare il lettore interessandosi; essi medesimi provveggono al fortunato: il
lettore non ha dunque niuna cagione di farlo egli, ei non desidera quello che
gli è spontaneamente dato, quello ch'egli ottiene già senza darsene briga e
sollecitudine. Per queste cagioni accade che poco e poco durevolmente
c'interessi il fortunato, massime ne' poemi epici e ne' drammatici. Ed
effettivamente oggidì i lettori della stessa iliade, non essendo greci, o non
s'interessano mai vivamente per li greci, i quali sanno già dovere uscir
vittoriosi, o presto lasciano d'interessarsene. {#1. Veggasi la p.
3452 fine-58.} Ma non bisogna dall'effetto che l'iliade fa in
noi, misurar quello ch'ei faceva nei greci, ai quali essa era destinata, nè per
conseg. l'arte del poeta che la compose, nè il pregio e valore del poema.
[3111,1]
3111 L'altro interesse, cioè quello della compassione,
non poteva Omero introdurlo nel suo
poema in modo ch'ei si riferisse ad Achille o ai greci; non poteva, dico, per le suddette ragioni.
Solamente poteva fare che la compassione si riferisse pur talvolta ai greci o a
qualcuno di loro, come a soggetti secondarii e accidentalmente {(qual è p. e. Patroclo),} non come a soggetto primario della compassione,
al qual soggetto tendessero tutte le fila del poema. Questo soggetto ei lo prese
nella parte contraria alla greca, in quella parte alla quale doveva appartener
la sventura, se alla greca doveva appartener la felicità. Egli scelse o finse
tra' nemici un Eroe per così dir, di sventura, il quale fosse opposto all'Eroe
della fortuna, e l'interesse del quale dovesse perpetuamente bilanciare e
contrastare e accompagnare l'interesse dell'altro nell'animo de' lettori. Questo
Eroe sfortunato ei lo fece inferiore di forze ad Achille, ed anche ad Aiace e a Diomede, perchè la superiorita delle forze doveva
3112 esser l'attributo e la lode principale della parte greca (lode
ch'era ai tempi eroici la più grande); ma oltre che di forze eziandio lo fe'
superiore a tutti gli altri greci e troiani, di coraggio e magnanimità lo fece
pari allo stesso Achille, e nel
rimanente ornandolo di qualità diverse da quelle di costui, lo venne però a far
tale che tanto pesasse egli quanto questi. Somma pietà verso gli Dei, verso la
patria, verso i parenti, somma affabilità, giovanezza, e viril bellezza sopra
ogni altra (giacchè quella di Paride
non era virile) della sua parte. Di più accortezza e destrezza nel maneggio
della guerra e {nel govño[governo]} delle battaglie, vigilanza, provvidenza, cura
degli amici, pazienza delle fatiche, arte di parlare ne' consigli pubblici o a'
soldati, disprezzo d'ogni pericolo, l'onore stimato sopra ogni cosa, come quando
ei ricusa di entrare nella città vedendosi venir sopra Achille, e dopo l'onore, la patria; costanza ec. ec.
In somma com'egli aveva fatto in Achille un uomo
3113 sommamente ammirabile, così fece e volle fare in
Ettore un eroe sommamente amabile. E come la vittoria riportata da
Achille sopra l'invincibile Ettore, porta al colmo l'ammirazione
per colui, così la sventura di Ettore
mette il colmo alla sua amabilità e volge l'amore in compassione, la quale
cadendo sopra un oggetto amabile è il colmo per così dire del sentimento
amoroso. Molte sventure e di greci e di troiani si narrano o fingono nella iliade, ma
quella di Ettore è lo scopo del poema,
ad essa tendono tutte le fila del medesimo niente meno e del paro che alla
vittoria di Achille, e sempre
unitamente: in essa il poema si chiude. Alle quali cose mirando il nostro Cesarotti, e giudicando che Ettore fosse il principal soggetto
dell'interesse nella iliade, e la sua sventura per se medesima il principale
scopo ed assunto del poema, prosuntuosamente ne volle cangiare il titolo e
intitolarlo la morte d'Ettore, stimando che Omero non avesse bene inteso se
3114 stesso e la sua propria intenzione quando ne'
primi versi della iliade annunziò espressamente un altro assunto. Nel che
s'ingannò grandemente, per non aver mirato alla natura umana, alle qualità di
que' tempi, alle circostanze di Omero
(giacchè se oggi nell'iliade l'unico, non che principale, interesse è per Ettore, non così fu anticamente, nè
tale fu l'intenzione di Omero scrivendo
ai greci), e per avere avuto l'occhio alle moderne opinioni circa l'unità
dell'interesse e del soggetto principale. Ma come nell'intenzione di Omero l'unico interesse non dovette esser
quello di Achille, nè l'unico soggetto
e scopo la sua vittoria per se medesima, altrimenti egli non gli avrebbe posto
incontro un tal Eroe qual fa Ettore;
così neanche l'interesse d'Ettore
dovette esser l'unico, nè la sua sventura per se medesima l'unico soggetto e
scopo del poema. Doppio dovette essere secondo l'intenzione di Omero, e doppio infatti riuscì
3115 a' lettori o uditori greci l'interesse, lo scopo,
e l'Eroe del poema.
[3115,1] E qui si deve considerare il maraviglioso artifizio
di Omero. Non solevasi a' tempi eroici,
cioè quasi selvaggi, stimar gran fatto il nemico. L'odio che gli portava la
parte contraria, quell'odio il quale faceva che ciascun soldato considerasse
l'esercito o la nazione opposta come nemici suoi personali, e con questo
sentimento combattesse, non lasciava luogo alla stima. E quando anche s'avesse
cagione di stimare il nemico, ciascuno, come si fa de' nemici personali, cercava
a tutto potere di deprimerlo sì nella propria immaginazione che presso gli
altri, e ricusava di riconoscere in lui alcuna virtù. Non prevaleva nè si
conosceva allora quella sentenza che la gloria di chi fortemente combatte e di
chi vince è tanto maggiore quanto più forte e stimabile è il nemico e il vinto.
Ma sebbene allora
3116 ciascuno amasse e cercasse la
gloria sopra ogni altra cosa ed assai più che al presente, niuno si curava di
accrescerla a costo del proprio odio verso il nimico, niuno sosteneva di
aggrandire a' propri occhi o agli altrui il pregio della propria vittoria col
considerare e render giustizia al valore della resistenza; ognuno preferiva di
tenere anzi l'inimico per vile e codardo e tale rappresentarlo agli altri,
perchè l'odio e la vendetta più si soddisfa e gode disprezzando il nimico e
privandolo d'ogni qualsivoglia stima, che sforzandolo e vincendolo, e quasi
piuttosto eleggerebbe di soccombergli che di lodarlo. Una tal disposizione
offriva poche risorse, poca varietà, poco campo di passioni al poema epico. Omero ebbe l'arte di fare che i greci si
contentassero di stimare il nemico che avevano vinto; e fece loro provare il
piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo, di vantarsi e compiacersi
3117 di una vittoria riportata sopra un nemico nobile e
valoroso. Questo piacere fu veramente Omero che lo concepì, Omero
che lo produsse; ei non era proprio de' tempi, non nasceva dalla maniera di
pensare e dalle disposizioni di quegli uomini, ma nacque dalla poesia d'Omero; Omero per dir così ne fu l'inventore. Questo gli diede campo di
moltiplicare e intrecciar gl'interessi, di variar le passioni e gli effetti
cagionati dal suo poema nell'animo de'
lettori.
[3117,1] Come la stima, così la compassione verso il nimico,
ancorchè vinto e virtuoso era impropria di quei tempi. (Vedi quello che altrove
ho detto p. 2760
pp.
3108-109 in proposito d'un'azione d'Enea appo Virgilio, dopo
morto Pallante). Gli animi naturali
non provano nella vittoria altro piacere che quello della vendetta. La
compassione, anche generalmente parlando (cioè quella ancora che cade sulle
persone non inimiche) nasce bensì, come di sopra ho detto,
3118 dall'egoismo, ed è un piacere, ma non è già propria nè degli
animali nè degli uomini in natura, nè anche, se non di rado e scarsamente, degli
animi ancora quasi incolti (quali erano i più a' tempi eroici). Questo piacere
ha bisogno di una delicatezza e mobilità di sentimento o facoltà sensitiva, di
una raffinatezza e pieghevolezza di egoismo, per cui egli possa come un serpente
ripiegarsi fino ad applicarsi ad altri oggetti e persuadersi che tutta la sua
azione sia rivolta sopra di loro, benchè realmente essa riverberi tutta ed operi
in se stesso e a fine di se stesso, cioè nell'individuo che compatisce. Quindi è
che anche nei tempi moderni e civili la compassione non è propria se non degli
animi colti e dei naturalmente delicati e sensibili, cioè fini e vivi. Nelle
campagne dove gli uomini sono pur meno corrotti che nelle città, rara, e poco
intima e viva, e di poca efficacia e durata è la compassione. Ma lo spirito di
Omero era certamente
3119 vivissimo e mobilissimo, e il sentimento
delicatissimo e pieghevolissimo. Quindi egli provò il piacere della compassione,
lo trovò, qual egli è, sommamente poetico, perocch'egli, oltre alla dolcezza,
induce nell'animo un sentimento di propria nobiltà e singolarità che l'innalza e
l'aggrandisce a' suoi occhi, vero e proprio effetto della poesia.
{Veggasi
la p. 3167-8. e
pagg. 3291-7.}
Volle dunque introdurlo nel suo poema,
anzi farne l'uno de' principali fini del medesimo, l'uno de' principali piaceri
prodotti dalla sua poesia. Volle accompagnar questo piacere e questo affetto con
quello della maraviglia, affetto appartenente all'immaginazione e non al cuore,
che fino a quel tempo era forse stato l'unico {+o il principal} effetto della poesia. Volle che il
suo poema operasse continuamente del pari
e sulla immaginazione e sul cuore, e dall'una e dall'altra sua facoltà volle
trarlo, cioè da quella d'immaginare e da quella di sentire. Questo suo intento è
manifestissimo
3120 nel suo poema, più manifesto che appo gli altri poeti greci
venuti a tempi più colti, più eziandio che ne' tragici appo i quali il terrore e
la maraviglia prevalgono ordinariamente alla pietà, e spesso son soli, sempre
tengono il primo luogo. Vedesi apertamente che Omero si compiace nelle scene compassionevoli, che se il soggetto e
l'occasione gliene offrono, egli immediatamente le accetta, che altre ne
introduce a bella posta e cercatamente (come l'abboccamento d'Ettore e Andromaca
{a introdurre} il quale, e non ad altro, è destinata e
ordinata quella improvvisa venuta d'Ettore in troia, nel maggior
fuoco della battaglia, e in tempo che può veramente parere inopportuno {intempestivo} e imprudente), e che nell'une e nell'altre
ei non trascorre, ma ci si ferma e ci si diletta, e raccoglie tutte le
circostanze che possono {eccitare e} accrescere la
compassione, e le sminuzza, e le rappresenta con grandissima arte e intelligenza
del cuore umano. E il soggetto di tutte
3121 queste
scene dove l'animo de' lettori è sommamente interessato non sono altri che
quegli stessi che Omero ha tolto a
deprimere, i nemici de' greci ch'egli ha preso ha[ad] esaltare. Nè pertanto egli s'astiene dal volere a ogni modo far
piangere sopra i troiani, e deplorare ai medesimi greci quelle sventure ch'essi
avevano cagionate, del che egli nel tempo stesso sommamente li celebra.
{Veggasi
la p. 3167-8. e
pagg. 3291-7.}
Volle dunque introdurlo nel suo poema,
anzi farne l'uno de' principali fini del medesimo, l'uno de' principali piaceri
prodotti dalla sua poesia. Volle accompagnar questo piacere e questo affetto con
quello della maraviglia, affetto appartenente all'immaginazione e non al cuore,
che fino a quel tempo era forse stato l'unico {+o il principal} effetto della poesia. Volle che il
suo poema operasse continuamente del pari
e sulla immaginazione e sul cuore, e dall'una e dall'altra sua facoltà volle
trarlo, cioè da quella d'immaginare e da quella di sentire. Questo suo intento è
manifestissimo
3120 nel suo poema, più manifesto che appo gli altri poeti greci
venuti a tempi più colti, più eziandio che ne' tragici appo i quali il terrore e
la maraviglia prevalgono ordinariamente alla pietà, e spesso son soli, sempre
tengono il primo luogo. Vedesi apertamente che Omero si compiace nelle scene compassionevoli, che se il soggetto e
l'occasione gliene offrono, egli immediatamente le accetta, che altre ne
introduce a bella posta e cercatamente (come l'abboccamento d'Ettore e Andromaca
{a introdurre} il quale, e non ad altro, è destinata e
ordinata quella improvvisa venuta d'Ettore in troia, nel maggior
fuoco della battaglia, e in tempo che può veramente parere inopportuno {intempestivo} e imprudente), e che nell'une e nell'altre
ei non trascorre, ma ci si ferma e ci si diletta, e raccoglie tutte le
circostanze che possono {eccitare e} accrescere la
compassione, e le sminuzza, e le rappresenta con grandissima arte e intelligenza
del cuore umano. E il soggetto di tutte
3121 queste
scene dove l'animo de' lettori è sommamente interessato non sono altri che
quegli stessi che Omero ha tolto a
deprimere, i nemici de' greci ch'egli ha preso ha[ad] esaltare. Nè pertanto egli s'astiene dal volere a ogni modo far
piangere sopra i troiani, e deplorare ai medesimi greci quelle sventure ch'essi
avevano cagionate, del che egli nel tempo stesso sommamente li celebra.[3121,1] Grande, caro, artifiziosissimo e poetichissimo
effetto dell'iliade, che Omero
ottenne col duplicare espressamente e l'interesse e lo scopo e l'Eroe, che non
si poteva ottenere altrimenti, che fu tutto invenzione ed opera di Omero, voglio dir l'unione e l'armonia di
questi due interessi e fini contrarii, e il pensiero d'introdurli ambedue nel
suo poema, e sostenerli congiuntamente fino all'ultimo, facendoli camminar
sempre del pari. Con che oltre all'avere raddoppiato l'effetto del suo poema,
interessando per l'una parte l'immaginazione, per l'altra il cuore;
3122 oltre all'aver potuto congiungere l'interesse che
deriva dalla virtù felice con quello che deriva dalla virtù sventurata (il che
non si poteva fare se non dividendo i soggetti dell'una e dell'altra, perocchè
accumulando l'una e l'altra in un soggetto solo e facendo che di sventurato
divenisse felice, o di felice terminasse nella sventura, l'uno e l'altro
interesse sarebbe stato imperfettissimo e debolissimo, e distruttivo l'uno
dell'altro, per modo che finita la lettura, l'un solo di essi sarebbe rimasto,
come accade p. e. nelle così dette, assurde tragedie, di lieto fine
{#1. V. la p. 3348.[p. 3448] segg.
e in particolare p. 3350-1[p.
3450-51].}); oltre, dico, all'aver potuto mettere in
moto nel suo poema ambedue quegl'interessi che fortissimamente operano
nell'uomo, e grandissimo piacere gli recano, e sono poetichissimi, cioè la
maraviglia della virtù superante ogni ostacolo ed ottenente il suo fine,
interesse che in quei tempi principalmente era di gran forza, e la compassione
della somma virtù caduta in somma e non medicabile nè consolabile calamità;
3123 oltre tutto questo Omero ottenne di potere introdurre nel suo poema, un
perpetuo contrasto di passioni contrarie continuamente operanti ne' lettori,
continuamente equilibrantisi l'una l'altra, continuamente sottentranti e
implicantisi e mescolantisi l'una nell'altra. Contrasto nato dalla duplicazione
dell'interesse dello scopo e della persona principale, la qual duplicazione in
virtù di questo perpetuo e perpetuamente sensibile contrasto, non solo raddoppia
ma moltiplica più volte l'effetto e l'energia dell'iliade nell'animo de'
lettori, e la vivacità delle sensazioni, e il commovimento e l'agitazione dello
spirito, propria operazione della poesia.
[3123,1] Tali si furono le intenzioni di Omero, tale il mezzo e l'arte da lui adoperati per
conseguirle, tale la vera natura, il vero carattere, il vero andamento del suo
poema, la vera forma ch'egli ha e che l'autore volle dargli. Vediamo ora gli
altri poeti epici e i loro poemi, e
3124 le regole
dell'epopea che dopo Omero furono
concepute e insegnate e poste e seguite.
[3124,1] Videro tutti la necessità di far che l'Eroe e la
impresa principale che si prendesse a lodare e a narrare nell'epopea riuscissero
felicemente. Ciò fu dato per regola, e questa regola fu seguita da tutti.
Massimamente che dietro l'esempio dell'iliade (benchè l'odissea somministrasse
pure un esempio diverso) non fu stimato proprio soggetto di poema epico altro
che imprese guerriere, nè d'altro genere d'Eroe fu creduto che l'epopea dovesse
rappresentare il modello, se non che del gran Capitano. Onde parve tanto più
necessaria la felicità nell'Eroe del poema e nell'impresa che ne fosse il
soggetto, non giudicandosi degno d'epopea un Capitano vinto da' nemici nè una
guerra perduta.
[3124,2] Sin qui andava bene: ma v'era il grandissimo
inconveniente che l'interesse che i lettori possono prendere per li fortunati,
ancorchè virtuosi, è scarso, debole e breve, e non
3125
si può reggere pel corso d'un lungo poema, nè tutto, per così dire, animarlo e
vivificarlo, nè anche sufficientemente animarne una sola parte. Mancando il
contrasto fra la virtù e la fortuna, oltre che ne scapita la verità
dell'imitazione, essendo pur troppo {il} vero che
questo contrasto sussiste nel mondo ed è perpetuo, onde un virtuoso fortunato è
soggetto quasi romanzesco, e toglie quasi fede al poema, e impedisce
l'illusione, {#1. Veggasi la p. 3451-2.} (massime a' {moderni} tempi, perchè a quelli d'Omero era altra cosa); ne seguiva anche il pessimo
effetto della freddezza, perchè il lettore non ha che interessarsi per la virtù,
vedendola felice, ed ottener già quello che le conviene.
[3125,1] Quindi è che ne' poemi epici posteriori ad Omero, l'Eroe e l'impresa felice nulla
avrebbero interessato i lettori, se desso eroe, dessa impresa, dessa felicità
non fossero in qualche modo appartenuti ai lettori medesimi, come Achille ec. ai greci. In verità un
3126 poema epico di lieto fine richiede necessariamente
la qualità di poema nazionale; e per ciò che spetta e mira a esso fine, un poema
epico non nazionale non può interessar niuno; nazionale, non può mai produrre un
interesse universale nè perpetuo, ma solo nella nazione e per certe circostanze.
L'Eneide fu dunque poema nazionale, e lasciando star tutti gli
episodi e tutte le parti e allusioni che spettano alla storia ed alla gloria de'
Romani, l'Eneide anche pel suo proprio soggetto potè produr ne'
Romani il primo di quegl'interessi che abbiamo distinto in Omero, perocchè i Romani si credevano troiani di
origine, sicchè la vittoria d'Enea
consideravasi {+o poteva considerarsi} da essi come un
successo e una gloria avita, e ad essi appartenente, e da essi ereditata. Il
soggetto della Lusiade fu nazionale, e di più moderno. Egli non poteva
esser più felice quanto al produrre quel primo interesse di cui ragioniamo.
{+Il soggetto dell'Enriade è
affatto nazionale e la memoria di quell'Eroe era particolarmente cara ai
francesi, onde la scelta dell'argomento in genere fu molto giudiziosa,
massime ch'e' non era nè troppo antico nè troppo moderno, anzi quasi
forse a quella stessa o poco diversa distanza a cui fu la guerra troiana
da' tempi d'Omero.}
Il soggetto e l'
3127 eroe della Gerusalemme furono
anche più che nazionali, e quindi anche più degni; e furono attissimi ad
interessare. Dico più che nazionali, perchè non appartennero a una nazione sola,
ma a molte ridotte in una da una medesima opinione, da un medesimo spirito, da
una medesima professione, da un medesimo interesse circa quello che fu il
soggetto del Goffredo. Dico tanto più degni, perchè essendo
d'interesse più generale, rendevano il poema più che nazionale, senza però
renderlo d'interesse universale, il che, trattandosi di quello interesse di cui
ora discorriamo, tanto sarebbe a dire quanto di niuno interesse. Dico attissimi
a interessare perchè quantunque fosse spento in quel secolo il fervore delle
Crociate, durava però ancora generalmente ne' Cristiani uno spirito di sensibile
odio contro i Turchi, quasi contro nemici della propria lor professione, perchè
in quel tempo i Cristiani, ancorchè corrottissimi ne' costumi e divisi tra loro
nella fede, consideravano per anche la fede Cristiana
3128 come cosa propria, e i nemici di lei come propri nemici ciascuno;
e quindi non solo con odio spirituale e per amor di Dio, ma con odio umano, con passione per così dir,
carnale e sensibile, per proprio rispetto, e per inclinazione odiavano i
maomettani non che il maomettanesimo. E la liberazione del sepolcro di Cristo era cosa di che allora tutti
s'interessavano, siccome in questi ultimi tempi, della distruzione della
pirateria Tunisina e Algerina, benchè questa e quella fossero più nel desiderio
che nella speranza, o certo più desiderate che probabili: aggiunta però di più
la differenza de' tempi, perocchè nel cinquecento le inclinazioni e le opinioni
e i desiderii pubblici erano molto più manifesti, decisi, vivi, forti e costanti
ch'e' non possono essere in questo secolo. Siccome nel 300 il Petrarca (Canz. O aspettata), così nel 500
tutti gli uomini dotti esercitavano il loro ingegno nell'esortare o con orazioni
o con lettere o con poesie pubblicate per le stampe, le nazioni e i principi
d'europa
3129 a deporre le differenze scambievoli e collegarsi
insieme per liberar da' cani {#2. Petr.
Tr. della Fama cap. 2. terzina
48.}
il Sepolcro, e distruggere il nemico
de' Cristiani, e vendicar le ingiurie e i danni ricevutine. Questo era in quel
secolo il voto generale così delle persone colte ancorchè non dotte, come
ancora, se non de' gabinetti, certo di tutti i privati politici, che in quel
secolo di molta libertà della voce e della stampa, massimamente in italia, non eran pochi; {#1. Erano allora i politici privati più di numero in italia che altrove, l'opposto appunto di oggidì,
perchè pure al contrario di oggidì, era in quel secolo maggiore in italia che altrove e più comune e
divulgata nelle diverse classi, la coltura, e l'amor delle lettere e
scienze ed erudizione per una parte (le quali cose tra noi si trattavano
in lingua volgare, e tra gli altri per lo più in latino, fuorchè in ispagna), e per l'altra una
turbolenta libertà fomentata dalla molteplicità e piccolezza degli
Stati, che dava luogo a poter facilmente trovar sicurezza e impunità,
col passare i confini e mutar soggiorno, chi aveva o violate le leggi, o
troppo liberamente parlato o scritto, o offeso alcun principe o
repubblica nello Stato italiano in ch'ei dapprima si
trovava.} e di questo voto si faceva continuamente materia alle
scritture e allusioni {digressioni} ec. e di quel
progetto o sogno che vogliam dire si riscaldava l'immaginazione de' poeti e de'
prosatori, e se ne traeva l'ispirazione dello scrivere. Niente meno che fosse
nell'ultimo secolo della libertà della grecia fino ad Alessandro, il
desiderio, il voto, il progetto di tutti i savi greci la concordia di quelle
repubbliche, l'alleanza loro e la guerra contro il gran re, e contro il {barbaro}
impero persiano perpetuo nemico del
nome greco. E come Isocrate
3130 per conseguir questo fine s'indirizzava colle sue
studiatissime ed epidittiche, {+scritte e
non recitate} orazioni ora agli Ateniesi (nel Panegirico, e v. l'oraz. a Filippo, edizione sopra cit. p.
260-1.) ora a Filippo,
secondo ch'ei giudicava questo o quelli più capaci di volerlo ascoltare, e più
atti a concordare e pacificar la grecia
e capitanarla contro i Barbari, così nel 500. lo Speroni
s'indirizzava pel detto effetto con una {lavoratissima}
orazione stampata {+e non recitata nè da recitarsi,} a Filippo II. di Spagna, ed
altri ad altri, secondo i tempi e le occasioni. Ma tutto indarno, non come
accadde ai greci, il cui voto fu adempiuto da Alessandro, mosso fra l'altre cose, come è fama (v. Eliano
Var. l. 13. e ὑπόϑεσ. τοῦ πρὸς
Φίλιπ. λόγου), dall'orazione appunto che Isocrate n' avea scritto a Filippo suo padre, l'uno e l'altro già morti.
[3130,1] Or considerate queste circostanze si trova veramente
savissima, opportunissima, nobilissima la scelta fatta dal Tasso, e degna di quel grand'animo, che seppe
concepire nientemeno
3131 che un poema europeo (qual fu
il
Goffredo non meno per l'argomento che per gli altri
pregi), dove la generalità dell'interesse non pregiudicasse (ch'è pur sì
difficile e raro) alla vivacità e forza del medesimo.
{Nótisi che il Tasso proccurò
eziandio di render nazionale l'argomento della Gerusalemme col dare tra' Cristiani le maggiori parti
del valore a due italiani; Tancredi
di Campagna nel Napoletano il qual era patria del Tasso, e Rinaldo d'Este progenitore del Duca a cui
il Tasso indirizzava il poema.
E Rinaldo si è propriamente,
non pure il secondo, ma l'altro Eroe della Gerusalemme con Goffredo, come ho detto p. 3525 a suo luogo, e, secondo l'intenzione del Tasso, a parti uguali, ma in
effetto e' riesce maggior di Goffr.} E in vero se dalla estensione
dell'interesse si deve misurare, almeno in qualche parte, il pregio d'un poema,
anzi d'ogni scrittura, niun poema epico in questa parte nè vinse nè agguagliò la
Gerusalemme; siccome ancora, secondo le opinioni di que'
tempi, ne' quali ci dobbiamo riporre coll'intelletto, niun poeta epico si
propose mai scopo più nobile nè più degno nè più magnanimo che il Tasso, il quale intese col suo poema di
contribuir più che tutti gli altri scrittori insieme, ad eccitare i principi
Cristiani a quella sacra e generosa guerra ec. coll'esempio e la lode di quelli
che l'avevano intrapresa e valorosamente operata e felicemente terminata. (Puoi
vedere per meglio conoscere le opinioni e i sentimenti
3132 dell'europa Cristiana verso
l'impero turco nel 500, la B. G. del
Fabricio, t. 13., p. 500-6.) {#1. V. p.
3173.}
{Vedi
ancora particolarmente lo Speroni
Oraz.
Ven. 1596. p. 23.
e p. 56. e 109 e Castiglione, Cortegiano
e. Ven. 1541. carta 173. ed.
Ven. 1565. p. 423-4, libro
4.}
{Nótisi che il Tasso proccurò
eziandio di render nazionale l'argomento della Gerusalemme col dare tra' Cristiani le maggiori parti
del valore a due italiani; Tancredi
di Campagna nel Napoletano il qual era patria del Tasso, e Rinaldo d'Este progenitore del Duca a cui
il Tasso indirizzava il poema.
E Rinaldo si è propriamente,
non pure il secondo, ma l'altro Eroe della Gerusalemme con Goffredo, come ho detto p. 3525 a suo luogo, e, secondo l'intenzione del Tasso, a parti uguali, ma in
effetto e' riesce maggior di Goffr.} E in vero se dalla estensione
dell'interesse si deve misurare, almeno in qualche parte, il pregio d'un poema,
anzi d'ogni scrittura, niun poema epico in questa parte nè vinse nè agguagliò la
Gerusalemme; siccome ancora, secondo le opinioni di que'
tempi, ne' quali ci dobbiamo riporre coll'intelletto, niun poeta epico si
propose mai scopo più nobile nè più degno nè più magnanimo che il Tasso, il quale intese col suo poema di
contribuir più che tutti gli altri scrittori insieme, ad eccitare i principi
Cristiani a quella sacra e generosa guerra ec. coll'esempio e la lode di quelli
che l'avevano intrapresa e valorosamente operata e felicemente terminata. (Puoi
vedere per meglio conoscere le opinioni e i sentimenti
3132 dell'europa Cristiana verso
l'impero turco nel 500, la B. G. del
Fabricio, t. 13., p. 500-6.) {#1. V. p.
3173.}
{Vedi
ancora particolarmente lo Speroni
Oraz.
Ven. 1596. p. 23.
e p. 56. e 109 e Castiglione, Cortegiano
e. Ven. 1541. carta 173. ed.
Ven. 1565. p. 423-4, libro
4.}[3132,1] Molto ragionevolmente adunque i sopraddetti poeti
(per non parlare degli altri, come di Voltaire e di Ercilla
autore dell'Araucana, e del Trissino ec.) scelsero ai loro poemi argomento nazionale, senza la
qual circostanza {+largamente però
intendendo la parola nazionale, come p. e. circa la Gerusal.} è assolutamente impossibile dare alcuno
interesse a un poema epico che abbia e serbi la unità, com'ella oggi s'intende.
Ed è perciò ben poco lodevole l'assunto di quel moderno che volle dare all'italia una nuova Gerusalemme. (Arici, Gerusal.
distrutta).
[3132,2] Ma l'interesse che nasce dalla virtù felice è, come
ho detto, sempre debole anche in un soggetto nazionale, e soffre moltissimi
inconvenienti, massime in tempi così diversi da quelli di Omero, come sono i moderni, e come furono quei di Virgilio che in molte parti si
rassomigliano ai presenti.
[3132,3] 1. Tutte quelle speciali circostanze che ne' tempi
antichissimi rendevano singolarmente pregevole
3133 la
felicità, e cagione di stima per se medesima, perirono ben tosto, ed altre
contrarie ne sottentrarono che produssero e producono contrario effetto, e
sempre lo produrranno, perchè queste seconde circostanze non sono per passar
mai.
[3133,1] 2. È così falso, {#1. Veggasi la p.
3451-2.} o per lo meno straordinario, che la virtù
sia compagna della fortuna, che un virtuoso fortunato, {+un meritevole che ottiene il suo merito (e tanto più
s'egli è straordinariamente meritevole, se la sua virtù è veramente
singolare, il che oggi sommamente nuoce)} eccede quasi quel grado di
singolarità e rarità che è compatibile colla credibilità, colla illusione,
coll'immedesimarsi che dee fare il lettore ne' casi e ne' personaggi narrati dal
poeta, con quella cotal somiglianza che il lettore dee pur trovare tra quei casi
e i presenti, tra quelle persone e se stesso; deve, {dico,} trovarla per qualche parte, a voler ch'ei ci provi interesse.
Di questo inconveniente ho già detto di sopra {#2. p.
3125.} Esso ancora non è mai per passare, anzi cresce e
crescerà, si conferma e confermerassi ogni dì maggiormente.
[3134,1]
3134 3. E ciò tanto più, quanto l'idea che noi abbiamo
della virtù è ben diversa da quella che s'aveva a' tempi d'Omero. La virtù qual suol essere concepita dai moderni
ha la fortuna assai più nemica, che non quella virtù concepita dagli
antichissimi, la quale consisteva quasi tutta o principalmente nella forza e nel
coraggio; qualità che, se non sempre, certo assai spesso son seguite (anche
oggidì) dalla fortuna, e molto giovano a conseguirla. Ond'era tanto più
ragionevole e conveniente che a quei tempi l'eroe del poema epico, il quale
dev'esser sommamente virtuoso, si scegliesse felice, perchè quella virtù in
ch'ei si doveva rappresentare eccellente, conduce infatti alla felicità, e il
mostrar ch'ella non avesse conseguito il proprio intento, l'avrebbe mostrata
imperfetta, come quella che non {era} bastata a
produrre quel ch'ella suole, e a che ella naturalmente serve e conduce. Massime
che gli uomini sogliono giudicar dai successi,
3135 ed
estimare assolutamente la natura, le qualità, {il grado, il
valore} e la propria bontà delle cose dai loro effetti. Ma la virtù
modernamente considerata, è per sua stessa natura, non solo non conducente, ma
pregiudizievole alla fortuna. Questo discorso ha massimamente luogo ne' tempi
più moderni, in che l'idee morali, e per cagione del Cristianesimo e per altro,
sono più raffinate, e sempre più tanto si raffinano quanto più divengono
inutili, e tanto si perfezionano e sottilizzano in teoria, quanto si vanno
segregando affatto dalla pratica. Ma proporzionatamente le dette considerazioni
sono anche applicabilissime ai tempi di Virgilio; e in fatti la virtù di Enea è immensamente diversa da quella di Achille, e il tipo di perfetto eroe concepito e voluto
esprimere da Virgilio fu diversissimo, e
in buona parte contrario, a quello di Omero.
[3135,1] 4. Oggi l'amor patrio e nazionale è quasi nullo.
Anche ne' romani al tempo di
3136
Virgilio esso era abbastanza raffreddato
perchè quasi niun di loro considerasse più la sua patria come cosa
individualmente sua propria. Il che appunto facevano i più antichi, e come
questo cagionava l'entusiasmo che ciascun d'essi manifestava nell'operare per la
patria, così produceva il grande interesse che ciascuno pigliava alle glorie
d'essa patria cantate dai poeti. Questo spirito non si trovava {più} ne' Romani, e però non potè essere se non mediocre
in esso loro l'interesse verso le vittorie e le lodi di remotissimi loro
antenati, che oltracciò portarono un nome diverso dal loro (troiani). Omero cantò ai greci liberi, e Virgilio ai Romani, dopo lunghissima e
ferocissima libertà fatti sudditi, e di più pacificamente tiranneggiati, perchè
quello fu quasi il più pacifico tempo dell'imperio romano, e in ch'essi meno pensarono a libertà e meno si
dolsero del giogo. Delle nazioni moderne poi, nulla dirò. Parlino i fatti; e se
ne deduca quanto vivo e
3137 durabile interesse possa
cagionare in un'epopea la nazionalità dell'impresa e dell'Eroe. Quando non
esiste quasi nazionalità nelle nazioni. Ciò vale sopra tutto per l'italia.
[3137,1] 5. Finalmente l'interesse che può produrre in un
poema epico un Eroe ed un'impresa nazionale felice, nè può, come è chiaro,
riuscire universale, nè anche può essere perpetuo, come più sotto si mostrerà
cogli esempi. Unico interesse che possa in un'epopea riuscire universale e per
luogo e per tempo, cioè comune a tutte le nazioni e a tutti i secoli, si è
quello che nasce dalla {sventura, e più dalla} virtù
sventurata, {+dalla beltà, dalla
giovanezza e anche dal valor militare personale sventurato.} E questo
altresì può {solo} esser vivissimo, e durare in chi
legge per tutto il corso della lettura, e perseverare nel suo animo lungo tempo
di poi, come pungolo lasciato nella piaga.
[3137,2] Ma l'unico modo che v'aveva d'introdurre questo
interesse nel poema epico, quello, dico, usato da Omero nell'iliade, cioè di duplicare onninamente
l'Eroe, l'interesse e lo scopo poetico di tutta l'epopea, non solamente
3138 dagli Epici posteriori ad Omero non fu voluto abbracciare, ma fu sopra tutte
l'altre cose fuggito, come quello che dirittamente avrebbe esclusa quella unità
d'interesse, di scopo e d'Eroe, che quei poeti e i Dottori de' loro tempi e de'
nostri, davano per primaria e supremamente indispensabile qualità del poema
epico: la unità, dico, non quale è quella della iliade, dalla quale pur furono
tratte le regole, le norme e il tipo dell'epopea, ma quale i posteriori ingegni
metafisicamente sottilizzando, e troppo artisticamente e strettamente
considerando, la concepirono, determinarono e prescrissero. Ond'è che quantunque
in ciascuno de' nominati poemi epici v'abbiano molte sventure cantate, ed
avendovi una parte vittoriosa e felice, v'abbia altresì necessariamente una
parte soccombente e sfortunata, si guardarono però bene tutti i detti poeti di
farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto Omero; e di condurre il poema in modo che
3139 all'ultimo la vittoria della parte avventurosa,
benchè {sempre} desiderata e {allora} applaudita dal lettore, fosse nel tempo medesimo cordialmente
da lui pianta e lagrimata, destandosi così nel suo animo sì pel corso del poema,
sì massimamente nel fine, e durando in esso dopo la lettura quel vivo contrasto
di passioni e di {sentimenti,} quella mescolanza di
dolore e di gioia e d'altri similmente contrarii affetti che dà sommo risalto
agli uni e agli altri, e ne moltiplica le forze, e cagiona nell'animo de'
lettori una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamento di passioni che lascia
durevoli vestigi di se, e in cui principalmente consiste il diletto che si
riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare e non già lasciar l'animo nostro in
riposo e in calma. Questi mirabili effetti li produsse divinamente la iliade,
costringendo gli {uditori} greci a piangere sulla morte
e sui funerali di Ettore ucciso dalle
armi de' loro
3140 maggiori, in guerra, per loro,
giusta, e con giusta causa (cioè la vendetta di Patroclo), e a mescolare i loro lamenti con quelli di
Andromaca e della desolata città
nemica, già vicina all'ultima calamità, che, per così dire, le loro proprie armi
o i loro proprii eserciti gli avevano infatti recata. Sublimissimo effetto
concepito, disegnato e prodotto da Omero
in tempi feroci e semibarbari, e non saputo concepire nè produrre da verun altro
epico in tempi civili. Perocchè temendo di raddoppiar l'interesse, (ch'era
appunto ciò che avevano a fare, e senza il che non era possibile quel divino
effetto), evitarono espressamente e studiosamente di fare in modo che la parte
nemica o alcun personaggio di essa riuscisse più che tanto virtuoso o per
qualunque lato interessante sino al fine. E maggiormente si guardarono di sempre
ugualmente condurre e in ultimo annodare le fila della loro epopea tanto
all'esito
3141 dell'Eroe vittorioso quanto a quello di
un altro Eroe a lui per molti lati pari e seco lui compensabile e comparabile ma
soccombente. Come fece Omero, perchè
nell'iliade
Ettore è, e fu voluto rappresentare,
espressamente comparabile ad Achille.
[3141,1]
Turno non occupa se non pochissima
parte dell'Eneide, e riesce così poco interessante che certo la sua
sventura e morte non ha mai tratto ad alcuno un sospiro. Gli Eroi de' Barbari
nella Gerusalemme sono appostatamente {più
d'uno} e di ugualissimo pregio, {#1. Argante, Clorinda, Solimano. Questi ed Argante sono anche espressamente emuli, ma
tutti tre pari di valore. Altri eroi degl'infedeli non v'ha nella Gerus.
v. p. 3525.}
sicchè l'interesse non si determina per alcuno di loro, nè della loro morte o
calamità niuno si compiange, nè a veruna di queste morti o calamità tendono le
fila del poema. Di più il Tasso,
stante lo spirito del suo tempo, {+e stante che in quel caso pareva che la
Religione interdicesse, come suole, e confondesse colla empietà
l'imparzialità,} non potè a meno di rappresentare con
tratti odiosi (in alcuno più in altri manco, ma generalmente, {e
massime in Solimano ed Argante},
odiosi) i nemici de' Cristiani. Quindi nella presa di Gerusalemme niuno sente per niun modo la sventura e il
disastro di quella città infedele, nè
3142 la presa è
descritta {o narrata} con intenzione di muovere a
compatimento, nè in maniera da poterne mai cagionare nè meno a caso. {+Altrettanto dicasi delle sconfitte degli
eserciti maomettani o pagani. E} similmente si discorra dell'altre
moderne epopee.
[3142,1] Non è già che Virgilio e gli altri volessero e intendessero spogliare affatto
d'ogni valore, d'ogni virtù, d'ogni pregio la parte contraria alla vincitrice.
Anzi intendendosi a' tempi loro meglio che a' tempi d'Omero, che tanto più si loda colui che vince non per
caso ma per virtù, quanto s'amplifica quella del vinto, non lasciarono di volere
espressamente rappresentare virtuosi in molte parti e degni di stima e lodevoli
anche i nemici, sì tutti insieme, come parecchi distinti personaggi del loro
numero. Ma ciò facendo, intentissimamente evitarono che l'interesse pe' nemici o
per alcuno de' medesimi non giungesse di gran lunga a pareggiare quello che
volevano ispirare ai lettori verso la parte e l'Eroe vittoriosi. Nel che
riuscirono ottimamente, anzi al di là della loro intenzione, perchè laddove essi
vollero pur
3143 comunicare alcun poco d'interesse a
questo o quel personaggio nemico o alla parte inimica, niuno gliene
comunicarono.
[3143,1] Queste sono le forme di poema epico, e queste le
regole e il processo seguiti e adoperati dall'una parte da Omero, dall'altra parte dai poeti epici che, per dir
così, da lui nacquero. Comparate così le forme, l'idea, e se così vogliamo dire,
le cagioni, {+e le intenzioni de'
poeti,} consideriamo ora generalmente e paragoniamo i rispettivi
effetti.
[3143,2] Nell'iliade oggidì l'interesse per Achille e per li greci, come ho detto, è
poco o niuno, perchè i suoi lettori non sono più greci. Nondimeno l'interesse
nell'iliade è vivissimo continuo e durevole eziandio dopo la
lettura. Esso è per Ettore e per li
troiani. I lettori di qualsivoglia nazione, dopo tanti secoli, dopo tanti
cangiamenti sofferti dallo spirito umano, tutti efficacemente {e continuamente} s'interessano leggendo la iliade. E
tutti non per altri che per li troiani e per Ettore, cioè per la sventura; e questo interesse
3144 si riduce principalmente e come a suo capo alla compassione.
Questa cioè è quel sentimento dominante e finale, che noi nella iliade provando,
chiamiamo interesse della medesima. Le quali cose mossero il Cesarotti a intitolar quel poema, come ho detto pp.
3113-14, La Morte d'Ettore, misurando
l'indole e l'intento {+primitivo, proprio
e vero} del poema dall'effetto ch'ei produce sopra di noi in tanta
diversità e lontananza di tempo, di nazione, di opinioni, {di
carattere} e di costumi. Nell'Eneide l'interesse della compassione non
v'è. Dico non v'è, come interesse finale. Quello che si concepisce per Didone, quello per Niso ed Eurialo sono interessi episodici che non ci accompagnano se non per
piccola parte del poema, nè hanno che fare colla sostanza e collo scopo di esso,
talmente che possono affatto risecarsi senza che la testura nè il principale e
finale effetto del poema per nulla se ne risentano o ne siano cangiati.
L'interesse per l'Eroe felice, cioè per Enea, e per la parte felice, cioè per li troiani, dovette esser
mediocre anche a principio,
3145 come di sopra ho
mostrato, ed ora è più che mediocre. E ciò, non ostante che il lettore di Virgilio non possa quasi a meno di
trasferire o di continuare ne' fortunati troiani dell'Eneide quell'interesse
ch'egli ha conceputo per gli sfortunati e vinti troiani della iliade. Perocchè egli è
certissimo che l'iliade oltre all'aver partorito l'Eneide, oltre
all'averla nutrita e cresciuta, per dir così, del suo proprio latte, {+(voglio dire averle somministrato
l'argomento e i materiali in gran parte, o datogliene l'occasione, e
d'altronde averle porto i mezzi {e} i modi di
trattarla, e gli ornamenti ec. cioè il modello, e le immagini, e le forme
delle invenzioni, dell'ordine, dello stile poetico ec.)} la sostiene e
l'aiuta anche oggidì, comunicandole parte del suo proprio interesse, {
riscaldandola del suo
fuoco,} e riverberandosi sulla Eneide e in essa influendo e derivandosi
e quasi irrigandola gli affetti che la lettura o la notizia della iliade
inspirò. Laonde se la Eneide, quanto al suo principal soggetto ispira alcuno
interesse, egli è pur da notare che grande e forse la massima parte di esso, non
a lei propriamente appartiene, ma le vien di fuori, e l'è totalmente accidentale
ed estrinseco, non interiore ed
essenziale, nè in essa
3146 nasce ma altrove
ed anteriormente nacque. Il che non si deve confondere col proprio e nativo
interesse dell'Eneide. {#1. Di
questi interessi accidentali vedi la pag. 2645-8.}
[3146,1] La Lusiade avrà certo interessato ed
interesserà forse anche oggidì i lettori portoghesi, nè si può bastantemente
lodare lo sfortunato Camoens per l'avere
scelto un soggetto così strettamente nazionale, e di più per l'aver saputo
adattare e far materia di poema epico un argomento allora modernissimo, qualità
che per l'una parte produce estreme difficoltà le quali a molti sono sembrate
{in un poema epico} insuperabili, e per l'altra
sommamente contribuirebbe a produrre o singolarmente accrescere l'interesse
d'un'epopea, come ancora di un dramma e di qualsivoglia poesia. Ma per li
lettori dell'altre nazioni non so quanto nella Lusiade possa essere
l'interesse, nè se ne' medesimi portoghesi, mancata la recente memoria di quelle
imprese, e raffreddato, come per tutta l'europa, l'amor nazionale e gli altri sentimenti magnanimi, la Lusiade
produca per ancora un interesse abbastanza
3147 vivo,
continuo e durabile.
[3147,1] Quello spirito dell'italia e dell'europa Cristiana
verso gl'infedeli (e, diciamolo ancora, verso il Cristianesimo) che disopra ho
descritto, che regnò al tempo del Tasso e ne' precedenti, che in lui ancora grandemente potè, che
ispirò e produsse la Gerusalemme, è totalmente sparito e
perduto, e le nostre condizioni a questo riguardo sono affatto cangiate in tutta
l'europa. Nullo è dunque oggidì
l'interesse della Gerusalemme. Dico che la Gerusalemme non ha
più realmente veruno interesse finale e principale, cioè non ispira più
quell'interesse ch'ella principalmente e per istituto si propone d'ispirare;
perocchè esso non ha più luogo negli animi de' lettori, affatto cangiati come
sono, nè può più nascere in alcuno quell'interesse, essendo mutate e quasi volte
in contrario le circostanze. Benchè certo la Gerusalemme al suo tempo ispirò
moltissimo interesse, e forse maggiore che l'Eneide al tempo suo, ed oltre di
questo universale nelle colte nazioni,
3148 dove quello
dell'Eneide non potè esser che nazionale. Nè certo la Gerusalemme mancò del suo fine. Ma ora non per tanto non può
più produrlo. Interessi però episodici e non finali ve n'hanno molti nella Gerusalemme. V'ha quello di Olindo e Sofronia e nasce dalla sventura. V'ha quello di Erminia, quello di Clorinda, e nascono dalla sventura. V'ha quello del
Danese, e nasce dalla sventura,
e, quel ch'è notabile, da sventura toccante alla stessa parte che aveva a {riuscir} vittoriosa e fortunata, cioè a dire alla
Cristiana. Colla quale occasione è da considerare la bella e straordinaria
facoltà che {concedeva} al Tasso lo spirito del suo tempo, cioè di congiungere
la compassione alla felicità, di far nascere questa da quella, di salvar l'{estrema} unità che si esigeva ne' poemi epici pigliando
un Eroe felice e facendolo non per tanto compassionevole. Alleanza impossibile
anticamente, difficile e di poco buono effetto oggidì. Ma le opinioni Cristiane
(che al suo tempo fiorivano) riponendo
3149 la felicità
propria dell'uomo nell'altra vita, facendola indipendente da quella di questo
mondo, considerando le sventure {temporali} come
vantaggi e reali fortune, insegnando massimamente esser felicissimo chi soffre
per la giustizia e per la fede e per Dio,
e più chi muore per loro amore e cagione, davano luogo al Tasso di rappresentare come felice e come giunto al
suo desiderio e scopo un personaggio, il quale, facendolo temporalmente
sventurato e nelle sventure magnanimo ec, poteva pur fare sommamente
compassionevole e tenero. Nè altrimenti egli si governò circa il Danese, il quale ei non diede {{già}} per infelice, ma per felicissimo veramente,
essendo morto, e generosamente morto per Dio, e nel tempo stesso il volle fare e il fece oggetto di
compassione e di tenerezza per la temporale sventura e per questa morte
fortemente incontrata e sostenuta. Ma ei non si volle prevalere di tal facoltà
nè di tali opinioni e disposizioni del suo tempo, se non quanto a personaggi
secondarii (come questo e Dudone)
3150 e in episodii; e l'eroe principale volle farlo
felice non solo eternamente ma temporalmente altresì, e la principale impresa
volle che bene uscisse non pure secondo il cielo, ma eziandio secondo la terra.
Nel che non m'ardisco però di riprendere il suo giudizio, nè so biasimarlo s'ei
credette che i dogmi metafisici (e poco conformi, anzi contrarii alla natura e
che troppa forza le fanno) non dovessero gran fatto influire sulla poesia, nè
potessero molto giovare a produr con essa un buono, bello e splendido effetto.
Siccome essi poco veramente influivano, anche al suo tempo, sopra le azioni e le
quasi secondarie opinioni degli uomini; nè valsero in alcun tempo a cangiare la
natura umana, alla quale dee mirare in ogni tempo il poeta. In verità due sorti
di opinioni e di dogmi, l'una dall'altra distinta, e che quasi nulla
comunicavano insieme, {tenevano} all'età del Tasso e ne' secoli a lei precedenti
gl'intelletti degli uomini. L'una Cristiana, l'altra naturale; quella quasi del
tutto inefficace
3151 e inattiva, la cui forza non si
stendeva fuori dell'intelletto e ne' termini di questo si restringeva la sua
esistenza; l'altra efficace attiva che dall'intelletto stendevasi a influire e
muovere la volontà, e governare le operazioni e la vita. Perocchè gli uomini
sono sempre mossi dalle opinioni, nè altro che le opinioni può cagionare le loro
azioni volontarie, nè v'ha opera umana volontaria che dalla opinione, ossia
giudizio dell'intelletto, non derivi. Ma l'intelletto umano è capace di
contenere al tempo stesso opinioni e dogmi dirittamente fra se contrarii, e di
contenerli conoscendone la scambievole, inconciliabile contrarietà, come
accadeva ai detti tempi. Ben diversi dalla primissima età del Cristianesimo,
quando un solo genere di opinioni regnava negli animi, cioè quelle della
religione, ed era efficace, e stendevasi alla volontà ed al reggimento delle
azioni interiori ed esteriori, e della vita. Ma questo durò assai meno di quel
che può credere
3152 chi non conosce la storia
ecclesiastica, o chi non ci ha riflettuto, o chi in essa si lascia imporre dai
nomi, e dal linguaggio tenuto in narrarla. Durò pochissimo, o, se non altro,
divenne in breve assai raro. Del resto egli è duopo distinguere in ciascuna età,
nazione, individuo le opinioni efficaci dalle inefficaci che nell'intelletto
puramente si restringono. Quelle talor possono servire alla poesia, talora non
possono (come le presenti, e vedi la pag.
2944-6.), talor più, talora meno; queste sempre pochissimo o nulla.
{+Parlo delle opinioni che in se
hanno relazione alla pratica e al governo della vita, non dell'altre, che
son fuori del mio discorso. P. e. quelle opinioni, illusioni ec. antiche o
moderne che derivando dalla immaginazione {o
dall'esperienza ec.} persuasero e occuparono, o persuadono ec.
l'intelletto, e nondimeno, non avendo nulla che far colla pratica della vita
per lor natura, non influiscono sulla volontà, e sono inefficaci, e queste
possono però, ed anche grandemente, servire alla poesia.}
[3152,1] Da questa digressione, non aliena, cred'io, dal
proposito, tornando in via, ci resta a considerare come sia strano e quasi
assurdo che Omero in tempi feroci abbia
tanto fatto giuocare la compassione nel suo poema, n'abbia fatto un interesse
principale e finale, abbia seguito e ottenuto il suo intento in modo che anche
oggidì, mancato l'altro interesse all'iliade, non si può forse tuttavia legger
cosa che
3153 tanto interessi, non avesse riguardo di
far cadere ed esaggerare la compassione
{quasi unicamente} sopra i nemici de' greci suoi
compatriotti, a' quali scriveva, i quali non istimavano gran fatto la
gerosità[generosità] verso il nemico, anzi
apprezzavano la qualità opposta; e che i poeti moderni abbiano fatto ed
espressamente esclusa la compassione dal grado d'interesse finale, abbiano per
lo più evitato di farne cader più che tanta sopra i nemici della parte e
dell'Eroe da lor presi a lodare (la compassione per Clorinda nella Gerusalemme non dava scrupolo
al Tasso perch'ei la fa morir
convertita, {e nel med. canto la scuopre per cristiana di
genitori e di nazione;} sì ch'ella cade in ultimo, secondo
l'intenzione finale del poeta, sopra una Cristiana), ec. ec. In verità egli
sarebbe stato credibile, e certo {egli avrebbe dovuto}
accadere, tutto l'opposto.
[3153,1] 1. Quella raffinatezza dell'amor proprio e della
facoltà di sentire, la quale è necessaria perchè la compassione trovi luogo
nell'animo umano,
3154 la produce, e seco il piacere
ch'altri ne gusta non fu in alcun modo propria de' tempi d'Omero, e proprissima di quelli di Virgilio e de' moderni, perocch'ella nasce dalla
civiltà. Parlo qui della compassione inefficace, qual è quella che si prova
leggendo un poema, e che spesso e facilmente ha luogo negli animi civili,
massime destandovela lo charme e l'artifizio della
poesia, e degli abili prosatori. La compassione efficace la qual ci muove a
sovvenire alle miserie altrui, nasce anch'essa dalla detta raffinatezza, e
quindi dalla civiltà, ma richiede una raffinatezza maggiore di quella che la
civiltà soglia ordinariamente produrre e produca nel comune degli uomini, e una
facoltà naturale di sentire maggior dell'ordinaria, e quindi ella è e fu in ogni
tempo ben rara.
[3154,1] 2. Poco ai tempi d'Omero valeva ed operava quello che negli uomini si chiama cuore,
moltissimo l'immaginazione. Oggi per lo contrario (e così a' tempi di Virgilio) l'immaginazione
3155 è generalmente sopita, agghiacciata, intorpidita,
estinta; difficilissimo è ravvivarla anche al gran poeta, il quale altresì
difficilmente può esser oggi gagliardamente ispirato dalla immaginativa, ed
esser grande per quella parte che propriamente spetta all'immaginazione e per
ciò che da lei deriva, come furono Omero
e Dante. Se l'animo degli uomini colti è
ancor capace d'alcuna impressione, d'alcun sentimento vivo, sublime e poetico,
questo appartien propriamente al cuore. Ed infatti oggidì appresso gli altri
poeti di verso e di prosa, il cuore è sottentrato universalmente e quasi del
tutto all'immaginazione, quello gl'ispira, quello essi mirano a commuovere, e su
quello realmente operano sempre ch'ei sono atti a riuscire nel loro intento. I
poeti d'immaginazione oggidì, manifestano sempre lo stento e lo sforzo e la
ricerca, e siccome non fu la immaginazione che li mosse a poetare, ma essi che
si espressero dal cervello e dall'ingegno,
3156 e si crearono e fabbricarono
una immaginazione artefatta, così di rado o non mai riescono a risuscitare e
riaccendere la vera immaginazione, già morta, nell'animo de' lettori, e non
fanno alcun buono effetto. Così dico di quelle parti che ne' moderni {scrittori} sono di pura immaginazione. Lord Byron è un'eccezione di regola,
forse unica, per se stesso. {V. p. 3477.} Quanto all'effetto
delle sue poesie sopra i lettori, dubito ch'elle debbano essere eccettuate dal
numero delle altre poesie d'immaginazione. {V. p. 3821.} L'animo nostro è
troppo diverso dal suo. Male ei ci può restituire quella immaginativa ch'egli ha
conservata, ma che noi abbiamo per sempre perduta. {#1. Anche Omero e
Dante hanno assai che fare per
ridestar la nostra immaginazione. Contuttociò, quantunque la fantasia di
L. Byron sia certo naturalmente
straordinaria, nondimeno è pur vero che anch'ella è in grandissima parte
artefatta, o vogliamo dire spremuta a forza, onde si vede chiaramente che il
più delle poesie di L. Byr. vengono
dalla volontà e da un abito contratto dal suo ingegno, piuttosto che da
ispirazione e da fantasia spontaneamente mossa.} Ora tra i poeti epici
egli è pure strano che Omero
antichissimo abbia tanto mirato al cuore, e che Virgilio e i moderni non si sieno proposti per oggetto
finale ed essenziale de' loro poemi che di muovere l'immaginazione. Perocchè il
soggetto essenziale e unico principale de' loro poemi si è un Eroe felice e
un'impresa felicemente
3157 terminata. Ora la felicità
non vale che per la maraviglia, la quale spetta all'immaginazione e nulla al
cuore. Tanto possono fare errare i più grandi spiriti le regole e l'arte, e
tanto nascondere la natura dell'uomo, de' tempi, delle cose, traviarli dal vero,
travisar loro e occultare il proprio scopo e la propria essenza di quelle cose
medesime ch'essi intraprendono ed alle quali esse regole appartengono.
{Veramente di tutti i poemi epici, il più
antico, cioè l'iliade, è, quanto all'insieme, allo scopo totale e
non parziale, al tutto e non alle parti, all'intenzion finale e primaria,
non episodica, addiettiva e secondaria e quasi estrinseca, accidentale ec.;
è, dico il più sentimentale, anzi il solo sentimentale; cosa veramente
strana a dirsi, e che par contraddittoria ne' termini, ed è infatti
mostruosa ed opposta alla natura de' progressi e della storia dello spirito
umano e degli uomini, e delle differenze de' tempi, alla natura
rispettivamente dell'antico al moderno, e viceversa ec. È anche il poema più
Cristiano. Poichè interessa pel nemico, pel misero ec. ec.}
{Veramente di tutti i poemi epici, il più
antico, cioè l'iliade, è, quanto all'insieme, allo scopo totale e
non parziale, al tutto e non alle parti, all'intenzion finale e primaria,
non episodica, addiettiva e secondaria e quasi estrinseca, accidentale ec.;
è, dico il più sentimentale, anzi il solo sentimentale; cosa veramente
strana a dirsi, e che par contraddittoria ne' termini, ed è infatti
mostruosa ed opposta alla natura de' progressi e della storia dello spirito
umano e degli uomini, e delle differenze de' tempi, alla natura
rispettivamente dell'antico al moderno, e viceversa ec. È anche il poema più
Cristiano. Poichè interessa pel nemico, pel misero ec. ec.}[3157,1] 3. Le idee, i principii di generosità, di equità, di
umanità, {di beneficenza} verso il nemico sì ne'
giudizi sì ne' sentimenti sì nelle azioni, nacquero, si può dir, dopo Omero, mitigati che furono i ferocissimi
{e} implacabili {ed
eterni} odi nazionali, proprii degli uomini ancor vicini a natura.
Essi principii sono massimamente comuni ed efficaci ne' tempi moderni, ne' quali non vi possono avere odi
nazionali, non avendovi quasi nazioni, e niuno individuo considera, come
anticamente, per nemici personali quelli della nazione, i quali altresì ed
effettivamente nol sono nè per sentimento nè per fatto, ma nemici
3158 solamente del suo re ec. Anzi i detti principii
oggi degenerano in totale indifferenza verso il nemico della nazione, la qual
porta a non distinguerlo quasi affatto dall'amico. Or non è egli maraviglioso
che il poema d'Omero sia cento volte più
imparziale e generoso verso i nemici della sua propria nazione, che non sono i
poemi moderni verso la parte contraria a quella ch'in essi si celebra? e tanto
che volendo nella iliade investigare i proprii sentimenti del poeta, e non
mirando se non se all'espressione di questi, appena si potrebbe oggi distinguere
se Omero fosse greco o troiano, o d'una
terza nazione, {+e in quest'ultimo
caso,} per qual di quelle due fosse più propenso nel suo animo.
[3158,1] 4. Oggi, come ho già detto p. 564
pp.
3141. sgg., e proporzionatamente eziandio a' tempi di Virgilio, si può dir che più non esista
interesse pubblico, se non in quei pochi che le cose pubbliche amministrano, e
che il pubblico rappresentano,
3159 anzi, si può dir,
lo compongono {e} costituiscono. Ed è ben cosa
ragionevole e consentanea che l'interesse pubblico negli altri più non esista (e
chi governa non legge poemi). Ora dunque i poemi il cui soggetto non è che
qualche felicità {e gloria} nazionale, poco possono
oggidì interessare, o certo assai meno che a' tempi d'Omero. Ma la sventura, e massime degl'immeritevoli, è
sempre dell'interesse privato di ciascheduno uomo. Niuno è che non si stimi
infelice e conseguentemente nol sia, e niuno è parimente che non si reputi
immeritevole della infelicità ch'ei sostiene. Queste disposizioni benchè comuni
a tutti i tempi, sono massimamente sensibili oggidì, poichè {+per le circostanze politiche} la vita non ha più
come {vivamente} occuparsi e distrarsi, e {d'altronde} il lume della filosofia dissipa ben tosto, o
soffoca nel nascere, o impedisce del tutto qualunque illusione di felicità.
Quindi eziandio indipendentemente dalla compassione, egli era
3160 tanto più conveniente oggidì che a' tempi d'Omero il far molto giuocare ne' poemi epici le sventure
degli uomini, quanto che oggi il sentimento della infelicità nelle nazioni
civili è più vivo che fosse mai nel genere umano, ed {è} il sentimento e il pensiero per così dir dominante, {+da cui niuno oramai trova più come
distrarsi.} E la infelicità individuale degli uomini è, per così dire,
il carattere o il segno di questo secolo. Tutto al contrario di quel d'Omero, il quale forse godette di quella
maggior felicità o minore infelicità che possa godersi dall'uomo nello stato
sociale, e che sempre risulta dalla grande attività della vita e dalle grandi
{e forti} illusioni, cose proprissime di quel
tempo, massime nella Grecia. Or dunque
oggidì le sventure cantate da' poeti, non possono non interessar grandemente, e
più che in ogni altro tempo, e tutti; essendo il sentimento della propria
sventura l'universale e più continuo sentimento degli uomini d'oggidì, ed amando
naturalmente gli uomini di parlare e
3161 udir parlare
delle cose proprie, e riguardando ciascheduno la infelicità come propria sua
cosa, e dilettandosi gli uomini singolarmente di quelli che loro più si
assomigliano, nè potendosi trovar somiglianza più universale che quella della
infelicità, e compiacendosi ciascheduno di vedere in altrui o di legger ne'
poeti i suoi propri sentimenti, e contando per somma ventura ogni volta ch'egli
incontra o nella vita o ne' libri qualche notabile conformità o di casi o di
circostanze o di opinioni o di carattere o di pensieri o d'inclinazioni o di
modi o di vita e abitudini, colle sue proprie; e consolandosi ciascheduno delle
sue sventure coll'esempio vivamente rappresentato, e più col vederle quasi
celebrate e piante in altrui {+(e ciò in
soggetto e circostanze e persone e avvenimenti illustri, come son quelli
cantati ne' poemi epici),} innalzando il concetto di se stesso quasi
il canto del poeta avesse per soggetto la di lui stessa infelicità, ed
intenerendosi nella lettura quasi sui proprii mali. Chè in verità qualora
leggendo i poeti (versificatori o prosatori) {o le
storie} noi ci sentiamo
3162 commuovere da
quelle vere o finte calamità, e ci lasciamo andare alle lagrime, crediamo forse
di piangere le miserie altrui ma più spesso e più veramente, o più intensamente
piangiamo in quel med. punto le nostre proprie, o mescoliamo il pensiero di
queste al pensiero di quelle, e questa mescolanza (ch'è vera e propria e debita
arte, e dev'essere scopo, del poeta l'occasionarla) è principal cagione di
quelle nostre lagrime. E ci accade allora (e così ne' teatri ec.) come ad Achille piangente sul capo di Priamo il suo vecchio padre e la breve
vita a se destinata ec. ec. sublimissimo e bellissimo e naturalissimo quadro di
Omero. {+Le sventure, quando sieno nazionali, o in altra maniera
più {particolarmente} appartenenti ai lettori,
interesseranno sempre più, per la maggior somiglianza e prossimità, che non
è quella dello sventurato in generale, e perchè sarà tanto più facile e
pronto il passaggio dell'animo del lettore da quelle calamità alle sue
proprie ec. Onde sarà sempre importantissimo che il soggetto del poema sia
nazionale, e questi soggetti saranno sempre preferibili agli altri, e la
nazionalità conferirà moltissimo all'interesse.}
[3162,1] Venendo oramai a ristringere il mio discorso, dico
che l'iliade, benchè, oltre al non esser noi greci, sieno corsi da
ch'ella fu scritta o cantata, ben ventisette secoli, con tutte quelle
innumerabili e sostanzialissime diversità che sì lungo tratto di tempo ha
portato allo spirito ed alle circostanze esteriori
3163
e interiori dell'uomo e delle nazioni, c'interessa senz'alcun paragone più che
l'Eneide scritta in tempi tanto posteriori, e più conformi ai
nostri, ed aiutata {pur} grandemente come ho detto,
dall'interesse medesimo della iliade; più che la Gerusalemme, più
che altri tali poemi, i quali, massimamente rispetto all'iliade, si possono dir
nati l'altro ieri. Dico c'interessa estremamente di più, intendendo
dell'interesse totale e finale, e risultante da tutto il poema, e diffuso e
serpeggiante per tutto il corpo del medesimo. Il quale interesse così inteso,
manca quasi affatto ai poemi che dalla iliade derivarono; perocchè non bisogna
confonder con esso, il piacere che ci
cagiona la lettura di tali poemi, derivante dallo stile, dalle immagini, dagli
affetti, e da tali altre cose che non hanno essenzialmente a far coll'ultimo e
principale scopo e scioglimento del poema; nè anche i particolari (o episodici o
non episodici) interessi qua e là sparsi, non finali nè continui
3164 o perpetui, e nascenti da questa o da quella parte
e non dall'insieme e dal tutto del poema; nè anche finalmente quell'interesse
che può nascere dal semplice intreccio, interesse di pura curiosità, che non
aspira nè corre ad altro che a voler essere informato dello scioglimento del
nodo, conosciuto il quale, esso interesse finisce; interesse pochissimo
interessante, e superficialissimo nell'animo; interesse che può esser sommo in
poemi, drammi ed opere di niuno interesse, anzi non è mai nè sommo nè principale
nè anche molto notabile e sensibile, se non se in poemi, drammi ed opere di niun
intimo e profondo interesse e di pochissimo valor poetico, perchè il destare,
pascere e soddisfare la curiosità non è effetto che abbia punto che fare colla
natura della poesia, nè le può esser altro che accidentale e secondario. Or
dunque i poemi derivati dalla iliade, leggonsi con molto piacere,
destano di tratto in tratto alcuno interesse più o men vivo e durabile,
3165 ma essi mancano quasi affatto di quell'interesse
totale, finale e perpetuo, di cui l'iliade, dopo 27 secoli, appo uomini non
greci, sommamente abbonda, e dal quale si dee senza fallo misurare il pregio e
il grado di bontà del complesso e dell'intero di un poema epico, siccome d'ogni
altro poema.
[3165,1] Per lo che tornando finalmente là donde incominciai,
conchiudo che tutto all'opposto di ciò che si dice e si crede, il poema
dell'iliade
{sarà forse} dai posteriori {poemi} vinto ne' dettagli o nelle qualità secondarie, come dir lo
stile, o alcuna parte di esso, qualche immagine, qualche parte o qualità
dell'invenzione; sarà forse eziandio vinto in alcuna parte della condotta, come
nel celare più studiosamente l'esito, laddove Omero par che studiosamente lo sveli innanzi tempo (e forse anche
questo si potrebbe difendere, e in ogni modo non nuoce che all'interesse di
curiosità, del quale Omero, o come
superficialissimo e non poetico ch'egli {è,}
3166 o come narrando forse cose universalmente allora
cognite alla nazione, non si fece alcun carico); ma che nell'insieme, nel totale
del disegno, nell'idea nello scopo e nell'effettivo risultato del tutto, tutti i
poemi epici cedono di gran lunga all'iliade. {#1. Veggasi la p.
3289-91.} E soggiungo che in ciò gli cedono appunto per aver
seguíto una unità che Omero non si
propose, e a causa di quello stesso incremento e stabilimento dell'arte che li
conformò e regolò, e che in essi si vanta, {e} che Omero non conobbe; e che peccano appunto
per quella maggior perfezione di disegno che loro si attribuisce sopra l'iliade, e
che in questa pretesa perfezione consiste appunto il maggiore ed essenzial
peccato del loro disegno, peccato che niuno ci riconosce, non potendo però
lasciare di sentirne gli effetti, ma rapportandoli a non vere cagioni, e male
esigendo che quei poemi producano effetti non compatibili realmente con quel
disegno che in essi lodano, e senza cui gli avrebbero biasimati; e finalmente
che Omero
3167 non conoscendo l'arte (che da lui nacque) e
seguendo solamente la natura e se stesso, cavò dalla sua propria immaginazione
ed ingegno un'idea, un concetto, un disegno di poema epico assai più vero, più
conforme alla natura dell'uomo e della poesia, più perfetto, che gli altri,
avendo il suo esempio e in esso guardando, e ridotta che fu ad arte la facoltà
ond'egli avea prodotto que' modelli, e determinata, {distinta} e stretta che fu da regole la poesia, non seppero di gran
lunga fare. (5.-11. Agosto. 1823.).
